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Capitolo 13 • Porta del Crepuscolo

C A P I T O L O X I I I
~
• P o r t a d e l C r e p u s c o l o •

Era stato strano, davvero molto strano.

Ritrovarmi nella stessa identica situazione di quella visione che avevo avuto alle Fauci del Lupo mi aveva dato molti pensieri, dovevo ammetterlo.

Non mi sarei mai abituata a queste visioni premonitrici, di questo ne ero sicura. Sopratutto perché quando una di queste si avverava rendeva più possibile e reale quella che più di tutte mi stava tormentando. Ero inquieta, distratta e terribilmente spaventata: ora lui sembrava così vivo, così disposto a seguirci in questa terra desolata, che mi sembrava impossibile la prospettiva di vederlo morire proprio in questa missione.

Ci stavamo avvicinando a quel momento, quel momento in cui Volkihar avrebbe trafitto il suo petto. Ogni singolo passo che facevo verso quella terra, la terra della mia razza, era un passo verso la mia salvezza e quella di Elyria. Ma era un passo anche verso la sua morte.

Ripresi fiato non appena i miei polmoni poterono tornare a respirare aria, anche se, in fin dei conti, non ne avevo bisogno. In tutta la mia vita non mi ero mai accorta di poter respirare sott'acqua.

Guardandomi attorno capii subito di come fossimo riusciti a raggiungere la grotta. Rimasi un attimo ferma mentre Will cominciava già a fare delle bracciate per raggiungere la riva. Era tutto buio, non c'era nessuna torcia a illuminare la grotta né tanto meno la luce delle tre lune a dare quel colorito rossastro che riusciva a permettere un minimo di visibilità.

Solo grazie all'udito riuscii a muovermi nella stessa direzione di Will. Oltre al fatto che riuscissi a percepirlo muoversi in avanti, quando mi chiamò per vedere che ci fossi pure io potei capire dove si trovasse. Risposi con un «Sì, ci sono» veloce, prima di mettere in pratica le mie scarse abilità di nuotatrice per stare al suo passo.

Mi sentivo completamente disorientata: non sapere se stessimo andando nella direzione giusta mi innervosiva. Se solo avessi avuto l'accortezza e l'abilità necessaria di creare una sfera di fuoco a mezz'aria sarebbe stato tutto più semplice. Peccato che con tutta quell'acqua attorno i miei poteri del Fuoco mi sembravano soffocati, praticamente inesistenti e oppressi da tutto quell'elemento così avverso. Qualche secondo dopo, fra un battito di ciglia e l'altro, davanti ai miei occhi esplosero le immagini della grotta, nitide e chiare come se ci fosse qualcosa a illuminare l'antro oscuro.

Sentii una fitta al cuore quando, dopo aver risbattuto le palpebre un'altra volta, la grotta, l'acqua e l'alto muro di pietra verso il quale ci stavamo dirigendo continuarono ancora a essere chiaramente visibili. Questa volta riuscii a fare due più due in fretta, capendo come, di fronte alla necessità e a quel senso di disorientamento, avessi per la prima volta usato i miei poteri da Dominus dell'Ombra fuori da una crisi. Girando leggermente il capo, capii immediatamente quale fosse la direzione giusta.

«Will!» urlai affannata. «Ci stiamo dirigendo verso un muro, dobbiamo andare a destra!»

Vidi chiaramente Will fermarsi e voltarsi nella mia direzione, annuendo nel buio.

«Va bene» si limitò a dire.

Pochi secondi dopo, sentii gli altri, uno dopo l'altro infrangersi sulla superficie dell'acqua. Cominciarono subito a chiamarci per assicurarsi che ci fossimo pure noi.

Era sempre Will a rispondere.

«Stiamo bene. Dovete venire da questa parte!»

