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Capitolo 4 • Ustione

Ormai era puntuale come un orologio.

Quella notte erano le due e mezza quando bussò alla mia porta. Quella volta fu diverso: sul volto di Evelyn non c'era l'espressione spaventata e dispiaciuta delle visite precedenti.

Non aspettò che la invitassi ad entrare. Mi scivolò accanto velocemente. Non ci fu bisogno di dire nulla: sapevo quello che voleva fare e perchè era lì.

«Lo sai» esordii, «se qualcuno si accorgesse che entri ogni notte in camera mia potrebbe pensare male.»

Mentre si sedeva su quella che era diventata la sua parte di letto, mi fulminò con lo sguardo. Aveva un'espressione arrabbiata, come se ce l'avesse con se stessa per essere lì dentro.

Almeno non ce l'aveva con me.

«Tutto bene?» le chiesi lo stesso, attraversando la stanza e sedendomi a mia volta sul letto.

«Niente.»

«Evelyn...» la invitai a parlare, a dirmi la verità.

Sapevo che quel niente spesso e volentieri significava invece tante cose. Evelyn, dopo qualche secondo in cui mi guardò negli occhi, distolse lo sguardo e cominciò a parlare.

«Odio non averne il controllo, Will» disse. «Vorrei poter avere il controllo sulla mia mente, sui mie sogni. Non voglio essere costretta a venire qui da te per riuscire a dormire.»

«Allora vieni qui solo per puro bisogno di dormire? Così mi offendi...» decisi di sdrammatizzare.

«Sono seria, Will, e sai quello che intendo» replicò, con l'ombra di un piccolo sorriso che ero riuscita a strapparle. «Lo sai benissimo che non farei di tutto per obbligarmi a non venire qui se fosse solo semplice desiderio.»

Evelyn mi sembrava così agitata, così affranta che non potei fare altro che diventare serio di nuovo.

«Hai degli incubi?»

La ragazza mi guardò come se stesse valutando se dirmi la verità o meno. Prima che potessi decidere di spronarla o meno, Evelyn ricominciò a parlare.

«Sì» ammise. «Sono incubi orribili, sembrano reali, nitidi e... non lo so, non mi sembrano dei normali sogni.»

Spostò lo sguardo dal mio, guardando avanti un punto indeterminato. Si morse il labbro e prese un respiro.

«Riguardano tu sai cosa, Will» disse.

Non disse esplicitamente a cosa si riferisse. Anche se in quei giorni stavamo, inconsciamente o meno, evitando il problema, il peso di quello che avremmo dovuto affrontare ci gravava addosso in ogni secondo, in ogni istante.

«Sono solo sogni, Evelyn...»

«Will...»

Disse il mio nome con una tona di supplica, come se non volesse replicare.

«Beh, se vuoi saperlo io sono più che felice di averti nel mio letto tutte le notti» le dissi in tono scherzoso, cercando di sorridere.

Il «William» vagamente ridacchiato che uscì dalle sue labbra, mi fece capire che quello era il modo migliore di consolarla, in quel momento.

«Sono serio, principessa, chiunque in questo momento vorrebbe essere al posto mio.»

«Non hai intenzione di abbandonare quel soprannome, vero?»

«No, non credo principessa

«Beh, credo che sia l'ora di andare a dormire, principe» sbuffò, guardandomi come se si aspettasse che mi sdraiassi per dormire sul serio.

«Penso che tu sappia che quel soprannome, per quanto azzeccato possa essere, non ha lo stesso effetto che ha il mio "principessa"» replicai, mentre mi allungavo verso di lei. «E poi... sicura di voler dormire?»

«E io che speravo che tu fossi cambiato.»

Quel vago e piccolo sorriso che aveva sulle labbra, che io ero riuscito a strapparle, era magico. Sapere che, nonostante io fossi causa di molti suoi problemi, lei venisse da me per trovare conforto, mi mandava in panne il cervello, mi mandava in crisi.

E mi metteva paura.

Il fatto che lei, così semplicemente, riuscisse a farmi stringere il cuore, a farmi annebbiare la ragione, mi metteva davanti a una situazione che mai avrei creduto di poter rivivere di nuovo.

Non sapevo come comportarmi, non sapevo cosa pensare. E non volevo affrontarlo.

