18
Mi risvegliai in una stanza d'ospedale. Mi guardai attorno stranamente affaticata, nemmeno avessi corso una maratona di cento metri. Cos'era successo? L'ultima cosa che ricordavo è che stavo baciando Tim è poi nient'altro. Dopo qualche minuto di confusione, mi fu tutto chiaro, avevo perso i sensi pensavo che quel affaticamento era dovuto dal trasporto così passionale del bacio, ma evidentemente mi sbagliavo.
In un angolo della stanza vidi Tim, seduto su una poltrona a riposare aveva una faccia così stanca che mi si strinse il cuore, ma abbassando lo sguardo notai vicino al letto mia madre, che dormiva pesantemente, conoscendola avrà vegliato tutta la notte su di me, mi venne spontanea fare un sorriso amaro, stava soffrendo e questo non potevo accettarlo. Le accarezzai i capelli con dolcezza. Ho sempre saputo che lei è la donna più forte e dolce del mondo al tempo stesso, ma sapere che tutta questa sofferenza è a causa mia, per non aver ascoltato Tim mi spezzò il cuore. Non se lo meritava non dopo tutto quello che ha fatto per me:
Ricordo quando mi rimboccava le coperte inventandosi ogni giorno una favola diversa o quando piangevo e mi andavo a nascondere per non farmi vedere piangere da lei, però mi trovava ugualmente, rassicurandomi sul fatto che sarebbe stata sempre al mio fianco.
Ricordo anche quando mi portava a cavalluccio, nonostante avesse il mal di schiena. Come ricordo anche tutto l'amore che mi dimostrava ogni singola volta, lei, proprio come Tim, mi era sempre stata affianco, perciò non volevo più mentire, non con lei, doveva sapere la verità
«Tesoro sei sveglia» urlò mia madre dalla gioia alzandosi di scatto.
Anche Tim si svegliò, venendomi subito in contro con un dolce sorriso, che io contraccambiai senza esitazioni lasciandolo di stucco. Il suo stupore era derivanto dal fatto che in presenza di mia madre facevo sempre finita di non vederlo per non farla preoccupare, ma non questa volta. Pensavo di non rivederlo più e poi come ho già detto volevo trascorrere ogni minuto con lui, fregandomene se gli altri non capivano e questo valeva anche per mia madre. Se mi voleva bene non serviva che mi credeva, Tim mi rendeva felice è questo doveva bastargli.
Mamma capì immediatamente che centrava Tim, lo capii dallo sguardo di disapprovazione, ma prima che potesse dirmi qualcosa le dissi stringendole la mano con dolcezza:
«Non ti chiedo di crederci, anche volendo so che non lo faresti mai. Ma lui mi rende felice, come io rendevo felice papà. Mamma ho bisogno di lui è non farò più finta di non vederlo né per te né per nessun'altro. Mi capisci?» non volevo essere così diretta ma non ebbi altra scelta, volevo essere chiara soprattutto con lei, perché tenevo molto anche a mia madre, per questo volevo essere onesta al cento per cento.
«Tesoro lui è il frutto della tua malattia, come può renderti felice?» mi chiese tristemente.
«Perché lo amo.» le risposi decisa, lasciando di stucco entrambi.
Tim provò ad intervenire, ma lo frenai con gesto della mano, aprezzo le sue premure verso mia madre ma è una cosa che prima o poi volevo affrontare comunque, a prescindere dal tumore.
Dopo alcuni minuti di silenzio mia madre si passò una mano sul volto, visibilmente frustrata da tutta quanta situazione è rispose:
«Se questo ti rende felice, allora ok.»
In quel preciso momento entrò il dottore e nel vedermi sveglia ne approfittò per spiegarmi quello che mi era successo.
«Signorina Victoria, il tumore si è aggravato, e se non si opera al più presto potrà soltanto peggiorare. Ciò che è successo non è un caso isolato, anzi con molta probabilità potrà riscontrare anche altri sintomi oltre allo svenimento che vorrei elencarvi per prepararvi.» disse il medico con una nota di compassione. Poi voltandosi verso mia madre prosegui dicendo:
«Sua figlia potrà riscontrare: mal di testa particolarmente forti che potrebbe peggiorare con l’attività o durante le prime ore del mattino, convulsioni, cambiamento della personalità o dell’umore, nausea e vomito e visione offuscata. Questi signora sono solo alcuni dei sintomi che potrebbe incombere sua figlia. Ci pensi bene.» detto ciò se ne andò.
Questo spiegava anche il mio tentato suicidio. Per quanto la vita mi avesse riservato degli ostacoli non pensai mai ad un gesto del genere. Com'è strano che di punto in bianco tutta quella voglia di farla finita sparì all'istante, si vero in tutto ciò era anche grazie a Tim, però questo drastico cambio di comportamento non era normale. Anche il mal di testa, la stanchezza era sintomi con cui vivevo quotidianamente.
Mia madre nascose il volto fra le mani, ma era più evidente che stava piangendo, soprattutto per i singhiozzi che emetteva, nonostante tentasse di nasconderlo. Le posai una mano sulla schiena facendo dei movimenti circolari, e tentai di rassicurarla dicendogli:
«Mamma, noi c'è la faremmo. Sarà difficile lo ammetto, ma troveremo quei soldi»
Lei si voltò verso di me asciugandosi gli occhi con la manica della maglietta, rispondermi con un sorriso forzato:
«Tu non devi fare niente, te lo detto anche ieri mattina, no? La mamma penserà a tutto tu preoccupati soltanto di riposare.» si alzò lentamente, proseguendo con un tono così dolce da farmi commuovere: «Io ora devo andare a lavorare, farò degli straordinari quindi ci vedremo domani sera alle otto. Ma per qualsiasi cosa chiamami è sarò da te, e poi c'è Tim a prendersi cura di te no?»
«Già.» so che non era molto come risposta, ma il semplice fatto che capiva l'importanza di Tim nella mia vita mi commosse a tal punto da strapparmi un sorriso di gioia.
*******
Rimasi in osservazione in ospedale per tre giorni dopo di ciò mi lasciarono andare, anche perché senza l'operazione c'era ben poco da fare. Mia madre invece si stava letteralmente uccidendo di lavoro per permettersi l'intervento, ed io ero sempre più convinta di trovarmi un lavoro per aiutarla.
Il problema è che Tim si era fatto talmente iper protettivo che alla sola parola "Lavoro" dava di matto. Ma non potevo starmene senza far niente, se la mamma continuava con questo ritmo sarebbe crollata per lo stress.
In più, come se non bastasse c'erano anche Peste, Guerra e Fame a rendermi la vita più complicata di come già non fosse. In realtà Peste tentò di riappacificarsi con me più di una volta, ma non volevo vederlo, non dopo quello che mi aveva fatto, ma per mia fortuna c'era Tim che lo teneva a debita distanza.
Quella mattina raccolsi tutte le mie forze ed andai a scuola, era una settimana che vi mancavo e per via delle mie assenze e per gli insegnanti che non mi dicevano niente, a scuola iniziò a correre voce che facevo da prostituta per gli insegnanti, che dire… di fantasia ne hanno da vendere.
Ma nonostante l'atmosfera inospitale non mi sarei lasciata condizionare da quel ammasso di caproni, anche se i pettegolezzi su di me facevano male volevo andarci ugualmente. In più, dopo la scuola avevo un colloquio di lavoro come cameriera in un ristorante, quindi ero troppo felice per farmi scoraggiare da tutti loro.
L'unico mio nemico in questo momento era il tumore, avevo un mal di testa bestiale e nonostante tutte le medicine che presi non accennava a placarsi. I primi sintomi detti dal dottore iniziavano a manifestarsi, si anche prima c'è lì avevo, ma non così, per farvi capire meglio era come se un martello pneumatico mi stesse martellando il cervello.
Alla seconda ora per quanto fosse doloroso iniziai persino a piangere senza rendermene conto.
«Vichi per l'amor del cielo va a casa» insistette Tim per la ventesima volta.
Ma come ogni volta, gli risposi con un "No" deciso, non volevo sentir ragioni, non potevo mollare proprio ora e poi detto francamente sia casa o a scuola non faceva tanta differenza, il mal di testa lo avevo sia qui che la, quindi non aveva senso tornarmene a casa. Volevo studiare come ogni coetanea della mia età, e né la malattia né il dolore me lo avrebbe impedito.
«Non fare la testarda, si vede lontano un miglio che stai male.» insistette per l'ennesima volta.
«Il testardo sei tu. io voglio studiare come qualunque ragazzo o ragazza della mia età. Detto ciò fa silenzio e fammi seguire la lezione.» Risposi autoritaria.
Apprezzavo davvero la sua premura nei miei confronti, ma non vedo come starmene sdraiata ad aspettare la morte potesse servirmi a qualcosa, e poi se vogliamo essere precisi non mi serviva aspettarla, visto che mi seguiva praticamente da per tutto.
Tim mi guardò furibondo, odiava quando non facevo come diceva lui, ma del resto non lo mai fatto, quindi dovrebbe averci fatto l'abitudine ormai. Lo guardai teneramente e come sempre non riuscì a mantenere il broncio quando gli facevo i miei occhioni dolci, infatti sbuffando rumorosamente dicendo sconfitto:
«Ok, tanto lo so che non fai mai quello che ti dico. Comunque, non scordarti che dopo la scuola devo andare con tua madre dall'estetista. Questo sabato c'è finalmente il ballo di fine anno, e se non ci vai ne rimarrebbe delusa, perciò volevo che ti riposassi.» .
Il ballo di fine anno, cavoli. Dopo tutto quello che era successo me ne ero totalmente scordata, e non potevo non andare con mia madre, ci teneva davvero tantissimo che vi partecipassi, molto più di me, e non potevo dargli questa delusione. Ma come facevo con il colloquio di lavoro? Ero con le spalle al muro. Tim notando il mio sguardo sorpreso esclamò con rimprovero:
«Vichi, te ne eri scordata non è vero? Sai che tua madre ci tiene moltissimo.»
«Si lo so.» ammisi pentita. «Ma resta il fatto che non voglio andarci, non con Peste.» dissi l'ultima frase con una nota di disgusto.
«Infatti non devi. Tu va a prepararti con tua madre, per il resto lascialo a me.»
Lo guardai confusa, cosa aveva in mente? Ma non feci nemmeno in tempo a chiedergli ulteriori informazioni che la prof mi richiamò spazientita. Il resto della classe invece mi rideva dietro, avendo assistito al mio dialogo con Tim, di conseguenza videro secondo loro che parlavo da sola, ma non me né importava più di tanto. Come ho già detto, voglio sfruttare al meglio il tempo che mi resta per creare più ricordi possibili insieme all'uomo che amo.
*********
Dopo la scuola, con una scusa mi liberai di Tim dicendogli che volevo trascorrere un po' di tempo da sola con mia madre, ed è anche vero in un certo senso, ma dovevo anche andare al colloquio di lavoro e precipitarmi al centro commerciale per le due e mezza. Impresa impossibile? Non per me, correvo più tosto veloce e se non perdevo troppo tempo c'è l'avrei fatta in tempo.
Raggiunsi il ristorante con venti minuti di anticipo, avevo preso viuzze e scorciatoie per arrivarci il prima possibile ed ora eccomi qui. Feci un grosso respiro, mi diedi una rapida controllatina allo specchio ed entrai una volta accettata che Jò non mi stesse seguendo.
Appena entrai una cameriera paffutella con una lunga coda di cavallo mi chiese se desirassi qualcosa. Aveva uno sguardo gentile, con un sorriso molto luminoso, ma appena le dissi che ero qui per parlare con il titolare la sua espressione cambiò drasticamente. Mi guardò con odio, rispondermi con tono irritato:
«Ah, si. Siediti, te lo chiamo»
Non capisco cosa abbia. Ma non ci detti tanto caso, mi accomodai nel tavolo che mi indicò la ragazza scorbutica ed aspettai l'arrivo del titolare. Dopo qualche minuto un ragazzo molto giovane, dai capelli castani mi strinse gentilmente la mano. Ha gli occhi castani e non poteva avere più di venticinque anni, e sinceramente parlando è anche molto bello, non quanto Tim mi pare ovvio ma comunque dovevo ammettere che era un bel ragazzo.
«Piacere signorina Victoria, mi presento io sono il figlio del titolare è gestisco io questo ristorante. mi chiamo Adam.» mi disse sicuro di sé.
