Capitolo 16 • Sacramento Nero
C A P I T O L O X V I
~
• S a c r a m e n t o N e r o •
«Muoviti troia.» quell'insulto rude e quasi ringhiato, mi fece rizzare i capelli sulla nuca.
Mi girai immediatamente verso quella guardia, fermandomi agghiacciato. Al cuore mi mancò un battito quando vidi una ragazza dai capelli scuri incespicare su se stessa dopo la spinta di una guardia.
'Non può essere lei, non può essere davvero Evelyn...'. nonostante tutte le conversazione avute con mio padre sul fatto che non l'avessero presa, non potei fare a meno di pensarlo.
Il corpo era coperto da una misera tunica di lino, che nascondeva giusto il necessario la corporatura formosa di quella ragazza e le mani e i piedi erano imprigionati dentro manette di ferro. La riconobbi veramente solo quando, storcendo la faccia in una smorfia, alzò la testa, troppo orgogliosa anche solo per cadere e per dare soddisfazione al velocista: Rose.
Spalancai gli occhi non appena mi resi conto in che condizioni fosse: i capelli erano così sporchi e ricoperti da fango che dal loro colore rosso ramato sembravano diventati bruni, gli occhi erano segnati da due profondissime occhiaie blu, segno che probabilmente non dormiva da molto, troppo tempo. Il colore degli occhi però era dello stesso verde vigile e attento.
«Ti ho detto di muoverti!» un'altra spinta e questa volta a Rose ci volle più impegno per rimanere in piedi; fu allora che mi riscossi.
«Tenente velocista!» lo chiamai simulando tutta la mia autorità, cercando di non tentennare.
La mia voce li fece fermare entrambi. Rose alzò la testa, scioccata quasi quanto me nel vedermi. Il velocista si fece subito sull'attenti: nonostante probabilmente io avessi la metà dei suoi anni, io ero un generale e quindi di ordine nettamente superiore al suo. Senza riuscire a nascondere un po' di nervosismo, disse: «V-Vostra altezza, ai suoi ordini...». Non girai lo sguardo verso Rose, non sarei riuscito a mostrare indifferenza, se avessi incrociato la sua faccia.
«Lasci a me la ribelle, Lord...»
«Milton.» disse quasi spaventato da me.
«Perfetto, mi consegni le catene, Tenente Milton.» dissi allungando la mano.
«M-Ma vostra altezza, speravo di poterla portare io al cospetto di v-vostro padre.» balbettò nervoso. «La taglia in palio per un ribelle è m-molto alta...»
«Mio padre è occupato con una lunga riunione per organizzare gli interrogatori dei ribelli. Ha delegato a me l'onore di accoglierli nella nostra reggia.» dissi calcando sulla parola "accoglierli", socchiudendo gli occhi per il fastidio di essere contradetto, prima di alzare la voce. «E gli ordini sono chiari e precisi. Osa forse contraddire un suo superiore? Suo future re, per giunta?»
Come avevo sperato Milton sembrò molto spaventato e minacciato da me. Trattenni a stento un sorriso di vittoria mentre il velocista mi consegnava in fretta le catene che tenevano Rose. Notai subito che lui aveva addosso dei guanti, così vidi per la prima volta che nel ferro erano presenti delle venature vuote riempite da legno di rovere. Inevitabilmente il mio sguardo percorse tutte le catene finché non si posò sulle manette di Rose e quindi sulla sua pelle, completamente ricoperta da piaghe.
«È congedato, Tenente Milton.» dissi poi, con meno convinzione senza staccare gli occhi dalla pelle di Rose.
Senza farselo ripetere due volte, il velocista si inchinò al mio cospetto e poi, intimorito, cominciò a correre all'impazzata giù dalla collina, come il codardo che era. Rimasi a vederlo scomparire nella prima traversa che entrava dentro la città, prima di sentire il sussurro sfinito e supplicante di Rose: «Will, ti prego...». Stupidamente la prima cosa che mi colpì fu il fatto che mi avesse chiamato proprio Will, dopo anni.
La tentazione di lasciarla scappare era molta, ma c'erano cose che mi frenavano: primo di tutti era il mio futuro. Quel velocista di cui mi ero già dimenticata il nome aveva visto che avevo preso in carico io Rose e, anche se potevo negarlo, mio padre non avrebbe creduto a me senza prove concrete. Sfinita, Rose barcollò ed io dovetti allungare le braccia per sostenerla.
