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Capitolo 8 • Bambole

Il cambiamento climatico fra novembre e dicembre si sentì eccome. Lord Karlsen, ora che non stavamo più viaggiando con persone ricercate, era potuto entrare in un emporio di vestiti, dove ci aveva comprato qualcosa di pesante da indossare.

Finalmente potei indossare qualcosa che non fossero solo dei miseri stracci logori. Adesso avevo addosso una spessa maglia pesante e dei pantaloni resistenti al freddo, oltre che una giacca di pelliccia, che doveva essergli costata non poco.

«L'apparenza conta più di quanto voglia ammettere. L'immagine che diamo dell'Alleanza è fondamentale» ci aveva detto.

Lasciammo i nostri vestiti precedenti a un gruppo di senzatetto che chiedeva elemosina davanti alla taverna in cui ci eravamo cambiati.

A quel punto proseguimmo in silenzio, uscendo dalla grande Volcus, dove eravamo esposti al rischio. La nostra destinazione erano i piccoli paesi al confine del feudo, dove si trovavano le persone più colpite dalla crisi che piano piano stava dilagando in tutto il regno.

Nel caso avessimo avuto successo, li avremmo indirizzati verso il Tempio degli Dèi di Pyros, che si trovava nel Grande Deserto. Edvard il Cieco ci aveva detto che quello sarebbe stato la base dell'Alleanza dell'Alba Bianca.

Avevo capito che l'Alleanza esisteva già da molto tempo. Era troppo organizzata per aver solo qualche settimana di vita. Edvard il Cieco era stato molti anni alla Rocca Nera. Sicuramente aveva cominciato con l'aiuto di un timoroso Lord Blain a reclutare persone, sopratutto guardie e sacerdoti.

Dovevamo essere veloci, fare le cose di corsa come sempre. Il tempo, una cosa così intangibile, era il nostro peggior nemico. Su questo eravamo tutti d'accordo. La nostra era una corsa senza sosta. Una corsa contro una minaccia talmente grande e inaccettabile che spesso allontanavamo dalla nostra mente.

Non capivamo davvero il rischio che stavamo correndo, non del tutto.

E tutti stavamo rischiando qualcosa, chi più chi meno. La maggior parte di noi rischiava la propria vita, oppure la vita delle persone che si amavano. Io e, sopratutto, William rischiavamo ben altro.

Nel caso ci avessero scoperti, la nostra sorte sarebbe stata ben lontana dal ceppo esecutivo. Avremmo rimpianto quel ceppo. Io sarei stata diseredata e il nome della mia famiglia sarebbe stato infangato per sempre. Mi avrebbero rinchiusa in una comunità sacerdotale per il resto della mia vita o mi avrebbero abbandonata nel Mondo degli Umani, senza nulla con cui poter sopravvivere.

William avrebbe perso il suo regno, tutto ciò per cui si stava preparando da una vita. Sarebbe stato costretto a vedere il suo regno ad andare a rotoli, a vedere suo fratello incoronato al posto suo, come se semplicemente gliel'avesse ceduta.

Probabilmente Will aveva già perso la sua corona. Scegliendo di seguire quella strada, scegliendo l'onore e ciò che era giusto al posto di quello a cui aveva sempre aspirato.

Se questo non era un vero re, non poteva esserlo nessun altro.

Quando ci ritrovammo davanti alla prima capanna, nel piccolo villaggio di Guyens, a sud-est di Volcus, feci un respiro profondo. A Guyens si trovavano le fattorie che mantenevano la città.

«Ci siamo» esordì Lord Karlsen. «La famiglia che vive qui ha appena ricevuto il secondo avviso da parte del Regno. Se entro una settimana non potranno ripagare il debito alle banche del feudo, verrà pignorata tutta la loro proprietà e i figli verranno deportati nelle Caserme di Addestramento militare del Grande Deserto. Hanno quattro bambini, il più grande intorno ai tredici anni. Non si aspettano una nostra visita, ma dovrebbero essere abbastanza disperati da ascoltare quello che abbiamo da dire.»

Lord Karlsen alzò una mano e batté al portone di legno chiaro.

