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Capitolo 6 • Casa

C A P I T O L O  V I
~
• C a s a •


«Finalmente.» mormorò Weston al mio fianco, quando il veliero a cui eravamo a bordo fu abbastanza vicino alla costa perché Ilyros apparisse in lontananza in tutta la sua grandezza e magnificenza.

Anche da lì, riuscivo già a vedere l'immensità della capitale di Elyria, luminosa e regale come sempre. Il più grande castello di tutta l'isola, casa mia, la Reggia Azzurra, non si vedeva ancora, ancora troppo lontano per essere vista ad occhio nudo.

La Reggia Azzurra, con le sue altissime mura di diamante e i giardini che si perdevano a vista d'occhio, sorgeva nella parte orientale della città, su una collinetta rialzata dalla quale si poteva vedere tutta la magnifica città di Ilyros e pure, in giorni privi di foschia, anche l'isola di Kyr.

Sospirai, ancora del tutto convinto di stare per entrare in una gabbia, dalla quale probabilmente non sarei più uscito. Mentre avanzavamo, avvicinandoci al porto, sentii Gwenyth raggiungermi a poppa, da dove stavo ammirando la città farsi sempre più vicina. Rimase zitta, ma la sua presenza riuscì comunque a farmi sentire meglio.

Probabilmente, nonostante arrivato alla Reggia Azzurra avrei voluto solamente buttarmi sul mio comodo letto, sarei stato obbligato a raggiungere la Sala del Trono per un evento ufficiale: il ritorno dell'erede in patria! Che cosa deprimente...

Non appena le sentinelle poste sulla cima delle mura ci avvistò, sentii in lontananza il suono dei corni, che annunciavano il mio ritorno. Un suono solenne, in effetti, ma che, diversamente dalle volte precedenti, non mi recava orgoglio come aveva fatto in passato, pure quella stessa estate.

Cercai di prepararmi psicologicamente al ritorno, mentre ci avvicinavamo sempre di più al pontile dove avrebbero attraccato la barca.

Non appena fummo a meno di duecento metri dalla riva, Weston, al mio fianco, si lasciò andare in un verso di felicità e cominciò a muovere freneticamente il braccio verso le guardie nautiche che ci avrebbero accolto.

«Come ti senti?» mi chiese piano Gwen.

«Non lo so...» parlai piano, in modo tale che le guardie non lo sentissero.

Quando sentii cominciare le manovre di ormeggio, il mio cuore cominciò ad accelerare: eravamo decisamente arrivati troppo presto per i miei gusti, nonostante fossimo in navigazione da quattro giorni. Come al solito, al solo vedermi l'intero corpo di guardia che si trovava sul molo si inchinò profondamente, non accennando nemmeno a rialzarsi finché non gli dissi di farlo, con voce stanca e decisamente grave. Il mio sguardo era già vagato oltre le loro teste, scorrendo quello che riuscivo già a vedere nella grandissima città bianca.

Non appena scendemmo dalla barca, ci diedero dei cavalli che, come sempre, avremmo cavalcato per raggiungere la Reggia Azzurra, dall'altra parte della città. Ci avremmo messo non meno di quaranta minuti buoni per attraversarla tutta, considerando tutta la gente che ci sarebbe stata ad accogliere i principi reali. Mentre cominciavamo a muoverci, accompagnati da un sostanzioso corteo con tanto di stendardi reali, mi misi ad osservare la mia città.

Ilyros, a differenza di tutte le altre città principali di Elyria, non aveva caratteristiche che la differivano dalle altre, come il fiume di lava e le case-grotte di Fyreris o come Neyms, la città sospesa. Eppure era la più bella di tutte, il vero cuore di tutta l'enorme isola.

Le case erano regali, spesso costruite con pietre chiare, da sembrare quasi bianche come la neve e la città era rigogliosa di flora, con i suoi parchi e i suoi ruscelli; le strade erano di pietra lastricata e già adesso, nonostante fosse mezzogiorno e normalmente le persone ritornavano in casa per mangiare con la propria famiglia, erano affollate e piene di vita.

