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1. Le impronte di un'infanzia felice

La sabbia della baia situata vicino al faro era bianca e finissima; come ogni mattina, la sua superficie era intarsiata d’impronte.

Impronte paffute, frettolose, ravvicinate. Impronte di bambini piccoli che giocavano a rincorrersi in riva al mare. C’erano anche le orme di due adulti, un uomo e una donna: il loro percorso proseguiva verso il porto, ma si interrompeva a metà baia prima di riprendere, accompagnato dalle stesse tracce paffute che poco prima inseguivano le orme di qualche ragazzino.

Erano le impronte di una famiglia unita, quelle che ricamavano la spiaggia l’una di fianco all’altra.

Le impronte di un’infanzia felice.

“Finnick!”

Vivianne Odair sventolò la mano per richiamare l’attenzione dei bambini che scorrazzavano lungo la riva. Suo figlio era uno dei più piccoli e in quel momento stava inseguendo un altro ragazzino, la solita espressione vispa a illuminargli il viso. Ogni volta che riusciva a toccare la spalla di un coetaneo sorrideva soddisfatto e gonfiava il petto, appoggiandosi le mani sui fianchi.

“Finn!” lo richiamò ancora Vivianne, incrociando lo sguardo divertito di suo marito Gannet.

L’uomo tornò poi a osservare il figlioletto, scuotendo la testa con espressione rassegnata: chiedere a Finnick di rinunciare a giocare con i suoi amici equivaleva a pretendere che un pesce smettesse di nuotare. Sua moglie, tuttavia, non desistette.

“Finnick Gannet Odair!” esclamò, con tutta l’autorità che riuscì a inserire nel suo timbro solitamente dolce.

Il grido sortì l’effetto desiderato: Finnick rivolse un sorriso malandrino alla madre e disse qualcosa ai compagni di gioco, prima di correre verso i genitori.

“Ma dopo torni, vero, capitano?” gli urlò dietro uno dei ragazzini più piccoli, aggrottando impensierito le sopracciglia. Finnick alzò il pollice nella sua direzione e si voltò verso il padre, portandosi di nuovo le mani sui fianchi.

“Stai già partendo, papà?” domandò, lasciando ben visibile la finestrella che aveva al posto di uno degli incisivi superiori.

La madre gli passò una mano fra i capelli, notando con apprensione quanto fosse sudato.

“Il mare non aspetta, capitano!” rispose Gannet, facendo l’occhiolino al figlio. “E i marinai come tuo padre devono sempre rispondere al suo grido!”

Finnick gli sorrise, prima di gonfiare il petto e rivolgergli un saluto militare.

“Come mai sei senza  maglietta?” chiese a quel punto Vivianne, solleticandogli un fianco. “Finn, hai avuto la febbre solo due giorni fa!”

Il bambino fece spallucce, prima di stringere una mano di ogni genitore.

“Non mi piace giocare con i vestiti, poi mi viene caldo!” spiegò, indirizzando alla donna il suo sorriso sdentato.

La madre scosse la testa con espressione rassegnata, mentre il ragazzino tirava con forza, guidandoli verso il porto.

Una volta arrivati, Finnick corse fino alla barca a vela del padre e si accovacciò sul molo, attendendo con pazienza che i genitori lo raggiungessero.

“Torni presto, questa volta?” chiese, quando Gannet si arrampicò a bordo dell’imbarcazione.

“Prestissimo” promise l’uomo, chinandosi verso terra per prendere in braccio il figlio. “Oh capitano, mio capitano!” recitò poi, mettendogli in testa il suo berretto da marinaio. Finnick si mise a ridere, cercando di sistemarselo meglio sui capelli.

“Il nostro viaggio tremendo è terminato!” esclamò, snocciolando a memoria i primi versi della sua poesia preferita. Gliel’aveva insegnata il padre e il giorno prima il bambino ne aveva recitata una strofa in classe, aiutato dai costanti suggerimenti della maestra. “La nave ha superato ogni ostacolo, l'ambito premio è conquistato[1]” proseguì, con orgoglio.

Gannet e Vivianne si misero a ridere. L’uomo l’aiutò a sistemarsi il cappello di maniera che gli occhi restassero scoperti, prima di dargli un bacio sulla fronte.

“Vai a combattere i pirati?” chiese poi il ragazzino, sorridendo al padre con fare da birbante. “Tutti tutti?”

“Tutti tutti!” confermò l’uomo. “Come Capitan Sebastian” aggiunse, menzionando la favola preferita di suo figlio. Raccontava le imprese di un capitano eroico ed era stato lui a inventarla, quando il bimbo era ancora molto piccolo.

“Un giorno mi porti con te?” domandò Finnick, appoggiando le mani sulle guance del padre.

“Quando sarai più grande, capitano” promise Gannet, facendogli di nuovo l’occhiolino.

“Grande tipo così?” chiese Finnick, sollevando la mano sopra il cappello. Il padre sorrise sotto i baffi e gli afferrò le dita, alzandole poi di una trentina di centimetri.

“Più così, direi.”

Il bambino mise il broncio.

“Ma è troppo!” si lamentò, mettendosi le mani sui fianchi. “Io non diventerò mai grande. I grandi sono stupidi!”

“Finn!” lo rimbeccò la madre, trattenendo a stento una risata. “Si dicono certe cose?”

Il bimbo si strinse nelle spalle, abbozzando un sorrisetto malandrino; Gannet scosse la testa con aria divertita, prima di fargli il solletico sotto le ascelle.

“Sei proprio un Peter Pan, eh?” osservò poi.

Il ragazzino aggrottò le sopracciglia.

“Chi è Peter Pan?”

“Te lo racconto quando torno” promise l’uomo, baciandogli un’altra volta la fronte, prima di metterlo a terra. “Ti basti sapere che era un piccolo furfantello come te”.

Finnick sorrise fiero, mettendo in mostra la finestrella fra i denti.

Rimase alla banchina con la madre fino a quando l’imbarcazione non partì, prendendo poi il largo.

Gannet salutò a lungo la moglie e il figlio, sorridendo della vivacità con cui il bambino si sbracciava per ricambiare, con il volto semi-nascosto dal suo berretto.

Quando la barca non fu più visibile dal porto, Vivianne prese il figlio per mano e i due tornarono alla baia per fare una passeggiata.

“Mamma?” esclamò vivacemente Finnick, saltellando su un piede solo. “Posso raccontarti la storia di Capitan Sebastian?”

La donna annuì, abbozzando un sorriso rassegnato. Conosceva quella favola a menadito, ma suo figlio sembrava trarne conforto, le volte in cui era costretto a salutare il padre; glielo faceva sentire più vicino.

Finnick prese fiato e lasciò andare la madre, per mettersi entrambe le mani sui fianchi.

“Allora… C’era una volta un capitano di nome Sebastian…” incominciò, saltellando avanti e indietro lungo la spiaggia.

Le sue impronte paffute si disegnarono sulla sabbia, seguite da quelle della madre. 

“…Ed era un capitano coraggioso e invincibile…” proseguì fiero il bambino, tornando indietro e aggrappandosi nuovamente alle dita di Vivianne.

Le impronte continuarono a intarsiare la sabbia, raccontando la loro storia: erano un bambino e una persona adulta che si tenevano per mano.

Una vecchia favola risuonava per la baia, mescolandosi al sussurro del vento.

In lontananza, appena visibile, si stagliava l’albero di una barca a vela.

Le onde si infrangevano sugli scogli.

[1] Le frasi che Finnick e suo padre recitano sono tratte dalla prima strofa della poesia “O capitano! Mio Capitano!” di Walt Whitman (“O Captain! My Captain!” In originale). Ci sono varie traduzioni, io ho scelto questa: http://www.paroledautore.net/poesie/straniere/whitman/whitman-capitano.htm

Note conclusive.

Questa storia riprenderà più momenti della vita di Finnick, e sarà di sei capitoli. Il titolo è legato a una canzone di Leona Lewis che si chiama appunto “Footprints in the sand” e che mi ha dato l’ispirazione per plottare questa storia.

L’immagine dell’albero della barca a vela e delle onde che s’infrangono sugli scogli come chiusura della prima scena le ho inserite perché sono, rispettivamente, la prima e l’ultima immagine che Katniss “vede” nel momento in cui Finnick muore.

I riferimenti a Peter Pan li ho inseriti per allacciarmi a un’altra mia storia intitolata, appunto, “Il figlio di Peter Pan” e che parla di Sebastian, il figlio di Finnick (e che a sua volta era collegata a un’altra one-shot, “Un bimbo sperduto”.  me Finnick ha sempre ricordato molto Peter Pan, sia fisicamente che nei modi, e ci tenevo a sottolineare questa somiglianza soprattutto parlando del Finnick bambino. Anche i riferimenti alla baia e alla leggenda delle impronte si legano al racconto su Sebastian.

Un abbraccio e al prossimo capitolo!

Laura

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