Capitolo 18 • Sorella
Era decisamente la persona più complicata con cui avessi mai avuto a che fare.
Mi sfregai le mani fra loro, guardandolo di sottecchi. Mi aspettavo che da un momento all'altro si sarebbe rimangiato la parola. Ma lui si limitò a restituirmi lo sguardo con occhi curiosi, lasciando ricadere la testa all'indietro sul fieno che aveva alle spalle, come se fosse la persona più rilassata del mondo.
«Beh, quando avevo otto anni ho cercato di avvelenare il fratello di William» esordii, ottenendo subito una piccola risata da parte sua. «È arrogante, doppiogiochista... E lo era anche allora: presi quattro o cinque fiale nel laboratorio di alchimia della Reggia Azzurra e gliele versai nel te che ogni giorno sua madre gli faceva portare in camera.»
Non potei fare a meno di ridacchiare al ricordo di come il servitore si fosse accorto che il tè era diventato di un brutto color viola.
«Avrebbe probabilmente funzionato se il tè non fosse diventato viola e non avesse cominciato a emettere fumi neri, che allarmarono il cameriere. Evidentemente qualcuno si accorse del furto in laboratorio e da quel momento trovai sempre la serratura chiusa.»
«Non pensavo avessi istinti omicidi» ridacchiò scuotendo la testa. «Ma ti capisco. Quando eravamo piccoli mia sorella mi aveva fatto arrabbiare tantissimo. Avevo una gran passione per le formiche rosse dell'Altopiano del Fuoco: formiche parassite che irritano la pelle e che costruiscono i nidi nei posti bui, come per esempio il pavimento al di sotto del letto. Io, a differenza tua, riuscii nel mio intento. Due giorni dopo mia sorella di svegliò urlando durante la notte, con la pelle completamente rossa dalla testa ai piedi. Successe un casino.»
«Che cosa orribile...»
«Ah e avvelenare un'altra persona no?»
«Era Weston.» Scrollai le spalle.
«Non ho mai avuto il piacere di fare la sua conoscenza» disse. «Ma da quello che ho capito Evelyn sì, prima che scoprisse chi fosse davvero. Credo che lei la pensi proprio come te.»
«Beh, Weston ha mandato all'aria la missione che gli aveva dato suo padre per così poco, solo per darsi al sesso con un'altra ragazza. Forse sarebbe stato più semplice se Weston non avesse commesso quello stupido errore.»
«Che cosa intendi?»
«Forse non saremmo qui» dissi semplicemente. «Né io né William.»
«Niente giudizi» disse lui, serio, come per invitarmi a parlare. «Non ti giudicherò.»
«Sarebbe stato più semplice se a questo punto Evelyn fosse caduta. Credo... credo che dentro di me io lo desideri ancora. Perché così William non morirebbe, non sarebbe così innamorato da sacrificarsi al posto suo.»
Quella sorta di "gioco" aveva preso una piega davvero inaspettata. Ora non stavamo più raccontando segreti infantili che ci portavamo dietro da quando eravamo bambini. Si era trasformata in una confessione da parte di mia, di quello che pensavo davvero.
Era durato poco, non stavamo più giocando.
«Di cosa stai parlando?»
Nonostante avemmo detto niente giudizi, la voce preoccupata di Cesar mi fece capire che mi stava già giudicando.
«Non te lo hanno detto.»
Scossi la testa, mentre lui si alzava e si sedeva di fianco a me, guardandomi con mille espressioni diverse in volto, che non riuscii a interpretare, visto quanto lo conoscessi poco.
«Non me lo hanno detto» convenne confuso.
«In questo momento loro sono a Eylien, a compiere il Rituale che farà cominciare una specie di malattia che colpirà Evelyn e la porterà alla morte. C'è, apparentemente, una sola cura a questa malattia, ovvero la morte di William. William è... un Dominus speciale a sua volta.» Presi un respiro profondo e cercai di calmarmi, fermandomi prima che potessi lasciarmi andare alle emozioni. «Se Evelyn dovesse morire, Elyria sarebbe condannata. Se William dovesse morire, Elyria sarebbe salva, e noi con lei.»
Cesar aprì la bocca per parlare molte volte, ma la richiuse sempre, senza sapere cosa dire.
«Se lei cadesse non sarebbe morta, potremmo trovare un altro modo per salvare Elyria. E Will sarebbe salvo, non dovrebbe sacrificarsi. E,» aggiunsi con un'amara risata, «io non sarei qui a morire di peste dentro a un lurido fienile in compagnia di un bel ragazzo che conosco appena.»
