Capitolo 8 • Visione
C A P I T O L O V I I I
~
• V i s i o n e •
«Evelyn esci di qui.» la voce di Matt esitava, mentre mi posava una mano sulla spalla, come per invitarmi ad uscire da lì.
Non mi presi la briga di rispondere, mentre me lo scrollavo di dosso, troppo scioccata per ammettere a me stessa che dovevo assolutamente uscire di lì, per il mio stesso bene. Sapevo che Rose e Matt avrebbero avuto una spiegazione plausibile, ma non riuscii a trattenermi dall'aprire frenetica il dossier.
Nome: Evelyn Isabelle Caroline
Cognome: Lewis
Stato: viva
Residenza: Washington (Orfanotrofio), Seattle (Famiglia precedente), Boston (attuale).
Ormai il mio cuore non stava più dentro la mia gabbia toracica e mi stava cominciando a girare la testa. Il peggio capitò quando lessi ciò che veniva dopo: «Nascita: sette dicembre del duemila... luogo di nascita: Fyresis...» Trattenni a stento una risata isterica: io ero nata a Washington, dove mia madre mi aveva abbandonata.
E poi accade tutto d'un tratto: il giramento di testa raggiunse livelli altissimi e presto sentii le voci di Matt e degli altri farsi più lontane. Non feci nemmeno in tempo a prendermi la testa fra le mani che la vista mi si annebbiò e cominciai a vorticare nel buio.
«Sotto casa?» ripeté l'inquietante uomo dagli occhi quasi neri. «Sotto casa!?»
Il ragazzo che si era gettato ai suoi piedi non rispose: stava tremando. I capelli biondi gli ricadevano in ciocche sudate attorno alla testa, ben visibili anche nell'oscurità opprimente della sala.
«Avevi detto di aver trovato un posto sicuro, non è così?» sbraitò la voce. «Non è così?»
«S-Si, maestà.» balbettò il ragazzo.
«E come mai adesso quei sudici Ribelli stanno sguazzando nelle tue ricerche e nelle informazioni che tu stesso hai raccolto?»
«H-Ho sbagliato, mio signore.»
«Hai sbagliato...» ripetè. «Sai quanto complica le cose adesso? La tua mancanza di intelligenza? Oh.. ma tu speravi di non trovarti mai al mio cospetto, giusto? Speravi forse di riuscire a scappare?»
Fra i servi e i funzionari dell'aula si scatenò una risata derisoria, mentre anche il viso dell'uomo si contorceva in un sorriso strano.
«Di riuscire a scappare da... me?»
Il ragazzo cominciò a tremare come se avesse le convulsioni e non riuscì a non chinarsi ancora di più. Con i denti che battevano dalla paura esalò: «V-Vi prego...».
«Portatelo via.»
«Evelyn!»
Qualcuno mi stava schiaffeggiando per farmi rinvenire. Sbattei piano gli occhi e mi ritrovai a guardare una cerchia di teste sopra di me. Quando ebbi fatto mente locale, capii che era Rose che mi stava schiaffeggiando.
«Rose smettila.» mugolai, tirandomi su di scatto e appoggiandomi sui gomiti. «Che cos'è successo?»
Mi portai una mano alla testa: mi faceva male da morire, pulsava e sembrava che da un momento all'altro dovessi svenire un'altra volta. Solo allora, sotto gli sguardi preoccupati di tutti i presenti, mi ricordai del sogno che avevo appena fatto.
«Sei svenuta.» disse Rose con voce preoccupata, spostando lo sguardo da me a Matt. «Tutto d'un tratto.»
«Rose, ascolta.» dissi deglutendo, ignorando la sua preoccupazione e la storia di come fossi svenuta: non aveva importanza, non dopo quello che avevo visto. «Non c'è più bisogno di cercare Adam Fallon.»
