Capitolo 4 • Casa Fallon
C A P I T O L O I V
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• C a s a F a l l o n •
Erano passati solo due giorni da quando Will Cole era entrato in casa mia. Da quel momento, non aveva cercato di parlarmi in alcun modo, né a scuola, né catapultandosi in casa mia senza preavviso come aveva fatto l'ultima volta. Per quel che ne sapevo poteva anche essersi dimenticato di avermi invitata a quella festa.
Matt e Rose non ne sapevano ancora niente. Ma potevo ben immaginare che, se ci volevo andare davvero, dovevo sbrigarmi a dire almeno alla mia amica della festa. Ero sicura che in un primo momento avrebbe detto di no, ma, anche se lei era una ragazza estremamente testarda, sapevo che non sarebbe riuscita a rifiutare un invito del genere: se c'era qualcosa che accomunava davvero me e Rose, questo qualcosa era sicuramente l'amore per le feste e per tutto ciò che ne conseguiva, alcol compreso. Mi ritrovai a chiederglielo il giovedì, quando stavamo pranzando da sole in mensa; Matt era dovuto andare in biblioteca per perfezionare il suo compito di storia.
«Rose, per caso tu sai di una festa questo fine settimana?» le buttai lì, fingendo noncuranza.
Come avevo immaginato, lei si fece subito sull'attenti, guardandomi tanto intensamente che per un attimo dimenticai quello che dovevo dirle: «Una festa? Dove? Quando?». In un primo momento, mi limitai a guardarla, cercando di trovare il coraggio per parlarle. Solo pochi secondi dopo, presi un respiro, sorridendole e cercando di avere la voce più suadente e convincente possibile.
«Sabato sera. Da Adam Fallon...»
«Che cosa?» disse con voce acuta, sgonfiandosi come un palloncino per la delusione prima di scuotere la testa. «No, non se ne parla proprio...»
Sapendo quanto le costasse rifiutare un invito del genere, continuai insistentemente, con tono suadente: «Rose, ci saranno tanti ragazzi... Ci sarà l'alcol, la musica...». Lei fece una smorfia, come se stesse combattendo animatamente con se stessa sullo scegliere di proteggermi oppure rischiare e venire ad una festa fantastica con me. Solo dopo, esclamò di scatto un fermo e deciso «No!, che sembrava tuttavia essere rivolto a se stessa. Perdendo la pazienza, cominciai ad innervosirmi: infondo io non avevo bisogno del suo consenso per andare a quella festa. Ero consapevole che sarebbe stato decisamente meglio andarci con un'amica, ma sapevo bene anche quanto l'alcol potesse fare dei miracoli per trovare presto compagnia per la serata.
Il sorriso scomparve dalle mie labbra, mentre alla vista della sua faccia perdevo la pazienza: «Rose! Sono stanca. Questo è troppo. Sono settimane che sto ad ascoltarvi senza chiedere nemmeno una minima spiegazione!» sbottai, mordendomi il labbro inferiore.«Sono stata lontana dai guai, da Cole e da Bella per quanto mi è stato possibile. Proprio come mi avevate consigliato di fare. Ma ora non mi impedirete di andare ad una festa e divertirmi! »
«Lo so che ti dovremmo spiegare... Ma è assolutamente, dannatamente complicato. Mi prenderesti per pazza se ti dicessi il motivo per cui devi stare lontana da William Cole e la sua compagnia!» disse passandosi una mano sui capelli, frustrata. «Ti chiedo solo di avere pazienza, ti diremo tutto...»
La guardai, nella speranza che stesse per cedere. Solo dopo averla guardata e riguardata senza aver ottenuto nulla, decisi di giocare sporco: «Bene, bene!» esordii spazientita, alzandomi dal tavolo e guardandola dritta negli occhi. «Allora, se tu non mi accompagnerai, ci andrò da sola!». Ottenni il risultato sperato: Rose sembrò allarmata e, quando feci per andarmene di lì, sentii la sua voce profondamente combattuta che mi richiamava. Prima di girarmi per ascoltarla, non riuscii a trattenere un sorrisino.
«Evelyn aspetta!»
Mi fermai e mi girai verso di lei, cercando di far scivolare via il mio sorrisino dalla mia faccia. Con la faccia consapevole di chi aveva fatto un gradissimo e stupidissimo errore, la sentii dire piano: «Ci andremo. Ma non dirlo a Matt.».