«Sul serio?»

Mi sporsi ancora di più verso di lei, abbassando la voce e guardandole le labbra, vinto dal desiderio.

«Diamo ai tuoi amici un valido motivo per pensare male» risposi quando i nostri nasi si sfiorarono.

Alla fine fu lei a baciarmi. Fece scontrare le nostre labbra con impeto, raddrizzandosi sulle ginocchia mentre portavo una mano sul suo fianco.

La baciai con trasporto, obbligandola a cadere su di me quando mi sdraiai all'indietro.

«Nel tuo vocabolario la parola "no" non esiste, vero?» mi sussurrò staccandosi appena per guardarmi.

«Tu che ne pensi?»


***


Tutte le mattine dopo mi svegliavo all'alba sentendo un grande peso nel petto. Mi sentivo sempre in colpa, come se avessi ucciso un uomo.

La ragione era una, talmente ovvia che mi faceva capire quanto fossi stato stupido a non pensarci prima. O meglio, quanto fossi stato irrispettoso. Era come se facessi un torto a quello che eravamo stati, anche se era passato molto tempo, anni.

Non volevo assecondare i sentimenti che stavano nascendo dentro di me. Non volevo affatto. Sapevo che non dovevo legarmi per sempre a qualcuno che no c'era più, ne ero consapevole ma non riuscivo a concepire di innamorarmi di qualcun'altra.

Avrei sempre amato Juliet. Qualunque cosa fosse successa, l'avrei sempre amata. Anche se Evelyn minacciava di disintegrare ogni mio tentativo di non assecondare quello che provavo, l'amore per la giovane ragazza Marshall ci sarebbe stato per sempre.

Il primo amore non si scorda mai, dopotutto.

Evelyn aveva pronunciato quelle parole proibite, ma io non ero in grado di farlo, di ricambiare quella piccola frase, così potente e immensa.

Per il momento non potevo fare altro che andare avanti d'inerzia, accontentandomi e non accontentandomi di quella situazione a metà, senza definizione e senza spiegazione. Nessun impegno, nessuna promessa. Visto quello che ci aspettava, era la cosa migliore da fare.

Era solo quel pensiero che mi permetteva di dormire la notte, di non lasciare vagare troppo la testa e il cuore.

«Perdonami» mimai con le labbra rivolto al cielo, dovunque si potesse trovare Liet.

Presi un respiro profondo e rilassai i muscoli, facendo muovere nel sonno Evelyn, aggrappata al mio braccio con un'espressione tranquilla, così difficile da vederle in volto in quel periodo.

Voltai la testa per guardare l'orario, sapendo già che ore fossero. Erano le cinque e quaranta, erano sempre le cinque e quaranta di mattina.

Cercai di riprendere sonno, girandomi su un fianco e avvolgendo Evelyn con il mio braccio.


***


«Perchè dev'essere così difficile accendere il fornello?»

Giorno quarto. Tutti vivi. Sfortunatamente. Qualche persona in meno, forse, avrebbe velocizzato il viaggio. Rosie è intrattabile come sempre. Davis mi è indifferenze, ma è sempre un buon bersaglio da tenere in considerazione. Evelyn, situazione invariata. Problema urgente: Soler e Gwen passano troppo tempo insieme. Allarme. Intervenire al più presto. Fine.

Sdraiato spaparanzato sulla piccola poltrona che c'era in cucina, mi ripetei quella sorta di diario di bordo che, per noia, avevo cominciato a tenere nella mia testa. In quella cavolo di carrozza non c'era un solo libro interessante con cui avrei potuto tenere occupata la testa, e con il quale avrei potuto rendere più produttivo il mio tempo.

Gwen stava cercando di preparare goffamente del tè e io, divertito dalla sua incapacità di accendere un fornello per far bollire l'acqua, non accennavo a darle una mano.

«Faccio io.»

C'era Soler, naturalmente.

Il Dominus del fuoco allungò una mano e creò una piccola fiammella proprio sul fornello, che si accese.

«No...» sospirai deluso. «Così non saprò mai chi avrebbe vinto fra Gwenyth e il fornello! Ti ringrazio molto, Soler.»

Mi raddrizzai comporto sulla poltrona, mentre Gwen si girava verso di me, fulminandomi con lo sguardo.

