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Capitolo 39

Mi morsi nervosamente le labbra, cercando di indietreggiare il più possibile. Non avrei ottenuto nulla se mi fossi comportata da codarda, ma cos'altro avrei potuto fare? Io ero nel torto e lui si sarebbe arrabbiato ancora di più se gli avessi detto tutta la verità; avevo molta paura di lui.

Si avvicinò al mio letto e poggiò un ginocchio sul materasso, mentre io continuavo ad allontanarmi ancor di più. Lui sorrise e si chinò, guardandomi con i suoi occhi verdi. In un altro contesto, avrei trovato le sue azioni attraenti e sexy, ma non ora, non quando sapevo che avrebbe iniziato a sbraitare da un momento all'altro.

"Smettila di provocarmi," ringhiò, avanzando lentamente sul letto e lasciando solo pochi centimetri di distanza a separarci.

"Non lo sto facendo, ho paura," replicai, il mio respiro diventò irregolare a causa della sua vicinanza.

"Tu hai sempre paura," commentò, facendomi venir voglia di alzare gli occhi al cielo. Forse se tu non mi tormentassi tutto il tempo io non sarei sempre così spaventata.

"Mi farai del male," dissi, mentre lui interrompeva i suoi movimenti e posava lo sguardo su di me. Si tirò su a sedere e mi guardò scioccato.

"È questo che pensi? Che ti farò del male?" Chiese, come se fosse assurdo ciò che avevo appena detto.

Lo guardai a bocca aperta, stupita. Ma di cosa stava parlando? Era quello lo scopo delle sue "punizioni", farmi del male ed entrare nella mia testa per farmi credere che lui fosse migliore di me. Era questa la ragione per cui lo faceva, per mostrarmi la sua autorità e il suo potere, sapeva di essere forte e intimidatorio, e usava queste qualità contro di me.

"È a questo che servono le tue punizioni," affermai come se fosse la verità. Lo era, vero?

Chiuse gli occhi e arricciò il naso. Scosse la testa e fece affondare le sue dita nella profonda chioma di ricci. Ma li pettinava ogni tanto? Sembravano sempre essere spettinati, ma allo stesso tempo, impeccabili.

"Farti del male non è nelle mie intenzioni, Ara," affermò con calma, respirando lentamente.

"Sembra che lo sia, invece," mormorai, mentre sul suo viso appariva un'espressione che non riuscii a decifrare. Tristezza? Rimorso?

"Lo scopo delle mie punizioni non è quello di farti del male, ma di disciplinarti e farti capire cosa è giusto e cosa è sbagliato," disse, come se fosse un genitore che mi stava facendo la ramanzina. "Ti faranno del male, Ara, io sono un uomo forte e tu sei una ragazza fragile. È inevitabile."

"Perché lo fai se sai di farmi del male?" Chiesi, mentre mi lanciava un'occhiataccia.

"Perché le sensazioni di dolore e imbarazzo ti faranno pensare alle conseguenze delle tue azioni prima di agire. È una tecnica disciplinare, Arabella," disse, mordendosi il labbro.

Tutto ciò che feci fu annuire e poggiare il mento sulle ginocchia. Non mi sembrava il caso continuare a parlarne, volevo solo nascondermi nel mio letto e dormire fino a quando Seth ed Elliot non fossero venuti a salvarmi.

Harry si avvicinò leggermente, ma questa volta glielo lasciai fare. Ero così stanca di discutere con lui; a volte mi capitava di pensare di rompere una finestra del salotto e scappare, ma sapevo che lui mi avrebbe trovata; lo faceva sempre.

"Mi dispiace se a te non sta bene, ma è l'unico modo che conosco, l'unico che io abbia mai conosciuto," disse facendomi sollevare il capo e aggrottare la fronte.

"In che senso?" Chiesi a bassa voce, mentre la distanza tra me e lui diminuiva ancora.