Erano circa le dieci di mattina, ma Karlsen era sicuro avremmo trovato tutta la famiglia al completo.

La porta si aprì quel tanto per consentire a chi aveva aperto di vedere chi stesse bussando. Due occhi scuri ci scrutarono uno dopo l'altro, posandosi infine su Lord Karlsen. L'espressione della donna cambiò in modo repentino.

Il vecchio comandante aprì bocca per parlare, ma la donna lo precedette.

«C-Consigliere Karlsen...» balbettò intimorita. «Non v-vi aspettavamo prima d-di una settimana... noi non...»

«Signora Cooper» la interruppe Lord Karlsen. «Stia tranquilla, desideriamo solo parlare. Non sono qui come consigliere o come funzionario del regno. Sono, siamo qui per aiutarvi, signor Cooper.»

«Io... io non sono la signora Cooper, sono sua sorella» replicò la donna, aggrottando la fronte confusa.

«Si fidi di noi. Come ho già detto, siamo qui per aiutarvi.»

La signora ci rivolse un altro sguardo a testa, come se pensasse ancora che li avremmo arrestati da un momento all'altro. Non la potevo biasimare: al posto suo sarei stata sospettosa tanto quanto lei, se non di più.»

«Solo un momento» disse infine, chiudendoci la porta in faccia.

Aspettammo in silenzio. Mi guardai attorno: non c'erano guardie. Il regno evidentemente aveva negato la protezione a quella povera fattoria in bancarotta. Lord Karlsen aveva sicuramente calcolato questo particolare.

Mi rigirai solo quando la porta si aprì nuovamente, rivelando sulla soglia un uomo. Alle sue spalle c'era un'altra donna, con in braccio un bambino in fasce.

«Potete entrare» disse il signor Cooper, con voce profonda.

Aveva i vestiti tipici di un piccolo proprietario terriero del feudo di Volcus. La camicia, sotto una pesante casacca di lana scura tenuta stretta in vita da una corda spessa, era dello stesso colore degli stendardi rovinati che avevamo visto all'entrata della fattoria.

Aveva lunghi capelli bruni tirati all'indietro e raccolti n una mezzacoda. Aveva un po' di barba incolta non curata, e due occhi scuri sottili. A occhio e croce non doveva avere più di quaranta anni di vita.

La moglie sembrava molto più giovane del marito. Era bionda, con gli stessi identici occhi della sorella che ci aveva aperto la porta. Indossava una lunga veste color viola scuro.

«La ringraziamo per aver deciso di donarci un po' del vostro tempo, signor Cooper» disse Lord Karlsen cauto, mentre il contadino retrocedeva all'interno della casa.

Entrammo uno dopo l'altro nella vecchia e malandata abitazione. Mi sentivo a disagio. Avevo sempre cercato di adattarmi durante i miei viaggi: non mi ero mai lamentata di dove dormissi, nemmeno se si trattava di un minuscolo letto di pietra in una sudicia taverna.

Ma il pensiero che un'intera famiglia fosse costretta a vivere sempre in condizioni del genere mi faceva capire quanto fossi stata fortunata.

Tutto l'ambiente era ricoperto da uno strato spesso di polvere, ogni superficie libera era piena di fogli e scartoffie. Il silenzio che seguì le parole di Lord Karlsen fece scendere nella casa un'atmosfera strana e cupa che di certo non aiutava.

Il piccolo corteo famigliare ci condusse in quello che doveva essere il salotto. Era irriconoscibile: attrezzi per il lavoro nei campi erano sparsi dappertutto, così come vestiti sporchi e altre carte.

Nell'angolo della stanza si trovava una piccola bambina che giocava con due bambole di pezza, parlottando sottovoce come se fosse ancora da sola.

Il signor Cooper allungò una mano e ci fece gesto di accomodarci. Obbedimmo uno dopo l'altro, sedendoci sul lungo divano. I tre signori presero qua e là delle sedie, facendo volare per aria qualche foglio, e si misero comodi a loro volta.

«Consigliere Karlsen, perdonerete la mia scortesia, ma non è... non stiamo vivendo il periodo migliore per accogliere Domini così importanti.»

