Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Capitolo 18 • Emozioni

«Evelyn!» Shaun era scioccato, ma io non riuscivo a dargli retta.

«Com'è possibile che sappia il mio numero?» chiesi ad alta voce, in preda al panico.

Camminavo avanti e indietro per la stanza, mordendomi il labbro fino a farlo quasi sanguinare. Mi passai le mani fra i capelli bagnati.

«Come ha fatto, dannazione!»

Raggiunsi il muro contro il quale avevo lanciato il telefono e raccolsi quel catorcio, rimanendo sconfortata quando capii che lo avevo rotta, il telefono non funzionava più.

«Stupido telefono.»

Presa da un moto di frustrazione tirai un calcio al muro.

L'impatto del mio piede con il muro fu talmente forte che sentii subito un dolore lancinante alla caviglia. Con una smorfia di dolore, decisi di passare alle mani. Ogni pugno alla parete era per un problema diverso che mi stava tormentando la vita.

Un pugno per la Caduta, uno per mia madre, uno per Elyria...

Prima che potessi farmi male sul serio, sentii Shaun afferrarmi i polsi e immobilizzarmi.

«Evelyn, fermati!» Sentii la voce preoccupata di Shaun all'orecchio. «Che cosa cavolo ti sta succedendo?»

Solo allora mi accorsi delle lacrime che mi stavano rigando le guance. Non riuscii a impedirmi di singhiozzare, quando Shaun mi spostò sul letto, facendomi sedere. Inutile dire che la caviglia pulsava in modo esageratamente doloroso, così non feci altro che zoppicare.

«Calmati» disse piano, mentre mi abbandonavo sulla sua spalla.

Shaun mi cinse la vita con un braccio, lasciandomi piangere sulla sua maglietta. Forse avevo avuto una reazione esagerata, ma il dolore per quello che era successo ormai sei mesi prima era ancora troppo forte.

Capii che quello che era appena successo era solo una delle migliaia di ragioni per le quali stavo avendo questo crollo emotivo. Nonostante le lacrime, mi stupii di non essere già scoppiata a piangere prima.

«Forse ora i miei genitori ti dovranno regalare un telefono nuovo» disse Shaun, dandomi dei piccoli colpetti consolatori sulla spalla.

«I tuoi non mi compreranno mai un altro telefono!»

Shaun sospirò a disagio, evidentemente non capendo cosa potesse dire per migliorare la situazione. Mi accarezzò i capelli ancora umidi.

«C'è qualcosa che possa fare per farti stare meglio?» chiese dopo un po'.

Di colpo mi ricordai di essere coperta solo da un asciugamano. Aprii gli occhi e mi assicurai che quello stesse ancora coprendo tutto il mio corpo. Dopo aver controllato, mi abbandonai un'altra volta a me stessa.

«Evelyn... Chi ti stava chiamando?» chiese dopo un po', visto che non stavo rispondendo alla sua domanda.

«Quello stronzo del mio ex ragazzo» mi ritrovai a rispondere, guardando Shaun in faccia. «Quello che mi ha presa in giro per più di un anno e mezzo.»

«Ah» fece Shaun. «E suppongo che ti abbia fatto qualcosa di davvero brutto per ridurti così...»

«Davvero brutto è un eufemismo» ribattei, tirando su con il naso. «Si è scopato la mia migliore amica per tutto il tempo.»

«Ah.»

«Faccio così schifo Shaun?» mi ritrovai a chiedere in un sussurro.

«Non fai schifo» rispose duramente, portandomi una ciocca di capelli dietro l'orecchio. «E come hai detto tu, questo West è solo un figlio di puttana.»

«Non ho mai capito... non capisco perché mi abbia tradita.»

«Solo perché è un cretino, Evelyn. Nessuno sano di mente lo avrebbe fatto» disse, con la voce improvvisamente rauca.

Sollevai un po' il mento e lo guardai dritta negli occhi.

«Lo credi davvero?» sussurrai.

Shaun stava ricambiando lo sguardo con i suoi occhi azzurro ghiaccio. Interruppe il contatto visivo solo per un secondo, quando mi guardò le labbra.

Sentivo risvegliarsi dentro di me un sentimento che era stato a riposo per troppo, troppo tempo. Era desiderio.

