Capitolo 31 • Montagna Rossa
C A P I T O L O X X X I
~
• M o n t a g n a R o s s a •
Mi chiusi la porta alle spalle, cercando di capire che cosa diavolo gli fosse preso. Ora che la confusione mi stava abbandonando, cercai di convincere che non me ne importava nulla di come mi avesse trattata. Erano problemi suoi e come si era comportato doveva solamente farmi da monito per il futuro.
Meno male che Gwenyth, la sua amica, mi aveva aiutata ad entrare nella stanza. Se non fosse stato per lei avrei dovuto aspettare che qualcuno passasse in quel corridoio, o comunque sarei dovuta andare a chiamare qualche Dominus che mi aiutasse con quella vecchia maniglia difettosa.
Ci trovavamo dentro uno dei luoghi più importanti e lussuosi di tutto il mondo e non si curavano nemmeno di aggiustare una maniglia difettosa? Una maniglia che mi era costata un incontro più che sgradevole con William, che era arrabbiato per chissà quale motivo. Forse aveva continuato il dibattito con Lord Blain...
Era stato una fortuna che non si fosse presentato a cena: ora vivevo inevitabilmente nel continuo timore che la situazione degenerasse, se non per la paura che provava Blain, per l'irascibilità di William. Era una situazione estremamente delicata: tutti i piani di Edvard il Cieco sembravano essere costruiti su un fragile castello di carta.
Sospirando, cercando di allontanare il pensiero di William dalla mia mente, mi andai a preparare per andare a dormire. Tornare a quella ormai strana quotidianità di poter vivere sotto un tetto, con il tempo scandito da orari ben precisi, mi faceva sentire un po' come se stessi tornando a Boston.
Togliendomi quei comodi vestiti e riponendoli accuratamente su un portabiti, entrai in bagno per prepararmi ad andare a letto. Visto che la doccia me la ero fatta non appena ero uscita dalla palestra, mi limitai a raggiungere il lavandino per darmi una sciacquata al viso e per togliermi quei residui del trucco di Ariadne che non ero riuscita a lavar via con la lunga doccia.
Tornata in camera dopo essermi lavata i denti, mi misi quella camicia da notte, alla quale non mi ero ancora abituata. Guardando l'ora nell'immenso orologio sulla cappa del camino del muro davanti al letto, mi infilai sotto le coperte di quel letto comodissimo. Erano solo le nove, ma senza il telefono, senza Grey's Anatomy e soprattutto senza Harry Potter, non sapevo che cosa fare se non dormire per dar tregua al mio corpo stremato dagli allenamenti che avevo avuto quel giorno.
Non appena chiusi gli occhi, pensando come ogni sera da quando mi trovavo a Fyreris a mia madre e al fatto che si trovasse non tanto lontana da me, crollai in un sonno disturbato e pieno di incubi.
***
Qualcuno stava bussando di nuovo alla mia porta, insistentemente. Per fortuna quella fu la prima mattina che non sentii la voce acuta di Ariadne chiamarmi ripetutamente con il soprannome che mi aveva affibbiato.
Sil. Che nomignolo stupido che era, non mi piaceva per nulla. Ma la parte strana, era che non ne capivo e non ne sapevo il motivo.
Come tutte le notti precedenti, il mio sonno era stato disturbato da incubi su incubi, riguardanti morte, distruzione, e una specie di città sotterranea, costruita in quella che sembrava una grotta gigantesca. Per l'ennesima volta, mi svegliai con un martellante mal di testa, che si irradiava stranamente ed inspiegabilmente lungo il braccio sinistro.
Ogni mattina era più forte, ma io davo la colpa alla Caduta che stavo affrontando e al fatto che in quel momento non avessi sintomi. Mi sembrava troppo strano credere che potessi trascorrere del tempo senza qualche sintomo: in qualche modo, a parer mio, il mio corpo doveva manifestare la Caduta. Buttando le gambe da un lato del letto, mi portai una mano alla testa, cercando di fare mente locale.
Nella mia mente si susseguirono tutte le problematiche ancora irrisolte, come se inconsapevolmente mi stessi facendo un promemoria delle cose che non dovevo assolutamente dimenticare. Come se fosse possibile farlo, del resto...
Rose era sempre in cima alla lista. Chissà se quella giornata si sarebbe conclusa bene, senza nessuna notizia di una sua cattura o della sua morte.
«Evelyn, sei in ritardo.» questa volta era Cesar a bussare alla mia porta.
Spaesata, mi voltai a guardare l'orologio, scoprendo che erano già le nove e mezza di mattina. Costrinsi me stessa a rispondergli, dicendo a voce abbastanza alta: «Fra dieci minuti sarò in palestra!».
«Ti ho preso dei biscotti per fare colazione, ci vediamo là.»