Attaccati ai lampioni, una delle poche cose elettriche di tutta Elyria, pendevano gli stendardi della mia famiglia, leggermente mossi dalla brezza marina che arrivava dalla parte meridionale della città, nella quale le famiglie si godevano gli ultimi periodi di sole e di mare prima che l'inverno raggiungesse anche il sud dell'isola.

Mentre le guardie ci facevano strada, lanciai un'occhiata a Gwen, che mi stava guardando con tutto l'affetto possibile che poteva mettere nel suo sguardo. Per fortuna tutta la guardia cittadina nei dintorni si mosse per evitare che le persone ai avvicinassero a noi, ma, come da successo quella mattina dell'inizio del mio viaggio, ormai sapevano che, se avessero provato ad avvicinarsi a me, probabilmente si sarebbero ritrovati con una mano in meno o con comunque qualche ferita indesiderata.

Sì, ok, mi piaceva il fatto che la gente non mi stesse addosso per ogni secondo che mettevo fuori dalla Reggia Azzurra, ma non mi piaceva questa paura che provavano nei miei confronti, oltre che ad un idolatria interessata ai privilegi che avrebbero potuto avere se fossero entrate nelle mie grazie.

Weston salutò egocentricamente tutti come se per loro fosse un onore vederlo. Io, d'altro canto, non feci nulla, rimanendo ad ammirare quella città che tanto mi era mancata.

Dopo aver attraversato innumerevoli quartieri di cui a stento mi ricordavo il nome, dopo una buona trentina di minuti le case di fecero meno addossate l'una all'altra, diventando sempre più grandi e maestose mano a mano che ci avvicinavamo al castello. Presto le mura di diamante che circondavano la Collina dell'Imperatore ci brillarono davanti e ci rifletterono la luce accecante del sole.

Ci fu un altro suono di corni, prima che il corteo si decidesse ad entrare, ponendo fine a tutta quella recita. Non appena varcammo anche quella volta, l'edificio più bello di tutta Elyria mi apparve davanti.

La Reggia Azzurra si ergeva alla fine del l'immenso viale che stavamo percorrendo in quel momento, decorato ai lati da due ruscelli d'acqua termale che nascevano dalla parte posteriore della residenza, dove c'erano le terme reali, e ai quali si congiungeva tutta l'acqua del castello, e da numerosi stendardi della casata reale. L'enorme castello bianco, dentro il quale correvano delle piccole cascate d'acqua, si stendeva fino a perdita d'occhio.

Tantissime persone facevano avanti e indietro per il viale, inchinandosi al passaggio mio e di Weston. Quando arrivammo nello spiazzo davanti alla scalinata della reggia, dove c'era un enorme fontana, vidi subito che mia madre, nelle sue vesti quotidiane da regina, ci stava aspettando con le braccia aperte davanti al portone spalancato, come sempre accompagnata dalle dame di corte e da due guardie.

Scendemmo da cavallo, e Weston andò subito ad abbracciare nostra madre. Io rimasi indietro, cercando di preparare la mia faccia, facendo scivolare via ogni minimo accenno di emozione che non avrebbe dovuto esserci.

Studiai il volto di mia madre, mentre appoggiava il mento sopra la spalla del figlio minore. Non era praticamente cambiata in questi tre mesi, ma sul suo viso potei ben vedere un'espressione di infinita gioia, probabilmente per il fatto che, questa volta, avrebbe avuto entrambi i figli a casa, per sempre. I capelli scuri, come i nostri, erano raccolti in una crocchia regale, sulla quale era posata la corona di diamanti che la designava come regina. Anche da lontano riuscivo a vedere i suoi occhi dorati splendere. Io ero l'unico dei suoi figli ad aver ereditato il raro colore dei suoi occhi, visto che sia Weston che Cecily avevano gli occhi verdi.