«Certo» rispose Shaun con voce gutturale.

Fu in quel momento che feci la cazzata.

Mi sporsi ancora di più verso di lui, in modo tale che i nostri visi, le nostre labbra fossero a meno di una spanna di distanza. I miei occhi si spostarono sulle sue labbra, dischiuse.

Mi stavo avvicinando lentamente alla sua bocca, mordendomi interiormente il labbro. Stava per succedere, doveva succedere. Era passato troppo tempo da quando avevo baciato qualcuno.

«Shaun!?» La voce di Bella mi riportò alla realtà. «Sei ancora lì dentro?»

Mi staccai subito da Shaun, di colpo imbarazzata dal mio stesso comportamento. Rilegai subito la me impulsiva in un angolino lontano della mia mente e mi asciugai le lacrime in fretta e furia.

Evitai di guardare Shaun, mentre rispondeva alla sorella con voce forzata.

«Arrivo» urlò alla sorella, prima di rivolgersi a me. «Ora cerca di calmarti, Evelyn. Non vorrai farti vedere così dai miei genitori...»

Si alzò dal letto e, senza dire nulla, uscì dalla stanza. Mi lasciò lì così, sbigottita a guardare il vuoto e a maledire, inevitabilmente, Bella.

Mi vergognai subito di me stessa. Che cos'era successo? Come avevo potuto crollare così, senza un minimo di amor proprio?

Emisi un verso di frustrazione, mentre sentivo di nuovo gli occhi pungere. L'ultima cosa che volevo, in quel momento, era scendere a cena e affrontare subito Shaun.

C'eravamo quasi baciati, infondo.

Se non fosse stato per Bella, saremmo stati ancora lì. Nel peggiore dei casi saremmo andati addirittura oltre al bacio. Cercai istintivamente il mio telefono per chiamare Rose, prima di ricordare la fine che gli avevo fatto fare contro il muro.

Non riuscii ad allontanare la mia mente dal pensiero di Weston: come aveva trovato il mio numero di telefono?

Mi costrinsi a rimanere calma, mentre, zoppicando dolorosamente, mi vestivo.

Un quarto d'ora dopo, Bella mi chiamò dalle scale per dirmi che era pronta la cena. Con smorfie di dolore, cercai di scendere in sala, dove la famiglia Spencer era già riunita.

Non appena fui al piano terra, mi promisi di non incrociare il suo sguardo. Dovevo pensare a qualcos'altro.

Mi sedetti il più lontano possibile da lui e per quasi tutta la cena rimasi in silenzio, ascoltando con poca attenzione le conversazioni di Katherine e Brian sui loro rispettivi lavori.

«Evelyn, hai già cominciato a pensare per il college?» mi chiese ad un certo punto il mio padre affidatario.

Venni presa alla sprovvista da quella domanda: con tutto quello che era successo, mi ero proprio dimenticata del college. In quel momento non lo consideravo più un problema a cui pensare.

«Ho sempre pensato di continuare a studiare qualcosa in ambito sanitario. Tipo medicina» risposi.

Evidentemente, la cosa faceva divertire Bella, che scoppiò in una sonora risata.

«Tu un medico?»

La mia mano si strinse automaticamente attorno alla forchetta, e dovetti mordermi il labbro inferiore, ormai martoriato, per non urlarle contro.

«Bella ha la stessa idea. Quello che mi chiedo è se hai la costanza e la serietà per affrontare quella facoltà» disse Katherine, guardando orgogliosa la figlia.

Perché tua figlia sì?, non riuscii a trattenermi dal pensare.

«Sì ce l'ho» mi limitai a dire.

«E le spese come pensi di affrontarle?»

Non sapevo che fine avrei fatto di lì a fine anno e non avevo idea di come si sarebbe evoluta la situazione. La mia situazione economica non trovava spazio nei miei pensieri.

«Andrò a lavorare.» Dissi la prima cosa che mi venne in mente. «Non sarà un problema per me.»

«Bene» si limitò a dire la mia madre affidataria.

«Domani sera dovrai venire con noi dai miei genitori» esordì Brian, cambiando repentinamente argomento. «Organizzano una cena in onore del settantesimo compleanno di mio padre e vogliono che ci andiamo tutti.»