Non appena lo sentii allontanarsi dalla mia porta, cercai di alzarmi per far cominciare quella giornata. Con ancora le palpebre appesantite e la camminata strascicata tipica di chi si era appena svegliato, mi andai a preparare per l'allenamento, chiedendomi per quale motivo Ariadne non si fosse presentata nella mia stanza.
Non appena uscii dalla stanza, nuovamente in ritardo, per un bruttissimo scherzo del destino, notai il principe che si richiudeva la porta alle spalle. Mi fermai senza pensare, mentre Will si accorgeva di me a sua volta.
Per fortuna, già dalla sua faccia potevo intuire che la rabbia della sera prima era passata. Quando ritornai in me, facendomi affidamento al mio orgoglio, mi girai e cominciai a camminare di gran carriera verso la palestra.
«Evelyn!» come avevo temuto, William mi chiamò pochi secondi dopo, chiudendo rumorosamente la porta della sua stanza e seguendomi, velocizzando i passi per raggiungermi.
Accelerai, sapendo già in partenza che tempo pochi secondi e in qualche modo Will mi avrebbe fermata. Sospirai sconfitta quando sentii le sue dita fredde serrarsi sulla mia mano, costringendomi a fermarmi. Cercando di sembrare dura e per niente ferita, mi girai verso di lui.
«Non ho niente da dirti.» dichiarai orgogliosamente. «E sono in ritardo, devo andare.»
«Ti accompagno.»
Il suo tono non ammetteva repliche ed io dovetti ammettere a me stessa che per quanto avessi potuto dirglielo e scappare da lui, non avrebbe ceduto a cercare di parlarmi. In risposta, limitandomi a guardarlo, mi districai dalla sua presa, ricominciando a camminare, questa volta senza accelerare.
«Per stasera tutto confermato.» esordì come se non fosse successo nulla. «Sia l'allenamento che la nostra missione supersegreta.»
Anche se non lo stavo guardando, potevo immaginare che stesse sorridendo piano, nel tentativo implicito di farsi perdonare. Sapevo che Will non si sarebbe mai scusato esplicitamente, era troppo orgoglioso per ammettere anche solo a se stesso di aver sbagliato. Mi limitai a fare un mugolio di assenso, mentre, guardando in basso verso di lui, mi accorgevo che la sua mano sinistra era completamente fasciata.
Alzai le sopracciglia, non riuscendo ad impedire a me stessa di girarmi a guardarlo sorpresa. Allora la sera prima aveva perso abbastanza pazienza da perdere totalmente il controllo, ferendosi alla mano... Will si accorse che con la mia espressione mi stavo riferendo alla sua mano e, contraendo con poco successo le dita, rispose alla mia domanda implicita.
«Mi sono ferito.»
«Questo lo vedo.» replicai impaziente, alzando gli occhi al cielo. «Non sono cieca, William.»
«È molto interessante vedere come cambi il modo di rivolgerti a me a seconda delle situazioni.» commentò riferendosi al mio "William" calcato. «"Will" quando sei di buon umore e "William" quando sei arrabbiata o triste.»
«Stai evitando di parlare della tua mano William.» continuai istintivamente a calcare ancora di più il suo nome, come se volessi stupidamente fargli capire che ero arrabbiata con lui. «In tutti i sensi.»
Non potei fare a meno di riferirmi anche a quello che era successo durante l'allenamento con l'acqua, quando ci eravamo ritrovati così vicini che potevo sentire il suo respiro sull'orecchio. Non sapevo se fosse nei poteri di un Dominus dell'Acqua controllare la temperatura corporea, ma già al pensiero mi rendevo conto che mi sembrava troppo strano collegare il suo elemento con il fatto di essere congelati.
«Ho fatto a pezzi un comodino.» ammise senza vergognarsi e senza cambiare il tono della voce, che rimase tranquillo. «Ieri sera ho perso la calma.»
«Ma dai!» commentai sarcasticamente, facendo come se non me ne fossi accorta. «Guarda, non lo avevo capito...»
«Non era serata Evelyn, non mi devo scusare di questo.» la sua voce divenne più dura ed impaziente, quasi incredula per il fatto che me la fossi presa per una roba del genere.
«Ah di certo la parola scusa non esiste nel tuo vocabolario.» replicai mentre il suo comportamento mi faceva sentire meno sicura riguardo al perché me la fossi presa con lui.
«Fammi capire, io perdo il controllo una volta e divento lo stronzo della situazione e tu dai di matto un giorno sì ed uno no e questo va bene?» la sua voce divenne più seccata, più irritata.
Bene, l'ennesimo tentativo di autodifesa che i maschi mettevano in moto quando non volevano ammettere di avere torto: spostare l'attenzione sul l'altra persona, facendola sentire la colpevole della situazione. A quel punto, le mie numerose esperienze sembravano urlarmi che tanto non c'era nulla da fare: Will non avrebbe mai ammesso di essere stato davvero uno stronzo con me, la sera precedente.