***
Quel sabato sera, avevo praticamente rovistato tutti i miei scatoloni nella speranza di trovare qualcosa di decente per andare alla festa. Alla fine avevo riciclato qualcosa dai vecchi acquisti, mettendomi un paio di jeans a vita alta e un top bianco con le spalline sottili. Mi ero messa le sneakers perché erano l'unico paio di scarpe decenti che avessi. L'unica consolazione nel fatto di indossarle era che se avessi messo dei tacchi, la maggior parte dei ragazzi sarebbe stata più bassa di me, il che si commentava da solo. Mentre mi studiavo per l'ennesima volta allo specchio, il mio telefono cominciò a squillare, e così andai verso il letto, vedendo che si trattava di Matt.
«Pronto, Matt.» risposi, cercando di non avere un tono colpevole.
«Ciao Eve, ti va di fare qualcosa stasera? Magari andiamo al cinema!»
«Matt... questa sera devo andare ad una cena di famiglia. I miei genitori affidatari me lo impongono.» buttai lì la prima cosa che mi venne in mente, sentendomi subito in colpa quando Matt sospirò dall'altro capo del telefono: «L'unica volta che vi invito fuori siete entrambe impegnate. Questa è sfiga. Buona serata Eve.»
«Buona serata Matt.»
Lui riattaccò ed io mi sentii nuovamente in colpa. Non ebbi il tempo di pensarci che il telefono vibrò ancora per un messaggiodi Rose: Sono qui, scendi. Presi la mia giacca di pelle, sapendo lo stesso che sarei morta di freddo. Mi assicurai di aver preso il telefono, mi diedi un'ultima occhiata allo specchio e poi uscii dalla mia camera. Arrivata nell'ingresso, vidi i signori Spencer in salotto a guardare la televisione.
«Brian, Katherine!» richiamai la loro attenzione, pentendomene subito, ma trovandolo necessario.
Katherine fu la prima a girare la testa, squadrandomi da capo a piedi nemmeno fossi completamente nuda. Poi infine, quando il suo sguardo si posò sul mio viso, parlò con la voce più carica di superiorità che io avessi mai sentito: «Dove pensi di andare?».
«Ad una festa.»
«Mamma, papà io esco!» la voce urlante di Bella, impedì a Katherine di rispondere.
Mi girai verso le scale, appena in tempo per vederla scendere vestita con un vestito estremamente corto di paillettes color oro e con i capelli acconciati in perfetti boccoli regolari. Non ci avevo pensato: sicuramente ci sarebbe stata anche lei quella sera alla festa.
«Ci vediamo dopo tesoro.» rispose Katherine guardando la figlia amorevolmente e ingenuamente.
Bella finì di scendere le scale e, urtandomi apposta, uscì dalla casa. Ma i suoi genitori erano davvero così stupidi? Come facevano a non sospettare nemmeno minimamente di quello che avrebbe fatto la figlia quella sera? Dopo tutte quelle volte che era tornata ubriaca fradicia a casa, nemmeno avesse bevuto tre litri di tequila all'alpina?
«Posso andare?» chiesi, quando Bella si richiuse dietro la porta.
«Dov'è la festa?» chiese lei in risposta, ritornando tutto d'un tratto acida.
«È da un'amica che ho conosciuto a scuola... si chiama Rose Ward.» mentii prontamente, rimanendo davvero incredula quando la vidi scambiarsi uno sguardo con il marito, che annuì.
«Vai.»
«Grazie, ci vediamo!» li salutai e, prima che potessero cambiare idea, uscii di casa.
Sinceramente mi sembrava quasi un miracolo che gli Spencer mi avessero dato il permesso di andare ad una festa: dentro di me avevo creduto di dover tornare in camera mia e calarmi giù dalla mia finestra. Non sarebbe stata la prima volta che lo facevo: a Seattle mi era capitato in più occasioni, più di quante io potessi contarne.
Rose era lì ad aspettarmi. Salii nella sua macchina sorridendo come un'ebete e mi girai a guardarla: era vestita completamente di nero con jeans stretti, maglietta e giubbotto di pelle. Quel nero le risaltava i capelli rossi, raccolti in una coda alta, in un modo incredibile. Come Bella, anche lei si era truccata, anche se a differenza sua portava un trucco decisamente più leggero: portava un filo di rossetto rosso, dell'eyeliner e del mascara.
«Beh, mi sa che ti dovrò portare a fare shopping.» mi disse scorrendo lo sguardo su tutto il mio corpo, quando si girò verso di me e mi sorrise a sua volta.
«Non sono così male.» dissi indignata, guardandomi subito allo specchietto retrovisore.
«Non ho mai detto questo.» puntualizzò, sorridendomi ancora, prima che sulla sua faccia apparisse un'espressione completamente diversa. «Non ti sei truccata?»
«Non ho trucchi.» dissi subito, scrollando le spalle e ridacchiando nel sentire la sua voce così grave e seria.
Lei, guardandomi con rimprovero, prese la borsa e cominciò a frugarci dentro.
«Tieni questo, questo e questo.» disse estraendo dei trucchi e piazzandomeli in mano. «Non che tu ne abbia bisogno... fai colpo lo stesso. Ma figurarsi, del trucco ad una festa ci vuole sempre.»
Accese la luce della macchina, prese l'eyeliner dalla mia mano e, dopo averlo stappato, lo impugnò verso di me, intimandomi con voce autoritaria: «Chiudi gli occhi.» Obbedii subito, vedendo Rose impugnare quell'affare come se fosse un'arma. Sentii la punta dell'eyeliner che tracciava sulla mia palpebra una linea dritta e decisa, prima con un occhio e poi con l'altro. Non appena la punta si staccò dal mio occhio, non diedi nemmeno a Rose il tempo di dire «Fatto.» che mi stavo già guardando allo specchietto. I miei sottili occhi grigi non potevano essere risaltati in modo migliore.
«Figo.» esclamai sorridendo a Rose, mentre lei replicava subito con un: «Girati.»
La assecondai un'altra volta e Rose completò il trucco, mettendomi del fard per risaltare i miei zigomi alti, del mascara e del rossetto rosso come il suo.
«Le sopracciglia non te le tocco. Sono perfette così.» disse riponendo tutti i suoi trucchi nella borsa e mettendo le mani sul volante.
«Kennedy Streeth 34.»
Rose mise in moto la macchina, sbuffando e sorridendo, poi finalmente partì.
***
«Entri tu per prima.» le dissi dopo che fummo uscite dalla macchina.
Eravamo ferme sul vialetto di casa Fallon e non avevo dubbi di non aver sbagliato l'indirizzo: era chiaro come lì dentro ci fosse una festa in corso. Il cortiletto davanti alla casa era già messo da panico ed io non osavo immaginarmi come fosse la situazione dentro. Bottiglie vuote e mezze piene erano sparse in giro, così come mozziconi di sigarette lasciate a metà, buttati per terra da gruppi di ragazzi come quello a cui avremmo dovuto passare di fianco per entrare.
Avevo sempre detestato il fumo e quell'odore mi dava la nausea. Così, quando Rose mi prese per un braccio e mi disse «Dai, andiamo.», storsi il naso quando fummo costrette a passarci di fianco. Mi trascinò fino all'ingresso della grande casa bianca e poi bussò forte alla porta. Tempo trenta miseri secondi e qualcuno aprì la porta: era un ragazzo molto alto, quasi quanto Will, aveva i capelli biondi chiari e anche un filo di barba appena accennata. Non era nulla di paragonabile a William o a Weston, ma era carino e il fatto che sorridesse me lo faceva rendere già più simpatico.
«Rosie, da quanto tempo non ci vediamo!» disse il ragazzo, aprendo le braccia come se volesse abbracciarla.
«Adam.»
E così era questo il famoso Adam Fallon? Dovevo ammettere che me lo aspettavo diverso: forse per il fatto che era amico di Will lo avevo immaginato un po' più simile a lui. Invece Adam era più smilzo di Cole, che sì, era magro, ma pieno di muscoli che si riuscivano a vedere anche quando portava le magliette a maniche corte e attillate.
«E questa dovrebbe essere Evelyn, giusto?» fece allungando la mano verso di me, continuando a sorridermi.
«Si, piacere.» dissi stringendogliela, sentendomi addosso lo sguardo di Rose.
«Accomodatevi, il bere è laggiù.» ci indicò un lungo tavolo e si fece da parte per farci passare.