Will continuò a dare indicazioni, voce finché, per ultima, non arrivò Joanne, che con la sua padronanza del potere del Fuoco, creò quella sfera di fuoco a cui avevo pensato anche io. Non appena la grotta venne illuminata da quella potente luce rossa, la mia vista tornò come prima, riabituandosi a vedere normalmente come qualsiasi altra persona.

Ero turbata da quel piccolo potere: sembrava che adesso che sapevo tutto, la mia seconda natura di Dominus dell'Ombra stesse emergendo, seppur in poteri così semplici.

Will raggiunse riva prima di tutti.

Dopo qualche minuto, pure io, sempre stringendo con la mano destra le mie scarpe afferrai con la sinistra la sua allungata e mi issai sul pavimento di pietra.

Prima che potessi parlare, Will allungò una mano e fece evaporare nell'aria tutta l'acqua che mi inzuppava da capo a piedi. Dopo avergli rivolto un «grazie» veloce, mi infilai le calze e mi rimisi le scarpe ai piedi.

Non appena pure Joanne, con l'aiuto del signor Davis si issò sulla pietra scura, mi guardai attorno per la prima volta, notando quello che sembrava un gigantesco portale circolare nel bel mezzo della parete alle nostre spalle. Lo avevo già visto, ovviamente: ormai con le visioni, con le crisi e con i sogni che avevo avuto, potevo quasi considerarmi una sorta di veggente improvvisata.

Era quella l'entrata ad Eylien, era quella la Via del Sole.

Ancora una volta provai la sensazione di essere catapultata indietro nel tempo, di almeno una migliaia di anni: sembrava proprio il genere di opera d'arte di qualche popolo antichissimo. Era dello stesso colore della parete, ma a differenza di quella era scalfito con migliaia e migliaia di simboli. Fra quelli potevo riconoscere piccole rappresentazioni di lotte e persone e anche qualche carattere koleosiano che avevo memorizzato nella mia mente.

Assorta, completamente presa da quei segni, raggiunsi la porta a rallentatore, alzando una mano a sfiorarla proprio come avevo fatto con il muro della camera di mia madre. In ogni incisione, in ogni scalfittura si potevano vedere i resti di una pittura dorata, che una volta doveva aver percorso tutti quei simboli e quelle parole, rendendoli maestosi e luminosi.

Il muro assunse un colorito più rosso quando Joanne si avvicinò con il suo potere, per illuminare meglio la porta che tanto aveva invaso i miei sogni. Senza che io le chiedessi qualcosa, cominciò a raccontare.

«Secondo le storie, chiunque volesse accedere ad Eylien era accompagnato da una guardia della Terra del Sole, una guardia che donava il pegno per poter aprire una delle quattro porte, come quella che vedi qui davanti ai tuoi occhi. Quella che oltrepasseremo noi è la Porta del Crepuscolo, quella che ci porterà poco lontano da Koleos, ad una giornata abbondante di cammino per essere precisi.»

«Un pegno?» chiesi, appoggiando la mano sulla porta come se potessi spingerla semplicemente.

«La Terra del Sole è una terra sacra. Più delle altre» rispose Joanne. «Da qui si dice che abbia avuto principio il mondo su cui camminiamo, Mondo degli Umani compreso. È qui che il primo dio, Seran appunto, ha deciso di creare un proprio popolo, il più antico di tutti. Per accedervici c'è però bisogno del sangue di un Dominus della Luce: è per questo che ogni singolo ricercatore delle Vie del Sole, salvo qualche eccezione nei casi ci fosse stato un accompagnatore puro superstite alla Grande Guerra, non è mai giunto a destinazione.»

«Come le sai tutte queste cose?»

«Castor Wright mi ha raccontato tutto ciò che sapeva. E credimi, sapeva davvero molto del suo popolo» chiuse l'argomento così.

Mi limitai ad annuire, mentre il signor Davis, in modo abbastanza inquietante, appariva al mio fianco destro porgendomi un pugnale dalla parte dell'elsa.

