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Capitolo 66

HARRY STYLES

"Signore, posso cortesemente parlarle in privato? Vorrei farle un paio di domande riguardo ciò che è accaduto questa sera," disse George, recitando la parte di "poliziotto" e dandomi, di conseguenza, del lei.

George era ne I Selvaggi da un anno. Era originariamente un poliziotto ma, dopo che avevamo invaso l'Austria fu uno di quelli che, all'insaputa del governo, era diventato un membro de I Selvaggi. Era molto più semplice avere la polizia nella nostra gang. Ci metteva al corrente delle loro tattiche e di tutto ciò che avevano pianificato per 'fermarci'. Per come si stava comportando George, dovevano esserci anche dei poliziotti che non facevano parte de I Selvaggi, quando era accaduto il tutto.

Mentre guardavo Arabella seduta sui sedili posteriori dell'auto della polizia con le lacrime agli occhi, iniziai a sentirmi colpevole per le cose successe nelle ultime ore. Dovevo spiegare a George cosa fosse successo, non avrei mai permesso che la mia ragazza soffrisse da sola in galera per colpa mia. Entrambi ci allontanammo dal posto in cui era accaduto il fatto. Una volta arrivati in un luogo più appartato, dietro l'angolo, lasciai che la mia bocca si scatenasse.

"Dobbiamo immediatamente tirarla fuori di lì, cazzo!" Gridai e gli occhi di George uscirono quasi fuori dalle orbite.

"La  conosci?" Chiese, poggiando le mani sulla sua cintura. "Credevo fosse qualche ex fuori di testa."

"No, affatto! Non è come le altre, non ha la pelle dura! Quelle ragazze la distruggeranno! Ha solo 17 anni, non può restare un minuto solo in quella prigione, non importa dove finirà per avermi aggredito!" Affermai nervosamente, passandomi le mani tra i capelli. Cazzo.

"Chi è?" Domandò George, facendomi sospirare.

"Cazzo, è la sorella di Seth ed Elliot Casper. L'abbiamo sequestrata in America per un piano contro i fratelli," mentii. Lui strabuzzò gli occhi.

"È una Casper? Porca puttana, devi tirarla fuori di lì," disse, facendomi annuire e corrugare la fronte. "Aspetta, credevo che Niall mi avesse detto che il piano era finito e che avevate ottenuto ciò di cui avevate bisogno," disse e io mi affrettai a inventarmi una scusa.

"Beh, tecnicamente non è ultimato fino a quando loro non accettano," mentii di nuovo. Lui annuì e si morse un labbro.

Non riuscivo a smettere di pensare ai suoi occhi spaventati quando la canna della pistola le era stata avvicinata alla tempia. Se la polizia non fosse stata lì, l'avrei strappata via dalle loro luride mani e gli avrei sfracellato il cervello con la pistola che portavo appesa alla cintura. Ma ovviamente non potevo, non ora almeno, forse quando non ci sarebbe stata lei a guardare.

"Beh, quei due bastardi che erano con me hanno già riferito tutto alla stazione dove inizieranno a indagare. Se proviamo a tirarla fuori di lì adesso, ci saranno troppi sospetti e credo che l'ultima cosa che desideri, in questo momento, sia avere il governo alle calcagna," disse, facendomi mordere il labbro dalla furia.

"Allora che cazzo facciamo?" Domandai, i miei nervi avevano già preso la meglio.

"Beh, dobbiamo mantenere basso il profilo del tuo nome, ma allo stesso tempo, dato che tu sei la 'vittima', devi andare alla stazione di polizia per l'interrogatorio. Uno dei detective è mio amico, per cui ci può aiutare a inventare una storia. Forse non riusciremo a tirarla direttamente fuori ma possiamo accorciare i tempi," affermò mentre iniziavo a battere impazientemente il piede a terra.

"Per cui non c'è modo di farla uscire dalla galera?" Chiesi e lui fece spallucce.

"Puoi, è rischioso, ma puoi. Ascolta, dato che è minorenne, non andrà in prigione ma in un carcere minorile. Ma puoi fare una cosa, un po' rischiosa, che potrebbe salvarla dal carcere minorile e riportarla in Inghilterra molto più velocemente," disse e io corrugai la fronte.

"Cosa?" Domandai. Lui si guardò attorno circospetto e si avvicinò al mio orecchio.

"Dichiararla pazza."



ARABELLA CASPER

Mai nella mia vita avevo sperimentato un dolore simile. Solo quando avevo iniziato a credere che la mia altalena di sventure avesse smesso di oscillare, ero precipitata di nuovo nell'oscurità. Seduta in questa cella di custodia, con quelle manette di metallo che mi tagliavano la pelle, avevo realizzato come la mia speranza di ritornare a essere felice si fosse ridotta al nulla. In quasi due mesi, come ero potuta passare da una vita perfettamente normale al caos totale?

Sapevo che Harry fosse lì, forse non in quella stanza, ma sapevo fosse alla stazione di polizia. Avevo origliato alcuni poliziotti che discutevano di come "Harlan" non fosse un uomo felice. Mi ero rifiutata di ascoltare altro, ma non riuscivo proprio a resistere. Forse stava cercando di tirarmi fuori, ma questo non cambiava il fatto che mi avesse tradita, ferita e, sopratutto, fatto tutto questo senza curarsi di tutto il resto.

Come si era permesso di tirare fuori quel finto "Mi sentivo solo senza di te". Perché pensava di potermi buttare in faccia una cosa così dopo essere stato, non con una, ma con ben due ragazze in una notte, allo stesso tempo. Certo, l'avevo lasciato, ma c'era una ragione, tuttavia lui era riuscito a raggirare la situazione, colpendomi dritta in faccia con le sue azioni. Non immaginavo potesse arrivare a tanto. Ma cosa potevo dire?

Lui mi aveva avvertita. Sophia mi aveva avvertita. Suo fratello mi aveva avvertita. Perché io non avevo ascoltato? Invece di riparare l'irreparabile, dovevo restare vigile e respingere il tutto. Se solo lui non mi avesse baciata e coinvolta 'sessualmente', non avrei avuto problemi ad allontanarmi da lui, ma ovviamente non ero riuscita a farlo.

Ero attratta da lui? Ovviamente lo ero, era un figo. Neanche una donna sposata avrebbe negato quanto fosse bello. Tutto di lui mi attirava in un modo che non credevo fosse possibile. Il suo atteggiamento doveva essere migliorato, ma d'altra parte, quando si comportava in maniera civile nei confronti degli altri, era il ragazzo più dolce che si potesse incontrare, o almeno nella mia testa. Il suo umore non era dei migliori, ma non potevo dire che il mio fosse da meno.

Mentre rimanevo seduta sulla fredda panchina, sentii dei passi pesanti echeggiare nel corridoio, seguiti da altre due paia di gambe. Mi appallottolai al muro nel tentativo di nascondermi dalle persone che si avvicinavano.

"Arabella Casper," la voce lieve di un uomo sussurrò dall'altra parte delle sbarre. La mia testa scattò verso di lui, notando un paio di occhi grigi e dei capelli biondi e arruffati.

"Chi sei?" Domandai con una voce fortemente intontita.

"Tesoro, il mio nome è Alex e sto per portarti in una struttura più adatta a te, okay?" Disse, parlandomi come se fossi una bambina e non capissi una parola di ciò che diceva. Cosa stava succedendo?

Vidi la guardia di sicurezza dietro di me con le chiavi della cella in cui mi trovavo. La inserì nella serratura e aprì le sbarre. Alex entrò dentro e tirò fuori il suo palmo ruvido affinché io l'afferrassi. Scossi la testa e mi ritrassi ancor di più, cercando di scampare al suo sguardo. Mi rivolse un sorriso caloroso prima di avvicinarsi ulteriormente a me.

"Su, Arabella. Dobbiamo aiutarti," mi disse. Io guardai l'altro poliziotto lì vicino.

"No! No! Non voglio venire con voi!" Urlai, scuotendo la testa e ritraendomi di nuovo dall'uomo. La sua mano afferrò piano il mio avambraccio nel tentativo di tirarmi verso di lui.

"Arabella, ti prometto che è per il tuo bene," affermò dolcemente, sforzandosi di tirarmi su dalla panchina.

"Aiuto! Qualcuno mi aiuti! Per favore!" Pregai, scalciando e gridando mentre lui tentava ancora di tirarmi via.

"Arabella, per cortesia, non voglio sedarti," disse calmo, facendomi infuriare ulteriormente.

"Harry! Luchesi! Per favore, aiutatemi! Vi prego!" Urlai, senza badare a chi stessi chiamando.

"Fermati Arabella," disse l'uomo ma io continuai a scalciare e urlare; notai anche come stesse perdendo mano a mano la pazienza.

Sentii un forte colpo al collo, mentre qualcosa mi veniva iniettata con una siringa. Gridai dal dolore e collassai sul grembo di quell'uomo. Una volta che smisi di dimenarmi, l'uomo mi prese tra le sue braccia e mi portò fuori dalla cella. La mia vista cominciò a offuscarsi e iniziai, a poco a poco, a vedere tutto nero. Prima di perdere i sensi, riuscii a sentire Alex parlare a un altro uomo lì presente, vestito quasi con la stessa divisa.

"Dobbiamo portarla immediatamente all'ospedale psichiatrico di Vienna, prima che si svegli."

E poi, tutto divenne nero.

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