«Non si scusi, signor Cooper, capiamo le vostra condizione» cominciò Lord Karlsen. «Non sono qui in veste di ex consigliere o di ex comandante.»

Il signor Cooper rimase in silenzio, guardando il vecchio fabbro con gli occhi che parlavano per lui, pronunciando una sola e unica parola: perchè.

«Comincerei presentandovi i miei compagni di viaggio. Shaun Stevenson, qui alla mia destra... E alla mia sinistra Cesar Soler e Gwenyth Avon.»

«Avon?» ripetè la donna, guardando il marito. «Gli Avon sono una nota famiglia di banchieri... una famiglia molto vicina a quella reale...»

Lord Karlsen, mantenendo la calma, non diede il tempo al marito di rispondere.

«Vogliamo offrirvi un'alternativa» continuò come se la signora non avesse mai parlato. «Un'alternativa alla soluzione che i Reali hanno pensato per voi.»

Alla parola "Reali", il vecchio comandante ottenne tutta l'attenzione dei presenti.

«Possiamo permettervi di scappare prima che portino via i vostri figli. Possiamo offrirvi un rifugio lontano dalle guardie reali.»

«Chi siete voi?»

Il signor Cooper parlò dopo qualche secondo di silenzio. Dalla sua bocca le parole uscirono incredule, confuse e accusatorie.

Lord Karlsen si sporse in avanti. Guardò negli occhi uno dopo l'altro i tre Domini. Parlò lentamente, assicurandosi che le sue parole arrivassero forti e chiare.

«Non siamo Ribelli, se è quello che sta chiedendo. Non siamo nemmeno Reali, dalla parte del Re.» Fece una piccola pausa. «Come sapete, l'ultimo sole è tornato a Elyria. L'ultimo sole rappresenta la nostra ultima speranza di sopravvivere, signori Collins. Lo sappiamo tutti quello che dice la profezia...»

«Sì, lo sappiamo, è vero» lo interruppe la giovane donna. «Ma... ma noi non possiamo farci nulla. Abbiamo quattro figli, dobbiamo crescerli, dobbiamo salvare il nostro lavoro, la nostra casa, la nostra vita... Ci processerebbero anche solo se venissero a sapere che siete stati qui. Ci giustizierebbero.»

A queste parole il piccolo fra le sue braccia si agitò ed emise un piccolo mugolio, come se capisse quello che diceva la madre. Subito la sua attenzione venne rivolta al bambino, e fu il marito a prendere parola.

«Ogni Dominus che nasconderà o intratterrà relazioni di qualsiasi tipo con un Ribelle, sarà considerato a sua volta un traditore del regno. La legge parla chiaro, Lord Karlsen, non ci potete chiedere di rischiare...»

«Come ho già detto non siamo Ribelli, anche se fra di noi ci sono Dominus che una volta vi appartenevano. Non siamo Reali, anche se fra noi ci sono alcuni che lo erano. Ci chiamiamo Albini, signori Collins. L'unico nostro obiettivo è quello di salvare Elyria da quello che sta per succedere.»

La voce grave e persuasiva del fabbro rimbombò nel silenzio della stanza.

«Il regno è sull'orlo della più grande guerra civile che sia mai stata combattuta. È solo questione di tempo prima che...»

«Re Gladwyn ha appena annunciato il Consiglio dei Feudi» disse la donna che ci aveva aperto la porta.

A quelle parole mi si serrò lo stomaco. Nella mia vita il Consiglio dei Feudi era stato convocato solo un paio di volte e l'unico di cui avevo memoria aveva avuto come risultato l'esilio di William e Weston nel Mondo degli Umani.

Durante tutta la storia di Elyria quel consiglio era stato convocato solo in tempi estremamente delicati, periodi disastrosi. Solitamente ne usciva una dichiarazione di guerra.

«Che cosa?» sussurrai. «Quando? Noi non...»

Venni zittita da un'occhiata di Lord Karlsen. Non è il momento, sembrò dirmi con gli occhi.

«Non è un caso che il consiglio sia stato convocato adesso» disse lentamente, rivoltandosi verso i signori Collins. «I Ribelli sono tornati a Elyria, e ora entrambe le fazioni si stanno preparando a combattere. Noi non vogliamo intrometterci in questa battaglia. Ce n'è una molto più importante che dobbiamo affrontare.»

La signora Collins allungò una mano, avvolgendola attorno al braccio del marito. Solo a quel punto Lord Karlsen svelò loro il vero motivo della nostra visita.

«Quell'oscurità di cui parla la profezia, signori Collins, non è ciò che tutti pensiamo. I Domini dell'Ombra stanno tornando. Se non li affronteremo in tempo, se non li combatteremo, non avremo scampo, nessuno di noi sopravviverà.»

La sorella della signora Collins si portò le mani alla bocca, mentre il signore scoppiò quasi a ridere.

«Voi siete qui a dirmi che gli oscuri sono tornati? L'unico Dominus che potrebbe cadere è l'ultimo sole e...»

«Evelyn Lewis è l'ultimo Dominus della Luce, sì. Ma prima che nascesse, sua madre non era l'unico puro in vita. C'era anche il padre dell'ultimo sole...» spiegò Lord Karlsen. «E non è morto.»

La famiglia Collins rimase senza parole, incapace di trovare qualcosa da dire all'ex consigliere.

«È caduto. Ed è diventato un Dominus dell'Ombra, un oscuro come dite voi. È lui l'oscurità di cui parla la profezia, è lui la minaccia più grande. Si sta organizzando, sta progettando di invadere Elyria e di prendere il potere. Gli dèi solo sanno che cosa ha davvero in mente di fare.»

«Se sono davvero tornati, questa volta non abbiamo speranze. Questa volta non ci sono Domini della Luce a combattere per noi, a sacrificarsi per noi...» L'uomo scosse la testa. «Noi siamo impotenti di fronte agli oscuri, lo siamo sempre stati.»

«Non siamo del tutto impotenti. Dobbiamo allearci, non dobbiamo combattere gli uni contro gli altri. Dobbiamo permettere che l'ultimo sole, l'ultimo Dominus di quella razza che ci ha salvato già una volta, rimanga in vita. Non possiamo permettere che cada o verremo massacrati tutti. Tutto quello per cui state combattendo adesso, tutto ciò che conoscete di questo mondo non esisterà più.»

«È assurdo...»

«Può sembrarlo, signor Collins» replicò Karlsen. «Lo sembra. Ma è quello che dice la profezia ed è quello a cui stiamo davvero andando incontro. Mentre noi parliamo, il Dominus dell'Ombra sta accrescendo il suo potere, sta resuscitando i nostri morti, i nostri cari, ne sta creando un esercito...»

«Io li ho visti» Spencer interruppe Lord Karlsen con voce grave. «Ho visto i miei stessi compagni impugnare la spada ed evocare gli elementi contro di me. Si sono trasformati in esseri orribili, potenti. Sono fra noi, e nessuno sta cercando di fermarli.»

Spencer si fermò e si alzò dal divano. Slacciò i bottoni della pelliccia e se la tolse, lasciandola cadere sul divano dove poco prima era seduto. Si afferrò la maglia e la tirò per scoprire la spalla.

Ognuno di noi potè vedere le sue cicatrici, decine e decine di linee bianche che correvano sulla sua pelle disegnando una trama.

«Questo è solo uno dei poteri a cui possono attingere» continuò. «Se loro, cadaveri resuscitati, sono in grado di evocare il quinto elemento dell'elettricità proprio come gli oscuri, ed essere in grado di prosciugare le energie del proprio avversario, non riesco nemmeno a immaginare a quello che un vero Dominus dell'Ombra possa essere in grado di fare.»

Spenser si ricompi la spalla e si risedette, guardando negli occhi, uno dopo l'altro, i tre contadini.

«Sono un Dominus del Fuoco, proprio come voi signori Collins. Ma sono stato bruciato, la mia pelle è stata ustionata dal loro potere.»

Guardò Lord Karlsen, che annuì.

«Presto la leva militare diventerà obbligatoria» riprese l'ex consigliere. «So per certo che il Consiglio del Re, di cui una volta facevo parte, il Consiglio dei Feudi delibererà anche una legge di leva obbligatoria che non esenterà nessuno. Dovrà combattere, signor Collins, così come i suoi figli, maschi e femmine.»

«Voi stesso non mi state chiedendo di combattere, Lord?»

Le parole uscirono taglienti dalla bocca del contadino, che raddrizzò la schiena.

«Ci state chiedendo di sposare la vostra causa, di combattere contro gli oscuri. Mi state chiedendo di accettare un'alternativa ben più pericolosa, di combattere nemici molto più pericolosi dei Ribelli.»

«Vi istruiremo ad affrontarli, a difendervi. L'Alleanza dell'Alba Bianca è preparata. È organizzata e vi terrà al sicuro.»

«E saremo insieme, Daniel» disse la moglie del contadino, quasi sussurrando. «I nostri figli saranno al sicuro, nessuno ce li porterà via.»

«Questo è quello che ci dice lui» rispose il signor Collins, sempre a bassa voce. «Come possiamo fidarci con i tempi che corrono? Sono solo parole, Ryana, non abbiamo alcuna garanzia di quello che sta dicendo.»

«Ha ragione, signor Collins, è un salto nel buio» disse Lord Karlsen. «Può sembrarvi una scommessa. Vi mostrerò che quello che dico è vero, vi racconterò quello che dovete sapere e risponderò alle vostre domande. A quel punto, dovrete dirmi se vi schiererete al nostro fianco in questa guerra.»


***


Nel momento stesso in cui tirarono fuori i documenti e le mappe staccai il cervello.

La convocazione del Consiglio dei Feudi cambiava tutti i nostri piani: io e William saremmo dovuti tornare a Ilyros prima del previsto. Molto prima del previsto.

Entro l'inizio di gennaio tutti gli Jarl di Elyria e i funzionari più importanti del regno sarebbero dovuti essere nella capitale. Mi chiesi come avremmo fatto a tornare e a fare finta di niente.

Non aveva giurato fedeltà, o quasi, all'Alleanza dell'Alba Bianca?

Mi ripromisi che in futuro l'avrei fatta pagare a William per avermi messa in questo casino. Ovviamente io lo avrei seguita fino all'inferno, lui era mio fratello, ma prima o poi avrebbe dovuto farsi scusare per bene.

«Ti piacciono le bambole?»

Alzai lo sguardo dalle mie mani, ritrovandomi davanti agli occhi la bella bambina dai capelli chiari che avevo visto giocare nell'angolo. Aveva addosso un semplice vestito color rosa perla, troppo grande per un esserino minuto come lei. Le avevano fatto non meno di due risvolti alle maniche e in vita aveva una corda che le stringeva la stoffa.

Lanciai una rapida occhiata verso gli altri, che si erano ritirati nella piccola sala da pranzo per discutere. Si sentivano fin troppo bene le voci di Lord Karlsen e del signor Collins.

Annuii cercando di fare un piccolo sorriso, mentre la bambina muoveva in aria le due bambole che aveva fra le mani. Guardandole mi sentii a disagio ancora una volta.

Quando ero piccola non mi avevano fatto mancare nulla: avevo sempre bambole nuove e bellissime, case delle bambole create dai migliori artigiani di Ilyros. Erano molto diverse da quelle che aveva fra le mani la bambina.

Quelle che aveva lei erano state cucite in fretta, erano molto semplici. Anche loro avevano addosso quelli che sembravano dei vestiti da contadina. Le mie erano state di porcellana, agghindate con accessori elaborati e vestiti degni di una principessa.

«Anche tu le hai?» mi domandò con la sua vocina innocente.

«Le avevo» risposi. «Ora che sono cresciuta non le ho più...»

La bambina mi guardò con i suoi grandi occhi scuri.

«E dove le hai adesso? A casa tua?»

Annuii, mentre la bimba appoggiava i piedi di una delle bambole sulle mie ginocchia.

«Lei si chiama Kiersten» me la presentò fiera, come dimenticandosi dell'altra.

«É davvero un bel nome» la assecondai sorridendo.

«Tu come ti chiami?» mi domandò spensierata. «Io sono Shania.»

«Gwen» dissi, mentre la bambina faceva muovere avanti e indietro la bambola sulle mie ginocchia.

«Perchè siete venuti dalla mia mamma e dal mio papà?» disse con leggerezza, come se non fosse per niente turbata. «Volete portarci via la nostra fattoria?»

«Oh no, noi... noi non siamo qui per questo» dissi in fretta, aggrottando la fronte. «Siamo qui per portarvi al sicuro, per portarvi in un bellissimo posto dove nessuno può farvi del male...»

«Qui non va bene?» Posò gli occhi sulla sua bambola. «Qui stiamo bene e siamo tutti insieme.»

Presi tempo, non sapendo come rispondere. Solo dopo qualche secondo mi tornò alla mente una delle storie che mi raccontava mia madre quando ero piccola.

«Ti hanno raccontato la favola della guardia e della principessa, Shania?»

«Sì!» il volto della bambina si illuminò di colpo. «Quella in cui la principessa Shedir s'innamora della guardia Bastian e sono costretti a scappare perché il re non vuole che stiano insieme perché lui non è un Dominus della Luce come lei!»

«Proprio quella» annuii. «Voi siete un po' come loro: per rimanere insieme e vivere la vostra vita felice dovete allontanarvi dal posto in cui state bene, per trovarne uno in cui potete stare ancora meglio!»

La bambina mi guardò con occhi confusi.

«Quindi qualcuno non vuole che stiamo insieme?» chiese aggrottando le sottili sopracciglia.

«Sì» le risposi, cercando di fare un sorriso. «Anche se il re vuole bene alla figlia, a volte non conosce quello che la rende felice, Shania. Proprio come re Gladwyn. Lui non sa che voi state bene qui e che siete felici così, e quindi prende delle decisioni sbagliate...»

«E quindi dobbiamo cercare un altro posto dove andare...»

«Esattamente.»

La guardai cercando di mandare giù il groppo che mi si era formato in gola. Da un giorno all'altro per lei sarebbe cambiato tutto. Sarebbe cambiato per sempre, in qualunque modo fosse andata a finire. Se i suoi genitori non avessero accettato la nostra proposta, sarebbe stata mandata a Fyreris e rinchiusa in chissà quale accademia. E anche al Tempio degli Dei sarebbe rimasta dentro quelle mura per chissà quanto tempo. Almeno sarebbe stata con la sua famiglia.

Tutto quello che aveva conosciuto fino a quel momento sarebbe diventato passato: avrebbe iniziato una nuova vita.

«Quindi Re Gladwyn non sa nemmeno quello che rende felice te!»

«Che cosa?» sussurrai piano.

«Sei triste, si vede dalla tua faccia» disse con tono allegro.

«Re Gladwyn deve regnare su un regno così grande, Shania, che non può conoscere i desideri di tutti i suoi sudditi» mi limitai a dirle, alzando una mano per accarezzarle i capelli.

«Ma... ma tu non puoi essere solo una normale suddita» disse con un gran sorriso, scuotendo la testa per liberarsi dalla mia mano e alzando le sue dita per portarmi in avanti una ciocca di biondi capelli. «Sei troppo bella per essere una contadina...»

Continuò a parlare ancor prima che a me potesse venire in mente che cosa dire.

«Io ti immagino con una tiara in testa e con abiti pieni di balze e di ricami...»

Si allontanò momentaneamente, improvvisando una piccola e aggraziata piroetta.

Se solo io fossi stata come lei quando ero piccola, sarei stata la gioia di mio padre. Peccato che avessi preferito andare a giocare al fiume con Will che rimanere ad ascoltare le numerosissime lezioni di etichetta che mi avevano obbligato a seguire.

Sorrisi piano al vederla così, innocente e spensierata.

«Vieni qui, ti rivelo un segreto.»

A Shania si illuminarono gli occhi, come se fosse pronta a portare quella piccola stupidaggine che le avrei detto fino alla tomba piuttosto che rivelarla a qualcun altro.

Emozionata si avvicinò piano a me. Mi sporsi su di lei scansandole delicatamente i capelli con una mano. Affiancai la mia bocca al suo piccolo orecchio.

«Sai Shania, le principesse non si trovano solo dentro ai castelli.»



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