«Bravo.» mi limitai a dirgli, guardandolo quasi con disdegno. «Sposta l'attenzione sulla mia cazzo di Caduta, tanto hai ragione, probabilmente impazzirò davvero.»
Cominciai ad accelerare il passo un'altra volta, venendo però costretta di nuovo a frenare quando Will allungò la mano ferita per bloccarmi.
«Cazzo...» imprecò piano, mollando subito la presa e contraendo il viso in una smorfia di dolore. «Sono stato uno stronzo, lo so. Ma era successa una cosa e sappiamo entrambi che non so controllare bene la rabbia.»
Non potei fare un faccia sorpresa: anche se non mi aveva chiesto propriamente scusa e né aveva ammesso che avevo ragione, stava cercando di dire che aveva sbagliato. Non potei fare a meno di trattenermi dal commentare: «Stiamo facendo progressi, vedo... Suppongo comunque che non verrò mai a sapere perché hai perso la calma, giusto?».
«Giusto.»
Sospirai, arrendendomi al fatto che per quanto potessi chiederglielo, non mi avrebbe mai detto che cosa fosse successo in realtà la sera precedente. Will era una persona estremamente misteriosa, in tutte le più piccole sfaccettature: non sarei mai riuscita a capire quello che gli passava davvero per la mente, lo dubitavo fortemente.
«Dove stai andando?» non potei fare a meno di chiedergli pochi secondi dopo, rendendomi conto che di lì a poco saremmo entrati nel corridoio diretto alla palestra.
Non pensava di venire a guardare l'allenamento, vero? Non sarei mai riuscita a sopportare due allenamenti come quello della sera precedente: avevo ancora male alle gambe e temevo che volesse assistere per dire a Cesar come avrebbe dovuto fare.
«Tranquilla.» ridacchiò subito, notando la mia faccia preoccupata. «Vado a firmare il patto con Lord Blain. Naturalmente, vuole una garanzia della mia parola.»
«Il patto di sangue di cui parlavi ieri sera?» chiesi interessata e inevitabilmente sollevata. «Mi piacerebbe assistere, non ho idea di come avvenga e di questo mondo ho ancora un'infinità di cose da imparare...»
«Non è nulla di speciale, principessa.» replicò, cominciando a curvare verso un altro corridoio che si diramava da quello che stavamo percorrendo. «E tu ti devi allenare, se quella specie di allenamento si può definire tale.»
Alzai gli occhi al cielo, mentre William si congedava con un ridacchiato: «Ci vediamo più tardi, principessa. Cerca di fare qualcosa di utile per la tua preparazione.» Mi fermai per qualche secondo, rimanendo a guardarlo camminare finché non svoltò l'angolo.
Solo quando mi accorsi di essere in gran ritardo per l'allenamento di Cesar, cominciai di nuovo a muovermi, correndo come una matta fino alla soglia della grande palestra dove avevo passato la maggior parte degli ultimi giorni.
«Dieci minuti e arrivo, eh?» fu il commento di Cesar non appena la mia figura apparve sulla porta della palestra. «Voi donne e la vostra concezioni di "arrivo fra un attimo".»
Feci un'espressione mortificata, mentre avanzavo imbarazzata dentro la palestra. Non feci in tempo a fare due passi che Cesar mi lanciò il sacchetto con dentro i prelibati biscotti che in quelle mattine mi facevano da colazione.
«Ti do meno di tre minuti per mangiarli, ma questa volta il tempo lo tengo io.»
***
Mi congedai da tavola relativamente presto quella sera, usando la scusa che dovevo andare a riposarmi. Avrei voluto tanto farlo davvero: tutta la giornata era stata estenuante e l'allenamento di William aveva dato il colpo di grazia. In quel momento mi sembrava fuori dall'immaginazione pensare di poter scalare tutta la Montagna Rossa: le mie gambe già faticavano a reggermi camminando sui piani lisci e pianeggianti della Rocca Nera.
Forse avrei riposato un po', prima di quella specie di escursione: Will mi aveva detto che avremmo dovuto aspettare fino a notte fonda, verso le due o due e mezza per assicurarci di non incontrare troppe persone. Quello che non mi spiegavo era come, nel giro di poche ore, avremmo potuto scalare un vulcano molto alto che si trovava dalla parte opposta della città e ritornare indietro prima che qualcuno si accorgesse di qualcosa. Ma non avevo fatto domande: Will e il suo dannato allenamento non me ne avevano dato il tempo.