Elizabeth Cole si staccò da Weston, che si catapultò subito dentro al castello, senza dire un'altra parola. Solo dopo, mi rivolse un sorriso sincero, mentre allargava le braccia un'altra volta. Mi sforzai di sorridere a mia volta, capendo che sennò probabilmente, come madre, avrebbe capito che c'era qualcosa che non andava.

«William.» disse con voce carica d'amore, mentre salivo le scale e l'andavo ad abbracciare come aveva fatto mio fratello prima di me. «Il mio bellissimo primogenito...»

La strinsi a me, ammettendo a me stesso che mia madre, come Cecily e Gwen, era una delle poche persone che mi fossero mancate davvero. Nonostante alla fine fossi io ad abbracciare lei, il calore e l'amore che metteva in questo abbraccio mi facevano tornare con la mente ai tempi in cui le ero sempre in braccio.

«Will, tesoro, sei pallido.» disse staccandosi da me e prendendomi le guance fra le mani. «Te lo dico sempre di prendere le carrozze e di stare in coperta quando navighi.»

«Mamma, sto bene, e la cavalcata che ho fatto non ha fatto altro che giovare alla mia guarigione, così come la brezza marina.»

«Lo dicevo a tuo padre che era troppo pericoloso...» il volto di mia madre fu attraversato da un'espressione di grandissimo senso di colpa; la sua voce era carica di preoccupazione materna. «E non sapevo nemmeno non ci fosse nessuno alla caserma di Cilius.»

«Va tutto bene, mamma.»

«E invece i medici di Cilius mi hanno mandato un foglio di pergamena, dicendo che eri praticamente dissanguato, William...» mi disse. «Almeno tuo padre ha avuto la decenza di incaricare qualsiasi ospedale di comunicarmi se ci fossi andato, sia da paziente che da accompagnatore.»

Mi dovetti trattenere dall'alzare gli occhi al cielo. La privacy che avevo accolto a braccia aperte nel mondo degli Umani mi aveva già abbandonato. La prima di molte libertà a cui poco a poco avrei dovuto dire addio.

«I medici hanno esagerato.» le assicurai. «Sicuramente se fossi stato vicino al dissanguamento, non sarei già qui a parlare con te.»

La mano di mia madre mi accarezzò i capelli, un gesto simile che faceva quando gli passavo di fianco, quando ero piccolo e più basso di lei. Ora, doveva distendere il braccio per farlo.

«Devi farti vedere comunque, sei bianco che fai spavento.» disse con un sorriso affettuoso.

«Non credo di averne bisogno, sono solo incredibilmente stanco e vorrei solo dormire.» tentai debolmente di scappare dai miei doveri prima che mi assalissero. «È stato un lungo viaggio.»

«Will, vorrei tanto poterti lasciare riposare, ma lo sai anche tu quante questioni ci sono da risolvere ora che uno fra te e tuo padre è qui...» mia madre mi guardò profondamente dispiaciuta. «Mi dispiace tesoro...»

Non riuscii a dirle nient'altro, allontanandomi di un passo e lasciando che salutasse educatamente anche Gwen, baciandola su entrambe le guance.

«Credo che tuo padre sarà felice di vederti, Gwenyth, credo che sia proprio qui di sopra, nel suo ufficio...»

Gwen, senza dire un'altra parola, mi scivolò affianco ed entrò nel castello come aveva fatto Weston prima di lei. Naturalmente, vedendola così, in pantaloncini corti e canotta, pure mia madre storse il naso, un po' irritata, ma anche incredula.

«Non impara mai?» si rivolse a me, mentre continuava a guardarla sparire su per una delle due scalinate d'oro bianco poste alla fine dell'ingresso dal soffitto altissimo e dal lucernario decorato da tanti ciondoli di cristallo.