«Credo... credo che sia umano pensarlo Gwen» fu la prima cosa che disse.
«Che cosa, il fatto che tu sia un bel ragazzo?» ridacchiai.
«Non mi riferivo a quello» rispose guardandomi con un vago sorriso. «Ma Gwen, tutti almeno una volta nella vita abbiamo pensato cose di questo genere. Credi davvero che io mi possa definire contento di essere qui? Che non abbia mai pensato all'eventualità di andarmene e di fuggire per non finire vittima di queste guerre?»
Cesar spostò lo sguardo in avanti, cominciando a fissare il vuoto. Sbattei un paio di volte le palpebre, seguendo con gli occhi la linea dura della sua mandibola.
«Perché sei rimasto?»
«È giusto così» disse lentamente. «Non posso voltare la schiena a una questione del genere. Non posso e non voglio. Non ci sarà più un mondo in cui vivere se non combattiamo per questa guerra.»
Annuii impercettibilmente. Questo doveva essere quello che pensava anche William, oltre al suo folle amore per Evelyn Lewis. Che lo avrebbe ucciso.
Non era giusto.
«Certe volte ci troviamo davanti a decisioni che noi stessi non possiamo compiere» continuò. «Ci sono di mezzo un casino di cose di cui vorresti non dovertene importare. Voglio bene ai miei amici, Evelyn compresa. Non potrei mai andarmene, anche se forse, come hai ripetuto molte volte, moriremo qui.»
La mia mano prese vita propria e si alzò lentamente, posandosi sulla sua guancia, ruvida per un principio di barba. Da quel momento i miei occhi non riuscirono a spostarsi dai suoi, attratti come da una calamita più forte di qualsiasi forza di volontà. Cesar ricambiò lo sguardo indecifrabile, deglutendo visibilmente come se stesse cercando di continuare a tenere stretto quell'ultimo barlume di autocontrollo.
L'attrazione era innegabile.
Sapevo che mi sarebbe bastato davvero poco per strapparlo via dalla sua stessa ragione. Perché lasciarci andare all'attrazione che provavamo uno per l'altra non avrebbe di certo semplificato le cose.
Come avevamo potuto capire, questa era una situazione che aveva decisamente più probabilità di evolversi in un esito negativo che positivo. Ne sarebbe valsa davvero la pena nel caso fossimo usciti di lì vivi? Sarebbe successo un casino se quella situazione si fosse evoluta in qualcosa di più.
Ma la convinzione che fossimo stati infettati davvero, in quel momento, era più forte di qualsiasi speranza e di qualsiasi buon senso. Non stavo pensando razionalmente e ne ero consapevole.
In quel momento mi importava davvero dei miei pensieri?
Allontanai per qualche secondo i polpastrelli delle mie dita dalla sua pelle, prima di lasciarli ricadere, come se volessi dargli un minuscolo schiaffo. Osservai le sue labbra, lasciandomi invadere da quel desiderio che era stato silente per tutte quelle settimane.
Ma non fui io a sporgermi.
Cesar mi batté sul tempo e mi baciò prima che io potessi ancora capire di volerlo fare davvero. A quel punto, purtroppo o per fortuna, quello che voleva lui lo volevo anche io.
Strinsi piano la mano sulla sua guancia, mentre rispondevo al bacio senza tentennare, sentendo subito il contatto fra le nostre labbra bruciare come se fosse fuoco. Allungai l'altro braccio e posai la mano sulla sua nuca, afferrando i capelli corti, che si sarebbero trasformati presto in riccioli se non se li fossi tagliati.
Le sue mani si posarono sui miei fianchi, facendomi girare e facendomi perdere il supporto della balla di fieno. Finii a terra mentre dischiudevamo le labbra per rendere più profondo e passionale il bacio. La mia schiena si scontrò contro il duro pavimento di pietra e Cesar non mi cadde addosso solo perché si resse sulle sue mani.
Tuttavia il contatto delle nostre labbra non si interruppe se non per concederci un po' di fiato. Quando le mie mani si staccarono dalla sua nuca, le posai sulla sua vita.
Cesar fece volare la mia maglia consunta e sporca per il fienile, chissà dove. La pelle della mia schiena aderì al freddo pavimento del fienile, facendomi rabbrividire.
