Capitolo 18 • Stoffa
Mi dovetti contraddire: Maddie era capace di farmi sentire il re del mondo oppure uno straccio per pulire i vetri. Quel sabato mattina, scelse lo straccio.
Avevo fatto l'impossibile per arrivare alle nove spaccate davanti alla porta di casa sua: studio fino alle nove di sera, cena rapida e nanna alle dieci, pronto per dormire soltanto sei ore e vedere il sole sorgere alla guida. Non ero andato particolarmente veloce, ma sicuramente spedito, facendo attenzione a non cedere agli sbadigli e a prendermi una pausa di venti minuti buoni dopo due ore di percorso. Un po' stanco ma felice di vedere la ragazza che amavo, avevo fatto un'ultima tappa da Buttery, un bar dove ci eravamo trovati più volte con Chloe e Steve a fare colazione prima di andare a scuola. Avevo preso dei muffin di vari gusti e due caffè da asporto, quindi avevo parcheggiato e bussato alla porta.
Maddie, in pigiama e visibilmente irritata, si era presentata con le braccia conserte e un gracchiatissimo "non vogliamo pubblicità".
«Maddie... Sono io. Peter» farfugliai, confuso.
«Ah. Non sono sicura che Flo abiti qui, sai? Potresti provare a fare un giro a Manhattan o in un altro posto da ricca sfondata superchic. O, almeno, questo è tutto quello che mi ha insegnato Gossip Girl. Bionda uguale, non lo trovi esilarante?»
Trovavo quella scenetta assolutamente ridicola, ma sapevo di essere nei guai fino al collo e non avevo alcuna giustificazione valida. Mi ero comportato da idiota e ne stavo subendo le conseguenze.
«Tu lo trovi esilarante?» rigirai la domanda.
Maddie andò su tutte le furie, calciando via l'aria da sbruffona che emanava quando sapeva di avere ragione in una disputa. Avevo perso il conto di quante volte avrei voluto strozzarla e baciarla allo stesso tempo. In quel momento, mi sarei accontentato volentieri di sparire soltanto.
«No, per niente. Non so se te ne sei reso conto, ma la figura della cornuta ce la faccio io» sibilò, a braccia conserte.
Mi accorsi solo in quel frangente di avere ancora la colazione in mano.
«T-ti ho p-portato... Dei muffin. E un caffè. E... le mie scuse, se cerchi bene in fondo al sacchetto» tentai di salvarmi, sdrammatizzando seppur sul filo del rasoio.
Lei resse il gioco, ma il taglio crudele dello sguardo mi avvertì che non potevo ancora proclamare vittoria. Cominciò a frugare nel sacchetto, dapprima seriamente e poi soltanto fissando il mio volto con durezza.
«Che c'è?» domandai, ingenuo.
Sbuffò.
«Non trovo la cosa più importante... Eppure, deve essercene almeno una briciola... Tu che dici?»
Ahia. Si metteva male. Anzi, malissimo. Una profonda sensazione di disagio emerse dalle mie membra e si insinuò ovunque, confluì nel sangue e ne attraversò tutta la circolazione, facendomi rabbrividire come poche volte nella mia vita avevo sperimentato.
Respirare divenne un'azione difficoltosa da compiere, più che un riflesso involontario. Avevo il cuore a mille, il cervello in black-out e, se Maddie avesse continuato a fissarmi con silente cattiveria, mi si sarebbe presto annebbiata la vista.
«Oh! L'ho trovato... L'ultimo, piccolo, fragile e tremante rimasuglio di rispetto che mi hai portato. Grazie. Dev'essere stato pesante da trasportare fino a qui. Quindi grazie, davvero, per tutta la fatica che hai fatto. Vuoi un po' d'acqua? Ti vedo affannato» continuò a recitare Maddie, perdendo di vista la serietà della mia condizione psicofisica.
«Non è un gioco» mormorai, afflitto.
Lei sollevò un angolo delle labbra.
«Perché, io sì? Guarda, prenditi questa patetica colazione e mangiatela da solo, che ne hai bisogno. Se ti calano troppo gli zuccheri poi svieni e rimani bloccato qui, lontano dalla tua preziosissima Flo e oh, non sia mai!»
La sua vena drammatica aveva ormai preso il sopravvento. Se fossi stato più lucido, sarei scoppiato a ridere perché raccomandavo a Jason di mostrarsi sicuro di sé e convinto delle proprie azioni davanti a Flo, mentre io facevo la figura del cretino con la ragazza che amavo e a cui avevo seriamente mancato di rispetto. Non riuscivo neanche a dirle quanto la amassi e quanto desiderassi mettere a posto le cose: la sua perfidia intransigente mi stroncava sul nascere ogni forza motrice.
Maddie si spazientì e fece calare la facciata.
«Perché sei qui, Peter?» sospirò.
Era visibilmente stanca e tirata. Mangiava abbastanza? Dormiva abbastanza? Faceva sport all'aperto? Beveva due litri d'acqua al giorno? Si riposava mai? Non mi ero informato su nulla, non parlavamo di nulla. E lei aveva smesso di tentare. Mi si spezzò il cuore a vederla lì, in piedi, nel tentativo strenue di tenere aperta una porta che avrebbe voluto sbattermi in faccia con tutta se stessa.