«È perfetta così com'è.» dissi scrollando le spalle e non riuscendo a trattenere un piccolo sorriso. «Ora vado...»

Mia madre annuì ed io entrai nella mia casa, cercando di reggermi stabile sulle gambe mentre raggiungevo il centro di controllo dal quale mio padre ed i suoi innumerevoli funzionari costruivano le strategie e prendevano decisioni militari.

Non salii le scale, che portavano alla vita sociale, domestica e effettiva del castello, ma presi il corridoio che partiva dall'atrio, la cui entrata maestosa, decorata da bassorilievi di marmo che richiamavano l'elemento dell'Acqua, si trovava proprio in mezzo alle due scalinate.

Cominciai a camminare lentamente, soffermandomi a guardare con estrema felicità ogni singolo dettaglio che potesse ricordarmi qualcosa. I miei piedi calpestarono l'enorme mosaico di un giglio che decorava il pavimento del gigantesco atrio. Non appena varcai l'arco che segnava l'inizio dell'ala militare del castello, alzai lo sguardo: sopra la mia testa, a circa quattro metri da terra, su una lastra di vetro correva uno dei ruscelli che decoravano la Reggia Azzurra. Era lo stesso della Sala del Consiglio, anche chiamata Sala dell'Immacolato, nella quale mi stavo recando.

Era questa la particolarità della Reggia Azzurra: fra il marmo bianco e le decorazioni d'oro e di diamante, scorrevano dei piccoli ruscelli, che decoravano in modo superbo tutto il castello. Quello, in particolare, era chiamato Fiume delle Menzogne. La leggenda narrava che tutte le bugie raccontate all'interno della Sala del Consiglio venissero raccolte in questo fiume - che poi tanto fiume non era viste le sue dimensioni relativamente ridotte - e portate direttamente al cospetto del dio Ocian, negli abissi più profondi del Mare del Sud, dove si credeva dimorasse il dio. Era una specie di monito: all'interno della sala si doveva dire la verità, solo e solamente la verità, perché il dio Ocian avrebbe preso atto nei confronti di ogni singola bugia, che veniva considerata un tradimento.

Non per altro lo stesso ruscello passava per il Tribunale dei Candidi- il complesso giudiziaro più grande di tutta Elyria - dopo aver attraversato tutta la città sotto terra, prima di sfociare nel mare. Alle mie spalle il Fiume delle Menzogne cominciava a scendere lungo le pareti dell'arco, raggiungendo il percorso sotterraneo che lo avrebbe portato al quartiere del tribunale.

Percorsi il corridoio molto lentamente, osservando i ritratti di tutti i più grandi generali dell'esercito azzurro e di tutti i re della dinastia Cole. Un giorno, infondo al corridoio, nel muro che avevo davanti, che si trovava in mezzo alle due scalinate gemelle che mi avrebbero portato nella Sala del Consiglio, ci sarebbe stato il mio ritratto a sostituire quello di mio padre.

Salii la scalinata di destra, che comunque si sarebbe ricongiunta all'altra non appena avessi superato il Fiume delle Menzogne, in modo tale che quello si trovasse sotto i miei piedi e non sopra alla mia testa.

Poco prima di entrare nella stanza, da cui sentivo provenire un'eccessiva discussione, ebbi un capogiro e fui costretto ad appoggiarmi allo corrimano della scala. Mi chiesi cosa mi stesse succedendo, ma forse erano ancora gli strascichi di stanchezza che mi portavo dietro da numerose notti insonni. Quando mi fui assicurato di non cadere per terra, appoggiai una mano al muro e salii gli ultimi gradini.

«Dobbiamo mobilitare subito le truppe.» stava urlando il generale Hyde, battendo il pugno sul tavolo. «Anche se il nostro re ha detto che non c'è fretta, non possiamo sapere se a corte ci sono delle spie!»