«Grazie tante, Willie» replicò.

Aprii la bocca per il senso di tradimento che provai subito. La guardai incredulo, mentre Soler, con un piccolo sorriso divertito, alzava le sopracciglia in mia direzione.

«Non lo hai fatto davvero» mormorai melodrammatico, mentre l'accendino vivente mi passava di fianco.

«Eccome se lo ha fatto, amigo» rispose Soler, battendomi una mano sulla spalla prima di uscire dalla stanza. «O forse dovrei chiamarti Willie.»

Uscì prima che potessi replicare a tono. Non appena chiuse la porta alle sue spalle, mi alzai e raggiunsi il tavolo sopra al quale Gwen stava preparando le tazze. Appoggiai le mani allo schienale di una sedia e la guardai con sguardo triste, tradito.

«Hai venduto un'arma al nemico, Gwenyth Avon» le dissi alzando un dito, usando un tono volutamente tragico. «Non ci posso credere credere. Hai tradito la nostra eterna amicizia in questo modo. Non ho parole.»

«Smettila William» rise. «Cesar non userà quest'arma contro di te.»

«Cesar? Siete diventati così intimi che lo chiami sul serio per nome?» Aggrottai la fronte.

«Che c'è Willie, non sarai per caso geloso, vero?» disse, versando l'acqua calda in un pentolino che aveva messo sul fuoco. «Tu puoi fare sesso con l'ultimo sole senza che nessuno ti giudichi e io devo chiedere il tuo permesso se voglio divertirmi?»

«Zitta» intimai, guardandola negli occhi di colpo serio.

Mi girai velocemente verso la porta per assicurarmi che non stesse entrando nessuno, prima di rispondere.

«Stai andando a letto con Soler?» le chiesi piano, socchiudendo gli occhi.

«No William» rispose tranquilla, sincera. «Dovresti sapere bene che essere amica con qualche ragazzo maschio non significa che io ci stia andando seriamente a letto. Siamo solo due amici improvvisati. Visto che ci troviamo entrambi in questa carrozza dalla quale non esiste via di fuga, abbiamo cominciato a conoscerci.»

«Mi hai fatto venire un infarto» le dissi, senza scherzare troppo.

«Dèi Will. Se fosse successo davvero non sarebbe stato una tragedia come pensi tu. Siamo giovani ragazzi e ragazze rinchiusi nella stessa casa con le ruote. È tutt'altro che impossibile che qualcuno, oltre a voi due, provi attrazione per qualcun altro.»

Non seppi cosa dire. Rimasi a fissarla come se stesse per confessarmi la sua intenzione di passare una notte di fuoco con quel Dominus del Fuoco. A darmi da fare era l'idea che la mia amica fosse davvero il genere di persona in grado di fare una stupidata del genere.

Il genere di persona che ero anche io, in effetti.

«Vuoi del tè?»


***


Quella sera feci un incontro spiacevole sulle scale.

Con l'avvicinarsi di dicembre, le giornate si stavano accorciando sensibilmente, e il freddo della notte dell'altopiano cominciava a farsi sentire anche per uno come me che il ghiaccio ce lo aveva nelle vene.

Non mi ero ancora abituato a quell'idea.

Spencer stava rientrando nella sua camera, se così si poteva chiamare quella specie di sgabuzzino in cui dormiva. Io stavo camminando lungo il corridoio, diretto verso le scale che mi avrebbero portato davanti agli scaffali che per la quarta volta avevo intenzione di guardare. Era una ricerca vana di qualche interessante libro da leggere.

Ero sempre stato una persona che non aveva bisogno di troppe ore per dormire. Per me, cinque o sei ore per notte bastavano e avanzavano per ricaricarmi al massimo. Avevo solo bisogno di qualcosa che mi distraesse fino al momento in cui, puntualmente, Evelyn sarebbe venuta a bussare alla mia porta.

Partivo già sconfitto nella mia ricerca, visto i tre vani tentativi precedenti. Ma il fatto di incontrare la persona che più mi infastidiva lì dentro, lo rese un insuccesso di portata epocale.

«Vostra altezza.»

Spencer - ormai o chiamavo così qualunque fosse il suo vero cognome - si fermò con la mano sulla maniglia, guardandomi con un sorriso strano.