«Perché ti amo» dissi, senza neanche pensarci su.
Lo dissi con una naturalezza che mi spaventò: come pensavo che sarebbe bastato il sentimento a tenere in piedi una relazione intera? Avevo mancato di impegno in maniera smisurata, avevo mancato di rispetto. E lei era ancora lì. Quanto tempo avevo prima di mandare tutto a quel paese sul serio?
No, non me lo potevo permettere. Non avrei buttato via tre anni di prese in giro finalizzate a mascherare il fatto che ero innamorato perso di lei, il coraggio che avevo faticosamente raccolto al ballo di fine anno per rivelarle la verità e baciarla, tutti i bei momenti trascorsi insieme da allora. Le sere in cui si accoccolava al mio petto e si addormentava ben prima di metà film, le piccole mani bianche che scaldavo d'inverno, il sorriso mite che mi rivolgeva quando le spiegavo fenomeni che per lei avrebbero potuto non necessitare di alcun perché dietro cui arrovellarsi, gli occhioni dolci con cui mi guardava quando le ricordavo quanto fosse bella e quanto somigliasse, in delicatezza, al petalo di un fiore. E la sua voce fioca, misteriosa, che canticchiava piano per farmi innamorare e finiva con il bussare alle porte dell'erotismo, scoprendo aree di me che non credevo reali ma puramente oniriche.
Eccome se non me lo potevo permettere. Non avrei mollato così facilmente, non la prima persona che mi aveva insegnato ad amare veramente. Perché amarla era facile come respirare, ma il respiro poteva essere ostacolato dall'ansia, dallo stress dell'essere sotto pressione, da circostanze non favorevoli, aria viziata... Dovevo solo ritrovare una boccata di ossigeno non contaminato e dimostrarle che potevo respirare normalmente, come prima, o forse anche meglio.
«Anch'io, purtroppo».
Annaspai.
Lugubri lacrime le solcarono le guance asciutte, ingrigite dalla fatica, dai troppi pensieri. Il mio cuore le assorbì tutte. Una per una.
«P-purtroppo?» ripetei, come un ebete.
«Sì, purtroppo» singhiozzò. «Sarebbe facile lasciarti e basta, fare finta che non mi faccia male la distanza, che a parlarti ora e scriverti messaggi mi sembra la stessa cosa. E invece no, sono proprio innamorata di uno che l'amore non sa nemmeno dove l'ha messo, anche se dice di sentirlo. Figuriamoci ad esprimerlo...»
Mi trafisse da parte a parte con crudeltà pulita. Aveva ragione al cento per cento, ma sentirmelo dire era molto peggio che saperlo dentro di me. Ascoltare la mia voce preferita al mondo demolirmi così toccò la soglia dell'insostenibile.
Io non ero fatto per gestire i sentimenti, l'avevo intuito a monte: ogni mio sbaglio in amore ne era la conferma. L'unica cosa che mi riusciva bene era illudere, fingere che andasse tutto bene e crollare dietro le mura da solo, per poi valicarle come se non le avessi costruite io stesso e andare a chiedere a chi stava dall'altro lato perché si sentiva tagliato fuori.
In extremis, un campanello d'allarme richiese l'attenzione di tutti i neuroni ancora funzionanti. Pochi, alcuni ancora presi a stropicciarsi i dendriti e sbadigliare, ma ben allineati in ascolto: era stato lanciato un guanto di sfida. La sfida consisteva nell'esprimere amore. La centrale compose il numero telefonico del buon senso, che ultimamente aveva preso troppe ferie... E infatti non rispose. L'ego, che passava lì di fianco, udì lo squillo e richiamò, prontissimo a dare una mano in caso di necessità. No, non c'era, ma l'ego era tutto il contrario di come apparivo normalmente e il modo di entrare in scena se lo creava ex novo, originale e spumeggiante come Jim Carrey nel film The Mask.
«Dammi un'occasione per dimostrarlo e per essere perdonato. Per favore» pregai, con rinnovato coraggio.
Maddie vacillò.
Batti il ferro finché è caldo.
«Non ti deluderò, promesso» insistetti.
«Mmh... Va bene. Ricordati che oggi pomeriggio lavoro e stacco poi alle dieci» cedette infine.
Scattai in un saltello di gioia e mi allungai per baciarla con vigore, quindi le smollai tra le braccia la colazione e mi fiondai nuovamente in macchina.
«Passo a prenderti a mezzogiorno e ti porto io al lavoro!» urlai dal finestrino, andando via.
Lei sbuffò un sorriso e scosse il capo, diffidente.
Nossignore, non l'avrei delusa. Era giunto il momento di dimostrare di che stoffa ero fatto.
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Ho sempre adorato il verso della canzone Fight For This Love che recita "when it gets tough gotta fight some more" e lo trovo espresso ampiamente nell'ottica di Peter.
Curiosi di sapere cos'ha in serbo il nostro eroe? Al prossimo capitolo per scoprirlo!
Baci ✨
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