Raggiunsi la mia camera, scoprendo con gioia che quella volta la maniglia non si era bloccata ed entrai dentro, accorgendomi piacevolmente che qualche servitore aveva acceso il caminetto. Nonostante ci trovassimo in un altopiano vulcanico, caldo per sua natura, la notte scendeva un freddo atroce, che ancora non riuscivo a concepire visto il paesaggio che avevo attorno. Decisamente, quel caminetto faceva cento volte più calore di quanto non lo facessero i termosifoni della mia camera a Seattle o quella stufina che utilizzavo a Boston.
Non accesi la luce: il bagliore delle fiamme del caminetto illuminava già di suo la stanza. Senza accorgermene davvero, stavo afferrando dal letto una morbida coperta e stavo spostando una delle poltrone della piccola libreria lì davanti al camino. Avvolgendomi con la coperta, mi buttai sulla comoda poltrona, piegando le gambe e portando i piedi sotto il sedere.
Il fuoco non aiutava di certo a diminuire la stanchezza, ma era rilassante, troppo rilassante. Presto, mi ritrovai ad abbandonare la testa contro lo schienale della poltrona e a chiudere gli occhi. In poco tempo, cominciai a vorticare nel buio.
***
«Principessa, svegliati.»
Una mano si posò sulla mia spalla e io mi svegliai di colpo, sbattendo le palpebre per capire dove mi trovassi e perché. Guardandomi spaesatamente attorno, vidi che nel camino, dove prima danzavano fiamme scoppiettanti, c'erano solo delle braci morenti. Quando il mio sguardo si posò sui suoi brillanti occhi d'oro, leggermente illuminati dalle braci, feci mente locale.
«Hai fatto bene a dormire un po'.» continuò sussurrando, senza rimuovere la mano dalla mia spalla. «Ma ora dobbiamo andare...»
Annuii nell'oscurità, mentre Will faceva un passo indietro, muovendosi verso la porta della mia stanza. Dovetti socchiudere gli occhi quando accese la luce, troppo forte per le mie pupille abituate al buio.
«Mettiti qualcosa di caldo sopra i vestiti.» dichiarò riavvicinandosi e togliendomi da dosso la coperta come per invitarmi a sbrigarmi. «Fa piuttosto freddo là fuori.»
Solo quando mi alzai dalla comoda poltrona, sentendomi le guance in fiamme per essere stata così vicino al fuoco, vidi che sopra i vestiti quotidiani da nobile reale portava una giacca grigia pesante con del pelo bianco al suo interno e degli stivali pesanti.
«Sembra che tu stia andando su una montagna innevata, Will.» lo presi in giro, prima di sbadigliare.
«Non sottovalutare l'escursione termica dell'Altopiano del Fuoco, Evelyn.» replicò sorridendo piano, mentre raggiungeva l'armadio della stanza e cercava qualcosa di adatto che io potessi mettermi. «Siamo nella terra del fuoco, ma ci troviamo comunque in uno dei posti più a nord dell'intero regno.»
Will frugò nell'armadio, estraendo una giacca bordeaux pesante come la sua, dotata però di un lungo cappuccio che la sua non aveva. La osservò bene prima di porgermela, commentando: «Questa è perfetta, potremo coprirti la faccia con il cappuccio...»
L'afferrai, infilandomela subito e sentendomi già più calda dentro a tutto quel pelo bianco. Prima che potessi allacciare i bottoni, William si avvicinò sorridendo piano, prendendo in mano la situazione e chiudendomi la giacca al mio posto. Con fare seccato, mentre partiva dal basso e allacciava tutti i bottoni, mi ritrovai a dire: «Sai, non sono una bambina, sono perfettamente in grado di allacciarmi una giacca, per quanto questa possa provenire da luoghi magici e sconosciuti...».
«Stiamo risparmiando tempo, principessa.» replicò sorridendo piano, mentre continuava ad allacciarmi i bottoni più in alto. «E poi, oltretutto, sto solo ricambiando il favore...»
Non poté finire la frase che gli tirai una manata sulla spalla, facendolo scoppiare a ridere: non c'era bisogno che mi ricordasse quell'imbarazzante momento in cui gli avevo tirato su la zip dei pantaloni alla festa in cui avevo scoperto tutto.
«Da ubriaca eri molto meno imbarazzata che adesso, principessa.» rise di gusto mentre mi sistemava meglio il cappuccio, facendomelo ricadere sulla testa. «Ecco, non ti copre come potrebbe farlo una cappa, ma questo più tutto questo ammasso di capelli perfettamente ordinari possono aiutarci.»
Allungò le mani e mi spostò i capelli davanti al viso, facendoli ricadere sulla giacca. A quel punto, Will decise che era l'ora di andare: «Andiamo, ci aspetta una lunga nottata.» afferrandomi senza pensare la mano, cominciò ad avviarsi, uscendo dalla stanza.
«Sai, sarebbe molto meno impegnativa se tu non avessi prosciugato le mie energie con quel dannato allenamento.»
«Hai fatto in tempo a riposarti.» ribatté abbassando la voce quando si sporse dalla porta per controllare che non ci fosse nessuno. «E ora zitta, dobbiamo fare meno confusione possibile.»
Allora mi costrinsi a chiudere la bocca, mentre Will avanzava nel lungo corridoio buio trascinandomi con sé. Finché camminò nei corridoi che ormai conoscevo a memoria, riuscii ad orientarmi nonostante l'oscurità, ma quando svoltò in un passaggio che non avevo mai percorso, mi affidai completamente a lui, stringendo istintivamente di più la sua mano.
Percorremmo innumerevoli corridoi, e scendemmo un'infinità di scale finché Will ci fece arrivare in una stanza, che riuscii a riconoscere solo dall'odore prima che lui accendesse la luce. Nell'aria c'era un forte odore di stalla e di animali ed io capii subito che ci trovavamo in una scuderia. Ma certo... per velocizzare i tempi saremmo andati a cavallo... perché non ci avevo pensato prima?
Rimaneva un unico problema: io non avevo mai cavalcato e la sola prospettiva di salire a cavallo mi provocava un po' di ansia.
Quando Will accese la luce, tutto il grande locale di legno chiaro mi fu visibile. Senza muovermi di un passo dal momento in cui aveva mollato la mia mano, rimasi a guardarlo raggiungere il box di un cavallo nero come la pece. Sotto il mio sguardo attonito, prese le redini del cavallo e lo fece uscire silenziosamente e con maestria, portandolo davanti a me e facendomi inevitabilmente arretrare.
«Non dirmi che hai paura...» ridacchiò piano, vedendo la mia espressione. «Non ti preoccupare, i cavalli sono animali estremamente affidabili.»
Mentre parlava, il cavallo nitrì e sbuffò. Sarei arretrata ancora di più se non fosse stato per William, che mi afferrò la mano e mi obbligò a mio malgrado a riavvicinarmi. Continuavo a guardare il muso del cavallo mentre Will parlava: «L'ho già sellato prima di venire da te.» dichiarò battendo la mano sulla sella doppia di cuoio che il cavallo aveva sul dorso. «Ora è il momento di salire.».
Senza avvertirmi, Will mi prese sotto le braccia, alzandomi di peso senza alcuna fatica. Ridacchiando per le mie proteste sommesse, Will mi fece sedere sul cavallo, che sbuffò in modo decisamente poco rassicurante. Subito afferrai la sella con mani tremanti, costringendo me stessa a buttare una gamba dall'altra parte per rimanere più stabile. Will, intanto, rideva di gusto: «Davvero non sei mai salita su un cavallo?» fece mentre saliva in groppa a sua volta, con tranquillità e con tutta la delicatezza che io non avevo.
«Mi sembra chiaro...» borbottai subito dopo, prima di chiudere la bocca nel momento stesso in cui Will fece avanzare il cavallo nero.
Cercai in tutti i modi di limitare al minimo i miei contatti con il principe, ma quando uscimmo dalla stalla, entrando nell'aria fredda della notte, Will accelerò la galoppata ed io, dando retta al mio istinto di sopravvivenza, mi ritrovai a cingerlo con le braccia, stringendolo per assicurarmi di non cadere. Con tutto il corpo attaccato al suo, lo sentii sogghignare. Arrossii inevitabilmente, non riuscendo comunque a staccarmi. Qualcosa mi diceva che se lo avessi fatto sarei caduta e sarei stata calpestata dagli zoccoli del cavallo.
In pochi minuti, Will, spronando l'animale ad andare sempre più veloce, ci fece lasciare alle spalle l'immenso complesso della Rocca Nera. Era solo la seconda volta che giravo per la città, ma in quel momento non mi sentivo addosso il rischio di non riuscire ad arrivare a destinazione senza finire catturata.
Ero con il principe di Elyria, ero al sicuro.
In quel modo potevo ammirare davvero la bellissima e maestosa città in cui ero nata e nella quale avevo passato i primi mesi della mia vita. Percorrere così liberamente, seppur velocemente, le vie e i viottoli di diversi quartieri di Fyreris, ognuno con le sue peculiarità, mi faceva quasi dimenticare quello che sarebbe successo di lì a poco.
Quasi.
Più Will si avvicinava alle pendici della Montagna Rossa, più l'ansia saliva: stavo davvero raggiungendo la tomba di mia madre, stavo davvero andando a visitarla. Già il solo pensiero di trovarla in mezzo ad un'infinità di martiri di guerra mi faceva salire le lacrime agli occhi, per non parlare del fatto che quella sarebbe stata la prima, e forse l'ultima, volta che le sarei stata così vicina dopo diciassette anni.
