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Capitolo 1 - L'arrivo nel Regno di Sonenclair (E)

Everly

Mi stendo sul letto della mia stanza, una minuscola cabina completamente grigia con il letto contro il muro e la scrivania con pile di libri su cui solitamente studio dall'altra parte, dopo aver indossato una veste scura come richiesto dal protocollo di transizione degli schiavi, e guardo il soffitto: giusto qualche giorno fa, mio padre, il Generale Armànd Greystone, nipote di James Greystone, mi ha svelato che, tra tutti gli infiltrati, mi è stata assegnata una missione di rilevante importanza.
Con la morte di Re Gregorio e la ascesa al potere di Re Gregorio II, i gemelli Nikolai e Maximilian, pronipoti di Edmund Sonenclair, sono i prossimi in linea di successione al trono.
Il Principe Maximilian Adam di Sonenclair ha annunciato che prenderà uno schiavo ed è, sicuramente, un'occasione d'oro per l'organizzazione.
Sono stata scelta come infiltrata n.14762 e il mio addestramento si è intensificato da allora.
Il mio compito è semplice: svolgere con onore la mia missione.
La mia missione? Sottomettermi, sedurre e uccidere il Principe senza essere sospettata, quindi per cominciare dovrò assicurarmi la fiducia della famiglia reale, e con questo essere nominata "Primis Slavus", ossia lo schiavo con dei privilegi.
Essere un Primis è ritenuto un onore per ogni schiavo di Sonenclair: possono avere una famiglia nel regno, continuando comunque a servire i nobili, ed essere degni di fiducia. In più possono ambire alla lotteria "Elite Slavus": avviene ogni Capodanno, ed è riservata ai Primis Slavus. Consiste nell'estrarre un numero tra i "Primis" e chi viene estratto diventa un Elite, con la possibilità di diventare un Nobile e ottenere un lavoro.
Questa divisione in classi sociali non serve a molto: puoi essere un Primis Slavus, o un Elite Slavus, puoi addirittura diventare un Nobile, ma sarai per sempre macchiato per il semplice fatto di essere stato uno schiavo.
Il Regno di Sonenclair ha un centro di smistamento.
Gli scienziati e gli ingegneri, gli stessi ad aver collaborato per la costruzione dell'isola di Sonenclair, hanno ideato un macchinario in grado di individuare le predisposizioni di ogni persona: ci sono tutti i lavori inimmaginabili e possibili, dai più umili come aiuto cuoco, giardiniere, barbiere e altri, a quelli più prestigiosi come attori, cantautori, scrittori e registi e chi più ne ha più ne metta.
Anche l'organizzazione ne ha costruito uno, all'insaputa del Regno di Sonenclair: quando mi misero in testa il casco per leggermi dentro avevo dieci anni e venni identificata come "Infiltrata". Da quel giorno ho passato la maggior parte del mio tempo a studiare schemi tattici e ad allenarmi in palestra e in combattimento.
Sento bussare alla mia porta e in pochi secondi mi metto a sedere, prima di alzarmi e stare sull'attenti. Non appena la porta automatica si apre, vedo la mia gemella Evelyn, con in mano un piccolo pacco. Lei era stata smistata come sarta. Di certo la sua postazione non le permette di esprimere tutta la sua creatività, ma non può che sottostare agli ordini della società, governata teoricamente dai Trafficanti di Sonenclair, un gruppo di Nobili con il compito preciso di mandare avanti l'isola e il traffico degli Schiavi.
Evelyn si avvicina, mi abbraccia con forza, e io non posso fare altro che ricambiare.
Sta piangendo e capisco perfettamente il perché: da quando siamo nate, ossia diciassette anni fa, non ci siamo mai allontanate per più di qualche ora.
Porto la mia mano robotica sulla sua schiena, e ogni volta guardo mia sorella rabbrividire.
A causa dei gas liberati nell'aria dopo i vari bombardamenti, le mutazioni genetiche pre e post parto sono aumentate notevolmente: io sono nata con una mano non sviluppata interamente mentre Evelyn è stata fortunata. Tutti i peli del suo corpo sono rosa.
Io sono nata anche con un'abilità: riuscire a creare il fuoco dal nulla. Il mio corpo riesce a produrre una quantità di calore e di gas dalle ghiandole sudoripare nel palmo delle mie mani che, associati a un veloce sfregamento per creare una scintilla, soprattutto ora che ho una mano bionica, danno vita a un fuoco che non mi brucia esteriormente, ma mi consuma le energie.
«Ti ho portato una cosa» mi dice all'improvviso, e apre il pacco.
Contiene due guanti senza dita in pelle, cuciti finemente tanto da sembrare solo un unico pezzo di materiale.
Sorrido gentilmente e li prendo entrambi per indossarli. Con ogni probabilità non mi daranno il permesso di portarli con me nel regno di Sonenclair, nessuno schiavo deve portare effetti personali.
«Non mi permetteranno di portarli» dico impassibile mentre li provo. Sono perfetti, sono anche molto belli. Vedo la chioma rosa di mia sorella scuotersi e quando tira fuori un permesso da parte della famiglia Reale, stento a crederci.