Impallidii. La sera seguente sarei dovuta andarmi ad allenare di nuovo, visto che il pomeriggio sarei dovuta andare dal signor Davis. Però, per evitare diverbi inutili, che avrebbero solo peggiorato la situazione, mi ritrovai ad annuire.

«Perfetto» fece Katherine. «E non potrai venire vestita così, è una cena importante a cui saranno presenti anche persone di rilievo della città. Domani troverai un abito da sera sul tuo letto.»

E poi si lanciò in un elogio dei suoceri che seguii a sprazzi. Alla fine della cena, sparecchiai il mio piatto in fretta e furia e, prima che potessero anche solo dirmi qualcosa, Shaun in primis, zoppicai su per le scale. Nessuno sembrò importarsi della mia caviglia, ma non ne rimasi molto sorpresa.

Arrivata in camera mia, chiusi la porta e mi ci appoggiai contro, chiudendo gli occhi per un secondo.

«Allora sei viva.»

Aprii gli occhi di scatto, sobbalzando. Trovai Rose seduta a gambe incrociate sul letto. Al mio cuore mancò un battito per lo spavento e mi portai una mano al petto.

«Cosa ci fai qui?»

«Sono o non sono la tua guardia del corpo?» ribatté raddrizzandosi. «Non rispondevi al telefono, ti ho chiamata come minimo venti volte. Dovevo assicurarmi che non ti avessero rapita!»

«È così facile scassinare la serratura della mia finestra?» domandai sconsolata, quando notai la finestra spalancata alle sue spalle.

«Per chi ha studiato l'arte dello scasso è facilissimo. In effetti dovresti farla cambiare» replicò. «Allora, perché non rispondevi?»

Cercando di zoppicare il meno possibile, raggiunsi la poltrona vicino alla finestra. Purtroppo non riuscii a nascondere la mia caviglia a Rose.

«Ma che cosa hai fatto alla caviglia?»

«Ho calciato il muro» risposi sincera, alzando le spalle prima di lasciarmi ricadere sulla poltrona, trovando sollievo nell'appoggiare il piede sul letto.

«E per quale stupido motivo lo avresti fatto?»

«Perché West mi ha chiamata.»

«È per questo che non rispondi più al telefono?» mi chiese. «L'hai per caso buttato dentro al cesso o fuori dalla finestra per la rabbia?»

«No, contro il muro.» Cercai di sorridere.

«E come pensi di ripagartene uno nuovo?» fece aggrottando le sopracciglia. «Con dei soldi immaginari?»

«Shaun parlerà con i suoi.»

«Shaun?» esclamò con un sorriso complice. «Cos'è, siete diventati migliori amici? Lui che si preoccupa per te eccetera...»

Deglutii e mi limitai a guardarla, non sapendo cosa dire. Rose si accorse subito che c'era qualcosa che non le stavo dicendo.

«Evelyn...» disse piano, con l'emozione che trapelava dalla voce. «Non è che c'è qualcosa di più fra voi due, vero?»

«Non è il mio tipo» dissi subito, forse un po' troppo in fretta.

«E chi sarebbe il tuo tipo?» ridacchiò.

Will, West... la parte ingenua e infantile della mia mente parlò per me, ma per fortuna questi pensieri non uscirono dalla mia bocca, salvandomi dalla furia di Rose.

La rabbia e la frustrazione minacciarono di rimpossessarsi di me, al pensiero di quei due ragazzi problematici. Rose sembrò interpretare il mio silenzio come un "non lo so".

«Allora spara. Che cosa è successo con Shaun?»

Quando rimasi di nuovo zitta, Rose spalancò gli occhi e mi guardò speranzosa.

«Ci hai fatto sesso? Nulla di serio, solo amici con benefici? Perché non c'è niente di male: è un figo e...»

«No Rose!» la fermai subito. «È stato solo gentile con me prima e...»

«Un po' più gentile del dovuto, vero?» mi interruppe con un sorrisino. «Magari una mano che sì è allungata troppo, una carezza in più del dovuto... Dai Eve, a me puoi dirlo.»