Rose mi riprese per un braccio senza darmi il tempo di ringraziare Adam e mi portò fino dal bere. Sembrava arrabbiata, convinzione che si rafforzò quando, scuotendo la testa rossa, disse piano: «Che brutta idea venire qui.». Io cercai di ignorarla, sentendomi un po' in colpa per aver giocato sporco con lei, e per cercare di farmi perdonare, afferrai una bottiglia di birra, la stappai con il cavatappi e gliela porsi, sorridendole. Lei, però, lasciandomi un po' interdetta, scosse la testa.
«Che? Non bevi?» chiesi stupita, spalancando la bocca.
«Non stasera.»
«Dai Rose!» protestai subito io, sventolandole davanti la bottiglia di birra, cercando di invitarla ad afferrarla.
«Bevi te, io prenderò qualcosa dopo.» replicò, guardandosi attorno e imprecando sottovoce contro se stessa.
Così rinunciai e, facendo una faccia del tipo se proprio devi, bevvi dalla bottiglia di vetro. Non appena presi un sorso di birra, mi risentii viva come lo ero stata a Seattle. Assaporai ben bene quel sapore che mi era tanto mancato, prima di dirle: «Mi era mancata questa roba. Anche se preferisco la vodka.». Rose non rispose ed io, riempendola di occhiate interrogative, le dissi: «Andiamo a ballare.».
Quella volta fui io a prenderla per il braccio e a trascinarla vicino al gigantesco stereo, dove c'erano tutti i ragazzi che ballavano. Mentre cominciavo a muovermi a ritmo della musica, sorseggiando ogni tanto dalla bottiglia, ricordai che era stato Will ad invitarmi. Non lo avevo ancora visto da nessuna parte e non potei fare a meno di guardarmi intorno per cercarlo con lo sguardo. Anche Rose cominciò a ballare, ma io sapevo che era distratta da qualcos'altro. Liquidai la cosa cercando di non pensarci.
Dopo un po' che ballavamo, vidi qualcuno che si avvicinava a Rose da dietro. Alzai lo sguardo in tempo per vedere un ragazzo - che non avevo mai visto - dai capelli castani chiari e dagli occhi azzurri prenderla per la vita e dirle: «Ei bellezza, ti va di prendere qualcosa insieme?». Io le feci subito l'occhiolino per dirle di andare, ma lei sembrava riluttante.
«Dai Rose, non mi può succedere nulla! Stai tranquilla!» le dissi per rassicurarla, mentre il ragazzo mi rivolgeva un sorriso carico di gratitudine.
Lei, cedendo, annuì. Non se ne andò prima di avermi detto: «Non bere più. Ci vediamo fra un po'.». Ora che, mentre Rose si allontanava, pensavo che non avesse più senso ballare da sola, decisi di fare un giro per la casa; così facendo, magari, avrei incontrato William. Dopo che ebbi girovagato un po', arrivai in quella che doveva essere la cucina e vidi un gruppetto di ragazzi attorno ad un tavolo.
Beer pong. Io ero una campionessa di beer pong. Fremendo per l'eccitazione, mi avvicinai al tavolo e mi unii al cerchio. Adam Fallon era uno dei due giocatori, mentre l'altro non ricordavo di averlo mai visto in giro
«Non mi puoi battere.» disse il primo e in tutta risposta l'altro lanciò la pallina, che non cadde nemmeno sul tavolo; io, alla vista di quel tiro così scadente, non potei fare a meno di scoppiare in una fragorosa risata, facendo girare tutti verso di me.
«Quel lanciò era penoso, ti credo che non può batterti.» mi ritrovai costretta a dire sinceramente, accennando al ragazzo che aveva lanciato e ottenendo un'occhiata sorridente da parte di Fallon, che mi disse subito: «Pensi di poter fare di meglio? Accomodati. Lasciale il posto Danton.»
«Puoi scommetterci.» replicai, mentre raggiungevo il posto lasciato vuoto da quel Danton che non osò replicare quanto gli era stato detto da Adam; non appena fui in posizione, decisi di stuzzicarlo, dicendogli: «Non hai speranze.».
Lui sorrise e in risposta lanciò la pallina, che finì dentro uno dei bicchieri.
«Bevi, dolcezza.» disse sorridendo.
Io tolsi la pallina dal bicchiere e bevvi, alzando il bicchiere in direzione di Adam, come se lo dedicassi a lui. Ora toccava me: presi la mira e lanciai la pallina, che entrò diretta in un bicchiere, senza toccarne altri. Lui fischiò e, mentre beveva, disse: «Bel lancio!». Continuammo a giocare. Era una bella partita combattuta, ma alla fine riuscii a vincere. Già alla fine di quella partita mi cominciava a girare la testa. Non ero più abituata all'alcol come lo ero stata a Seattle.
«Te lo avevo detto!» esultai alzando le braccia e guardandomi intorno, sorridendo come un'ebete. «Chi si fa sotto? Chi ha le palle?»
Persi il conto di quante partite giocai, alcune molto veloci, mentre altre molto combattute. Dopo l'ennesimo giro ero decisamente ubriaca. E dovevo andare in bagno,. Così, ringraziando gli applausi che mi stavo prendendo dai maschi radunati lì attorno, mi allontanai dal tavolo, barcollando e sorridendo come una deficiente. Camminai a vuoto, finché non vidi Adam che stava parlando con una ragazza. Dopotutto la casa era sua e se volevo sapere dove si trovava il bagno, dovevo chiederlo a lui.
«Adam Fallon.» lo chiamai con voce strascicata, raggiungendolo e puntandogli un dito contro il petto.
Lui si girò verso di me e cominciò a ridacchiare, mentre distoglievo lo sguardo da lui e notavo che quella ragazza mi stava già guardando malissimo. Me ne fregai, infondo non mi stavo mica spogliando davanti a lui. E poi, a dirla tutta, nonostante così da ubriaca mi sembrasse già molto più attraente di quanto già non fosse, Adam Fallon non era decisamente il mio tipo.
«Dov'è il bagno?» gli chiesi, sorridendogli e ignorando la ragazza seccata.
«Di sopra, seconda porta a sinistra.» mi disse continuando a ridacchiare alla vista di come ero messa.
Lo ringraziai in fretta e andai di sopra. Le scale, come il resto della casa, erano davvero messe male: c'erano bicchieri sugli scalini e birra rovesciata. Le salii con la testa che mi girava sempre di più, cercando in tutti i modi di non scivolare sulla birra, e arrivai finalmente al lungo corridoio. Entrai nel bagno in fretta, ridacchiando quando scoprii di aver beccato la stanza giusta al primo colpo. Dopo che ebbi scaricato la mia vescica, andai allo specchio e mi guardai nel riflesso per vedere in che condizione fosse il trucco, che trovai un po' colato, ma non troppo.
Feci per aprire il rubinetto e sistemarmi, ma la porta si aprì di scatto. Mi girai di colpo, dicendo con voce impastata dall'alcol un «Occupato.» seccato. Ma poi vidi di chi si trattava e strillai: «William!». Chiusi il rubinetto in fretta e, girandomi verso di lui, aprii le braccia come per dire finalmente.
«Principessa, perché sei qui?» chiese con una nota di stupore nella voce.
«Beh, mi hai invitato tu, non ricordi?» gli dissi in tono civettuolo saltellandogli incontro, mentre lui entrava nel bagno, chiudendosi la porta alle spalle.
«Sei ubriaca?» chiese mettendosi davanti a me, con un sorriso divertito sulle labbra.
«Forse un pochino.» dissi ridacchiando, alzando una mano e avvicinando pollice e indice come per fargli vedere la quantità di birra che avevo bevuto. «Ho bevuto solo tanto così, te lo giuro»
«Si va bene.» rise. «E allora io sono il nuovo presidente degli Stati Uniti d'America.»
E solo allora mi accorsi che lui era perfettamente sano. Incrociando le braccia e guardandolo con rimprovero, corrugai la fronte per fingermi offesa e gli dissi: «Cole, non hai bevuto!». Lui alzando le mani in segno di resa, annuì, continuando a ridacchiare: «È vero.».
«Vieni, ti offro una birra!» dissi prendendolo per mano e cercando di trascinarlo fuori dal bagno.
«No.» disse, senza muoversi. «A parte il fatto che non mi offriresti nulla visto che il bere è gratis.»
E solo allora notai quando fosse in disordine: i capelli erano tutti spettinati e la camicia era per metà fuori dai jeans e per metà dentro, per non parlare della bottega dei pantaloni aperta. Lo guardai con l'espressione tipica di chi la sapeva lunga, sorridendogli eloquentemente e dicendogli ridacchiando: «Ecco dov'eri finito.». Lui non capì subito a cosa mi riferissi, ma dopo poco cominciò a ridacchiare a sua volta, scuotendo la testa e cercando di sistemarsi la camicia. Ma stava peggiorando la situazione.
«Faccio io.» dissi, sorridendogli, ringraziando il dio alcol di avermi dato coraggio.
Lui si fermò, ridacchiò e alzò le mani in segno di resa, mentre alzavo le mani, gli afferravo la camicia e cominciavo ad infilargliela dentro i pantaloni. Le mie mani si mossero esperte, mentre con lo sguardo, sostenevo il suo. Anche attraverso la camicia, potevo sentirgli i duri addominali che lo rendevano pressoché perfetto.
«Non vedevi l'ora di mettermi le mani addosso, eh...» ridacchiò quando mi staccai, tirando su la zip dei jeans con un gesto deciso; io rimasi zitta e lo guardai fisso nei suoi occhi d'oro.
«Chi tace acconsente.»
Feci per replicare, ma una folata di vento mi fece rabbrividire. Solo allora notai che la finestra era aperta; anche Will se ne accorse ed andò verso quella, facendo per chiuderla. Ma quando lui guardò fuori, riuscii a vedere dal riflesso del vetro la sua faccia cambiare repentinamente, trasformandosi in un'espressione allarmata. Senza dire un'altra parola sbatté la finestra di colpo e uscì in fretta dal bagno, lasciando la porta spalancata.
Rimasi lì sbigottita. 'Cosa gli è preso?' pensai, mentre raggiungevo la finestra, la spalancavo e mi sporgevo, accorgendomi solo allora che fuori si era alzato il vento. Vidi subito che Adam e Rose erano nel cortile deserto, posizionati agli estremi del cortile come se fossero in una posizione di lotta.
«Non puoi impedirmi di prenderla, Rosie.» stava urlando lui. «Cosa ti è preso a portarla qui?»
«Fare parte dell'Ordine non è tutto rosa e fiori come credi, Adam.»
Sembrava stranamente calma, dritta in piedi come se il vento non la toccasse nemmeno. Anche quando la corrente aumentò di colpo ed io dovetti mettere tutta me stessa per mantenere ferma la finestra. Giù da loro doveva essere aumentato di almeno dieci volte in più, perché Adam fece fatica a stare in piedi. Ma allora perché Rose se ne stava lì tranquillamente?
«Vuoi la lotta?» Adam stava comunque ridendo, mentre cercava di tenersi in piedi.
Rose sembrava livida di rabbia, mentre Adam cercava di piantare i piedi nel terreno per non venire sbalzato via dall'improponibile corrente. Mentre cercava di non cadere, aprì la mano, facendone uscire... dell'acqua? Strabuzzai gli occhi: non era possibile, non mi era mai successo di avere delle allucinazioni a causa dell'alcol. Però, quando tornai a guardare, quell'acqua c'era ancora e anzi, si era trasformata in una frusta pericolosa che si stava per abbattere su Rose.
«Rose, attenta!» urlai a gran voce, ma fu la mossa sbagliata da fare: lei, sorpresa, si girò verso di me.
Aveva la bocca spalancata per lo stupore di vedermi lì e si dimenticò della frusta d'acqua che stava per colpirla: non fece in tempo a scansarsi che quella la colpì in pieno petto, sbalzandola violentemente all'indietro. Il vento cessò di colpo ed un'idea stranissima mi passò per la mente. Era solo l'effetto dell'alcol, lo sapevo; o era quello o era un sogno davvero fantasioso.
Mentre Rose era a terra, Adam tornò all'attacco: l'avrebbe colpita di nuovo se non fosse stato per un muro di terra alto almeno due metri che si era appena eretto proprio davanti a Rose.
Stavo impazzendo.
Il muro si sgretolò al contatto con l'acqua e dietro quello apparve la figura accucciata di Matt. Sgranai gli occhi, non potendo fare a meno di ridere in preda al panico.
Stavo assolutamente impazzendo.
D'un tratto Adam si girò verso di me, come se mi avesse notato solo allora. Sorrise in un modo stranissimo, puntò la mano contro di me, ma da quella non ne uscì niente. Improvvisamente, sentii qualcosa esplodere dietro di me: mi girai di scatto e vidi che si trattava della vasca da bagno. Misi le mani davanti a me per proteggermi dall'acqua e dai frammenti di ceramica, ma non venni risparmiata.
Sentii soltanto i miei piedi che si staccavano da terra prima che l'oscurità mi portasse via con sé.
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