Cesar si staccò con quella che mi sembrò una forza di volontà assurda, allontanando le nostre labbra e i nostri corpi. Mi ritrovai a guardarlo con il petto che si muoveva su e giù affannosamente. Mi guardò con un piccolo sorriso, alzando la mano e sfiorandomi la guancia.
Dopo un po' che mi stava guardando senza dire nulla, continuando a sorridere leggermente senza un motivo apparente, sbottai.
«Tanto stiamo morendo, giusto?»
Lui rise.
«Va al diavolo» borbottai prima di strappargli la maglietta di dosso, guardandolo come per sfidarlo a tirarsi indietro.
Ormai era fatta.
***
«Senti qualcosa?»
Le mie dita tamburellavano sul suo petto nudo, che si alzava e abbassava lentamente. Le stavo fissando, guardandole come se fossero la cosa più interessante del mondo.
Il braccio che mi circondava la vita mi strinse ancora più a sé, mentre io chiudevo per qualche secondo gli occhi, apprezzando tutta la magia di quel momento.
«No» rispose con un sospiro, alzando la mano e cominciando a passarla in mezzo ai miei capelli, lasciando che le sue dita districassero delicatamente le bionde ciocche disordinate. «Te l'ho detto, i sintomi...»
«Sì, sì me lo ricordo...» dissi facendomi leva sul suo petto e raddrizzandomi.
La mano di Cesar si spostò sul mio fianco, stringendolo e guardandomi serio, come se mi stesse leggendo nella mente e stesse interpretando male i miei pensieri.
«Non sto per dare di matto» dissi subito. «Non sono una di quelle ragazze che appena si rendono conto di quello che è successo cominciano ad impazzire. Non sono quel tipo.»
Sulle labbra di Cesar comparve l'ombra di un piccolo sorriso, che però durò solo qualche secondo. Si raddrizzò a sua volta a sedere, rimanendo in silenzio come se aspettasse che continuassi a parlare.
«Ma...» mi ritrovai a prendere un respiro profondo. «Ma dev'essere la prima e l'ultima volta.»
Mi ritrovai a dirlo richiamando a me tutta la forza di volontà che mi era possibile. Avrei voluto non doverlo fare, ma era necessario, per evitare di complicare la situazione.
«Quando usciremo di qui...»
«Ah ora sei ottimista?» mi prese in giro interrompendomi.
«Se dovessimo uscire di qui, ciò che è successo dovrà rimanere fra noi due, hai capito? Nessuno dovrà venirlo a sapere, nessuno.»
«Ne stai facendo una tragedia...»
«Lo diventerebbe» protestai subito. «Se Will lo venisse a sapere, se la voce si spargesse...»
«Nessuno lo verrà a sapere» mi assicurò.
«Non fraintendermi, è stato fantastico, tu sei fantastico, ma... proveniamo da due mondi completamente diversi, siamo due Domini di elementi diversi che non potrebbero mai stare insieme...»
Avrei continuato sicuramente se lui non avesse allungato la mano per fermarmi.
«Per quello che ne sai potrebbe solamente essere stato solo sesso, per me.»
Corrugò ancora di più la fronte, parlando serio e vagamente irritato.
Aprii la bocca per parlare, prima di rendermi conto di non sapere che cosa dire. Mi sentii avvampare, ma cercai di ricompormi in fretta, incrociando le braccia sul petto.
«Quello che dico è che in qualsiasi caso, qualsiasi cosa pensiamo in questo momento, non deve più capitare» mi ritrovai a guardare il suo petto nudo, cercando di evitare di incrociare i suoi occhi caldi.
Mi sentii il suo sguardo addosso per tutti quei lunghissimi minuti in cui cercai di trovare un modo per scappare da quella situazione. Mi ritrovai a guardarmi intorno in cerca di una via di fuga, prima di ricordarmi della situazione in cui ci trovavamo.
Alla fine il mio sguardo cadde inevitabilmente di nuovo sui suoi occhi, dai quali non riuscii a interpretare altro che rinnovato desiderio. Dischiusi leggermente le labbra, soffocando la parte ragionevole di me che mi stava urlando contro a gran voce.
«Al diavolo» sussurrai prima di commettere lo stesso identico errore e di lasciarmi cadere su di lui, lasciando che le nostre labbra e i nostri corpi s'incontrassero ancora una volta.
***
«Oh merda, merda...»
Stavo cercando i miei pantaloni in giro per il fienile, continuando a sentire con orrore i pugni insistenti che si abbattevano sul gigantesco portone di legno.
«Dobbiamo verificare che non ci sia stato nessun contagio.»
Alla fine fu Cesar, che stava correndo a sua volta per tutto il fienile, a lanciarmi i miei leggeri pantaloni di lino. Avrei preferito di certo rimanere in mutande con il caldo che aveva invaso quel posto, ma non era il caso, non era decisamente il caso.
Quando fummo entrambi vestiti e più o meno in ordine, ci avvicinammo insieme al portone, camminando uno verso l'altro.
«Siamo qui.»
Fu Cesar a parlare.
Io avevo qualche sentore che ci fosse lo zampino di mio padre, alle quali orecchie erano sicuramente arrivate voci di quello che era successo. Se fossimo... se fossi stata una Dominus come Cesar, una comune giovane Dominus, ci avrebbero lasciati qui a morire, qualunque fosse stata la nostra condizione di salute.
Purtroppo il regno funzionava così.
Evitai di guardare Cesar, sperando che non pensasse ancora una volta che fossi una privilegiata. Forse, speravo, lui non aveva pensato al fatto che eravamo spacciati in ogni caso.
«Lady Avon, siete qui?»
Quando ci fermammo uno dei Domini all'esterno del fienile volle assicurarsi la mia presenza.
«Sono qui» confermai, chiedendomi come potesse comunque assicurarsi che fossi io e non qualcun altro.
«È lei.»
Quella voce mi ghiacciò il sangue nelle vene. Venendo meno allo stesso ordine che avevo imposto a me stessa, mi girai attonita a guardare Cesar, guardandolo quasi terrorizzata.
«Ti ricordi del fatto che io ho due sorelle?» mi ritrovai a sussurrare velocemente, in preda al panico.
Cesar aggrottò la fronte e aprì la bocca per parlare, ma io intuii la sua risposta prima che qualcosa uscisse dalle sue labbra.
«Bene, Hayleigh, la più grande, è qui» dissi velocemente.
«Che cosa...?»
«Noi non ci conosciamo. Lascia parlare me e stai al gioco» dissi, proprio mentre ricominciavano a chiamarci. «Merda...»
«Gwenyth?»
«Sono qui» ripetei obbligandomi a girarmi, fissando con sguardo vacuo il portone di legno.
«Lady Avon, dovete appoggiare la mano sul portone del fienile. Un guaritore verificherà le vostre condizioni di salute, se siete stati o meno contagiati dalla pestilenza.»
Io e Cesar facemmo come ci era stato detto, appoggiando e aprendo la mano sul duro e caldo legno del portone. Deglutii, cercando di utilizzare quegli ultimi momenti che mi rimanevano per inventare una scusa su due piedi per tutta quella storia.
Come avevo fatto a non pensarci? Mia sorella Hayleigh abitava non molto lontano da qui, nel bel mezzo di queste montagne, un po' più a sud. Era scontato che se a mio padre fossero giunte voci del genere lui avrebbe mandato mia sorella a verificare.
Il legno attorno alle nostre mani aperte si illuminò di un caldo colore rossastro. Sentii il potere di un guaritore investirmi la pelle ed entrarmi dentro il corpo. Quando il potere del guaritore cessò, mi resi conto che da lì a qualche istante sarei venuta a conoscenza della verità.
Nel nostro mondo non c'era incantesimo, non c'era pozione che potesse salvarci, nel caso fossimo stati contagiati davvero. Erano davvero pochi quelli che, per grazia divina o per una fortuna accidentale, sopravvivevano e diventavano immuni al morbo.
Mi parve quasi di sentire le labbra del guaritore schioccare dall'altra parte del portone, prima che rivelasse il verdetto.
«Non c'è stato alcun contagio.»
Quando pronunciò quelle parole mi concessi solo qualche momento per rilassare i muscoli e per tranquillizzarmi, prima di rendermi conto che i problemi erano appena cominciati.
Hayleigh non era conosciuta per la sua mitezza e per la sua discrezione. Avrebbe fatto domande, troppe domande, e io non ero sicura che sarei stata in grado di dare una risposta plausibile e pronta a tutte. Non se volevo tenerla all'oscuro di tutto quello che stava succedendo. Purtroppo per noi mia sorella era sveglia e intuitiva, forse troppo.
Come se fossimo una cosa sola, io e Cesar facemmo qualche passo all'indietro, per permettere a loro di aprire le gigantesche ante di legno che ci dividevano. Mi preparai psicologicamente ad affrontare Hayleigh in quei pochi secondi che mi erano concessi, venendo colta comunque alla sprovvista quando la sua figura mi parve davanti.