La guardai ridacchiando, non potendo non cedere alla sua richiesta.

«Mettiamo subito in chiaro che ha cercato più volte di guardare sotto l'asciugamano» dissi, mentre Rose si metteva comoda, avida di saperne di più. «Ero appena uscita dalla doccia e diciamo che quel misero straccio che mi copriva non lasciava molto spazio all'immaginazione. Poi, dopo aver dato di matto lanciando il telefono contro il muro e averci dato un calcio, sono scoppiata a piangere sulla sua spalla. Non commentare, mi faccio già abbastanza pena da sola. Comunque... alla fine fra una cosa e l'altra stavamo per baciarci...»

«E...»

«E niente, Bella e il suo tempismo ci hanno costretti a staccarci» ammisi, scoprendo la mia voce un po' amareggiata al ricordo.

«Oh Evelyn, se non te lo fai tu me lo faccio io...» sospirò Rose, quasi persa nei propri pensieri.

«Rose!» esclamai seria, guardando la mia amica che aveva un'aria trasognata.

«Beh certo. Non è per niente paragonabile a William, ma...» poi si fermò e si accorse di quello che aveva detto. «Non posso averlo detto davvero...»

«Invece sì» la presi in giro io, trattenendo a stento una risata. «Lo hai detto davvero»

«In questo momento vorrei uccidermi da sola...»

«Rose, domani sera dovrò andare a cena con gli Spencer» buttai lì, sfruttando il fatto che l'attenzione della mia amica fosse rivolta a William.

«Eh?» si riscosse. «Non ti stavo ascoltando, ero troppo impegnata ad imprecare contro me stessa...»

«Domani sera non potremo allenarci» dissi mentre Rose assumeva un'espressione scandalizzata. «Sono obbligata ad andare a cena dai genitori di Spencer.»

«E come faremo?»

«Hai detto tu stessa che stavo andando meglio del previsto...»

«Sì, ma non possiamo permetterci di adagiarci sugli allori proprio adesso!» disse agitata. «Facciamo così. Appena finirai di parlare con Davis, ti allenerai. Non mi interessa. Prima e dopo l'incontro ci alleneremo in casa di Matt.»

«Sì non c'è problema» acconsentii. «Ma per le sei devo essere qua.»

Rose annuì grave, sconsolata, poi sospirò alzandosi dal letto e stiracchiandosi.

«E dove lo troviamo il tempo per studiare?»

Senza aspettare che rispondessi, si avvicinò a me e mi esaminò la caviglia.

«È solo una botta» constatò. «Domani probabilmente potremo allenarci solo con l'Aria. Non ha senso peggiorare la situazione della caviglia con lo scherma o con la lotta libera. »

«Direi di sì» replicai. «Mi fa un male cane...»

«Sai, ci sono voci che dicono che i Figli del Sole abbiano enormi poteri curativi.»

«Beh, non c'è nessuno che possa insegnarmeli» ribattei, alzando le spalle.

«Giusto» disse, avviandosi verso la finestra. «Comunque domattina ti passo a prendere con la macchina. Mio padre me l'ha riparata. Era un piccolo guasto, per fortuna.»

«Va bene, buonanotte Rose» le augurai, mentre scavalcava la finestra.

«Buonanotte Eve.»

Non so per quanto rimasi lì prima di attivare il mio cervello per fare qualcosa di utile. Alla fine mi preparai per andare a letto. Mi coricai, ma, quando spensi l'abat-jour, il sonno non se la decise ad arrivare.

Probabilmente tutti erano già andati a letto quando decisi che tanto valeva provare a leggere e a decifrare quei diari invece che rigirarmi di continuo nel letto. Quando mi riposizionai con le fotocopie del diario in mano, una strana sensazione mi pervase.

Quella scrittura mi apparteneva, era quella del mio popolo, dei miei antenati. In qualche modo mi sentii più vicina alla mia vera natura di quanto non lo fossi stata nei giorni precedenti.

E solo allora mi scoprii a immaginarmi una realtà parallela.

Come sarebbe stato se tutto fosse andato diversamente, se non ci fosse stata nessuna Caduta e nessun Re tiranno a governare su Elyria? Se ci fossero stati ancora i Figli del Sole? E se magari fosse stata proprio la mia famiglia a regnare?