Non avevo avuto dubbi e non ne avevo nemmeno in quel momento: quel ragazzo tremante e in ginocchio davanti all'uomo vestito di nero era lui. E non avevo nemmeno dubbi sul fatto che quella scena stava succedendo davvero, a chissà quanti chilometri di distanza.
«Evelyn, devi bere qualcosa.» fece Matt, ignorando quello che gli avevo detto, chinandosi e porgendomi un bicchier d'acqua. «Sei pallida come un fantasma.»
«Mi volete ascoltare? Fermate ogni operazione di controllo per passaggi di Elyria o di pattuglia... non lo troverete.»
«Si, devi proprio bere qualcosa.» ripeté Matt, alzando il bicchiere per farmi bere, e avvicinandolo di più a me.
Un improvvisa rabbia mi pervase: perché non mi stavano ascoltando? Perché credevano che stessi solo blaterando cose senza senso? Stavano solo perdendo tempo, non lo avrebbero trovato da nessuna parte. Il picco d'ira arrivò dopo qualche secondo, quando bruscamente il bicchiere in mano a Matt scoppiò, ferendolo con i frammenti di vetro.
«Dovete ascoltarmi.» quasi urlai, balzando in piedi sotto gli sguardi straniti di tutti i presenti, ricevendo un'occhiata incredula da Rose.
«Evelyn, calmati.» disse, con un certo tono accusatorio che in quelle condizioni non riuscii ad interpretare.
Ma io mi ero già calmata senza che me lo dicesse lei. Nonostante il mio cuore continuasse a battere all'impazzata, ebbi abbastanza buon senso da capire quello che sarebbe successo di lì a pochi secondi. Mentre mi giravo e davo la schiena alle persone che avevo davanti, pregai che nessuno vedesse l'ombra nera nei miei occhi grigi.
Spintonai la gente che si trovava anche dietro di me e raggiunsi un angolo, dove c'era uno specchio sporco percorso da crepe. Non appena alzai gli occhi sul mio viso, con una fitta al cuore vidi i miei occhi diventare quasi neri. Li strizzai, sperando che nessuno li vedesse. Non sapevo perché, ma in quel momento mi sembrava fondamentale che nessuno sapesse di quel mio problema. Quando li riaprii, vidi che erano tornati del loro grigio naturale, così decisi di rigirarmi verso le persone, che sicuramente non stavano capendo nulla di quello che era appena successo.
«Scusate.» riuscii a dire con tutta la calma che mi era possibile. «Non so che cosa mi sia preso.»
«Tranquilla.» disse Matt scrollando le spalle, tenendosi la mano ferita con l'altra è lanciandomi un occhiata piena di domande.
«Gente tornate a farvi gli affari vostri.» disse poi Rose. «Evelyn ha già troppa grana a cui pensare senza voi che ci ficchiate il naso...»
La gente, controvoglia ma non intenzionata a disobbedire, se ne tornò ad analizzare la stanza principale di quella parte segreta della casa. Non appena l'ultimo Dominus fu fuori dalla porta, Rose e Matt mi furono addosso.
«Ma c'è cosa ti è preso?» mi aggredì Rose.
Ricevete da parte mia solo un'altra occhiata di scuse. Scossi la testa, limitandomi a rivolgermi al mio amico.
«La mano, Matt?» chiesi non sapendo perché mi ritenessi responsabile dell'accaduto; il mio primo pensiero sarebbe dovuto essere che magari lui aveva stretto troppo il bicchiere.
«Guarirà.»
«Sentite ragazzi,» dissi poi, distogliendo lo sguardo da lui e cercando di ignorare le sue continue occhiate calcolatrici. «Non cercate più Adam Fallon. Non lo troverete!»
«Ma come fai ad esserne sicura?» chiese bruscamente Rose, dandomi la conferma che lei non mi stava affatto credendo.
«È stato catturato.» dissi cercando di sembrare convincente. «E la pagherà cara per avervi fatto trovare questo posto.»