Quando il terreno e le strade cominciarono a non essere più pianeggianti, non so quanto tempo dopo, capii che avevamo già compiuto un bel pezzo di strada. Non riuscii a non trattenere un sospiro frustato quando il terreno cominciò ad inclinarsi e William, accorgendosene, portò la mano sinistra, quella ferita, alle mie mani, nel tentativo di confortarmi.
Presto, le case cominciarono a farsi meno addossate l'una all'altra. Però, più avanzavamo nella buia città, più riuscivo a riconoscere la povertà che avevo visto pochi giorni prima nel Quartiere di Plutone. Come la volta precedente, stetti male per quello che vidi: in confronto ai quartieri più vicini alla Rocca Nera, lì i palazzi erano più decadenti, le strade erano decisamente meno curate e anche a quell'ora della notte si potevano intravedere Domini senzatetto che rischiavano di morire di freddo, raggruppati gli uni contro gli altri per cercare di sopravvivere un'altra notte. Da quello che Matt e Cesar mi avevano detto, la situazione negli ultimi anni era precipitata parecchio.
Non potevo non ricordarmi di quello che mi aveva detto Karlsen il giorno in cui eravamo arrivati a Brennan: lo stesso matrimonio di Will, il principe che in quel momento stavo abbracciando, era una spina nel fianco per l'intera popolazione di Elyria. Non potei fare a meno di allentare la presa su di lui, sentendomi meno accondiscendente nei suoi confronti. Dopotutto, in tutti questi anni lui era stato alla destra di suo padre, il re che stava condannando migliaia e migliaia di vittime.
Quando William svoltò l'angolo, abbandonando quel povero quartiere alle nostre spalle, fu come uscire allo scoperto: ora che avevamo cominciato a salire l'effettiva Via del Fabbro, come l'aveva chiamata Joanne, le case si trovavano solo da un alto della strada, sul versante della Montagna Rossa. Come cominciammo a salire in quella strada, solitamente superaffollata di gente, iniziai a rimproverare a me stessa che sarebbe stato decisamente meglio rimanere a letto, quella notte.
Era una brutta idea, mi sarei solo fatta del male da sola andando a trovarla.
La Via del Fabbro era talmente lunga e il vulcano talmente largo che si potevano contare centinaia e centinaia di case-grotta, alcune piccole e disposte a condominio, e altre grandi e maestose, come quella della Dominus del Fuoco che ci aveva ospitati. La Via del Fabbro saliva sul vulcano, facendo avanti e indietro sul versante che si affacciava sull'Altopiano del Fuoco e, inevitabilmente, verso la metà di ciascuna salita, dovevamo attraversare dei ponti per oltrepassare il brillante e caldo fiume Lavaeris.
Quando Will iniziò a far rallentare il cavallo, il mio cuore cominciò a battere velocemente per l'ansia che provavo. Girando la testa verso il versante della Montagna Rossa, osservando le innumerevoli case-grotta e forge che vedevo, non riuscii a non domandarmi in quale di quelle tante abitazioni fossi nata io. Dimenticandomi di Will e del cavallo, mi staccai dal principe, raddrizzandomi e cominciando a scorrere con lo sguardo tutte le porte delle case che vedevo.
Gli occhi cominciavano già a pizzicare.
Mi accorsi a stento di come fossimo arrivati praticamente in cima alla Via del Fabbro: quando il sentiero curvò, cominciando a diventare pianeggiante, e quando dal mio campo visivo scomparvero le case costruite nella roccia, quasi mi venne un infarto.
Quando Will frenò il cavallo, io ero intenta ad osservare in lungo e in largo quella che sarebbe dovuta essere un'infinita distesa pianeggiante, se non fosse stato per l'enorme cratere dal quale uscivano fumi caldi e il bagliore rosso della lava che ribolliva al suo interno. Non mi accorsi nemmeno che William stava scendendo da cavallo, finché non me lo ritrovai davanti agli occhi.
«Se fosse per me, principessa, ti lascerei tutto il tempo del mondo per prepararti a quello che stai per affrontare.» disse dolcemente posandomi una mano sul ginocchio.
Io mi limitai ad annuire, prendendo un respiro profondo e lasciandomi aiutare a scendere da cavallo. Non appena Will, mollandomi la vita, si fece da parte, riuscii a mettere a fuoco tutte le lapidi che si ergevano sul lato sinistro del cratere. Erano centinaia e centinaia, me ne sarei aspettate di meno.
Al solo ricordo di chi ero venuta a visitare, le lacrime cominciarono a sgorgare copiose lungo le mie guance. Senza che Will me lo impedisse, mi tolsi il cappuccio della giacca, rendendo imprudentemente scoperto il mio viso. Cominciai a camminare piano verso quelle pietre, con il cuore pieno di infinita tristezza. Non me ne importai nemmeno di Will, che mi stava seguendo, anche se lasciandomi un po' di spazio per me stessa.