Era l'unica della mia famiglia ad avere ereditato i capelli castani chiari di mio padre. Capelli color caramello, come piaceva precisare lei. Li portava in un'acconciatura degna di una nobile di Pyros, nonostante fosse una Lady dell'Acqua. Due lunghe ciocche di capelli le sfuggivano dall'elaborata pettinatura in boccoli ben definiti. Probabilmente, dovendo attraversare il confine dell'Isola Ferrosa che divideva Pyros e Kylien, aveva ben deciso di vestirsi come facevano le donne della regione in cui doveva recarsi.
Portava un lungo abito rosato, che richiamava i vessilli della famiglia di suo marito, il futuro Jarl di Oreor, poco più a sud di qui. In quel momento, lontane dalla nostra famiglia, potei capire l'orgoglio che mio padre doveva provare per lei.
Nemmeno l'altra nostra sorella, Stephany era come lei. Non mi sarei stupita se lei fosse diventata una donna importante in tutto il regno.
Mi stava guardando con sguardo indecifrabile, impenetrabile. Non sarei riuscita a capire quello che stava pensando nemmeno se avessi vissuto con lei ogni giorno per tutto il giorno.
«Gwenyth» esordì, interrompendo il silenzio che si era creato lì davanti al fienile.
Mi costrinsi a non distogliere lo sguardo da lei.
«Sono felice di sapere che il tuo gesto azzardato non abbia avuto conseguenze spiacevoli per te e...» Si fermò un attimo, girandosi verso Cesar e sorridendogli amichevolmente, o almeno così sembrava. «... e il tuo amico. E prima che tu protesti, sorella, lo so che non era tua intenzione esporti alla peste. La prudenza, tuttavia, in tempi come questi ti avrebbe dovuto frenare.»
Rimasi zitta a guardarla per qualche momento, cercando il miglior modo per rispondere. In questi casi, Hayleigh era sempre brava con le parole, troppo brava.
«Hayleigh, questo è Cesar Soler. Un amico conosciuto nell'Altopiano del Fuoco» mi ritrovai a dire senza vacillare, continuando a guardarla negli occhi.
«Capisco» si limitò a dire mia sorella, prima di rivolgersi direttamente a Cesar. «Piacere di fare la sua conoscenza, signor Soler.»
Evidentemente diede per scontato che Cesar non fosse di rango nobile come lo eravamo noi. Non mi stupii nemmeno, nonostante ci feci caso. Agli occhi di mia sorella sembravo non essere una Avon, una Lady Avon. In tutta la mia breve vita aveva sempre fatto modo di far capire che non approvava come avevo deciso di vivere la mia vita.
Ormai sembrava dare per scontato che ogni persona con cui viaggiavo, ogni persona con cui instauravo un rapporto, a esclusione di William, non fosse nessuno di rilievo. Nessuno che potesse darmi la vita e il futuro che sognava la mia famiglia per me.
«Il piacere è tutto mio...» Si girò impercettibilmente verso di me prima di concludere. «... Lady Avon.»
«Abbiamo fatto evacuare la locanda in cui avete soggiornato la notte scorsa» disse Hayleigh. «Li abbiamo condotti a sud, dove mio marito si è gentilmente offerto di ospitare tutti coloro che stavano soggiornando lì. Sai Gwenyth, mi è sembrato che ci fosse pure il vecchio Elias Karlsen. Ma forse hai già avuto il piacere di incontrarlo di nuovo.»
Sapeva già troppo per i miei gusti.
«In particolare, da quello che mi hanno riferito, viaggiava con un certo ragazzo, anche lui proveniente dalla regione di Pyros. Mi sono assicurata che raggiungessero la Casa Lunga di Oreor, affinché potesse ricevere l'accoglienza che spetta ad un ex Consigliere Reale.»
Sapevo già dove voleva arrivare a parare, e cercai di prepararmi alle sue parole, rendendomi conto che non avevo idea se sarei riuscita a gestire una situazione del genere. Mi impegnai per rimanere zitta e immobile, ma già le dita delle mie mani abbandonate lungo i fianchi cominciavano a tremare.
«Non vedo perché non si potrebbe organizzare un ricevimento alla Casa Lunga» disse con un piccolo sorriso. «Mi piacerebbe accoglierti nella mia casa, finalmente. E ovviamente il signor Cesar è invitato. Non c'è niente di meglio di una cena per recuperare tutto il tempo passato lontane una dall'altra, sorella.»
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