Cercai di risultare perfettamente normale al sentire quelle parole. Nessuno, nemmeno Gwen, doveva sapere che, in effetti, Hyde aveva ragione e questa eventuale spia aveva appena mosso il primo passo all'interno della Sala dell'Immacolato.

«Le leggi sono leggi.» replicò Tiberius Knight, un anziano comandante militare che era entrato a far parte del Consiglio del Re grazie alla sua perenne fedeltà alla corona e alla sua spiccata abilità di guerra.

Feci un altro passo in avanti e tutta la maestosa sala di marmo mi fu visibile. Quella sala, sin dal primo momento in cui mi era stato concesso di entrarci, era entrata a far parte dei miei posti preferiti del castello. Al centro della sala c'era un grosso tavolo di diamante di forma ovale, attorno al quale c'erano tante sedie quanti i vari membri che componevano il tanto temuto Consiglio del Re. Come sempre, i membri del consiglio erano venti, comprendendo il re e l'erede. In caso di mancanza di quest'ultimo, o comunque finché non avesse compiuto i dodici anni di età, i membri effettivi sarebbero stati diciannove.

Le pareti erano di marmo bianco, decorate da dei fili di argento, che creavano una trama davvero affascinante. Anche qui, c'erano moltissimi ritratti. Come avevo già detto, ai miei piedi correva il Fiume delle Menzogne.

«Credo che non avremo conseguenze se avremo fermato i Ribelli prima che sgomberino tutti i loro istituti!»

«Invece sì, avrete conseguenze se attaccherete davvero senza avere un'ordine reale.» annunciai così la mia presenza, con voce autoritaria, facendo girare tutti verso di me. «Infondo, mi sarei occupato personalmente della tua pena, Generale Hyde...»

Tutti i presenti si alzarono, si spostarono dalle sedie e si chinarono al mio cospetto; pure il generale, che però si alzò subito, nel giro di due secondi.

«È un onore avervi qui, vostra altezza.» borbottarono in molti, risedendosi sulle sedie, attorno al grande tavolo su cui c'era una grossa cartina dell'isola di Elyria.

Hyde mi rivolse un sorriso strano, come se lo stesse rivolgendo ad un bambino inesperto e immaturo, che non poteva capire quello che stava succedendo. Mi avvicinai al tavolo, trattenendo, come sempre, la voglia irrefrenabile di tirargli subito un pugno in faccia. Era lui l'uomo che mi aveva rovinato la vita.

«Tuttavia avete ragione.» dovetti ammettere, sperando vivamente che Evelyn fosse già scappata lontana dagli istituti. «Probabilmente c'è più che una sola spia, qui dentro. E non posso negare che probabilmente qualche Ribelle avrà potuto capire che tutto quel sangue che ho lasciato nella scuola di Boston era mio.»

Raggiunsi il tavolo, non rimanendo affatto sorpreso nel vedere Hyde occupare la postazione dove in realtà avrebbe dovuto risiedere mio padre e, nel caso di una sua assenza, il sottoscritto, a capotavola, sotto il grande stendardo reale che adornava la parete. Hyde, continuando ad ostentare il suo sorriso beffardo, si fece a parte, andando ad occupare il posto alla mia destra, dove sarebbe dovuto stare.

«Perciò, Generale, vi concedo l'onore di mobilitare le truppe verso i passaggi che sbucano a Boston, a Los Angeles, a Seattle e a Miami.» annunciai, senza guardarlo negli occhi, sventolandogli la mano davanti agli occhi per dirgli di fare in fretta. «Le entrate per gli istituti sapete dove sono, muovetevi.»

Per fortuna, Hyde, chinando il capo in un cenno di assenso uscì dalla stanza, dirigendosi probabilmente nel suo ufficio. La sua presenza mi irritava parecchio e i motivi erano davvero chiari.

«E ora, qualcuno... Segretario Lloyd avvertite mio padre di tutti gli ordini che ho dato, probabilmente lo scoprirà comunque, ma è meglio dirglielo.» dissi guardando il Segretario Generale del Consiglio che annuì al mio ordine. «E voi altri fate una pausa, potremmo parlare di altre questioni nel tardo pomeriggio, ho bisogno di parlare con Knight e scommetto che è tutta la mattina che siete qui. Voi, Consigliere Yale, andate da Hyde e ditegli che ha il permesso di prendere decisioni riguardo all'attacco agli istituti. L'unica cosa che voglio è un messaggio ogni volta che deve prendere una decisione, come sempre del resto.»

Tutti gli uomini nella stanza presero un sospiro di sollievo ed io arrivai a capire che Hyde, prima che arrivassi, li aveva trattenuti davvero dalle prime ore dell'alba. Così, prima che le persone cominciassero ad uscire dalla stanza, annunciai che ci saremmo incontrati per tutte le altre questioni dell'amministrazione del regno alle cinque di quel pomeriggio. Prima, dovevano riposarsi, come dovevo fare io, del resto.

Mentre i Domini cominciavano ad uscire, mi lasciai ricadere sulla sedia di velluto bianca, non riuscendo a credere fino in fondo di essere davvero tornato a svolgere quel ruolo. Non mi accorsi che Tiberius Knight mi si era avvicinato finché non sentii la sua mano posarsi sulla mia spalla.

«Tutto bene, ragazzo?»

In quel momento, dovevo ammettere che anche lui mi era mancato. Tiberius era stato il mio mentore fin da quando ero bambino. Era stato lui ad insegnarmi tutto, dallo scherma al latino, dalle strategie di guerra alle formalità che, in qualità di principe, dovevo rispettare. Era stato, in fondo, più padre lui di quanto avesse mai potuto farlo il mio naturale.

«Sì.» risposi, riscuotendomi e vedendo che si stava sedendo sul posto lasciato libero da Hyde. «Sono solo stanco.»

«È normale che tu sia stanco dopo quello che ti è capitato.» disse con la sua solita voce burbera, ma allo stesso tempo orgogliosa. «Eppure tu sei qui, a comandare come un vero re dovrebbe fare, nonostante molti della tua età si sarebbero confinati a letto per almeno una settimana al posto tuo.»

«La situazione non mi permette di certo di potermi prendere una vacanza.» dissi, alzando lo sguardo sui suoi occhi verdi, sempre severi ma pieni di senso del dovere e di infinita bontà,  nonostante fosse un uomo di guerra.

Tiberius Knight era un uomo sulla settantina, con barba folta e capelli bianchi. Credo di aver sempre vissuto con lui dentro il castello, non riuscivo a ricordare un giorno in cui lui non viveva qui a corte, in un appartamento riservato a lui e a sua moglie. Sua moglie, Paulina, era morta dieci anni prima e sua figlia Yara, la sua unica figlia, viveva a Neyms, dove si era costruita una vita e una famiglia propria, lasciando da solo suo padre. Non che non gli avesse proposto di andare con lei, sia chiaro, ma lui aveva rifiutato, dichiarando di stare benissimo qui.

«Allora...»

Non gli lasciai finire la frase, intuendo quello che mi avrebbe chiesto. Infondo, nonostante fosse l'ultima cosa che avrei voluto fare, sapevo che prima o poi, se non glielo avessi detto di mia spontanea volontà, me lo avrebbe chiesto. Knight, infatti, oltre ad essere il membro del Consiglio che mi andava più a genio, era il responsabile della "missione Evelyn".

«Sono riuscito a fare cadere l'ultimo sole ai miei piedi? Non ne ho idea, forse sì» dissi cercando di sembrare convincente.

«Non stavo per chiederti questo.» disse, facendomi alzare le sopracciglia. «Piuttosto ti stavo per chiedere come sei uscito vivo da quell'attacco.»

«Ah.»

«Allora?»

«I medici hanno esagerato, non stavo per morire dissanguato...» cercai di salvarmi in extremis, sapendo tuttavia di non essere sembrato convincente come volevo.