Matt e Rose si rivolsero un'occhiata preoccupata, come se pensassero che stessi farneticando. Non potevo nemmeno lontanamente pensare che quello che avrei detto dopo potesse avere conseguenze così importanti per il resto della mia vita.
«Ragazzi!» feci, prendendo la pazienza è trattenendomi a stento dall'urlare. «Perché non mi credete? L'ho visto...»
«Che cosa?!» fece Rose con voce stridula.
A quel punto mi ero solo tirata la zappa sui piedi da sola. Solo in seguito mi sarei pentita delle mie parole; magari, senza averglielo detto, avrei potuto vivere qualche altro giorno in normalità e sopratutto in tranquillità. Così, capendo che ormai non potevo più nascondere quello che mi era successo, risposi, consapevole di quanto sembrasse stupido da dire: «L'ho visto. In un sogno.»
Rose e Matt si scambiarono un'ulteriore occhiata, che io interpretai ancora con più difficoltà quando Rose si lasciò sfuggire un «Cazzo.» disperato. Si passò la mano fra i capelli prima di continuare dicendo teatralmente:«È troppo tardi, Matt».
La guardai stupita, corrugando la fronte. Stavolta ero io a doverla prendere per pazza. Ma di cosa stava parlando? Ignorando la mia occhiata, Rose lanciò un altro sguardo a Matt. Non mi accorsi nemmeno di lui che si avvicinava e mi prendeva il mento fra le dita senza troppe cerimonie. Fu come se avesse avuto intenzione di studiarmi la faccia in lungo e in largo: mi guardò dritto negli occhi girandomi il mento da un lato all'altro, prima di lasciare correre il suo sguardo su tutto il resto del mio viso.
«Quante volte è successo?» mi chiese riuscendo a mantenere più calma di Rose.
«È la seconda.» risposi sinceramente con il cuore che cominciava a battere più forte.
«Dopo quanto tempo?» mi chiese cercando di mettere più dolcezza e tranquillità possibile nelle sue parole.
«Stamattina è stata la prima.» decisi che era meglio non mentire, forse loro avevano delle risposte che io non riuscivo a dare a me stessa.
«Ecco perché sei uscita.» annuì lui grave, rivolgendo un'occhiata a Rose.
«Pensavamo di avere più tempo, Matt!» fece agitata, sovrastando la voce dell'amico. «Dobbiamo portarla subito all'Istituto Zero.»
«Ferma, ferma...» le dissi allungando una mano, respirando profondamente per mantenere la calma . «Voglio delle spiegazioni. Che cosa sta succedendo? Che cosa mi sta succedendo?»
Rose si morse un labbro e Matt esitò a sua volta. Mi stavano nascondendo qualcosa, qualcosa di molto grande. Per fortuna, prima che potessi anche solo parlare, Rose si rivolse a Matt, dicendo risoluta: «No Matt, non possiamo più rimandare, è troppo tardi.».
«Hai ragione.» convenne lui grave, capendo che l'amica aveva ragione. «Ma sai anche tu che non possiamo portarla all'Istituto Zero, Rose...»
«Ragazzi...» questo uscì dalla mia bocca come una supplica, ma loro non mi ascoltarono, continuando a parlare come se io non ci fossi.
«Niente Istituto Zero, hai ragione.» continuò Rose. «Oh Matt... finiremo nei guai...»
«Non importa...» fece scuotendo la testa. «Non importa...»
Li stavo guardando stupita. Che cosa stava succedendo? Che cosa cavolo stava succedendo? Per fortuna a quel punto Rose si rivolse a me, prendendomi la mano e guardandomi dritta negli occhi.
«Non devi parlare con nessuno di quello che hai visto.» mi intimò con voce preoccupata, ma ancora più risoluta di prima.
«Ma Adam...»
«Evelyn! Non devi farlo. Questo è molto più importante per te di tutte le ammonizioni su Cole, su Bella o sul fatto di non dire a nessuno di Elyria!»