«Victoria, ma per gli amici Vichi.» mi presentai, anche se era inutile visto che sapeva già il mio nome. L'avevo scritto nel curriculum.
«Victoria, qui nel curriculum c'è scritto che lei ha diciott'anni, ma è chiaro che non sia così. Può andare non ho tempo da perdere con le bambine.» mi rispose spazientito.
«Aspetti.» lo fermai impaurita. Avevo bisogno di quel lavoro a tutti i costi, e se questo voleva dire rivelare la mia condizione è così sia. «Per favore, ho bisogno di lavorare. Devo fare un operazione al cervello e costa troppo, mia madre dice di non preoccuparmi che c'è la farà, ma non è così. Lavora giorno è notte senza sosta, e tempo che possa prendere un malanno di questo ritmo. La prego, io ho bisogno di questo lavoro.»
Adam mi guardò sorpreso, chiedendomi preoccupato:
«Cos'hai esattamente?»
Fino ad ora non lo avevo mai detto a nessuno al di fuori di mia madre e Tim, ma se volevo questo lavoro dovevo aprirmi con lui:
«Ho un tumore in fase avanzato. Se non faccio l'operazione non mi rimarrà molto tempo da vivere, so che non dovrei occuparmene io, ma nemmeno posso far gravare tutto sulle spalle di mia madre. Per favore mi dia il lavoro, le prometto che sarò bravissima e lavorerò senza sosta.»
Adam mi guardò con uno sguardo carico di compassione, ciò che odia più di ogni cosa al mondo, per questo non volevo dirlo a nessuno ma in questo caso ebbi molta scelta, e dovetti sopportare con mio grande sforzo quello sguardo così odioso. Per mamma, lo facevo per lei.
Dopo qualche secondo a fissarmi egli mi disse quasi intimorito:
«Mi dispiace, vorrei darti veramente il lavoro ma tu sei minorenne è non posso proprio farti lavorare, potrei passare grossi guai mi capisci?»
Mi sentì il mondo crollare a dosso, non potevo lavorare perché ero troppo piccola, ma al tempo stesso non sopportavo di starmene con le mani in mano. Cosa potevo fare se non piangere? Ringraziato Adam per il tempo che mi aveva concesso e mi diressi verso la porta più afflitta che mai quando all'improvviso mi fermerò sulla soglia dicendomi:
«Aspetta.» si avvicinò a me è sussurrandomi all'orecchio: «Potrei farti lavorare in nero, ma se viene un controllo devi dire che sei mia sorella è che mi stavi dando solo una mano temporanea. Ti va bene?»
Lo guardai gioiosa, anche se lavoravo in nero non potevo lamentarmi, dunque lo ringraziai con un sorriso a trentadue denti e dopo averci scambiato i numeri di telefono per metterci d'accordo sul da farsi non appena nel ristorante si fosse un po' calmata la situazione. Essendo l'ora di punta avevano c'era un bel macello. Così lo salutai e scappai di corsa all'appuntamento con mia madre.
*******
Arrivai con mezz'ora di ritardo, ma per mia fortuna potetti incolpare i mezzi pubblici e non era nemmeno una bugia visto che i trasporti facevano schifo.
Mia madre, prima di andare dall’estetista mi porto in un negozio di parrucche molto realistiche. Solo una parrucca costava cento quarantaquattro dollari, ed anche se dovevo ammettere che erano fatte alla perfezione rimanevano comunque troppo care, soprattutto visto che stavamo risparmiando per l'interessamento, ma lei non voleva sentir ragioni.
«Mamma, davvero non è necessario della parrucca, fosse per me ci andrei anche in tuta.» tentai di convincerla per l'ennesima volta.
«Non se ne parla, la mia bambina dovrà essere bellissima per questo evento. Non che tu non lo sia già, ma quando varcherai la soglia d'ingresso dovrai essere talmente bella da far crede agli altri che sia apparso un angelo.» mi rispose mia madre con un po' troppa enfasi.
Ah, se è questo ciò che vuole allora l'avrei accontentata. Infondo è mia madre, ma con il cavolo che ci sarei andata con Peste, avrei finito di andarci con lui ed una volta arrivata al ballo di fine anno mi sarei seduta su una sedia in attesa che quella tortura finisca. Si prospetta una giornata di inferno.
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