"Il Re di Sonenclair, Gregorio II di Sonenclair, discendente di Edmund Sonenclair, padre dell'umanità sopravvissuta, Capo di Buona Speranza, dichiara di concedere allo schiavo di poter introdurre nel regno di Sonenclair degli effetti personali, solo rispettanti il regolamento:
-Tutti gli effetti personali insieme non devono superare cinque chilogrammi;
-L'oggetto non deve essere pericoloso per i Nobili di Sonenclair;
-L'oggetto non deve essere dannoso per le strutture del Regno di Sonenclair;
-L'oggetto non può rappresentare nessun simbolo della Ribellione.
Se anche solo un effetto personale verrà considerato pericoloso o non rispettante le regole stabilite, lo schiavo subirà un processo.
Re Gregorio II"

«Cosa porterai con te? Questi guanti ti servono per controllare il tuo fuoco. Grazie a papà ho avuto la possibilità di entrare nel magazzino dell'organizzazione e prepararti questi. Saranno molto...»
Evelyn continua a illustrare i suoi guanti ininterrottamente prima di vedere la mia mano alzarsi per chiedere la parola. Solo allora si zittisce e mi guarda.
«Porterò i guanti Evelyn, ok? Non c'è bisogno che me li vendi in questo modo» la rassicuro.
Evelyn abbassa lo sguardo, in qualche modo imbarazzata dalle mie parole.
«È solo che...» riprende a parlare, «ai tuoi occhi nessuno è riuscito a farsi compiacere. Non hai mai lasciato nessuno avvicinarsi a te, nemmeno me, mentre io vedo le altre sorelle avere un legame così forte e affiatato. Ti voglio così tanto bene e sono sempre stata dalla tua parte, ma per una volta... potresti mostrarmi che ci tieni a me? Non so quando potrò rivederti.»
Le sue parole mi feriscono, ma io non lo lascio intravedere.
Non posso nemmeno farle capire che non ci tengo.
Passo la mano robotica tra i suoi capelli ondulati e cerco di proferire qualcosa.
«Quando tutto questo finirà, quando io porterò a termine la mia missione, vivrai come una principessa, o come una regina, e sarai per sempre felice. Farò di tutto per mantenere questa promessa.»
«E tu, Everly?»
Mi guarda negli occhi e quello sguardo mi consuma peggio del mio fuoco.
Abbasso il viso e mi allontano, dirigendomi verso mio padre che in quel momento era comparso sullo stipite della porta insieme a delle guardie per portarmi via.
Non ci riesco, non posso prometterle che sarò felice anch'io insieme a lei.
Mi sento così vuota e così devo rimanere per completare la mia missione.
Nessuna emozione, solo morte e gloria.
«Sei pronta, infiltrata?» mi chiede mio padre, camminando di fianco a me. Con la coda dell'occhio lo guardo e vedo che sta tenendo il mento alto e cammina con la postura degna dei generali più temuti dell'organizzazione.
Passiamo davanti alla sala d'addestramento e vedo uno dei miei compagni, Dymitri, combattere con una delle nuove reclute sotto l'attenta sorveglianza del Generale Olaf Wexor, figlio del Generale Oliver Wexor. Dymitri era il mio sostituto in caso mi fossi ritirata: è forte, muscoloso, bello, carismatico, attraente grazie ai suoi profondi occhi verdi e alla sua folta e lunga chioma che tiene perennemente legata in una coda bassa.
Ma oltre a essere "Mr. Bello" è anche "Mr. Letale".
«Signorsì Generale Greystone» rispondo, riportando gli occhi davanti me.
Non penso che mio padre mi dirà altro se non un augurio. Non è di sua abitudine dimostrare affetto. Forse ho preso da lui.
«Porta onore all'Organizzazione. Contiamo su di te» dice, freddo. Non appena metto piede nel treno che mi porterà al Regno di Sonenclair, mi giro e lo guardo. Il suo viso, nonostante la malformazione dell'angolo sinistro della bocca, è ancora severo. Pure i suoi occhi sono duri, e io annuisco semplicemente. Non che mi aspettassi qualcosa di più.
La cabina del treno non ha finestre, solo un sistema di filtrazione per l'aria, quindi non posso vedere nulla al di fuori di essa; sul soffitto pende una lampada al neon e io posso ben constatare che nell'angusto spazio ci sono un letto singolo, un cesto con viveri sufficienti per un giorno, e una porta che conduce a un bagno.
Il treno comincia a muoversi e dopo una buona mezz'ora inizio a sentire i vari sballottamenti della mia cabina sbattermi contro le pareti. Mi sdraio sul letto e chiudo gli occhi.
Mi risveglio qualche ora dopo, a causa di un suono allarmante del motore. Il treno è vecchio, dovrebbero cambiarlo.