Forse fu il suo tono grave, o forse il fatto che volessi delle risposte più di tutto il resto, ma mi ritrovai ad annuire, facendo spuntare sulla faccia di Rose un'espressione sollevata.
«Dove andiamo Matt?» fece poi rivolta a lui.
«A casa mia.»
«A questo punto è più vicina casa mia, Matt.»
«Va bene.» acconsentì. «Andiamo.»
***
La salita fu meno faticosa della discesa, probabilmente fu così grazie alle folate di vento create da Rose, che aiutarono parecchio. Di sopra, Matt trovò in fretta una scusa per Bennett, dicendogli che non mi sentivo molto bene. Non che non fosse vero visto che mi sentivo la febbre e, stando a quanto diceva Rose, ero più bianca di un fantasma. Solo quando salii in macchina, nel posto anteriore, mi ricordai del dossier che stavo leggendo.
«Ragazzi!» esclamai facendoli girare subito verso di me, preoccupati come se stessi per svenire un'altra volta. «Il dossier! Devo leggerlo assolutamente... Devo tornare a prenderlo!»
Rose alzò gli occhi al cielo, tirando un sospiro di sollievo per il fatto che non stessi per risentirmi male.
«Ce l'ho qui.» disse Matt lentamente, valutando se fosse davvero il caso di dirmelo o meno.
«Dammelo Matt.»
«Credo che le cose che ci sono scritte qua dentro,» scosse il fascicolo, guardandomi dritta negli occhi, «tu le voglia sentire da noi. Credimi, è meglio così. Se quello che ti diremo non ti convincerà, allora te lo darò.»
Rimasi zitta, la testa mi stava ancora scoppiando e l'ultima cosa che volevo era dibattere con Matt. Per fortuna, il fatto che attraversammo la città in completo silenzio mi aiutò a mettere ordine nella mia testa. Potevo scommettere che anche Matt e Rose stavano riflettendo, non avevo dubbi. La domanda che più mi tormentava in quel momento era: chi era quell'uomo che già due volte era apparso nella mia mente? Ora non potevo più chiamare quello che avevo visto un sogno, visto che questa volta non mi ero addormentata, ero svenuta.
Il telefono che vibrò nel taschino della mia giacca di jeans interruppe i miei pensieri. Lo estrassi subito, sentendomi gli occhi di Matt e Rose addosso. Con un tuffo al cuore, vidi il nome che c'era sullo schermo di quel catorcio: Bella Spencer. Alzando gli occhi al cielo, mi preparai a migliaia di domande sul perché ero scappata da scuola.
«Chi è?» chiese Rose nel giro di due secondi, girando la testa per guardarmi.
«Bella.» risposi. «Non ho voglia di sentire le sue strilla...»
Feci per rifiutare la chiamata e riporre il telefono, ma Rose mi invitò a rispondere con un gesto della mano facendomi ragionare: «Non vorrai mica finire nei guai per non aver risposto.». Scrollando le spalle per dire come vuoi, risposi al telefono, seguendo il suo consiglio.
«Pronto?» esordii con tono depresso.
«Principessa?» la voce che provenne dall'altro capo del telefono mi trovò completamente impreparata.
William Cole. Per essere sicura che avessi letto bene il nome sullo schermo, mi staccai dall'orecchio il telefono e lessi di nuovo. Non avevo sbagliato, ma perché era lui e non Bella? Rimasi zitta, guardando verso Rose per vedere se stesse origliando; ovviamente, stava cercando di farlo.
«Pronto? Evelyn?» fece Will al telefono, visto che non rispondevo.
Prima che potessi rispondere, nonostante fossimo in una macchina con i finestrini chiusi, sentii una folata di vento. La mia mente lavorò in fretta e prima che potessi accorgermene, mi stavo girando verso di Rose, che continuava a guardare la strada facendo finta di niente. Mi irritai tantissimo, ma l'irritazione fu sovrastata dall'ansia che provavo per la paura che potesse sentire qualcosa. 'Se la sente sono morta, se la sente non mi diranno mai nulla.' continuavo a ripetermi, non sapendo il perché non gli avessi già riattaccato il telefono in faccia.