Mi sentivo addosso il peso delle bugie più in quella stanza che in qualsiasi altro posto. Era solo una leggenda, lo sapevo, ma mi avevano sempre insegnato a non mentire lì dentro, per nessuna ragione al mondo.

Infatti, mentre stavo ancora parlando, Knight scoppiò a ridere, dicendo subito: «Hai la stessa espressione colpevole di quando eri piccolo e cercavi di nascondere il fatto che non ti fossi allenato con l'acqua...».

Mi limitai a guardarlo, sapendo che se avessi continuato a mentire lui l'avrebbe capito subito. Anche se potevo quasi arrivare a credere che centrasse Evelyn. In effetti, lo stare zitto si rivelò peggiore del parlare.

«Perché non mi vuoi dire che è stata proprio Evelyn Lewis a curarti da una ferita mortale?» disse bruscamente e seriamente.

«Perché non lo ritenevo necessario.» mi alzai all'improvviso dalla sedia, cominciando a camminare avanti e indietro per la stanza.

«Ti rendi conto di quanto tu sia stato fortunato? Sicuramente lei prova sentimenti abbastanza forti per te da evocare poteri così potenti!» il suo entusiasmo per il fatto che avesse intuito che Evelyn poteva provare seriamente qualcosa di più che semplice affetto per me, gli fece dimenticare il perché non glielo avessi detto.

Mentre cominciava a tirare fuori un taccuino e ad appuntarsi tutto, mi accorsi di essere impallidito a quella sua esternazione di entusiasmo. Che grosso errore decidere di parlargli così, senza avere delle scuse abbastanza efficaci.

«Sentimenti passeggeri che non dureranno fino a dicembre.» ribattei cercando di smorzare la sua emozione. «Le ragazzine Umane, o che sono cresciute come tali, hanno sempre queste cotte passeggere adolescenziali...»

«Non credo proprio che una cotta passeggera possa risvegliare poteri così arcani e tipici di un Dominus della Luce che non ha mai avuto un'istruzione sui suoi poteri...»

«Ma non mi ha guarito del tutto.»

«Beh, ma sai bene anche tu che i poteri che esercitano i nostri guaritori non avrebbero nemmeno accennato di guarire un'emorragia così vicina al cuore... È già tanto che abbia messo fine alla tua condanna a morte!»

Mi voltai a guardarlo, mentre continuava a scrivere frenetico sulla carta, e mentre attirava di nuovo la mia attenzione dicendo: «E quindi cos'è successo precisamente? Che cosa ti ha detto, ragazzo?»

«Non lo ricordo. » dissi sinceramente o almeno in parte visto che mi ricordavo solamente gli ultimi minuti, in cui le avevo esplicitamente detto che il mio sangue era stato versato da un ribelle e che doveva fingersi morta; dovetti sforzarmi per non ripensare a lei a cavalcioni su di me. «Stavo delirando, le immagini erano confuse e non capivo più niente...»

«Comprensibile, in effetti. Ora, se non ti dispiace devo dire ad Hyde di tenere imprigionata la ragazza nel caso la trovassero in uno degli istituti. Ho grandi progetti da fare mentre aspetteremo il sette dicembre, giorno in cui tu la porterai ad Elyria...»

Entusiasta, strappò un foglio dal suo taccuino e uscì dalla stanza, troppo occupato a pensare a questa vittoria per accorgersi che ero sbiancato un'altra volta. Non appena fu fuori dalla stanza, mi lasciai ricadere sulla sedia, incredulo di tutto ciò che era successo in quei pochi minuti di conversazione.

E allora mi invase di colpo tutta la stanchezza e la frustrazione che avevo avuto in corpo nell'ultima settimana. Non mi accorsi nemmeno di essere caduto in un sonno profondo, finché non sentii mio fratello scuotermi la spalla con decisione.

«Papà ti ha mandato un messaggio.»

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