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Capitolo 11 • Paralisi

«Che cosa?»

Will non credeva alle proprie orecchie.

In quel momento di panico la mia mente sembrava essersi improvvisamente bloccata, paralizzata proprio come il mio braccio.

Quel dottore non aveva parlato di paralisi.

«N-Non me lo sento più» ripetei ancora, cercando di muoverlo invano. «Io... io non capisco.»

Will rimase un attimo in silenzio, spostando i suoi occhi dal mio braccio alla mia faccia, senza sapere cosa fare.

«Dobbiamo chiamare qualcuno» disse infine, facendo per muoversi verso la porta.

«No!» urlai. «Non farlo.»

«Evelyn...» Stava chiaramente cercando di mantenere la calma. «Purtroppo fra le mie numerose abilità mancano quelle di ambito medico. Abbiamo bisogno di aiuto.»

«No, non è niente» cercai di dire, continuando a tenermi il braccio con l'altra mano. «Non chiamare gli Spencer... Chiama Rose... o Matt.»

Sulla sua faccia apparve una faccia sorpresa e io mi ritrovai a piagnucolare supplicante.

«Per favore William, non chiamare nessuno al di fuori di loro.»

Mi ritrovai ad allungare la mano destra e ad afferrare il suo polso, stringendolo come per impedirgli di muovere un passo verso la porta. Lanciandomi un ultimo sguardo incredulo, Will prese il telefono e compose il numero di Rose.

«Rose ha la segreteria telefonica» disse dopo un po', scuotendo la testa, prima di ricomporre un altro numero. «Anche quell'altro. Evelyn, dobbiamo...»

Non seppi mai quello che William avesse intenzione di dire. Il mio braccio decise di muoversi da solo.

Rimasi a guardarlo terrorizzata, non riuscendo a ricordare tutte le cose che Rose e Matt mi avevano detto di fare nel caso si fosse ripresentata un'altra crisi.

Non mi diedi il tempo di capire se lui se ne fosse accorto.

«Non mi sento bene» sussurrai velocemente, prima di correre in bagno e chiudermi dentro.

Con orrore, mi accorsi che la mia mano sinistra aveva cominciato a contrarre le dita come se volesse creare qualcosa dal nulla.

Nel giro di pochi istanti, prese vita una piccola sfera nerastra, scintillante.

Reagii di istinto, cercando di usare l'altra mano per creare qualcosa, qualunque cosa potesse limitare al minimo i danni. Mi venne in mente un muro di protezione come quello che aveva fatto Rose, ma l'aria intorno a me sembrava non voler rispondere ai miei comandi come sempre.

Dai, avanti..., pensai disperata, guardando quella sfera oscura ingrandirsi sempre di più.

«Evelyn! EVELYN!» William stava battendo i pugni contro la porta, così forte che a momenti l'avrebbe scardinata. «Apri la porta!»

Cercai di calmarmi, consapevole che l'agitazione non aiutasse minimamente i miei poteri a manifestarsi. Mentre il braccio si distendeva, come per lanciare la sfera di energia, presi un respiro profondo e cercai di concentrarmi, nonostante il panico stesse continuando a salire esponenzialmente.

Sentii il braccio sano venire percorso da una scossa e di colpo mi sembrò che l'aria fosse un prolungamento del mio corpo. Rimasi stupita quando vidi l'aria davanti a me condensarsi e compattarsi proprio in un muro, proprio mentre la sfera lasciava la mia mano.

La sfera di energia, si schiantò contro la barriera invisibile, dissolvendosi in una marea di scintille.

Sentii un formicolio al braccio sinistro e questo ritrovò la sua sensibilità.

Solo in quel momento ricominciai a sentire Will urlare.

Cercando di riprendere fiato, mi guardai allo specchio, giusto in tempo per vedere l'ormai famigliare ombra nera abbandonare le mie iridi. Ero più bianca delle pareti del bagno e dei conati di vomito cominciavano già a pervadermi.

«Sto bene...» dissi debolmente, più rivolta a me stessa che a Will.

«Evelyn, allora vieni fuori» replicò lui, accompagnato da ulteriori colpi contro il legno.

Cercando di reggermi in piedi, raggiunsi la porta e girai la chiave nella toppa.