La folata di vento non poteva cessare in un momento migliore di quello. Prevedibilmente, Rose girò la testa verso di me talmente forte che si distrasse dalla strada e per poco non investì un civile, sterzando bruscamente per rimediare.
«Pronto?» feci al telefono dopo aver lanciato un'occhiata piena di rimprovero a Rose, sperando da una parte che Will fosse ancora lì e dall'altra che avesse riattaccato.
«Oh, eccoti.» fece e al notare che la sua voce non aveva scatenato reazioni particolari da parte dei miei amici, sentii di poter parlare liberamente con lui.
«Avevi bisogno?» chiesi cercando di non lasciar trapelare nessuno stato d'animo nelle mie parole.
«In realtà no, non io.» fece e solo allora riflettei che doveva essere solo un portavoce, un portavoce di Bella; questo spiegava anche il fatto del perché mi stesse chiamando con il suo telefono.
«E allora?»
«Brian Spencer mi ha detto di provare a chiamarti per dirti di rientrare subito a casa.» disse con voce annoiata. «Il preside ha chiamato a casa per dire che non ti sei presentata a lezione di Inglese.»
«E tu che cosa centri?» chiesi senza riuscire a nascondere preoccupazione nella mia voce.
«Faccio solo da portavoce.» disse lui con la sua voce grave. «Ti conviene chiamare Brian o portare il tuo bel culo qui.»
E riattaccò.
«Cazzo.»
«Che cosa voleva Bella?» chiese Matt lanciando occhiate calcolatrici a Rose, come se lei potesse rispondere al mio posto.
Notai subito che Rose sembrava un po' irritata. Non mi arrabbiai con lei, in un primo momento, almeno: ero troppo impegnata a pensare a Brian e a quello che avrebbe comportato la mia fuga da scuola. Lo feci solo quando dalla sua bocca uscirono le parole che confermarono i timori che avevo avuto prima: «Te lo avrei saputo dire io, se la ragazza qui accanto a me me lo avesse concesso.».
«Volevi usare i tuoi poteri per origliare?» le chiesi acida, cercando di reprimere la rabbia. «Che fine ha fatto la privacy, Rose?»
Sorprendendomi, Matt mi rivolse uno sguardo ammirato, ma io non capii perché lo stesse facendo, stavo solo difendendo i miei diritti.
«Che cosa voleva Bella?» chiese Rose, cercando di mantenere la calma a sua volta.
«Il mio padre affidatario vuole che torni a casa, ma non è un problema, adesso lo chiamo e mi invento qualcosa...» dissi, sollevata dal fatto che non avesse sentito nulla.
«Digli che sei da me.» fece lei. «Gli Spencer conoscono i miei genitori.»
«Si, avevo già avuto questa sensazione quando mi hanno lasciata uscire quella sera...»
Composi in fretta il numero del mio padre affidatario e mi portai il telefono all'orecchio.
«Pronto?» Brian Spencer rispose subito dopo uno squillo.
«Pronto, Brian?»
«Dove sei finita? Lo sai che non ti puoi permettere di venir meno a nessuna regola? Che cosa cavolo ti è passato per la testa?» come avevo dovuto prevedere, Brian cominciò ad urlare.
«Rose Ward si è sentita poco bene, durante l'intervallo.» mentii prontamente, lanciando un'occhiata veloce a Rose. «Le serviva qualcuno che l'accompagnasse a casa...»
«E ve ne siete andate così? Senza avvertire nessuno?» sbraitò al telefono; domanda scontata, in effetti. «Torna subito qui!»
«Non riuscirò ad essere a casa prima di un po'.» risposi, non riuscendo a trattenermi dall'alzare gli occhi al cielo: ok i miei precedenti, ma non avevo più cinque anni. «Oggi c'è lo sciopero dei mezzi nel quartiere dove abita Rose, dovrò aspettare che i suoi ritornino da lavorare prima di farmi dare un passaggio.»
Silenzio dall'altro capo del telefono. Questo voleva dire solo una cosa: la scusa stava funzionando.
«Davvero, non succederà più.» continuai, per rafforzare la mia bugia. «Ma Rose stava davvero male ed io ero l'unica in quel momento a poterla portare a casa. Non credo c'è il preside abbia da ridire molto su di questo, ho solo fatto ciò che era giusto. Se sarà necessario, sconterò anche qualche ora di punizione.»
Tanto valeva fare le cose per bene: non avevo nessuna intenzione di far vacillare la fiducia del preside o per l'ennesima volta mi sarei vista tornare a Washington. Ero arrivata a quel punto che ogni minima trasgressione poteva costarmi questa famiglia. E questa scuola, questi amici... per non parlare del mondo che avevo appena scoperto.
«Ne parlerò con il preside. Vedi di tornare per cena.» disse lui prima di riattaccare e a quelle parole tirai un lungo e profondo respiro di sollievo.
«Quindi?» fece subito Rose, che evidentemente questa volta non aveva nemmeno cercato di origliare la conversazione.
«Probabilmente dovrò passare un paio di orette in punizione, ma non mi interessa.» risposi mentre lei svoltava a sinistra, suscitando delle piccole risate da parte di Matt.
«Sei una ballista patentata.»
Arrivammo nella "casa" di Rose non prima di altri venti minuti. C'era un sacco di traffico, ma dovetti ammettere a me stessa che ci avremmo messo il doppio del tempo per raggiungere l'Istituto Omega, quasi dall'altra parte della città; non potei non chiedermi a che ora partisse Rose per passarmi a prendere. Scendemmo davanti ad un ufficio postale, isolato dagli altri edifici.
«Scusa Rose...» feci titubante, stringendomi nelle spalle per la brezza fredda e mordendomi automaticamente un labbro. «Ma per l'Istituto Alfa si entra qui?»
«Non esattamente.»
Mentre m'incamminavo a mia volta, rivolsi un'occhiata a Matt, che però si limitò solo a ridacchiare. Suscitandomi sempre più domande, Rose ci portò dietro l'edificio, dove c'era una piccola costruzione cubica bianca. Capii che era quella l'entrata all'istituto solo quando Rose mi disse: «Si entra da qua.».
«Ma non è poco sicuro?» chiesi ricordando l'entrata di Boston dell'Istituto Omega: il passaggio si era scoperto arrivare nel seminterrato di un bar, appartenente ad una simpatica signora, nonché Dominus della Terra; le guardie che mi avevano accompagnata mi avevano spiegato che la gente che ci vedeva pensava automaticamente che stessimo tornando dal bagno, visto che era proprio di fianco a quella porta nascosta.
Rose scosse la testa ridacchiando e aprì la porta bianca facendosi da parte per farci entrare prima di lei. Quando sia io che Matt fummo entrati, Rose chiuse la porta e si avvicinò ad un pannello di controllo appeso ad un muro. Poteva benissimo sembrare un pannello dell'elettricità, ma, quando Rose lo toccò, capii che non era affatto così: quella piccola stanza cominciò a vibrare ed io ebbi la terribile sensazione che cominciasse a salire.
«Rose?» feci attaccandomi al muro, mordendomi di nuovo il labbro per il nervoso.
«Si?» fece lei distratta, mentre si guardava un'unghia.
«Dove si trova esattamente l'Istituto Alfa?» chiesi cautamente mentre la stanza continuava a muoversi. «Non è che per caso si trova sospeso sopra Boston?»
