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Capitolo 7

Si sta gonfiando sempre di più; sono scandalizzata, pietrificata.

Non so più cosa fare.

Lo analizzo meglio e noto che quel punto era proprio dove mi ha colpito la luce; strano, molto strano.

E se è qualcosa di grave?
Veramente grave?

Non avrei più rivisto i miei genitori, i miei amici, nessuno.

Mi faccio forza ed esco di fretta dal bagno, mi avvicino alla porta: se avessi avvertito qualcuno, un medico o un infermiere, magari ero ancora in tempo per salvarmi.

Giro la maniglia e tiro ma c'è un problema, la porta non si apre.

Provo in tutti i modi, e mi accorgo che è chiusa da fuori ed è praticamente impossibile riuscire ad aprirla.

Sono nel panico.

In quel momento pensai che non mi sarei mai salvata, che mi dovevo arrendere, era finita.

Mi appoggio al muro e ripenso ai momenti più felici, quelli in cui ero stata veramente bene, e mi accorgi che furono pochi quelli belli.

Nell'arco di poco tempo mi sono successe molte, troppe cose, ancora incomplete, che non trovavano pace nella mia mente.

I ricordi di mio padre riaffiorano: mi ricordo di quando mi cullava nella mia vecchia camera, con le pareti rosa e le grandi finestre in fondo alla stanza che davano verso la strada, sempre affollata; delle lunghe passeggiate al mare e dei giorni passati insieme al luna park.

Era il papà che avrei sempre voluto: gentile, amorevole, premuroso, giocoso ma anche serio; insomma, era il mio superpapà, ma anche i supereroi più forti hanno sempre un punto debole, il suo ero io.

Ma non ho ricordi limpidi di lui, di come era fatto, del suo volto, niente.

So solo che mi manca, mi manca tanto.

<Ma cosa...?!>
Mi sveglio in un bagno di sudore

È stato solo un sogno...

<Un fottutissimo sogno?!>
Urlai.

Mi alzo dal letto e guardo l'ora, erano le 2:30.

Corro in bagno, mi tolgo il maglione; per fortuna non c'è nulla, non è né rosso né gonfio, niente.
Faccio un grande respiro di sollievo, sono salva.

Mi dirigo subito verso la porta per vedere se è aperta; sto per girare la maniglia quando sento due persone, sembrano le voci di due ragazzi, parlare proprio dall'altra parte della porta:

<È questa la stanza?>

<Sì, è qua dentro>

<Ricordati il piano, ok?! Non fare come al solito sennò manderai all'aria tutto!>

<Sì certo, ho già messo tra i pasticcini una capsula, non preoccuparti!>

<Bene, io ritorno alla foresta, c'è stato un altro attacco dei "qeddar" al villaggio Nord>

<Ok io rimango qui. Attento a non farti vedere!>

<Non preoccuparti.>
Dopo di che non riuscii a sentire più nulla.

Cos'è appena successo?!
Mi impegnai al massimo, ma non riuscii a riconoscere di chi erano le due voci.

Da quanto erano vicini potevo percepire la loro forza, la loro aura di potere, ma ce n'era una di quelle due che mi sembrava familiare, l'avevo già sentita.
La sentivo lontana ma anche vicina, cattiva e malvagia; sentivo un odio profondo verso questa, come se avesse fatto qualcosa di terribilmente irreparabile da far scatenare tutta la mia ira.

Cerco di calmarmi e pensare che magari stavano parlando della stanza accanto alla mia, oppure che avevano sbagliato camera ma troppe cose coincidevano: come il fatto che avessero parlato della foresta, che stessero parlando della stessa foresta in chi mi ero persa e dove vidi la luce?; e sapevano della scatola dei pasticcini che mi aveva regalato Ruby, e che uno di questi conteneva...una capsula.

Oh no, e se...

Ma scaccio quel pensiero e prendo subito il pacco.
Lo apro, ci sono rimasti due dei sei dolcetti.

Inizio ad aprire quello al cioccolato alla ricerca della famosa capsula, ma non la trovo; così mi affretto ad aprire l'ultimo, quello alla crema, se non l'avessi trovata nemmeno lì ero realmente spacciata.

Lo spezzo a metà e cerco ma nulla, non c'è niente.

Butto la scatola per terra; sono stremata.

Troppe cose sono successe, prima la scomparsa inspiegabile di Ruby, poi il sogno strano e infine questo.

Sto per buttare via quel pacco rosa cipria che tanto mi aveva fatto felice, quando, sul fondo della cartina che ricopriva il pasticcino alla crema, vedo qualcosa luccicare:

<La capsula!>
Esulto

La tiro fuori e, come sempre, inizio ad esaminarla: è piccola, grande quanto metà unghia; sembra fatta tutta in ferro o qualche materiale simile, ma è flessibile.

È ancora chiusa, quindi decido bene di aprirla.
Appena la schiacciai uscì subito un liquido verde gelatinoso che aveva un odore acido.

Oddio?!
E la butto subito nel cestino.

Sono più scioccata di quanto non lo sono mai stata:

Chi ha cercato di avvelenarmi?

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