Fin quando non aprono la porta, ripasso a mente il mio piano per diventare una Primis: l'organizzazione ha scelto me per sedurre il Principe, e io non so nemmeno cosa significhi stare a contatto con un uomo senza spaccargli la faccia o spezzargli le gambe durante un combattimento.
Quando finalmente sento il treno fermarsi e vedo la porta aprirsi mi rimetto in piedi e cammino fuori.
Mi ritrovo in una stanza completamente bianca, che sembra splendere di luce propria. Alla guardia, un trafficante mi guarda e mi chiede di alzare le mani. Gli mostro i guanti, sfilandoli dalle mie mani. Me li tocca per assicurarsi che non ci siano armi nascoste. Poi mi chiede di allargare le braccia e io obbedisco, formando una "T" con il corpo.
Quando finisce noto che dietro di lui sono presenti altre guardie, questa volta vestite con i colori del regno di Sonenclair, il porpora e l'argento, che mi fissano.
Il trafficante mi guarda e, senza farsi notare, mi allunga nuovamente i guanti e con la bocca mima la parola "Infiltrata".
Ecco il primo infiltrato, come me, nel Regno di Sonenclair.
Era così ovvio posizionare uno di noi all'entrata.
«Può passare. È pulita. Portatela dalla famiglia Reale» grida poi alle guardie che prontamente si mettono ai miei lati e mi scortano fino a una piccola piattaforma su cui saliamo. Mi fanno inginocchiare ai loro piedi e non capisco. La piattaforma si alza e percorre tutto un lungo corridoio fino a giungere a una porta, con una velocità assurda che mi costringe ad aggrapparmi alle loro caviglie.
Quando raggiungiamo il Regno non ho più il fiato. L'aria si era avventata su di me con così tanta forza da non permettermi il respiro, e non ero riuscita nemmeno a guardarmi attorno per avere delle informazioni sul canale.
Guardo in alto e tossisco. Poi lo noto: il bassorilievo dello stemma della famiglia reale, un'aquila avvolta dalle fiamme che, possente, tiene il becco puntato verso l'alto, sul portone attraverso il quale sarò condotta direttamente all'interno del castello.
Nel momento in cui varco la soglia del portone, una signora vestita di un abito lungo, attillato, bianco, ed elegante, dai corti capelli verdi e gli occhi neri, mi fa cenno di seguirla dopo avermi guardata dal basso verso l'alto.
Una guardia si mette al mio fianco e io inizio a camminare verso la donna.
«Come ti chiami, schiava?» mi chiede, prima di aprire la porta di una stanza. Quei corridoi scuri e illuminati solo da un lungo tubo di neon bianco fissato al soffitto sono i sotterranei.
«Sono una schiava senza nome» rispondo, con voce impassibile, portando le mie mani dietro di me. La donna si gira verso di me, prima di sporgersi di lato e ordinare alla guardia di chiudere la porta non appena entro insieme a lei.
La stanza è piccola, molto illuminata, arredata con mobili tutti di bianco, così come le pareti e il computer.
«Come ti chiamavano nell'isola degli Schiavi?» insiste lei, sedendosi su una sedia dietro la scrivania. Poi scosta i capelli all'indietro mostrandomi con chiarezza l'acronimo dell'organizzazione tatuato sul suo collo, mascherato da dei fiori.
«E tu?» le domando io. «Come ti chiamavano?»
La vedo sorridere e battere le mani. Sa chi sono.
«Mi chiamavano Xhyreis» risponde. «Ora rivelami il tuo nome.»
Alzo il mento verso l'alto e la guardo con sguardo fiero. Devo mostrarle che sono in grado di recitare: «Elizabeth» inizio. «Elizabeth Wexor.»
Annuisce compiaciuta e inizia a digitare sul computer.
«È stato tuo padre, il Generale Greystone, a darti la falsa identità?»
Sentirlo nominare mi smuove e mi riporta alla memoria che lui per me è e sarebbe rimasto solo il Generale Armànd Greystone.
«Sì» sospiro e mi avvicino a lei per vedere lo schermo. È un sito su cui sta registrando la mia entrata. Deve essere per il governo.
«Ha fatto bene a scegliere il nome della figlia del Generale Wexor» continua a dire. «Pur sapendo che la figlia di Wexor è morta in grembo a sua madre.»
«Ma questo il Re non lo sa» replico io. Non può davvero farmi saltare la copertura. È un'infiltrata quanto lo sono io.
«E sarà bene che non lo scopra» mi ricorda prima di stampare un foglio e consegnarmelo.
«È il permesso per vivere nel Regno, e il tuo certificato di sanità» mi dice, guardandomi con occhi attenti. «È soprattutto il primo passo per diventare una Primis.»

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