«Will...» un'altra supplica e la sentii sprofondare di più sulle mie braccia.
«Troverò il modo di farti uscire.» le sussurrai senza poterne fare a meno. «Ma non ora, non posso.»
Ma Rose non sentì, era svenuta. Mentre cercavo di prenderla in braccio a mo di sposa per portarla dentro al castello, allungai lo sguardo per ricordare a me stesso che Evelyn non era con lei, che era riuscita a scappare.
Sentii a stento arrivare gli altri velocisti con gli altri ribelli: stavo già portando dentro le mura Rose, sapendo già quanto sarebbe stato difficile farla scappare da lì viva.
***
«William!» mia madre mi venne incontro nel lungo corridoio dei nostri appartamenti con voce ed espressione preoccupate.
«Madre.» rimasi sul tono professionale, cosa che con lei non mi capitava spesso a meno che non fossimo in pubblico. «Devo darmi una ripulita.»
Lei alzò un cipiglio, fermandosi di colpo; sul suo viso prese piede un'espressione confusa e distaccata, tipica di quando non voleva far capire di essere stata offesa. Sentendomi vagamente in colpa parlai di nuovo: «Scusami, mamma. Sono stanco e devo lavarmi per l'interrogatorio dei ribelli...».
«La conosci, vero? Quella che hai portato tu stesso in caserma.» mi prese alla sprovvista, facendomi fermare di fianco a lei. «Sembri sconvolto.»
«Non ti nego di conoscerla. Ma non sono sconvolto, sono solo stanco.»
Mia madre rimase impassibile, mentre mi squadrava da capo a piedi con lo sguardo. Per tranquillizzarla, mi vidi costretto a parlare di nuovo: «Era a Boston, mamma. Nella mia stessa scuola, ma non abbiamo mai parlato.».
La guardai intensamente, prima di aggiungere: «Appena vedi Gwenyth dille di venire nella mia camera. Devo parlarle.». Senza aspettare una sua occhiata di rimprovero, ricominciai a camminare.
Non appena entrai nella mia camera, mi svestii completamente, buttando nel cestino dei panni sporchi i vestiti pieni di fango. Entrai nel lussuoso bagno deciso a lavare via ogni singolo residuo di sporcizia, data dall'allenamento di quella mattina, sul mio corpo. Mentre facevo riempire la vasca, maledicendomi per non avere ancora chiesto di installare una doccia, non potei non ripensare a quello che era appena successo.
Dopo aver fatto allenamento, avevo raggiunto subito le mura della Collina dell'Imperatore, per ricevere i velocisti e i ribelli. Erano stati momenti di agitazione: il pericolo che avessero catturato qualcuno così vicino ad Evelyn da sapere i suoi piani era più che reale. Quando avevo visto Rose, mi era caduto il mondo addosso.
Come Rose era svenuta, me la ero caricata sulle braccia e, sotto gli sguardi di tutte le guardie, di tutti i funzionari e di tutti i nobili presenti nel cortile, l'avevo trasportata, mio malgrado, dritta alle caserme. Per tutto il tragitto avevo dovuto evitare tutti coloro che mi avrebbero potuto chiedere qualcosa, non sapevo se sarei riuscito a recitare ancora la mia parte come avevo fatto con il velocista.
Quando avevo attraversato la porta della caserma principale, avevo preso un respiro profondo e avevo fatto in modo di ricompormi e di sembrare indifferente. Come avevo messo piede dentro, la guardia dell'ingresso mi era venuta subito incontro, con un sorriso a trentadue denti.
«È la prima ribelle.» avevo annunciato. «Rimettetela in sesto, ha affrontato un viaggio con un velocista e dobbiamo interrogarla. Fatela trovare fra poche ore pronta a rispondere alle domande. Dopo che l'avrete fatta visitare da un guaritore rinchiudetela in una cella.»
Dopo avevo portato con le mie mani Rose nell'infermeria che ospitava tutte le guardie ferite e l'avevo adagiata su uno dei letti riservati ai prigionieri, in fondo. Per tutto tragitto nella corsia avevo ricevuto occhiate ammirate e curiose, sia da guaritori che da degenti. Poi non avevo potuto fare altro che andarmene.
Quando la vasca fu piena, mi ci immersi e cominciai a lavarmi, sfregandomi ogni singolo residuo di fango dal corpo. Ero stanco, ultimamente stavo dormendo poco e provavo l'irrefrenabile voglia di scappare di nuovo dalla capitale per andare a cercare personalmente Evelyn. Quando mi ritenni soddisfatto, svuotai la vasca e mi asciugai. Feci in tempo a tornare nella stanza e a infilarmi dei boxer che la porta si aprì.