"In casi di disobbedienza, questo è l'unico modo che mi è stato insegnato sin da quando ero piccolo," disse lentamente, stupendomi. Non avevo mai pensato a come potesse essere da bambino.

"Ti picchiavano?" Domandai, facendolo annuire.

"Mio padre lo faceva quando mi comportavo male, con molta più violenza di quanto io lo faccia con te," disse, scivolando lentamente in uno stato di sofferenza; stava ricordando.

"Harry. . ." Dissi, facendogli scuotere il capo.

"Non ne voglio parlare," disse severamente, ma come potevo lasciar stare?

Questa piccola informazione aveva abbattuto una piccola barriera in lui. Veniva picchiato da bambino? Il padre lo puniva ingiustamente? Era questo il motivo per cui fosse rimasto scioccato quando avevo ipotizzato volesse farmi del male? I pensieri vorticarono e saltellarono nella mia mente, intrecciandosi l'uno con l'altro.

"Posso restare qui? Con te?" Mi chiese, con degli occhi così supplichevoli ai quali non avrei potuto dire di no. Sapevo che dopo me ne sarei pentita, ma i suoi occhi erano così tristi.

Annuii e poggiai la testa sul cuscino accanto al suo, mentre il suo corpo si sistemava sul letto, pochi centimetri a dividerci. Si girò e rigirò nel letto, mentre io lo guardavo divertita. Frustrato dal fatto che non riuscisse a trovare la giusta posizione, si sdraiò di schiena.

Osservò il soffitto per un po' prima di tirarsi su a sedere. Lo guardai distrattamente, mentre si rigirava per afferrare il cuscino. Pensando che ci stesse solo giocherellando, tornai a rilassarmi sul mio cuscino. Non appena mi accorsi delle due azioni, sobbalzai.

La sua mano era dentro al cuscino, il cuscino che conteneva la lettera. Strillai e mi allungai per afferrarlo, ma era troppo tardi. La lettera era già stata presa dalle sue mani; il mio respiro divenne affannoso, mentre lui aggrottava la fronte.

"Cosa diavolo è?" Chiese, cominciando ad aprire il foglio.

"Smettila, ti prego!" Dissi, cercando di afferrarla ma il suo braccio mi bloccò. "Harry, ti prego, lasciala!" Urlai, mentre le lacrime cominciavano a scendere per la paura.

Si sarebbe arrabbiato così tanto dopo averla letta. Sapevo che sarebbe esploso, mi avrebbe urlato contro, e dopo mi avrebbe fatta sentire in colpa. Cercai di allungare entrambe le braccia nel tentativo di prenderla, ma non appena lo feci, la sua mano libera mi afferrò duramente i polsi.

"Per favore smettila, Harry!" Urlai nuovamente, ma era inutile; la stava già leggendo e si stava già arrabbiando.

Dopo averla letta, mi guardò scioccato e terrorizzato. Terrore? Aspettate, cosa? Tornò a guardare la lettera e dopo di nuovo me, prima di mordersi con forza il labbro. Lasciò andare le mie mani, mentre le sue finivano tra i suoi capelli.

"Cazzo, quante ne hai ricevute?" Domandò, facendomi velocemente aprir bocca.

"Solo questa," dissi con un tono di voce bassissimo.

Continuò a mordicchiarsi il labbro e scosse la testa. Si stava innervosendo, era confuso o arrabbiato, non era affatto in grado di pensare lucidamente, e io non sapevo cosa fare. Se avessi provato a parlagli, si sarebbe arrabbiato ancor di più ma non potevo lasciarlo in quelle condizioni.
Ma, prima che potessi dire qualcosa, lui parlò.

"L'hai ricevuta questa mattina?" Mi domandò. Annuii immediatamente, facendolo sospirare. "Devi venire con me," disse, mentre lo guardavo confusa. "Ora."

Mi alzai dal letto e iniziai a camminare sul freddo pavimento. Non avevo mai realizzato quanto confusa mi rendesse questo uomo. Sapevo che si sarebbe arrabbiato, ma al momento sembrava più preoccupato. Un pizzico di sollievo mi sommerse sapendo che non fosse arrabbiato, o perlomeno non lo dava a vedere.

Volevo sapere il motivo per cui la lettera lo stesse turbando così tanto. Sapeva chi l'aveva mandata? E se fosse così, come aveva fatto a capirlo così velocemente? Forse era qualcuno di un'altra gang o magari qualcuno appartenente alla gang dei miei fratelli. Rabbrividii al pensiero.

Il suo corpo si muoveva velocemente, mentre ci allontanavamo dalla mia camera. Dove stavamo andando? Mentre lo seguivo, un pizzico di speranza mi attraversò il corpo; forse mi stava finalmente portando nella camera chiusa a chiave. Ma, con la stessa velocità con cui questo pensiero era affiorato nella mia mente, svanì quando lui prese le scale, invece di proseguire nel corridoio.

Giocherellai nervosamente con le mie dita, mentre scendevamo in silenzio. E se Harry avesse chiamato la persona che aveva scritto la lettera? E se stessimo andando proprio da questa persona? La mia mente si riempì di pensieri folli, che cercavano una risposta a ciò che stava per accadere.

Non appena finimmo di scendere le scale, Harry si diresse verso il suo ufficio. Rabbrividii per le parole che ci eravamo precedentemente scambiati qui dentro. Il suo telefono era ancora sul divano, dove l'avevo lasciato prima che lui iniziasse a urlare il mio nome.

Andò verso la sua scrivania, mentre io rimanevo in silenzio. Uno dei cassetti venne violentemente aperto e un piccolo pezzo di carta ne uscì fuori. Il mio stomaco sprofondò. Anche lui ne aveva ricevuta una. Era della stessa misura e anche il tipo di carta era identico al mio.

"La stessa calligrafia e non solo," disse, lasciandomi senza parole. La calligrafia era identica.

"È stata mandata a te?" Domandai, conoscendo già la risposta ma volendola comunque ascoltare ad alta voce. Lui annuì e mi guardò nervoso.

"Leggila," disse, porgendomela con un'espressione vuota sul viso. Presi un respiro profondo e cominciai a leggere la familiare scrittura:

'Harlan, ti stai trovando bene col tuo falso nome? Beh, che dire, ne è passato di tempo, no? Tre, quattro anni? Non riesco a ricordare ma vedo che tu ti sia dato molto da fare. Cos'è questa storia che tu hai una ragazza? Arabella Casper. . .lo so. . .io so tutto. Molto carina, eh? La sorella di Seth ed Elliot? Mi ricordo di aver parlato con lei quando era più piccola, se mai avrò il piacere di rincontrarla le farò sicuramente ricordare chi sono. Aspetta, sa chi sono io? O non avete ancora tutta questa confidenza? Ciò mi sorprenderebbe, perché sei sempre stato bravo con le ragazze, e se non le fossi ancora entrato nelle mutande, ne resterei scioccato. Non ho altro da dire, forse tornerò in Europa e ti verrò a trovare. Ti ho scritto molti messaggi ma mi stai ignorando. Come mai? Hai paura, Harry? Ricorda che ti conosco meglio di quanto tu conosca te stesso.
A presto,

Luchesi.'

Osservai la lettera con fronte aggrottata. Luchesi? Chi era? Perché il nome mi suonava familiare? Ci pensai su. I messaggi! Mi ricordavo di aver letto il suo nome tra la lunghissima lista di messaggi arrivati sul telefono di Harry; nel profondo sapevo si trattasse di una persona importante.

"Chi è Luchesi?" Domandai, cercando di ottenere risposte da Harry.

"Lui- lui è. . .n-noi. . ." Prima che Harry potesse finire la frase, la porta dell'ufficio venne spalancata e riconobbi immediatamente la chioma di capelli color porpora.

Niall.

"Cosa state facendo qui dentro?" Chiese con un sorriso che svanì immediatamente non appena vide i fogli di carta nelle nostre mani.

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