«Come l'Omega, l'Istituto Alfa non si trova a Boston. Questa è una delle numerose entrate. E quello che stai pensando è giusto. Stiamo salendo sopra le nuvole.» Matt rise e rispose al posto di Rose, dicendolo con una leggerezza che mi fece chiedere il perché non si stesse preoccupando.
«E scusami.» richiamai di nuovo la sua attenzione. «Perché nessuno lo vede?»
«Per lo stesso motivo per cui i marinai non approdano ad Elyria quando attraversano il Pacifico.» rispose Rose. «Perché per loro non esiste.»
«Mhmm..» feci, fingendo di aver capito.
Rimanemmo in silenzio per qualche minuto, fino a che, con un altro scossone, la stanza si fermò. Rose aprì di nuovo la porta e una luce abbagliante ci investì, costringendomi a sbattere le palpebre tante volte per abituare i miei occhi a quella luminosità.
«Eve, benvenuta nell'Istituto Alfa.» fece Rose raggiante, uscendo dalla stanza e invitandomi a fare lo stesso.
Non sentendomi del tutto sicura, misi piede nell'atrio dell'Istituto Alfa, pregando stupidamente di non precipitare da quella struttura, che mi risultava estremamente pericolosa e inaffidabile. L'unica consolazione arrivò dalle parole di Matt: «Si, mi sono sentito anch'io così la prima volta che sono venuto qui.i». Quando ebbi la certezza che non sarei precipitata da un momento all'altro, feci altri due passi dentro all'illuminato atrio bianco. Era una stanza molto moderna, ricca di finestre. Non so dove trovai la forza per affacciarmi ad una di quelle: purtroppo o per fortuna, non si vedeva nulla fuori a parte l'infinito cielo azzurro e le nuvole che facevano come da pavimento.
«Bello, vero?» fece Rose raggiungendomi. «Ma ora dobbiamo andare a casa mia. Non siamo gli unici Domini che abitano qui, ogni famiglia ha un suo appartamento.»
«D'accordo.» acconsentii mentre Rose si avviava su per le scale a loro volta bianche.
Non ci volle molto per raggiungere il suo appartamento e, quando arrivammo, notai che non avevamo incontrato nessuno. Evitando di farmi porre la domanda, Matt sembrò leggermi nel pensiero, dicendo: «La gente è a lavorare a quest'ora. E i bambini sono a scuola...».
«Ma vanno a scuola?» chiesi mentre Rose armeggiava con la serratura della sua porta d'ingresso.
«Certo.» fece Rose. «Cosa credi? Che rimaniamo analfabeti per tutta la vita?»
«Ve beh, hai capito cosa intendo... intendo alla scuola normale.»
«Ah ecco...» rise Rose mentre finalmente apriva la porta. «No, c'è una scuola qui in questo istituto. Solo quando sono ragazzi cominciano ad andare alla scuola normale, come dici tu. Qui si studiano... ei, ma voi due cosa ci fate qui?»
Seguì un gran trambusto e capii ben poco di quello che successe nei successivi trenta secondi: per i primi attimi sentii solo due voci squillanti e acute che avevano cominciato ad urlare i nomi dei miei amici.
«Rosie!»
«Matt!»
«Kylie! Justin! Voi non dovreste essere a scuola?» fece Rose incredula guardando i due ragazzini.
Solo allora li osservai meglio, mentre spiegavano a Rose il perché non fossero a scuola: il bambino aveva gli stessi capelli di Rose, scompigliati in una marea di riccioli che potevano fare invidia a Matt, la sua faccia era piena di lentiggini e nei suoi occhi si poteva ben scorgere un verde luminoso. La bambina non aveva lo stesso colore dei capelli: sempre rosso, ma più vicino ad un castano ramato; gli occhi, invece erano del loro stesso colore. Non dovevano avere più di dieci anni.
«E lei chi è?» chiese improvvisamente la bambina, indicandomi.
«Justin, Kylie, questa è Evelyn Lewis. Eve, questi sono i gemelli Justin e Kylie, i miei fratelli.»
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