«Che cos'è successo?» irruppe subito Gwen.
«Gwen.» la interruppi subito, raggiungendola e posandole le mani sulle spalle. «Sono arrivati i ribelli.»
«Evelyn?» chiese lei presa alla sprovvista. «Hanno preso Evelyn?»
Continuai a vestirmi mentre mi ritrovavo a scuotere la testa: «No, per gli dei no. Hanno preso Rose Ward.» Lei venne presa alla sprovvista dalla mia risposta.
«La tu ex?» fu l'unica cosa che riuscì a chiedermi, facendomi sbuffare.
«Sì, sì lei. Ma non è questo il punto. Rose è la migliore amica di Evelyn e come tale saprà sicuramente qualcosa sulle missioni che la riguardano.» esordii passandomi una mano fra i capelli. «Devo farla evadere.»
«Ma sei pazzo Will?» mi fermò subito lei. «Se già parlare con Davis era tradimento alla corona, questo dovrebbe essere fuori discussione!»
«Hai ragione.» la fermai subito, raggiungendo la mia scrivania e appoggiandomici, cercando di riflettere. «Ma non posso lasciarla morire, non me lo perdonerei mai.»
«Centra Evelyn vero? Non vuoi avere sulla coscienza la morte della sua migliore amica.»
«Non posso essere il responsabile della sua distruzione finale, Gwen. Gli dei solo sanno quanto la morte della sua migliore amica la devasterebbe. E poi... Rose non se lo merita.» ammisi.
«È una follia.» scosse la testa. «Se ti scoprirà, tuo padre non solo ti accuserà di tradimento Will. Potresti finire sul ceppo al posto della tua amichetta rossa.»
«Non posso non rischiare. Sarà l'ultima cazzata che farò. Te lo prometto Gwen.»
«Non prometterlo a me, Will.» ribatté. «Promettilo a te stesso.»
***
Quando, la mattina dopo mi ero svegliato, dopo un sonno tormentato, l'unica risposta alla domanda "come faccio a far evadere Rose?" mi era arrivata spontanea tanto da farmi quasi ridere di me stesso per non averci pensato prima. Mi ero alzato dal letto quasi all'alba, valutando tutti i pro e i contro di quello che sarei andato a fare. 'Sono discreti, sono le persone più discrete che potresti chiamare...'.
Mio padre, dopo aver valutato le condizioni dei ribelli, reduci da un viaggio davvero debilitante agli estremi, aveva deciso che gli interrogatori avevano ancora bisogno di essere perfezionati. Dopotutto, come aveva detto lui, non c'era fretta: con il passare dei giorni la probabilità che Evelyn si fermasse per più di qualche giorno in un luogo preciso aumentava e più aspettavamo più i ribelli sarebbero stati in grado di reggere gli interrogatori, senza il pericolo che non ne uscissero vivi.
«Rum.» ordinai alla cameriera della Locanda Mezzaluna, nel Quartiere Perla, a nord della capitale.
Mi trovavo in uno dei numerosissimi tavolini di legno della grande taverna di quel quartiere povero, quella sera. Con tutta quella confusione e ringraziando il fatto che la maggior parte delle persone lì dentro fosse ubriaca, speravo che il mio incontro passasse un minimo inosservato o che comunque non suscitasse troppe domande indesiderate.
«Subito, vostra altezza.» la giovane cameriera arrossì, diventando paonazza, come se fosse una giovane ragazzina che incontrava il proprio idolo.
Se solo la mia mente non fosse stata così occupata a pensare al problema con Rose e anche alla ragazza dagli occhi grigi che miracolosamente era riuscita a scappare all'imboscata, probabilmente l'avrei trattenuta: era giovane, con dei lunghi capelli biondi cenere raccolti in due trecce e con l'irresistibile aria da innocente. Non girai nemmeno lo sguardo verso di lei, quando si allontanò per raggiungere il bancone.
Una volta le taverne erano la mia casa: ci passavo quasi tutte le sere a bere e ad intrattenermi con le persone, che fossero altri uomini ubriachi o anche solo gli osti. Non poche volte mi era anche capitato di passare del tempo con delle ragazze, ma con loro non mi ero spinto troppo in là. Quel William sarebbe arrivato dopo Juliet, nel mondo degli Umani.