Avanzai con il cuore in gola fino alla prima, grigia lapide. Avevo paura anche solo di guardare il nome, temendo insensatamente che fosse la sua. Quando abbassai lo sguardo, tirai un inutile sospiro di sollievo: mia madre era comunque fra di loro, il fatto che quella non fosse la sua tomba non cambiava di tanto le cose. Vagai e vagai fra le tombe, mentre ormai le guance erano bagnate di lacrime e il battito del mio cuore aveva raggiunto una velocità assurda.
Arrivai a credere di essermela lasciata sbadatamente alle spalle, anche se mi sembrava di averle controllate tutte, prima di trovarla: una lapide bianca in mezzo a delle grige. Mi lasciai sfuggire un sospiro, mentre mi inginocchiavo, piangendo copiosamente, su quella lapide, a ridosso del piccolo rialzo di terreno che correva per tutta la circonferenza del cratere.
«Mamma...» mi ritrovai a sussurrare, allungando una mano per sfiorare quella pietra bianca e tutte le sue incisioni.
ALYA HEAVEN LEWIS
N. 14 Ottobre 1982. M. 26 Febbraio 2001.
Il tuo sorriso ci illuminerà dal cielo.
Era tutto dannatamente sbagliato. Dovevamo essere insieme in quel momento, insieme veramente. Se non fosse esistita quella fottuta profezia, lei non sarebbe mai morta. Mi sedetti sul terreno, mentre lacrime silenziose correvano sulle mie guance.
Solo dopo pochi secondi notai un fiore sul terreno, adagiato sulla pietra. Si trattava di una rosa rossa, piena di spine. Venni presa alla sprovvista: chi mai poteva salire fino lì in cima per adagiare un fiore sulla sua tomba? Un amico, magari il Comandante Davis? Oppure un parente?
Mentre sentivo Will raggiungermi e appoggiarmi la mano su una spalla, in segno di vicinanza, mi ritrovai ad adagiare la mano sul terreno sabbioso e polveroso. Chiudendo gli occhi, richiamando a me i miei poteri da Dominus della Terra, comandai la terra affinché facesse nascere una rosa bianca proprio davanti alla sua tomba.
Non avevo pensato a portarle qualcosa, lo dovevo ammettere, ma cercai di rimediare, creando un piccolo bocciolo di rosa che presto cominciò a sbocciare, trasformandosi nel fiore più bello di tutti. Quando finii, ritrassi la mano, riposando lo sguardo sulla tomba bianca.
La mano di Will si strinse di più sulla mia spalla mentre io, per eliminare la sabbia che mi era rimasta sulla mano, sfregavo i palmi fra loro. Per un solo secondo abbassai lo sguardo sulla polvere scura che avevo sulle mani.
Basto solo quell'occhiata perché nella mia mente passasse il ricordo di quell'ultima sera prima di arrivare alla Rocca Nera. Sentendo uno strano presentimento, allungai le mie braccia davanti a me, notando con stupore che tutta la mia giacca bordeaux era piena di quella polvere scura, sicuramente depositata dai fumi che risalivano dal vulcano e dai venti che smuovevano la terra.
Lei non mi aveva risposto.
Non mi aveva detto dov'era andata quella sera, dopo che era tornata dalla Rocca Nera insieme a Cesar. No, non poteva essere vero...
«Mamma è viva.» aveva risposto Mylene quel pomeriggio a Boston, quando Shaun mi aveva portata da lei. «Vive ancora a Fyreris. Non la vedo da tanto tempo...»
Mi rialzai da terra, scossa più che prima. Non potei non portarmi la mano al ciondolo che era appartenuto a mia madre. Mentre Will, senza capire, lasciava ricadere la mano dalla mia spalla, mi voltai a guardarlo.
La sua faccia esprimeva compassione e comprensione per quello che avevo appena passato: «Mi dispiace, Evelyn...» disse piano, posandomi la mano sul fianco. Non potei fare a meno di evitare di lasciarmi abbracciare e stringere da lui, continuando a piangere.
Will mi accolse fra le sue braccia, stringendomi come se tentasse di proteggermi da tutto il dolore che mi aveva pervaso. Ma adesso, quel dolore che provavo per mia madre e per la vita insieme che non avevamo mai avuto lasciò un po' di posto alla rabbia che provavo per Joanne.
Dopo pochi minuti staccai la mia testa dal suo petto, alzando lo sguardo su di lui e fissandolo nei suoi occhi. Mentre la sua mano correva alla mia guancia, io mi ritrovai a parlare: «Dobbiamo fare una cosa, Will.». Senza dare troppo peso alle sue parole, rispose: «Se ti può aiutare a sentirti meglio...». Annuii, retrocedendo di un passo e staccandomi da lui, per dare un ultimo saluto a mia madre.
Chinandomi sulla tomba, cercando di frenare le lacrime e di mostrarmi forte, non potei fare a meno di sussurrare: «Sarò forte, mamma. Ti renderò fiera di me, te lo prometto.» le sussurrai piano, accarezzando la lapide, mentre non riuscivo a frenare altre lente lacrime che sgorgarono dai miei occhi. «Ti voglio bene...».
Quando mi staccai, mi costrinsi a girarmi subito verso Will, che mi guardava con le braccia conserte e con uno sguardo pieno di dispiacere. Mi mossi, sicura che se avessi tentennato non sarei riuscita a risalire su quel cavallo per riscendere la Montagna Rossa.
Camminai spedita verso il cavallo nero, evitando di guardare il cratere per risparmiarmi un attacco di paura. Probabilmente era perché ero troppo presa dalla tomba di mia madre per spaventarmi di essere così vicina al cratere del vulcano più grande del mondo, come avrei fatto in altre circostanze.
Arrivati al cavallo, Will mi aiutò a salire, prima di montare a sua volta. Subito, dopo essermi tirata di nuovo il cappuccio sulla testa, appoggiai le mani sulla sua vita e lui cominciò la discesa. Finché fui sicura di poterlo fare senza perdere di vista il mio obbiettivo, mi misi a guardare assorta e ipnotizzata l'immensa città che mi si stendeva davanti agli occhi.
Quella notte era priva di foschia, limpida, e si potevano vedere anche le mura più lontane da quel punto. Era uno spettacolo mozzafiato: il fiume Lavaeris che risplendeva nella notte, i vari quartieri della città, le piazze e i numerosi monumenti...
Dopo pochi minuti, però, voltai lo sguardo verso le case di pietra, cercando di sforzarmi per riconoscere quella in cui avevo passato le prime notti a Fyreris. Quando, con un tuffo al cuore, riuscii a riconoscere la finestra seminascosta dalla roccia dalla quale avevo osservato per la prima volta la città nera, senza dire niente a Will e presa da un moto di coraggio, scesi dal cavallo mentre ancora si stava muovendo, per fortuna non correndo.
«Ma sei pazza?» fece subito, completamente preso alla sprovvista. «Torna subito qui... Ti farai vedere...»
La voce di Will era allarmata ed incredula. Mentre lo sentii scendere rapidamente, imprecando, dal cavallo, cominciai a correre il più velocemente possibile, per non dargli la possibilità di raggiungermi prima che io bussassi a quel portone scuro.
«Non farlo!» urlò il principe, ma io avevo già alzato la mano, pronta a bussare a quella porta.
Presa da un moto di rabbia, con le lacrime che ormai si erano fermate, cominciai a tirare pugni alla porta, sconvolta da quello che avevo capito poche decine di minuti prima. Perché non me lo aveva detto, perché?
«Joanne!» urlai con tutta me stessa, rischiando di attirare attenzioni indesiderate e di condannare me stessa e Will. «Apri questa porta.»
«Zitta!» la voce di William era piena di rabbia, mentre mi prendeva per mano, strattonandomi all'indietro senza curarsi di essere delicato.
«Joanne Lewis!» quando la chiamai in questo modo, Will si fermò di colpo, estremamente confuso dalla situazione.
Fece per ricominciare a trascinarmi all'indietro, ma in quel momento quel portone si aprì, rivelando una Joanne incredula e presa completamente alla sprovvista, quasi scioccata. Il suo sguardo si mosse velocemente da me a Will, mentre spalancava gli occhi per lo stupore.
«Evelyn...» fece piano, con la voce incredula per il vedermi mano per mano con il principe del regno e sopratutto sconvolta per essere stata chiamata con quel nome.
«Quando avevi intenzione di dirmelo?» la aggredii subito con voce tremante, puntandole contro un dito. «Quando volevi dirmi che sei sua madre, sua madre...»
Sul suo volto prese vita un'espressione di profondo dolore, mentre apriva la bocca per dire qualcosa. Mi stavo già preparando a controbattere, quando improvvisamente sentii la mano di William diventare di nuovo gelata, attorno alla mia.
Questa volta, però, il freddo glaciale era cinque volte peggiore di quello che avevo sentito la sera precedente in palestra. Sconvolta, dimenticandomi per un attimo di Joanne, mi girai velocemente verso di lui, che intanto aveva allentato la sua presa sulla mia mano.
Non riuscii a proferir parola che, sotto gli sguardi stupiti di me e Joanne, Will roteò gli occhi all'indietro, cadendo a terra sotto i nostri sguardi attoniti. Sentii un moto di paura pervadermi, mentre con un «Will!» spaventato mi chinavo subito sopra di lui, che intanto era rotolato sulla schiena.
Era svenuto, privo di sensi, ed era gelato, completamente congelato.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro