Ameba_Unicellulare
Pisa,
02 Marzo 2024
Anche ieri notte non ho dormito.
Per quanto mi sforzi, ogni volta che poggio la testa sul cuscino, la testa si affolla di tutti i pensieri che cerco di seppellire durante la giornata. Sembra far finta che il dolore non c'è, quando hai tante cose da fare: è quando ci si ferma, che tutto torna a galla, fino ad annegarti. Ultimamente cerco di riempirmi di più impegni che posso: mi sveglio presto la mattina, vado a correre, frequento l'università e poi studio, lavoro, palestra. E così via, tutti i giorni. Sono uscita pure con degli amici, stasera, malgrado fossi stanca morta e mentre mi truccavo facevo fatica a tenere aperti gli occhi.
Ho corso i lungarni per raggiungere in tempo il luogo dell'incontro e intorno a me tutto era silenzioso, quasi spettrale. Le poche persone che erano in giro non sembravano appartenere a questo posto, erano stati ritagliati da un altro luogo, lontano da qui, e incollati sopra il marciapiede, un collage raffazzonato di un bambino fin troppo creativo.
È passata solo una settimana, ma è come se questa città dovesse ancora riprendersi da quello che è successo. Non lo vedo solo nei manifesti di protesta attaccati ai muri delle case o dall'atmosfera tesa che aleggia nell'aria. È anche nelle chiacchiere di circostanza dei colleghi in università; è nelle esclamazioni di indignazione dei signori di mezza età che, seduti al bar, commentano a bassa voce le notizie della mattina; è nelle domande incuriosite dei turisti: si sono accorti che c'è qualcosa che non va, ma molti non sanno cosa sia esattamente; era negli argomenti dei miei amici questa sera, tra una birra e l'altra.
E niente. Per quanto cerchi di non pensarci, alla fine i cattivi pensieri riemergono lo stesso. È impossibile ignorare qualcosa che è accaduta proprio intorno a te, alla fine è inevitabile che i tuoi sensi captino un suono, o un particolare visivo, che la mente associa automaticamente a un concetto che vuoi dimenticare. Basta poco, e il cervello inizia a rielaborare ancora una volta riflessioni su cui non vorresti soffermarti.
La verità è questa: non posso far finta che non sia successo nulla. Non mi basta riempire le giornate di attività fittizie per dimenticare ciò che ho visto. I video che scorrono a ripetizione, in tv o sul telefono, di quei ragazzi che si fanno avanti con tutto loro stessi pur di far sentire la propria voce, ma che vengono messi a tacere con quella brutalità che nessun gesto può giustificare, sono ancora lì e fanno ancora male.
Di questa nuova generazione si è detto di tutto. Dicono che sono indifferenti, che vivono in un mondo tutto loro, distaccato da quella che è la realtà. Che i social, la trap, lo smartphone, la droga, o chissà quale altro mutamento sociale incomprensibile a chi li critica, li abbia rintontiti.
Una volta... Ai miei tempi... Chissà quante volte, pure tu, avrai sentito questo genere di discorsi! L'oggetto dell'invettiva era sempre diverso, ma la conclusione era, ogni volta, la medesima: i giovani d'oggi sono dei disgraziati.
Eppure, io, una settimana fa, non ho visto giovani indifferenti verso ciò che li circonda. Ho visto ragazzi che lottavano per un futuro in cui ancora credono, malgrado tutto. Hanno deciso di battersi per un mondo che non approvano e che vorrebbero fosse diverso. Chi era davvero indifferente a ciò che li circondava, erano coloro che stavano dall'altra parte della barricata.
Spaccare a manganellate la faccia di un minorenne che ti supplica di smetterla non è "mantenere l'ordine". Per quel che mi riguarda, non è che un tentativo brutale di riaffermare la propria forza, a spese di chi è più debole e indifeso. Nulla di più. Come si può provare rispetto o ammirazione nei confronti di qualcuno che non riesce a sua volta a rispettare la divisa che indossa?