«Allora... non te ne importa assolutamente nulla, giusto? Vedo che la tua parola di uomo vale tanto come quella di principe. Tutte e due all'insegna dell'inganno, non è così?»

Mi feci prendere dalla rabbia, senza ragionare, senza replicare. Shaun Spencer era una continua e grandissima presa in giro, sotto ogni aspetto. Per quel che mi importa di lui, avevo l'impressione che vivesse solo per darmi fastidio.

Mi mossi rapidamente, raggiungendolo e afferrandolo per il colletto della maglia. Sapevo che non c'era una ragione giustificabile per saltargli addosso, ma agii impulsivamente. Lo afferrai con entrambe le mani e lo appesi al muro.

Spencer continuò a sghignazzare, prendendomi il polso con la sua mano nel vano tentativo di spingermi da lui.

«Davvero maturo appendere al muro un alleato» disse con voce affannata. «Ma dopotutto è solo la continuazione della nostra conversazione avuta. a Ilyros. Chissà come la prenderebbe Evelyn se sapesse quello che hai detto di lei quella sera...»

Lo guardai con rabbia.

«Razza di idiota, senza di me la sua amica non sarebbe qui, razza di idiota» sibilai. «Non credo che in confronto a questo le cose che ho detto possano importarle.»

«Io ho salvato la sua amica, semmai.»

Aumentai la presa, stupidamente. Fu un grande errore. Per difendersi il Dominus del Fuoco usò il suo elemento. Me ne accorsi solo quando mi ritrovai a mollare la presa, con il polso dolorante e pieno di piaghe da ustione.

Mi lasciai scappare una smorfia di dolore, abbassando lo sguardo sulla pulsante bruciatura a forma di mano che mi segnava la pelle.

«La prossima volta ti converrebbe valutare meglio la situazione, prima di appendere al muro qualcuno, vostra altezza» disse spencer prima di entrare nella sua stanza sbattendo la porta.

«William.»

La voce di Karlsen rimbombò nel corridoio nel momento meno opportuno. Mentre mi bagnavo la ferita con il mio potere, nella speranza di lenire un po' il dolore acuto, lo sentii avvicinarsi lungo il corridoio con passo veloce.

Non sapevo se avesse ascoltato tutta la nostra conversazione, ma sapevo che si era accorto della mia ferita.

«Mai giocare con il fuoco, dovresti saperlo.»


***


«Cedi troppo facilmente alle provocazioni, William.»

Nel momento stesso in cui mi aveva invitato a seguirlo al piano di sotto, in cucina, avevo capito la sua intenzione di rimproverarmi come se fossi ancora un piccolo ragazzino.

Stava cercando di medicarmi come meglio poteva la bruciatura, ma Karlsen non era un guaritore.

«Joanne Lewis è una guaritrice» disse. «Sono sicuro che non sta dormendo e che potrebbe fare molto meglio di quello che sto provando a fare io.»

Scossi la testa ancor prima che finisse di parlare.

«Non voglio che si facciano domande. È già abbastanza ovvio che non sia stato un incidente.» Accennai alla forma inconfondibile della mia ustione. «Finisci... finisci la fasciatura e andrà bene così.»

«Immagino di non poterti convincere in nessun modo» replicò quando applicò la garza, strappandomi una smorfia di dolore.

«No, infatti.»

Calò il silenzio per qualche minuto. Karlsen continuò a medicarmi, attingendo alle poche nozioni mediche che gli erano rimasti da quando militava in guerra.

«Suppongo di non dover fare domande, dico bene?» chiese quando finì la medicazione.

«È solo un idiota» fu la mia risposta, forzatamente poco volgare. «Mi ha provocato. Mi da fastidio. Ho solo perso il controllo.»

Karlsen rimase fermo a guardarmi, come se stesse pensando a una risposta che non voleva dire ad alta voce. Spostai lo sguardo dal suo, alzando il polso a mezz'aria e muovendolo per valutare quanto male facesse.

Sopportabile.

«Domani notte saremo ad Estis, salperemo dal porto, verso Volcus. Vorrei che continuassi ad insegnare alla giovane Lewis l'elemento dell'Acqua.»

Aggrottai la fronte.