Non appena si aprì, però, ebbi un altro conato e dovetti correre verso il gabinetto, chinandomici sopra e rimettendo tutto quello che avevo mangiato.

Non sentii nemmeno William avvicinarsi. Mi accorsi della sua presenza solo quando le sue mani mi spostarono i capelli da davanti il viso. Le sue mani era delicate e ferme, sicuramente non era la prima volta che si improvvisava infermiere.

Quando fui sicura di aver finito, tirai l'acqua e mi appoggiai al muro, abbandonandoci la testa.

«Tu non stai bene, Eve» mi corresse Will deglutendo, continuando a sistemarmi le ciocche di capelli bagnati dietro le orecchie.

Non avevo mai visto William Cole così serio. La sua faccia, tuttavia, non era semplicemente seriosa: aveva un'espressione strana, quasi compassionevole.

La sua mano si spostò delicata sulla mia fronte e io, come una ragazzina adoratrice, rimasi a guardarlo rapita.

«Non hai la febbre» constatò. «Il braccio?»

«Come nuovo» risposi, alzandolo per farglielo vedere.

Sentivo che le energie stavano abbandonando definitivamente il mio corpo. Non mi ero mai sentita così stanca.

«Ma che cosa ti è successo?» mi chiese piano, appoggiando una mano sul mio ginocchio e guardandomi intensamente negli occhi.

«Non ne ho idea.»

In realtà ero fin troppo consapevole di quello che mi era appena successo. Avevo appena avuto una crisi.

Come potevo solo pensare di andare a scuola, imparare a controllare i miei poteri e vivere una vita normale quando in un giorno svenivo o impazzivo quattro volte?

Will si alzò, battendomi leggermente sul ginocchio come per farmi forza. Prese un bicchiere d'acqua dal lavandino e me lo porse.

«Beh, hai proprio una cera orribile.»

Accettai volentieri l'acqua.

«Grazie, Will» lo ringraziai piano. «Solo... non dire a nessuno quello che è successo.»

«Sei stata male» protestò. «Pensi davvero che la cosa migliore sia non dirlo a nessuno?»

«Nessuno deve saperlo, capito?» dissi, appoggiandomi con le mani alle piastrelle del bagno, cercando di alzarmi. «Sarà solo stress...»

Will allungò la mano e mi aiutò, tirandomi su in piedi con un grande slancio.

«Devi riposare» disse. «E domani non dovresti venire a scuola.»

«N-No» protestai, cominciando a muovermi verso la camera. «A scuola devo venirci. Domani c'è la partita di pallavolo contro l'altra classe...»

«La mia classe» precisò ritrovando il suo sorriso e seguendomi in camera. «Ma non credo che domani tu riuscirai a giocare.»

«Sarò come nuova, domani. E poi non ti darò la soddisfazione di vincere, William» ribattei, sdraiandomi sul letto e facendo come se lui non ci fosse.

«Ti credi così forte da essere indispensabile?» ridacchiò lui.

Notai che non sembrava affatto intento ad allontanarsi verso la finestra. Mi chiesi se non avesse intenzione di andarsene. Capii la risposta alla mia domanda silenziosa poco dopo, mentre mi accucciavo sopra la coperta. Rimasi a guardare Will trascinare la poltrona di fianco al mio letto, sedercisi sopra e mettersi comodo.

Mi costrinsi a non protestare.

«Ero il capitano della squadra, a Seattle. E anche a Phoenix, prima» dissi fra uno sbadiglio e l'altro.

«Sto parlando con un piccolo talento allora...»

«Non dovresti andartene?» lo interruppi.

«Io non mi muovo di qui, Evelyn» disse, serio. «Se davvero non hai intenzione di chiamare qualcuno, allora resterò finché sarà necessario.»

«Will...» mormorai, ma lui mi interruppe subito.

«Non ti accorgerai nemmeno che sono qui» continuò semplicemente. «Sicuramente non è una delle cose che il tuo amato Weston avrebbe fatto, ma non tutti siamo uguali, Evelyn.»

Capendo di non avere alternative, mi girai sull'altro fianco per dargli le spalle. Mi si chiudevano già le palpebre.

«Buonanotte, principessa...» disse poi, allungandosi per spegnere la abat-jour.