Non esitai, afferrandolo con la sinistra e alzando entrambe le mani verso la porta circolare. Prendendo un respiro profondo, continuando lo stesso a considerarla una cosa un po' macabra e inquietante, appoggiai il coltello sul palmo della mia mano destra, e strinsi la lama con quella, tagliandomi inevitabilmente la carne.

Era un dolore strano, che bruciava e pulsava. Ma non riuscii comunque a darci il peso giusto, come se quelle piccole gocce di sangue color rosso scuro non significassero niente, visto che potevo curarmi da un momento all'altro con i miei poteri. Era una cosa così dannatamente sbagliata da pensare. Dentro di me mi vergognavo e mi spaventavo: se questo era quello che pensavo in quel momento, allora valeva la stessa cosa per una ferita decisamente più grave?

Era questa l'importanza che davo alla mia persona?

Forse tutta questa situazione che c'era in ballo mi portava a fare dei ragionamenti articolati anche per cose semplici come un misero taglietto alla mano. Non mi sentivo più mentalmente stabile da tempo, non dovevo stupirmi di questi cambi repentini di umore e di pensieri.

Non appena una goccia del mio sangue toccò la roccia, tutti noi venimmo investiti da un'ondata di calorosa luce dorata, che si sprigionò da tutte quelle scalfitture come se la pittura rovinata che un tempo le aveva percorse fosse di nuovo integra e si illuminasse di luce propria.

Facemmo tutti contemporaneamente un passo indietro, guardando assorti la magia che stava accadendo. Mi accorsi quasi a stento del filo di incantesimo rossastro che Joanne usò per guarirmi il taglio nella mano. Ero troppo meravigliata da quello che stava succedendo.

Sezioni diverse della Porta del Crepuscolo cominciarono a ruotare in diverse direzioni. Solo allora mi accorsi che era composta da più centri concentrici, uno incastrato all'altro. Alcuni si muovevano in senso orario e altri in antiorario. Mentre quei cerchi cominciavano a muoversi a velocità sempre più alte, fino a diventare un vortico di luce dorata, la porta intera cominciò a retrocedere, aprendosi.

Mi sentii strana quando i nostri occhi vennero abbandonati da quella luce. Ci ritrovammo a fissare non più la porta che avevo appena aperto, bensì la buia notte. Rose, senza esitare ma procedendo comunque con lentezza, avanzò verso il passaggio aperto, e io la seguii subito.

Procedetti come presa da un'altra vita, come se non mi stessi rendendo davvero conto di quello che stavo facendo. Dovetti sorreggermi allo stipite della porta aperta mentre attraversavo il passaggio, seguita a ruota da tutti gli altri.

Quello che vidi dopo mi fece sentire il più grande vuoto dentro che avessi mai provato: di colpo mi sentii svuotata di qualsiasi emozione positiva, di qualsiasi cosa che potesse impedire a quel panorama di farmi sentire male emotivamente e fisicamente. Ci trovavamo su un'altura.

Questa volta sotto di noi non si stendeva una bella cittadina di montagna piena di vita: sotto di noi si stendeva una terra sconosciuta, le quali rovine potevano ancora dare una vaga idea di quella che erano state la bellezza, la peculiarità e la grandezza di questa Terra Dimenticata.

Eravamo fra le nuvole. Anche se era notte, era chiaro che la landa desolata che c'era sotto a i nostri occhi era una sorta di mondo sospeso. Era allo stesso tempo lo spettacolo più bello e più devastante che avessi mai visto.

Ovunque girassi lo sguardo, ovunque il mio occhio si posasse, vedevo ruderi, rovine di quelli che un tempo dovevano essere stati edifici grandiosi e cittadine piene di vita. Si vedeva che tutto era stato distrutto da una guerra, non ci potevano essere altre spiegazioni per una devastazione del genere. Chiudendo gli occhi potevo quasi immaginarmi quel mondo prima della Grande Guerra.

Nella mia testa era il classico paradiso sopra le nuvole che si immaginava quando si era piccoli: nella mia mente continuavano a susseguirsi immagini di sentieri dalle pietre dorate che si stendevano nel cielo, di edifici in stile antica roma che, bianchi, spiccavano nonostante tutto fosse così chiaro, così... puro.

Non potevo credere, invece, al mondo distrutto che avevo davanti: nella notte scura quella sembrava proprio una terra dimenticata da tutti, una terra che era stata lasciata a se stessa a marcire. Mi sembrava così ingiusto... Lì dovevano esserci tutti i Domini come me, tutti i miei simili che invece erano stati distrutti e uccisi uno dopo l'altro da quelli che una volta erano loro fratelli, figli, amici, mogli o mariti.

Era così brutto pensare che quel Dominus della Luce, che fino a poco tempo prima consideravi una delle persone più giuste e importanti della tua vita, potesse cadere e diventare il responsabile della tua stessa morte. Era assurdo pensarlo, eppure era successo, era successo a migliaia di quelli che avrebbero potuto essere lì in quel momento.

Avanzai senza pensare fino allo strapiombo, chinandomi a terra e appoggiando la mano sulla sabbia che ricopriva il terreno di quell'altura. Chissà se quelli erano i residui della battaglia che aveva distrutto quel luogo. Non potei non alzare lo sguardo al cielo, rivolgendomi a quegli dèi che avevano permesso che accadesse quello sterminio.

Solo allora mi accorsi che le lune, Pyropus, Adamas e Margarita, non erano più solo tre. Ce n'era una quarta, che attirò la mia attenzione: una luna spaccata letteralmente a metà. Mi alzai disorientata, continuando a fissare quella luna mentre gli altri, dietro di me, cominciavano a discutere sul da farsi.

Unite solo in un punto, in basso, le due metà di quella quarta luna si separavano come se qualcuno, forse qualche dio, le avesse separate spaccando quel corpo celeste con un'ascia. Era più piccola delle altre tre, ma sembrava essere l'unica, per quanto risaltava sulle altre. A differenza delle altre, da quella proveniva uno strano bagliore violastro, più scuro e meno intenso del rosso delle altre.

«Evelyn, è l'ora di andare, non possiamo perdere tempo.»

Matt mi posò delicatamente una mano sul gomito, invitandomi a ricominciare a camminare.

Obbedii, cominciando a scendere di gran carriera. Il mio corpo sembrava fremere dalla voglia di ricongiungermi con quella che, forse, se le cose fossero andate diversamente, sarebbe potuta essere la mia casa.

«Matt...» lo chiamai mentre cominciavamo a scendere il percorso di ciottoli che portava a terra. «C'è una quarta luna. A Elyria non c'è una quarta luna...»

«Sapphirus» rispose pronto come sempre. «Zaffiro, la quarta luna di Eylien. Prima che tu me lo chieda sì, è spaccata a metà da dopo la guerra. Si dice... c'è una leggenda che dice che lì si combatté la più grande battaglia fra dèi che Elyria abbia mai visto, quella fra Seran e Bales, che decise le sorti della guerra.»

«Vinse il dio dell'oscurità?»

«Sì e no» fu la risposta di Matt. «La leggenda narra che la battaglia si concluse in una specie di parità, che comportò la salvezza di Elyria e del mondo, come appunto voleva il dio Seran, e lo sterminio di tutti, o quasi, i Domini della Luce, come voleva il dio Bales.»

Rabbrividii: il fatto che le nostre vite, i nostri destini fossero in parte nelle mani di qualcosa di superiore come degli dèi, mi faceva sentire inutile, come se comunque ogni cosa che facessi avesse poco significato. Se tanto erano gli dèi a decretare le sorti di una guerra, perché ci stavamo così impegnando a fare l'impossibile? Solo per aggiungere delle altre morti alla lista di quelle che avevamo già?

Non dicemmo più niente, scendendo il sentiero sabbioso in silenzio, uno dopo l'altro, con il signor Davis che chiudeva la fila. Ci misi un po' di minuti a capire che quel sentiero non era sorretto da altra terra: quel sentiero sembrava essere tenuto in aria da niente poco di meno che nuvole, come del resto tutta Eylien.

Continuando a camminare, passo dopo passo, mi resi conto delle impronte che lasciavo sullo strato di sabbia. Come avevo immaginato poco prima, quel sentiero era composto da grandi pietre dorate, sepolte sotto tutta quella cenere.

Non sapevo come si sentissero gli altri, ma quello che provavo io era qualcosa di unico, un'emozione che mai avevo sentito in vita mia. Non sapevo dare un nome a quello che provavo, né tanto meno una definizione. Sembrava solamente essere una strana mescolanza di tantissimi altri sentimenti: odio, paura, tristezza.

Quando anche il signor Davis compì l'ultimo passo della discesa, tutti, chi con più attenzione chi con meno, ci girammo verso Joanne, l'unica di noi che sapeva dove andare, che aveva già affrontato quel percorso una volta.

«Dobbiamo dirigerci a sud-ovest» esordì la nostra guida. «La Porta del Crepuscolo si trova nell'estremo nord di Eylien e, come Koleos, si trova nell'Isola del Drago, chiamata anche Isola Draconis se preferite il latino. Seguiremo la Via dell'Angelo, la via principale che collega, o sarebbe meglio dir collegava, tutte le maggiori città di Eylien, la capitale compresa. Ci metteremo un'intera giornata di cammino. Entro domani dovremmo essere arrivati a Porta Sole, quella più a settentrione della città.»

Furono le uniche parole che disse prima di ricominciare a camminare.

Per le ore seguenti non si sentì nessuno parlare: eravamo tutti immersi nei nostri pensieri a guardare ogni singola cosa a cui passassimo di fianco. Ogni volta che vedevo un rudere, o delle rovine, sentivo come se qualcosa si strappasse via da me. Non mi ero mai soffermata a pensare di essere l'unica sopravvissuta di un'intera razza di Domini così tanto come in quel momento.

Ero da sola.

Ero lì proprio a fare quello che tutti i miei antenati avrebbero potuto evitare se solo fossero stati più attenti nell'evitare le Cadute. Alla fine, era solo colpa di uno stupido rischio che Re Airon e la sua famiglia avevano corso. Se solo fossero stati più prudenti, se solo non si fossero fermati all'evidenza, forse in quel momento sarebbe stato tutto diverso.

Era così strano percorrere quei sentieri. Avevo la netta impressione di stare camminando fra le nuvole: nonostante l'opprimente senso di distruzione e di devastazione che provavo, mi sentivo incredibilmente leggera, come se con un solo salto avessi potuto percorrere molto più di qualche metro.

Ad entrambi i lati di quella Via dell'Angelo che ben presto imboccammo, supposi ci dovessero essere stati due piccoli corsi d'acqua, ormai erano prosciugati. Ne era visibile solo il letto poco profondo, ormai secco e pieno di erbacce secche.

A un certo punto, giungemmo davanti a quella che sembrava una specie di rotonda, che vedeva diramarsi da essa altre tre strade oltre a quella dalla quale eravamo arrivati. Nel centro era visibile una statua, stranamente rimasta integra. Attorno a essa erano presenti delle sterparglie, resto di cespugli rigogliosi.

La statua era illuminata completamente dalla luce. Raffigurava una donna, una bellissima donna guerriera che sulla testa portava una corona. Avevo l'impressione di averla già vista da qualche parte e, infatti, non appena Rose al mio fianco aprì la bocca per parlare, il nome di quella donna mi saltò alla mente.

Selene l'arciera, la cui figura era pure su una delle due facce delle corone d'oro, le monete di Elyria.

«Come fa a esserci una sua statua qui? Da quello che ne sapevo Eylien era già stata occupata dagli oscuri quando è diventate l'eroina della guerra...» fece Rose. «Lei è colei che ha salvato Elyria dalla Grande Guerra, ma come hanno fatto a costruire una sua statua qui se Eylien era già stata distrutta?»

«Si dice che siano stati gli ultimi Domini della Luce superstiti, prima di morire. Si dice che volevano che la propria eroina, morta in sacrificio per uccidere il suo padre e salvare l'intero mondo, riposasse per sempre nelle sue terre. Si dice che questa sia la sua tomba» spiegò Joanne.

«Suo padre?» chiesi piano, non potendo trovare un'analogia con quello che stava capitando a me.

«Era la primogenita "perduta" di Re Airon» questa volta fu Will a rispondere. «Crebbe con dei fabbri in uno dei quartieri più poveri di Koleos, sapendo sempre, tuttavia, la sua vera origine. Si pensa che da lei discenda l'unico ramo superstite della razza dei Domini della Luce. Ipotesi non troppo accreditata visto che non ci sono fonti che abbia avuto un figlio o una figlia nella sua breve vita.»

Nella mia mente non poteva non esserci che una sola domanda: sarebbe stata anche la mia fine quella? Sarei stata io a porre fine alla razza dei Domini della Luce per sempre, morendo troppo giovane per avere un figlio? Era un'ipotesi molto concreta che non potevamo scartare, era più probabile che finisse così che in un qualsiasi altro modo.

Mentre facevo questi pensieri ebbi un capogiro improvviso che mi fece perdere per un momento l'equilibrio, obbligandomi ad allungare una mano per sorreggermi a Rose.

Nella mia mente passò un'immagine fugace, un pensiero anomalo che ero sicura di non aver fatto io. L'immagine rimase impressa nella mia mente in modo indelebile anche quando Rose mi distrasse per qualche secondo.

«Evelyn? Tutto bene?»

«Sì, sì, sono solo stanca» dissi in fretta per tenerla tranquilla.

Anche in quel momento, in cui Matt si stava avvicinando a me per chiedermi se volessi un po' d'acqua, mentre chiudevo gli occhi, mi ritrovavo davanti quel luogo che era apparso nella mia mente così velocemente.

Era una specie di gigantesco salone bianco, di marmo. Ai lati della stanza, fra una finestra e l'altra, scorrevano alternate colonne di acqua e di lava, che scomparivano nel pavimento. In fondo all'enorme salone, su una piattaforma rialzata, c'era il trono più maestoso che avessi mai visto.

Era gigantesco, potevamo sedervici comodamente in due o tre. Era bianco, scalfito con gli ormai ricorrenti filamenti d'oro che donavano ricchezza e maestosità alla costruzione. Sullo schienale, in alto, c'era scolpito un'enorme sole tutto dorato, i cui raggi sembravano estendersi per tutto il trono, fino a raggiungere terra e a diramarsi su tutto il pavimento, come a separarlo regolarmente in centinaia di piastrelle regolari.

Dietro al trono c'era una statua, a ridosso del muro. Era la statua di un re, un re vecchio e dall'aspetto ancestrale e potente. Sembrava che potesse emanare potere dalla pietra bianca che lo formava. Ai suoi lati salivano curati rampicanti, che in una seconda occhiata riconobbi essere delle rose, con tanto di spine taglienti.

Fra le sue mani, strette una all'altra, stringeva l'elsa di una gigantesca spada di pietra, una spada che a malincuore avevo già visto e rivisto molte volte ormai. L'unica cosa che riuscì a farmi rimanere in piedi fu il fatto che fosse solo il modello di pietra di Volkihar, e non la spada vera e propria.

Dovevo solo sperare che quello non fosse solo uno stupido e non richiesto indizio per procedere con la ricerca di quella maledetta spada.

Dovevo solamente sperare che quella visione non avesse un significato particolare.

Dovevo solo sperare che fosse solamente un bel posto che il mio subconscio volesse suggerirmi di andare a visitare.

Anche se, purtroppo, dubitavo che sarebbe stato davvero così.

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