Non so cosa mi faccia più paura, se il mondo in cui viviamo adesso o l'impressione che, in realtà, nulla mai cambierà davvero. Ci saranno sempre giovani che protesteranno per una causa che riterranno giusta e amanti dello status quo che li attaccheranno e soffocheranno in nome di un ordine da preservare. Cambiano i mezzi, le tecnologie, le ragioni per cui ci battiamo, le guerre e i confini politici, ma la volontà di annichilire con tutte le nostre forze quelli che – seppure deboli – rischiano di mettere in discussione l'autorità, è sempre presente.
Forse ti sembrerò troppo pessimista, oppure troppo radicale nei miei giudizi, o forse fin troppo superficiale. Chi lo sa? Non sono certa neanche io di quello che sto dicendo. L'unica cosa di cui sono davvero sicura è che neanche stanotte chiuderò occhio.
Spero che questa lettera ti trovi con un umore più sereno del mio.
Buonanotte,
Lorenza
Perugia
07 marzo 2024
Carissima Lorenza,
Come immagino tu ti sia accorda, ho domandato al tempo di lasciarmi una tregua, una finestra di qualche giorno per ragionare e risponderti con la dovuta calma. Ho avuto di cui riflettere e ho dato un fondo a certi pensieri.
Darti torto m'è impossibile. Mi piacerebbe poter parlare d'altro, pensare ad altro, ruggire e strillare all'Italia di tornare sui suoi passi a fare qualsiasi idiozia stesse combinando. Nel sonno sogno di vivere come se nulla fosse successo. E urlo al mondo cose tranquille.
Tuttavia, non si sfugge al vero. I fatti hanno la testa dura. Possiamo rannicchiarci in un angolo a piangere e fare finta di nulla, correre e giocare, ingannare la mente riversando corpo e anima su qualcos'altro, ma la realtà verrà sempre a prenderci. E farà sempre male.
Come suona repressione? Una brutta parola? A me non piace molto, roca e perversa, un po' stonata. Alcuni l'adorano. Se la tatuano addosso nei suoi tanti disegni, nelle più variegate e contorte forme. "Ma è una male necessario" arrivano a cantilenare, a borbottare roteando gli occhi "dove andremmo a finire, se non ci salvaguardassimo dalle masse di bifolchi e scellerati?"
E il pendolo oscilla, vortica e vola e dondola da una parte all'altra, ma conduce a un risultato univoco, bifronte e duplice seppur identico nei suoi volti gemelli. La repressione.
Non mi professo anarchico. Non ti proverò l'inutilità di leggi, poliziotti, carabinieri o chicchessia. Non ammetterò di voler vedere l'Italia ardere e divertirsi sghignazzando e saltellando nel fuoco.
Ma mi pare inadeguato, inaccettabile alzare le mani e sguainare i manganelli su un poveretto in mano alle sue febbri sognanti di giovanili illusioni. Non un soldato armato e pronto a fare fuoco, bensì un ragazzino inerme, vittima delle sue idee, preda del suo impulso a incidere nell'aria parole su un mondo nuovo e diverso.
Libertà ha un timbro maestoso, mille fiori e odori e mille tinte, i mille volti di un solo mondo incastonati in poche sillabe incollate tra loro dalla musicalità di una lingua libratasi sulle pareti del palato.
E l'hanno annientata, zittita con un sorriso a imbiancargli la camicia.
Santi quei ragazzi, martiri di una generazione denigrata dalle altre. Lottavano in vece di un futuro irrealizzabile stando seduti, si battevano insigniti del dovere divino e intoccabile di farsi vedere alzando il volume della propria voce. E i loro lamenti, schiamazzi e trilli e tragici silenzi, strazianti sinfonie scritte dal panico e dal dolore, riecheggiano in tutta Italia.
Cose più felici,
Filippo
Nota degli autori
Eccovi il nuovo capitolo, scritto in collaborazione con Ameba_Unicellulare . Il tema trattato stavolta riguarda le proteste di Pisa delle precedenti settimane. Spero vi piaccia.
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