Cercai di immaginarmi la vita di corte, ma tutto ciò che mi veniva in mente erano le poche favole che mi avevano raccontato le famiglie affidatarie nel corso degli anni.

Nella mia mente mi passarono davanti immagini dei miei genitori sul trono e io di fianco a loro. Non era affatto la prima volta che immaginavo la mia famiglia naturale: da piccola mi era capitato più volte di farlo. Certe volte mi ero immaginata una grande famigliola di campagna, con una valanga di figli e parenti, altre volte mi ero immaginata di essere figlia unica e di abitare in uno squallido monolocale.

Quando ero piccola, mi sarei accontentata di tutto, anche di vivere sotto un ponte, pur di non essere sola al mondo. Con l'avanzare degli anni però, la convinzione che i miei genitori fossero morti o, peggio, che mi avessero abbandonata aveva preso piede. La rabbia che seguiva la consapevolezza mi aveva allontanata sempre di più da quella speranza che avevo covato durante l'infanzia.

Scuotendo la testa, presa da un'ondata di malinconia, cercai di guardare e di capire quei fogli. Più volte rilessi la prima pagina, ma sembrava davvero di leggere una lingua incomprensibile.

Avevo la sensazione che ci volesse qualcosa per sbloccare l'abilità di capire quella lingua. Dentro di me sapevo che dovevo sentire scattare qualcosa, come una serratura.

Passai quella che mi parve una mezz'ora buona a cercare quel qualcosa, ma dopo le palpebre si fecero più pesanti. Con uno sbadiglio, mi alzai e riposi accuratamente le fotocopie nella borsa. Spensi l'abat-jour e, non appena mi girai su un lato, caddi in un sonno profondo.

«Vostra altezza, dovrei accompagnarvi in giardino.» Una cameriera entrò nella mia stanza dopo che la ebbi invitata ad entrare.

«Sì...» sospirai alzandomi.

L'abito che avevo indosso era maestoso, color verde scuro, come si addiceva a un'occasione del genere. Quel giorno a Koleos avremmo accolto la famiglia reggente di Telyn.

La sarta reale diceva sempre che con i miei capelli scuri e i miei occhi grigi ogni colore sarebbe stato bello, ma a lei piaceva molto quel vestito verde con i ricami color avorio. Così, seguii la cameriera per gli innumerevoli corridoi del palazzo, scendendo le scale e arrivando nell'atrio, dove mi feci condurre all'aperto.

La vista di Eylien mi lasciava sempre senza fiato. I sentieri oro fra le nuvole creavano un contrasto singolare, sembravano risplendere alla luce del sole. Ne percorremmo alcuni, arrivando nel cortile in cui si stava svolgendo il ricevimento. Alla mia vista, mia madre, la regina, sorrise e fece per venirmi incontro.

Ma il tutto mutò velocemente: il suolo sembrò crollare sotto i miei piedi e tutti i Domini precipitarono nel vuoto. In men che non si dica anche io mi ritrovai a vorticare nell'aria. Aprii la bocca per urlare, ma da quella non ne uscì nulla. Sentivo le balze del vestito alzarsi e i capelli volarmi davanti agli occhi.

Ben presto potei vedere l'isola di Elyria avvicinarsi pericolosamente. Ma non era lei che si stava avvicinando, eravamo noi che stavamo precipitando a velocità allarmante. Pensai che presto tutto sarebbe finito, che entro pochi secondi l'eterna oscurità mi avrebbe portata via con sé.

Ma il contatto con il suolo non mise fine alla mia vita. Mi ritrovai a sprofondare nella terra, che sembrava essere fatta di soffice schiuma. Alla fine, il terreno attorno a me lasciò lo spazio a una caverna gigantesca, tanto grande che non riuscivo nemmeno a vederne le pareti. Sembrava una specie di regno sotterraneo.

La caduta rallentò e io e il mio popolo ci ritrovammo a precipitare lentamente, fino a riuscire ad appoggiare i piedi a terra delicatamente. Nessuno fece in tempo a dire niente che una voce profonda rimbombò nel regno sotterrano.

«L'ora del mio regno è finalmente giunta.»



Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro