Capitolo 27 • West
«Tu, brutta puttana schifosa.»
Riuscii a stento a sentire la voce di Rose. In seguito mi si sarebbe scaldato il cuore al ricordo: Rose non sarebbe potuta essere più comprensiva di così.
«Rose!» Matt spalancò la bocca, sconvolto.
Per una volta la Dominus dell'Aria aveva capito qualcosa prima di lui.
Non riuscendo più a sopportare la vista di quegli occhi color nocciola che non smettevano di fissarmi, ritrovai la parola.
«Evelyn... mi dispiace tanto» stava dicendo, con la voce rotta dall'emozione.
Le lanciai un'occhiata di fuoco, azzittendola. Dopo tutti i mesi passati a soffrire per quello che mi aveva fatto, e a soffrire, dovevo ammetterlo, per la sua mancanza, avevo cercato di cancellare tutta quella che era stata la mia vita a Seattle.
Non riuscivo più a ricordare con piacere le serate passate sul divano a bere cioccolata calda e a guardare film strappalacrime, le infinite feste dopo le quali riaccompagnava una me ubriaca persa a casa e tutte le chiacchierate al telefono che si protraevano fino a notte fonda.
«Non provare a parlarmi» dissi, abbastanza forte perchè potesse sentirmi. «Devi solo essere contenta che non ti sia saltata addosso di nuovo.»
Abigail rise piano e io presi in seria considerazione la possibilità di spaccarle il naso un'altra volta.
«Per fortuna non è servita un'operazione» disse, alzando una piccola mano e sfiorandosi il naso con le dita.
La guardai con tutto il disprezzo che riuscii a mettere nel mio sguardo. Sul viso, il sorrisino le scomparve in fretta com'era arrivato. Tornò a guardarmi con malinconia e tristezza.
Non aveva il diritto di sentirsi così.
«Non siamo più riusciti a mantenere i rapporti io e lui, sai?» disse. «Quando te ne sei andata...»
Questa volta fu il mio turno per ridere. Sentii gli sguardi di Matt e Rose addosso, ma non me ne importai.
«Hai perso ogni diritto di parlarmi di lui quando ci sei andata a letto, Abigail» le sibilai contro.
Spostai lo sguardo sul campo, dove pure la squadra della Mayer aveva raggiunto il professor Kane. Le due squadre si diedero la mano, mentre il professore parlava al pubblico.
«I ragazzi dell'ultimo anno della scuola della squadra avversaria hanno accettato l'invito del nostro preside. Approfitteranno della trasferta per fermarsi qualche giorno a Boston, in gita scolastica. Il nostro caro preside è sicuro, e noi lo siamo con lui, che questa possa essere l'opportunità di intraprendere un percorso di gemellaggio con una scuola della West Coast...»
Mi sentii male.
Sembrava tutto un incubo.
Cercai di non guardare Weston, ma fallii miseramente. In quel momento era impossibile non farlo.
La mia mente sembrava ripetermi in continuazione di tornare a casa e di rimanervici per tutta la settimana seguente.
Quando riuscii a staccarli da Weston, i miei occhi si fermarono su William. Non stava più guardando nella mia direzione, ma in volto aveva ancora un'espressione corrucciata, seria. Seguii il suo sguardo.
Non c'erano dubbi, stava guardando proprio Weston.
Che lo avesse riconosciuto dalle foto che aveva visto in camera mia?
«Evelyn, vuoi andare a casa?» mi chiese Matt cauto, appoggiandomi una mano sulla spalla.
Non risposi, sicura che se lo avessi fatto non sarei più riuscita a trattenermi dal piangere e dall'urlare.
«Lasciamola solo in pace, Matt» disse Rose. «Sta solo cercando il migliore dei modi per rimanere calma.»
Nel frattempo, la partita di basket era cominciata. Fu un sollievo, visto che Abigail finalmente si girò, cominciando a parlare con la sua amica.
Riuscii a calmarmi un po'. Dovevo riuscire a fregarmene, a non darci importanza. Lo dovevo fare per me stessa.
Ma ero ancora agitata, turbata dal fatto che la mia vecchia vita fosse piombata in questo modo in quella attuale. Non potei fare a meno di chiedermi che cosa sarebbe successo se non avessi mai scoperto il loro tradimento.
Io e lui saremmo stati ancora insieme?
I miei occhi seguirono meccanicamente la palla. I Seattle Eagles furono ben presto in vantaggio e io mi ritrovai a sperare che la partita si concludesse in fretta.
Avevo solo voglia di rinchiudermi in camera mia. Mi sentivo una vigliacca, ma ero consapevole che non sarei riuscita ad affrontarlo adesso che avevo cose ben più importanti a cui pensare.
A ogni punto e a ogni fallo non fischiato il palazzetto sembrava scoppiare. Non mi accorsi che Rose, che si era alzata per andare a comprare i pop corn, me li stava allungando nella speranza che dessi qualche segno di vita.
Dopo quella che mi parve un'infinità di tempo, l'arbitro fischiò la fine della partita: i Seattle Eagles avevano vinto, stracciando la squadra della mia scuola.
Mentre la palestra si riempiva di urla di frustrazione e di grida vittoriose, mi alzai in piedi.
«Evelyn? Dove vai?»
«Chiamo Shaun» risposi a Rose, ritrovando la voce. «Voi rimanete per il rinfresco, io vado a casa...»
Ricominciai a muovermi, senza aspettare una risposta, anche se folla mi impediva di scappare letteralmente. Mi limitai a cercare di farmi strada nel modo più veloce possibile. Sentivo bisogno di aria e di allontanarmi il più possibile da lui.
«Evelyn!»
Quando lo sentii, cominciai a spintonare la gente. Mentre mi rifiutavo categoricamente di girarmi, mi accorsi di stare piangendo.
«Evelyn! Principessa, fermati per favore!»
Non era William a chiamarmi.
«Guarda a dove metti i piedi!»
Nel tentativo di uscire il più in fretta possibile dalla palestra avevo accidentalmente pestato il piede di una ragazza, che mi stava guardando irritata.
Dopo quella fuga disperata, i miei polmoni si riempirono di aria fresca. Ero fuori, ero libera.
Fu questo quello che pensai prima di sentirlo chiamarmi di nuovo. Cominciai a correre, questa volta senza dover spintonare qualcuno. Di colpo mi sembrò di essere di nuovo a Seattle, di stare di nuovo scappando dal mio ragazzo, che avevo appena trovato a letto con un'altra.
Quando ormai avevo circondato la scuola e avevo raggiunto il parcheggio, sentii una mano serrarsi sul mio polso.
Inorridita, fui costretta a girarmi.
Lui era lì, proprio davanti a me.
Non riuscii a muovermi per lo shock. La sua mano mi stava bloccando il polso e il suo tocco sembrava bruciare.
Aveva il fiatone per la corsa e, come sempre, nonostante avesse giocato, non era sudato. Era stata sempre una cosa che gli avevo invidiato: per quanto potesse faticare, era sempre asciutto e pulito come se non avesse fatto nulla.
Per istanti infiniti rimanemmo a fissarci negli occhi. Tutto di lui mi era familiare: la bocca sottile, le folte sopracciglia definite, i lineamenti morbidi ma non troppo e gli occhi verdi splendenti.
«Non sei cambiata per niente, principessa» disse dopo un po', senza lasciarmi il polso.
Rimasi in silenzio, cercando di controllare le lacrime. Sentivo in gola il principio di urla, ma sembravo in capace di fare alcunché.
West fece un sospiro, mentre cominciava a trascinarmi lontano dal parcheggio della scuola. Mi portò senza fatica dietro la scuola, nel cortile scarsamente illuminato.
Mi ritrovai con le spalle al muro, spalancando gli occhi per l'orrore quando lo vidi chinarsi.
«Che cosa stai facendo?»
Quando vidi i suoi occhi e il ghigno che aveva in faccia, mi ritrovai a spintonarlo con violenza. Weston barcollò all'indietro, ridacchiando sommessamente.
Sentivo le mani bruciare nei punti in cui la mia pelle era entrata in contatto con lui. Ero disgustata e completamente soffocata dalla rabbia e dalla tristezza.
«C-Come hai potuto?» balbettai, ormai completamente preda delle mie emozioni. «C-come hai potuto fare finta che n-non fosse successo nulla?»
«La gente sbaglia e tenta di rimediare, principessa.»
«Non chiamarmi così!» mi ritrovai a urlare.
Odiavo quel nomignolo. Odiavo il fatto che sia lui che Will lo usassero, sopratutto ora che mi sembrava una grandissima presa in giro.
«Non puoi essere ancora arrabbiata per quello che è successo» disse dopo un po', guardandomi dritta negli occhi. «Tutti facciamo errori. Il fatto che io ne abbia commesso uno non significa che sia una brutta persona...»
Si azzittì alla vista del mio viso. La mia espressione doveva esprimere tutta la collera che stavo provando.
«Capisci che io non potrò mai più guardarti negli occhi senza che mi ritrovi in mente l'immagine di te a letto con Abigail?» Quasi gli sputai contro le mie parole. «Mi hai distrutta Weston, e io come una stupida sono qua a parlarti.»
«Anche tu mi hai distrutto» ribatté. «Come pensi che sia stato per me? Il senso di colpa mi ha mangiato vivo. Non ho nemmeno avuto il tempo di spiegarmi che da un giorno all'altro sei sparita!»
«Come puoi dire una cosa del genere?» Non potei fare a meno di ridere incredula. «Spiegarti? Spiegarti di cosa Weston? Non hai il diritto di dirmi queste cose: sono stata male per settimane, mesi, prima di reagire. Io ti amavo così tanto...»
«Anche io ti amavo» rispose, con voce bassa.
«Non è vero.» Scossi la testa, lasciandomi sfuggire dalle labbra una risata vuota. «Sai Weston, se tu mi avessi davvero amata non mi avresti tradita così. Amare vuole dire essere così preso da una persona da non guardare nessun altro. Vuole dire rispettare l'altro e fare di tutto per non farlo soffrire. Tu non hai fatto nessuna di queste tre cose.»
«Non è tutto bianco e nero come pensi tu, Evelyn» disse, passandosi una mano fra i capelli e tirandoseli indietro, in un gesto tremendamente familiare. «Ho sbagliato, te lo concedo. Ma quello che ho fatto non esclude obbligatoriamente l'amore che...»
«E invece sì Weston!» lo interruppi esasperata. «Se mi avessi amata non avresti fatto nulla che potesse ferirmi. Tu mi hai fatto soffrire nel peggiore dei modi. Mi hai umiliata, mi hai spezzato il cuore, mi hai tradita.»
«Non so come sia per voi femmine» disse piano. «Ma se una ragazza si presenta nuda davanti...»
«Come se fosse solo colpa sua!» urlai interrompendolo. «Se avessi davvero tenuto a me e alla nostra relazione le avresti sbattuto la porta in faccia. E non fare l'ipocrita, Weston. Non credo che quella sia stata l'unica volta che avete fatto sesso.»
Weston rimase zitto, continuando a guardarmi. Improvvisamente mi ritrovai di nuovo contro il muro.
«Non puoi fare finta che quell'anno e mezzo passato insieme non sia mai esistito» mi sussurrò a pochi centimetri dal mio viso. «Un anno e mezzo delle nostre vite, Evelyn.»
«Un anno e mezzo mandato a puttane» ribattei, spingendolo di nuovo via.
West storse la bocca in una smorfia. Fece per aprire la bocca e ribattere, ma qualcuno lo precedette.
«Evelyn! West!»
Era Abigail.
Mugolai per lo sconforto.
Abigail zampettò con le sue gambette corte fino a dov'eravamo. Si sistemò gli occhiali sul naso e mosse gli occhi da me a West e viceversa.
«Vi ho cercati dappertutto» esordì ansimando, mentre si toglieva i capelli dalla fronte. «Dentro ti stanno cercando tutti, West...»
«Ti sembra che me ne importi, adesso?» le chiese acido, rivolgendole un'occhiata di fuoco. «Sto cercando di parlare da solo con Evelyn...»
«Sì, sì...» fece lei. «A proposito di questo, Eve, devi capire che ci dispiace tantissimo.»
Mi si rivoltò lo stomaco: vederli lì, assieme, per la prima volta dopo tutti quei mesi mi riportava a quella sera.
«Te l'ho detto, dopo che te sei andata, io e West non abbiamo continuato a stare insieme come facevamo prima...» continuò, sempre con occhi tristi, come se le dispiacesse sul serio. «Non ce l'abbiamo fatta senza di te...»
«Abigail, per una buona volta, chiudi quella cazzo di bocca!» urlò Weston interrompendola.
Spostai lo sguardo da lui a lei.
Era vero, allora. La loro non era stata l'avventura di una notte. Mi ritrovai a ridere amaramente, ricacciando indietro le lacrime per puro orgoglio. Andai via da loro, spintonando volontariamente West.
«Dai principessa...»
Si girò e mi trattenne di nuovo per un braccio. Questa volta mi divincolai subito, lanciandogli una veloce occhiata disgustata. Senza voltarmi, cominciai a correre come avevo fatto quell'orribile sera a Seattle.
Non mi accorsi nemmeno di stare usando l'elemento dell'Aria, mentre correvo. Cominciai ad acquisire sempre più velocità, aiutata dalle correnti che stavo creando con i miei poteri.
Sfrecciai per le strade deserte di Boston, con le lacrime che scendevano irrefrenabili. Mi sentivo di nuovo usata, presa in giro, come se fossi tornata a essere la ragazza depressa che ero stata nelle settimane dopo essere venuta via da Seattle.
Come ero riuscita a parlare con lui senza saltargli addosso?
In quel momento desiderai che non fosse successo nulla di tutto quello. Desiderai di essere un'anonima ragazza come tante altre, magari con una relazione tutta rosa e fiori e nessun problema sovrannaturale da affrontare.
Mentre correvo, quella mi sembrò la vita perfetta, quella che avrei voluto avere.
E invece mi ritrovavo con un ex fidanzato morboso e possessivo che non mi voleva lasciare in pace, con una ex migliore amica insopportabile, con due nuovi migliori amici con dei poteri sovrannaturali, con un fratello affidatario incredibilmente sexy e con la mia vita completamente stravolta.
Mi accorsi a stento di stare correndo in direzione del mio quartiere. Probabilmente a casa non era ancora rientrato nessuno: solitamente gli Spencer il sabato sera uscivano e non tornavano fino a tarda notte.
Proprio come il giorno prima, avevo pure dimenticato le chiavi di casa.
Rose e Matt probabilmente mi stavano cercando, il telefono squillava in continuazione. Ma non me ne importava, anche se sapevo benissimo che sarebbero stati capaci di mobilitare squadre intere di Domini per trovarmi.
Attraversando la strada a velocità supersonica, evitai per un soffio una macchina solitaria che stava oltrepassando l'incrocio. Non mi domandai che cosa avesse potuto pensare l'autista, vedendo qualcosa sfrecciargli davanti a quella velocità.
Superai veloce la fermata dell'autobus vicino a casa mia e mi fermai quando raggiunsi il familiare vialetto. Come immaginavo, non si intravedevano luci accese all'interno della casa e, nel vialetto, non c'era il grande Land Rover solitamente parcheggiato davanti al garage.
Continuando a piangere, estrassi il telefono dalla giacca e guardai l'orario: era già mezzanotte e mezza.
Alla fine, nonostante non me ne fossi accorta, ci avevo impiegato un bel po' ad attraversare la città, anche se avevo corso a una velocità impressionante.
Avevo sei chiamate perse da Rose e tre da Matt, ma per fortuna nessun numero sconosciuto aveva cercato di contattarmi. Avevo anche un messaggio da Will, risalente ormai a un'ora e mezza prima, poco dopo la fine della partita.
Sono appena arrivato a casa, principessa. La vodka ci aspetta.
Imprecai.
Will... la nostra serata...
Le mie gambe cominciarono a muoversi da sole. Ci vollero pochi secondi prima che ricominciassi a correre con l'aiuto dei miei poteri.
Mi ritrovai ben presto davanti a una piccola villa moderna. La sua macchina nera parcheggiata nel vialetto e la luce che proveniva dalle finestre mi fecero capire che lui era ancora sveglio.
Camminando piano, mi ritrovai davanti alla porta della casa. Suonai il campanello prima che potessi cambiare idea.
Che cosa stai facendo?, sentii la voce della mia ragione ribellarsi. Dovresti proprio tornartene a letto.
Quando sentii il rumore di passi dall'altra parte della porta capii di non potermene più andare. Ben presto la figura di William apparve sull'uscio.
Quando si accorse di me, alzò le sopracciglia. In volto aveva un'espressione irritata, infastidita, tipica di colui che non sopportava la gente che arrivava in ritardo o che gli dava buca.
Me ne resi conto: un'ora e mezza di ritardo era troppa. Alzai gli occhi gonfi su di lui, che subito cambiò espressione.
Successe tutto molto in fretta.
La figura di Will cambiò improvvisamente sotto il mio sguardo, proprio come aveva fatto il riflesso di Shaun allo specchio. La maglia bianca e i pantaloni scuri lasciarono il posto agli abiti più regali ed eleganti che avessi mai visto.
Erano abiti bianchi, con un ricamo color blu cobalto che decorava i polsini delle maniche e il panciotto. Sulla giacca, dello stesso colore, erano presenti delle medaglie di onorificenza militare. I capelli gli ricadevano ordinati sul viso spigoloso.
Vestito così, William sembrava un principe.
Sentii la mia mano staccarsi dal fianco in un gesto veloce. Non mi accorsi nemmeno di stare impugnando un'affilata daga d'acciaio.
La visione che avevo avuto con Shaun si ribaltò: questa volta ero io a pugnalare qualcuno.
Mirai al cuore.
Sentii sprofondare la daga nel suo petto e mi stupii di quanto potesse essere facile trafiggere la carne umana. Non c'era nulla che mi potesse fermare: la lama non incontrò ostacoli.
Sul viso di Will non apparvero smorfie di dolore, né espressioni sorprese. I suoi occhi, che sembravano risplendere dorati nell'oscurità, mi guardavano tristi e addolorati.
Spinsi la daga ancora più in profondità e il sangue cominciò a sgorgare inarrestabile, bagnandomi la mano, il polso e qualsiasi altra parte del mio corpo.
Stavo per girare il pugnale, per dare il colpo di grazia quando la voce del vero William mi riportò alla realtà.
«Evelyn? Stai piangendo?»
Il vero Will fece un passo avanti e io mi limitai a guardarlo. Il mio cuore non stava più nella gabbia toracica e la testa mi girava così forte che per qualche secondo non riuscii a ricordare dove fossi.
L'ultima cosa che avrei voluto era piangere davanti a lui.
Ma lo feci.
Singhiozzai e scossi la testa, mentre Will mi avvolgeva fra le sue braccia e io mi abbandonavo completamente a lui.
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