Potei quasi sentirlo sfiorare la mia schiena.

Invece è proprio il genere di cosa che West avrebbe fatto, pensai prima di cadere nel mondo dei sogni.


***


«Evelyn!» la voce di mia madre mi stava chiamando. «Vieni, è pronto!»

In quel momento mi trovavo seduta fuori da una delle grandi grotte che componevano il quartiere povero della città. Ero sul sentiero che dava direttamente sullo strapiombo e sulla grande, gigantesca città di Fyreris.

Sotto di me, una gran moltitudine di persone faceva avanti e indietro sul sentiero. Persone con grandi zaini sulle spalle, persone con le vesti del fabbro e bambini che giocavano inseguendosi su e giù per la Montagna Rossa. In lontananza si vedeva la grande Rocca Nera, maestosa come non mai e più grande di qualsiasi altra fortezza che avessi mai visto.

«Evelyn, allora...» mia madre uscì di nuovo dalla nostra caverna.

Lineamenti sottili e duri come i miei, stessi zigomi e stessa bocca.

Per il resto non potevamo essere più diverse.

I suoi capelli sembravano d'oro, così come i suoi occhi.

Controvoglia mi alzai. Mi era sempre piaciuto guardare il tramonto da lì: si poteva vedere il sole sparire dietro le montagne, in lontananza, verso ovest.

Entrai nella nostra casa e un buon odore di carne abbrustolita investì le mie narici.

«Che cosa hai fatto, mamma?» mi ritrovai a chiedere.

«Ciò che è meglio per te» rispose.

«Scusa?» chiesi non capendo perché stesse rispondendo così.

«Ciò che è meglio per te, mio piccolo sole.»

«Ciò che è meglio per me lo so solo io» ribattei seccata. «Sbaglio o in tutti questi anni ho dovuto impararlo da sola?»

Lei rimase a guardarmi, sempre sorridente.

Come poteva essere mia madre?

Se lei sembrava un angelo, io sembravo quasi un diavolo con i miei colori scuri.

«Ho sempre saputo ciò che è meglio per te» continuò, come se non avessi parlato.

«Allora dimmelo adesso» dissi. «Visto che da quello che hai fatto sembra che tu voglia che io cada. Dimmi come superare la Caduta...»

«Trova la pace dentro di te, mio piccolo sole.»

«Cosa vuol dire?» chiesi irritata. «Parla più chiaramente. Fammi capire, aiutami...»

«Evelyn?» qualcuno stava urlando alla porta. «Evelyn? Svegliati...»

Aprii le palpebre di scatto, ritrovandomi a fissare il soffitto. Confusa per essere stata svegliata così, cercai di chiedere con voce decente che ore fossero.

In quel momento notai di avere una coperta addosso. Doveva essere stato Will, prima di andarsene.

Scattante, mi misi a sedere e girai la testa verso la finestra. Avrei dovuto sapere che Will non poteva essere rimasto, ma involontariamente controllai lo stesso. La poltrona era ancora lì, ma lui non c'era più, ovviamente.

«Sono le sette e venti» rispose Shaun, capendo quello che gli avevo detto, nonostante fosse dall'altra parte della porta. «Mamma mi ha mandato a chiamarti, dice che arriverai in ritardo.»

Strabuzzai gli occhi, cercando di ricordare il sogno che avevo appena fatto. Ma, come molti altri, quello sembrò scivolare via sempre di più ogni volta che cercavo di trarne più dettagli.

«Grazie, Shaun...»

«Ah, e mi ha anche detto di dirti che oggi pomeriggio rimarrai a scuola. Per la punizione di ieri... Riordinerai la biblioteca.»

Annuii sgomenta, consapevole che avrei avuto di meglio da fare che sprecare il mio tempo in biblioteca.

Quando Shaun si allontanò dalla porta, mi ricordai di colpo del dossier nascosto sotto il cuscino. Mi rilassai un poco quando vidi che era ancora lì. Lo nascosi di nuovo prima di andarmi a preparare.

Quando fui pronta, presi in mano il telefono, notando tre messaggi. Uno di Matt, uno di Rose e uno di Will. Li lessi in ordine.

Abbiamo trovato qualche cosa di utile, ma abbiamo dovuto cercare nei libri proibiti della biblioteca dell'Istituto Alfa. È quella più grande degli istituti. Te lo faremo vedere domattina.

Mhmm. Speriamo che tu non ti ritrovi nuda in mezzo ad una strada. Momenti vuoti in cui non ci si ricorda cosa si è fatto? Forse Eve dovremmo proprio mettere una guardia alla tua finestra. Comunque alle sette e quaranta sono lì da te...

Come stai, principessa? Il braccio?

Quando lessi quello di William alzai gli occhi al cielo. Ripensare a come mi avesse quasi scoperta la sera prima mi faceva quasi rabbrividire.

Sto bene, grazie di tutto, risposi semplicemente.

Alle sette e quaranta precise, pregando di non svenire, scesi le scale. Afferrando una fetta di pane tostata, uscii e raggiunsi Rose, che mi stava già aspettando.

«Buongiorno!»

La mia amica mi accolse allegra quando entrai in macchina.

«Cos'è tutta questa allegria?»

«Beh, penso ci serva un po' di positività» replicò, mettendo in moto. «Stiamo o non stiamo per affrontare una missione impossibile?»

«Meno male che ci vuole positività» borbottai, alzando le sopracciglia.

«Come stai? Hai avuto altre visioni?» Rose cambiò argomento, lasciandomi occhiate indagatrici.

«No, non ho avuto una visione. È stato qualcosa di diverso.»

«Non mi dire... Ti sei davvero ritrovata nuda in mezzo alla strada?» Rose sembrava essersi illuminata alla prospettiva di aver profetizzato la cosa.

«No, decisamente no» negai. «Adesso concentrati mentre te lo dico. Le ultime volte mi hanno insegnato a non dirti nulla di importante mentre sei alla guida.»

«Sì sì, ti prometto che starò calma.»

«Ho avuto una specie di paralisi al braccio. Al braccio sinistro, quello con cui faccio tutto.»

Rose con un gesto della mano mi invitò a continuare.

«E poi si è mosso da solo. Ha creato una specie di palla nera...»

«Che cosa?» Rose strillò girandosi in fretta verso di me.

Sentendomi già in pericolo di vita, le urlai di stare attenta alla strada. Per fortuna questa volta non rischiammo di investire nessuno.

«E tu che cosa hai fatto?» chiese quando ritrovò un po' di autocontrollo.

«Mi sono chiusa in bagno e ho evocato una specie di barriera d'aria con l'altra mano» spiegai. «Non è successo nulla, ma alla fine, quando il braccio è tornato normale, ho vomitato e mi sono sentita sfinita..»

«Ovvio che ti sei sentita sfinita» replicò. «Non sei mai stata allenata ed evocare un muro di aria con la tua esperienza, per quanto potente tu possa essere, ti azzera le energie. Scommetto che se ti chiedessi adesso di farlo non ci riusciresti.»

Annuii, ricordando tutti i miei tentativi falliti della sera prima.

«Dovevi essere davvero disperata per poterlo evocare. Le emozioni spesso possono bloccare o sbloccare i poteri di un Dominus. A te è successa la seconda cosa.»

Prima di chiedermi se avessi avuto altre crisi quella notte, Rose prese la via dell'Istituto Omega, dove Matt ci stava aspettando.

Scossi la testa.

«Potrebbe essere che la frequenza delle crisi diminuisca con il procedere della Caduta» condivisi con Rose la mia ipotesi. «Anche quel dottore ha detto che la mia non è una Caduta normale. Nonostante saranno i primi sintomi, saranno gravi come quelli degli ultimi tempi di una normale Caduta.»

«Può darsi» disse. «Intanto dobbiamo informarci sulle normali Cadute però. E dovrai cominciare ad allenarti. Seriamente. C'è anche un altro problema, tra l'altro. Tu sei un Dominus della Luce e, come tale, puoi controllare tutti e quattro gli elementi. Solo che io e Matt non siamo in grado di aiutarti con l'Acqua e col Fuoco. Prima o poi dovremo trovare persone di cui fidarci...»

Il discorso cadde quando arrivammo davanti all'entrata dell'Istituto Omega.

Come Matt entrò in macchina, Rose si lanciò subito in un resoconto della conversazione.

«Mhmm...» rifletté lui alla fine. «Evelyn potrebbe aver ragione riguardo alla sua Caduta, ma per il momento non possiamo fare altro che aspettare e vedere come procede. Nel frattempo ho fatto un copia a testa per voi di un capitolo di questo libro. In una normale Caduta, il Dominus dovrebbe cominciare con esclusivi capogiri e perdite di equilibrio, non con paralisi assassine o con svenimenti. Gli svenimenti con le visioni dovrebbero cominciare nelle fasi intermedie del processo. Ho anche stilato un elenco di tutti i possibili sintomi che potrebbero presentarsi. Potrebbero, non dovrebbero. Non tutte le Cadute sono uguali, specialmente non lo è la tua, Eve.

«E comunque dobbiamo anche cominciare con l'addestramento. Secondo quest'altro libro è molto importante riuscire a dominare i propri poteri. Non indispensabile, ma quasi. Non sono richieste grandi abilità, ma comunque tre mesi passeranno in fretta...»

«E saranno tre mesi pieni solo se rimarrò sempre lucida» mormorai io, dicendo quello che tutti stavamo pensando.

«Sì, solo se rimarrai sempre lucida» convenne. «Non è tutto. C'è un altro problema.»

«Un altro?» feci sgomenta. «Basta problemi...»

«La cosa più importante di tutte è compiere il Rituale.»

«I Rituali, vorrai forse dire...» lo corresse Rose.

«In teoria ci sarebbe un modo più veloce, anche se decisamente più complicato...»

«Che cos'è un Rituale?» lo interruppi prima che continuasse.

«Esistono quattro Rituali, a Elyria. Il Rituale Rosso, quello Verde, quello Azzurro e quello Bianco. Ogni Dominus, compiuti i sette anni di età, ha il suo Rituale. Il Rituale stabilizza i poteri, per permettere ai giovani Domini di averne il completo controllo.»

Matt alzò il braccio e per la prima volta lo notai: sul polso interno c'era un tatuaggio nero raffigurante un albero, le cui radici si conficcavano in una pietra.

«Questo è il Marchio della Roccia» disse, indicandolo con un cenno. «L'ho ricevuto al Rituale Verde, quando avevo, appunto, sette anni. Tutti i Domini della Terra della mia età si radunarono a Vyser, la capitale di Telyn l'equinozio di primavera per fare il Rituale.»

«E vi marchiano proprio?»

«Sì» rispose Rose, nel quale polso notai il tatuaggio di un tornado nero. «Il mio Rituale è stato il solstizio d'inverno, a Neyms, la capitale di Athos.»

«E quindi io cosa dovrei fare?»

«Visto che le Statue Sacre si trovano solo a Elyria, dovresti recarti in ognuno dei quattro templi e fare i quattro Rituali. Ma c'è un metodo più veloce: a Eylien c'è un tempio con tutte le Statue Sacre.»

«Ma bisogna per forza andare ad Elyria?» chiesi speranzosa che negasse, mentre Rose entrava nel parcheggio della scuola.

«Sì... è uno dei motivi per cui il Re si sente in vantaggio. Prima o poi, dovremo uscire allo scoperto e ritornare ad Elyria per far marchiare i nostri bambini.»

«Quindi, se andrà tutto bene, vedrò Elyria» borbottai a me stessa.

«Sarà una missione suicida. Però sì, se andrà tutto bene, torneremo ad Elyria» disse Matt mentre Rose spegneva la macchina.

Mentre nella macchina scendeva il silenzio, in lontananza apparve William. Stava entrando a scuola con Bella appesa al suo braccio.

È proprio come lui, non potei fare a meno di pensare un'altra volta.

Distolsi lo sguardo.

«Sapete una cosa strana?» fece Rose, accorgendosi a sua volta di lui. «Ieri sera Cole mi ha chiamata.»

«Ha chiamato anche me» replicò Matt. «Sicuramente cercava te.»

Cercai di non dare nell'occhio e sembrare noncurante.

«Mhmm... Ma avrebbe richiamato, no?» chiese lei scendendo dalla macchina a sua volta.

«Strano...» disse Matt. «Sinceramente credevo che dopo quello che era successo avesse cancellato il mio numero.»

«Sì, lo credevo anche io.»





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