«Lo davo per scontato, visto che lo sto già facendo e che sono l'unico, oltre a Gwenyth, a poterlo fare, qui. E lei non è propensa all'insegnamento.»

«Davvero è quello che stai facendo?»

Alzò le sopracciglia, guardandomi eloquentemente. Il tono della sua voce mi fece capire, dopo qualche secondo, dove volesse arrivare a parare.

Quasi scoppiai a ridere.

«In realtà...» cominciai, ma Karlsen mi interruppe subito.

«Non intendevo quello che pensi, William. Non ho una così scarsa considerazione di te. La mia domanda è: la stai davvero allenando seriamente così come ti è stato insegnato?»

«È un po' difficile farlo, visto il luogo in cui ci troviamo.» Alzai le sopracciglia.

«Insisti finché non sarà in grado di fare più cose possibili. Gli dèi solo sanno quello che si dovrà trovare davanti. Ogni singola cosa che riusciamo a insegnarle potrà essere utile. Utilizza ogni momento disponibile per insegnare qualcosa: solo se si salverà lei ci salveremo tutti noi.»


***


«Come diavolo è possibile che tu ti faccia sempre male?»

Quando quella sera entrò e si accorse della mia mano fasciata, mi guardò con occhi preoccupati e sorpresi.

«Dovrei preoccuparmi?» mi chiese, togliendosi le scarpe e legandosi i capelli in una coda di cavallo.

Era già la seconda sera che si presentava in pigiama, proprio come se quella fosse anche la sua stanza.

Abbassai lo sguardo sul mio polso, come se vedessi anche io per la prima volta la mia ferita.

«No, è solo una stupida bruciatura.»

«Fammi vedere, forse riesco a fare qualcosa. Joanne ci riuscirebbe di sicuro, perchè non sei andato da lei?»

«Non c'è bisogno Evelyn...»

Ma lei, facendo un passo avanti, allungò una mano e mi prese delicatamente il polso. Mi rivolse un'occhiata scettica, come se avesse capito che c'era qualcosa che non le volevo dire.

Abbassò gli occhi solo quando svolse l'ultimo giro, scoprendomi la bruciatura.

«Come hai fatto?» sospirò, con tono di accusa. «Che cosa hai fatto?»

«Perchè credi che sia colpa mia?» chiesi sulla difensiva.

«Potrebbero essere stati solo Shaun e Cesar a farti una ferita del genere, e non credo che quest'ultimo possa arrivare a bruciare qualcuno, per quanto stronzo possa essere» replicò, con il tono di voce che era salito di un'ottava. «Cosa è successo?»

«L'ho appeso al muro e lui si è difeso.»

«Tu hai fatto cosa?»

«Non è successo nulla» sbuffai irritato, raggiungendo il letto e buttandomici sopra di peso. «Siamo tutti e due vivi e vegeti e non è così strano che abbiamo avuto una piccola discussione.»

Evelyn rimase in silenzio, guardandomi come se non sapesse che cosa dire. Capii dal suo sguardo e dalla sua bocca ridotta ad una linea che era indecisa se provare a guarirmi con i suoi poteri o ignorare la cosa.

Alla fine cedette, sbuffando e raggiungendomi. Aprì la mano e la punta aperta contro il mio polso. Ci volle qualche tentativo prima che dal suo palmo si sprigionasse un filo d'oro luminoso e scintillante, che mi avvolse la mano e il braccio.

Sentii un piacevole calore, ma anche qualche fitta di dolore mentre la bruciatura si ritraeva fino a scomparire. Quando rimase solo del rossore, Evelyn ritrasse la mano e parlò, con voce stanca.

«Non ho voglia di arrabbiarmi. Hai visto anche tu, sono riuscita ad avercela con te per cinque minuti scarsi. Non ne ho le forze. Ma non mi sembra, in generale, una buona soluzione appendere al muro la gente qualsiasi esso sia il problema. Ti chiedo per favore. Non appendere più al muro nessuno, nemmeno Shaun.»

Alzai le sopracciglia, stupito.

«Forse domattina ti tirerò un pugno» ribatté mentre strisciava all'indietro con il sedere e si sdraiava sul letto.

«Non ti riconoscerò più se non lo farai sul serio.»



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