«Ecco il vostro rum, vostra altezza.» la stessa cameriera, quasi sussurrando per l'emozione, arrivò pochi minuti dopo, sbattendo così forte il bicchiere che un po' del contenuto schizzò fuori. «S-Scusatemi, scusatemi, non intendevo sporcarvi...»
Trattenendo a stento l'irritazione per la macchia scura che ormai "decorava" la mia camicia bianca, cercai di fare un sorriso forzato: «Non c'è nessun problema.» le dissi cercando di sembrare convincente.
«Vada, le garantisco che questa macchia non sarà un problema.»
Alzai lo sguardo sulla ragazza e notai solo allora che non doveva avere più di sedici anni; non me ne stupii più di tanto: ad Elyria era più che normale che le famiglie povere mandassero a lavorare anche i giovani membri della famiglia. In effetti, lei era già abbastanza grandicella. Stava tremando, guardandomi come se fossi la persona più pericolosa del mondo.
«Davvero signorina, le macchie sulle camicie non sono una novità per me.» con tutta la mia forza di volontà cercai di farle un occhiolino per rassicurarla. «Anzi, direi che sono come una vecchia amica...»
Lei sorrise piano, mentre il suo volto di rilassava già di più: «T-Torno subito con u-uno straccio.». Ma io agii tempestivamente: tirai fuori uno di quei fazzoletti di stoffa che per abitudine mi portavo dietro. Stupida educazione da principe. Velocemente, sotto gli occhi stupiti dell ragazza, asciugai tutto; poi afferrai il bicchiere ormai mezzo vuoto e glielo porsi: «Portamene solo un altro.» le dissi porgendole anche otto corone d'argento, sufficienti a pagarle due bicchieri di rum.
Il bello delle locande povere era il costo molto basso delle bevande; era bello per una persona comune, a me non cambiava di una virgola. Lei annuì, afferrò le monete in fretta e se ne andò, ritornando in tempo record con il bicchiere pieno, appoggiandolo con estrema delicatezza davanti a me, di fianco al tovagliolo. Poi finalmente se ne andò definitamente, lasciandomi da solo con il mio rum. Da solo ancora per poco, in effetti.
«Non avrei mai pensato che sarebbe stato questo il nostro prossimo incontro.» una voce maschile vagamente familiare mi fece alzare le sopracciglia in un'espressione sorpresa.
Non feci in tempo a sollevare lo sguardo che quello si lasciò ricadere sulla sedia davanti a me. Nonostante la barba tenuta un po' più lunga del solito e i vestiti tipici di Elyria, non avrei mai potuto non riconoscerlo. Cercando di ignorare la rabbia che cominciava a montare, parlai: «E io non pensavo mandassero te, Spencer, se così ti devo chiamare ancora.»lo guardai da capo a piedi. Lui sorrise piano, sporgendosi in avanti sul tavolo e appoggiandosi con i gomiti.
«Allora...» esordì guardandomi con quell'insopportabile sorrisetto che non gli si addiceva per niente. «Cosa spinge il famoso e amato erede al trono del Regno di Elyria a chiamarci?»
Shaun Spencer non mi era mai stato simpatico e la situazione era di certo peggiorata quando Matt mi aveva riferito di lui e di Evelyn. Al pensiero di lei, la rabbia si impadronì quasi di me; per fortuna avevo ancora un briciolo di razionalità. Prima di rispondere, sorseggiai un po' il mio rum: «Sai, quando mi hanno detto che facevi parte della... tua famiglia... non ci volevo credere.» dissi, guardandolo intensamente.
«Arriviamo subito al sodo, altezza.» disse incrociando fra loro le dita delle mani. «Perché il principe ereditario avrebbe mai dovuto chiedere un servizio della mia famiglia?»
«Devo fare evadere una persona.» dissi in fretta, guardandolo negli occhi. «Dalle prigioni della caserma principale della Reggia Azzurra»
Spencer alzò le sopracciglia, vagamente sorpreso dalla mia richiesta: «Sono sorpreso, non lo nascondo. Per un attimo ho pensato che tu avessi potuto richiedere un contratto. Magari per far fuori la tua futura sposa...» ridacchiò piano ed io non capii perché stesse dicendo proprio quello. Sorseggiai di nuovo il mio rum e lo guardai in attesa che parlasse ancora.
«Una richiesta molto complicata da realizzare, lo sai?»
«Come so che siete gli unici a poterla eseguire.»
«Ed hai ragione.» disse ed io mi rilassai leggermente. «Non credo che il pagamento per te sia un problema, quindi passiamo oltre. Chi devi fare evadere.»
Rimasi zitto per un attimo, cercando di immaginarmi la reazione di Spencer a quello che gli avrei detto subito dopo. Lui conosceva Rose e, inconsciamente, ebbi paura che il discorso potesse virare da lei ad Evelyn; a quel punto non sapevo se avessi potuto mantenere la calma, già la sua vista mi metteva in difficoltà.
«Rose Ward.»
«Non ci credo.» quasi rise, sussurrando come se fosse incredulo. «La rossa si è fatta catturare nell'imboscata di Brennan?»
Annuii, mentre bevevo di nuovo un sorso di rum. Poi mi girai e raccolsi il borsone che mi ero portato dietro. Lo aprii ed estrassi un grande malloppo di carte, sapendo già che avrei messo nelle mani della Confraternita Oscura un grande tesoro; l'unica cosa che avevo potuto fare era stato dargli solamente le mappe di quell'unica caserma e del perimetro esterno della Reggia Azzurra.
Da buon stratega, gli avevo scritto tutto sopra, proprio tutto quello che sapevo potesse essergli utile. Al resto dovevano pensarci loro. Gli porsi le carte e lui le afferrò, avendo il buon senso di non aprirle lì in mezzo a tutti.
«La tua fedeltà vacilla, Cole?» mi chiese divertito mentre riponeva le mappe dentro ad una saccoccia che si era portato dietro.
«Affatto.» replicai convinto. «Salvo solo una vecchi amica da morte certa.»
«Sei ancora preso da lei?» continuò a ridacchiare, provando gusto nell'innervosirmi. «Qualsiasi altro principe sarebbe felice di avere prigioniera la ragazza più vicina all'ultimo sole...»
Mi ritrovai a fare un sorriso tirato, mentre la stretta sul bicchiere di rum si serrava di più: «Mi avevano detto che la vostra famiglia era riservata e discreta.» replicai. «Non dovrebbero interessarvi i motivi del perché io voglia Rose fuori dalla prigione.»
«Stava diventando una chiacchierata interessante, Cole...» ribatté con un sorrisino. «Perché devi rovinare tutto così? Brindiamo invece in ricordo di Boston e delle belle ragazze che c'erano lì.»
Aprì le braccia, guardandomi divertito in un modo davvero irritante; la mia stretta sul bicchiere si fece più forte, le nocche quasi diventarono bianche: «Boston non mi manca affatto.» replicai stizzito, sapendo di stare mentendo.
«Ah no? E le belle ragazze che c'erano lì?» continuò. «Rose, Bella, le cheerleaders... Evelyn»
Non riuscii a trattenermi dallo sbattere il bicchiere sul tavolo, facendone fuoriuscire un po' di contenuto. Trattenni il fiato, cercando di non esplodere, ma alla fine mi ritrovai lo stesso a parlare: «Credi davvero di potermi parlare di lei?» replicai guardando un punto fisso nel tavolo. «Sei venuto qui per provocare la mia furia, Spencer?». Solo dopo alzai lo sguardo su di lui, che non aveva cambiato espressione di una virgola.
«Qualcuno qui sa qualcosa...» disse piano, quasi ridendo.
«Non provocarmi.» mi ritrovai a dire, con un'occhiata di fuoco e alzandomi dalla sedia, puntandogli un dito addosso. «Dovrei solo spaccarti la faccia, non so cosa mi stia frenando.»
«Perché Cole?» si alzò a sua volta, derisorio. «Non venirmi a dire che a te, la persona che la vuole imprigionare importa qualcosa di lei!»
Rimasi zitto, prima di rispondere acido, mettendoci tutto il bugiardo che era in me: «Non me ne importa assolutamente nulla.» replicai. «Ma hai quasi mandato a puttane tutta la mia missione! La cosa che mi ha salvato è stato il fatto che pensasse a me quando è venuta a letto con te!». Il sorriso scivolò via dalle sue labbra ed io capii di essere riuscito ad evitare di dargli materiale da usare contro di me, ora come ora e in futuro.
Ringraziai il cielo che Shaun Spencer fosse abbastanza stupido da non capire davvero il comportamento che avevo appena avuto; beh, di certo anche un ragazzino lo avrebbe capito. Prima che potesse parlare di nuovo, dalla saccoccia capiente presi una pesante borsa di stoffa piena di monete d'oro: «Dovrebbe bastare.» replicai arrabbiato. «Duemila monete d'oro. Le restanti diecimila a missione compiuta. Avete al massimo un giorno di tempo per avviare l'operazione, dopo sarà troppo tardi.».
Buttandogli la borsa sul tavolo, afferrai il bicchiere e finii di bere quel rum che mi era rimasto tutto in un sorso; poi, senza dargli il tempo di dire qualcosa, afferrai la mia saccoccia, mi girai e uscii da quella taverna.
Uscii alla fredda aria di novembre ignorando il battito del cuore accelerato e la rabbia che avevo addosso. Pochi secondi dopo aver fatto mente locale, la voce strascicata di mio fratello ruppe il silenzio: «Non ci credo.» biascicò, chiaramente ubriaco. «Ci vedo bene? Will sei tu?». Alzai gli occhi al cielo, imprecando contro mio fratello sul perché avesse deciso proprio di venire a prendere un altro bicchiere in questa locanda sperduta.
«West, non ho tempo da perdere, dove l'hai lasciata la tua compagnia?» replicai mentre mio fratello incespicava e quasi mi cadeva addosso; in quel momento un brivido di freddo mi percorse.
Era arrivato da un vicolo lì affianco e proprio non lo avevo visto, cogliendomi di sorpresa. Dovetti allungare le mani e sorreggerlo per non farlo rotolare a terra. Con una risata inopportuna, West disse: «Non lo so. Saranno rimasti al ponte...» si girò a guardare il vicolo da dov'era venuto, indicando il buio. Sbuffai, capendo che da bravo fratello maggiore non potevo lasciarlo così in balia di se stesso.
Intanto, il brivido era diventato freddo puro, che per poco non mi faceva tremare. Guardai West, per capire se stesse per caso provando la stessa sensazione, ma, quando barcollò di nuovo, da fermo, capii che era troppo ubriaco per sentire qualsiasi cosa. La cosa che mi turbava era il non aver percepito nessuna corrente d'aria: sembrava proprio che il freddo venisse da dentro di me.
«Andiamo West, andiamo a casa.» gli dissi, cominciando a muovermi, rimanendo stupito quando vidi uscire delle nuvolette di vapore dalla bocca; mi fermai di colpo, rischiando di fare cadere mio fratello.
Lui mi si aggrappò come se fosse un koala ed io, quasi tremando, mi mossi trasportandolo di peso con una brutta sensazione addosso; dovevo tornare a casa, in fretta. Per fortuna ero allenato abbastanza da riuscire a trascinare mio fratello senza sforzarmi eccessivamente, perciò procedetti relativamente veloce verso la Reggia Azzurra. Il freddo cominciava ad aumentare esponenzialmente ad ogni passo che facevo e dentro di me prendeva piede l'idea che tutto quello centrasse con quello che era successo tempo prima al lago e poi sulla barca.
'Che cosa mi sta succedendo?' i denti cominciarono a battere involontariamente mentre West continuava a blaterare cose senza senso. Ma io non lo stavo ad ascoltare, ero troppo preso dal capire perché mi stessi sentendo così; presto, con il freddo che avanzava dentro di me come se stesse congelando velocemente ogni singola cellula del mio corpo, venni investito da una grande e opprimente stanchezza.
«Will mollami.» la voce stranamente autoritaria di mio fratello mi arrivò forte e chiara.
Ma stavo già cominciando a non capirci più nulla, a tal punto da dimenticarmi anche del mio obbiettivo originario: portare mio fratello devastato dall'alcol sano e salvo nel suo letto.
Prima che potesse parlare di nuovo, lo sentii lontanamente dimenarsi sotto la mia presa e allontanarsi di colpo da me, che barcollai mentre la vista mi si oscurava. Solo dopo parlò: «Cazzo William mi stai congelando!». Come se si fosse buttato addosso un secchio d'acqua gelata capace di ridestarlo un minimo dalla sbronza, Weston sembrò aver recuperato un po' di lucidità a causa delle mie mani. Senza ormai il contatto con West che riusciva a tenermi in piedi, anche se ero stato io a mantenere lui e non il contrario, mi ritrovai per terra, con il mondo capovolto.
Mi ritrovai con la guancia premuta contro la strada lastricata a guardare con gli occhi socchiusi la mia mano abbandonata davanti a me. Nonostante tutto mi ritrovai a spalancare gli occhi alla vista di ciò che si stava propagando dal mio palmo aperto: ghiaccio, ghiaccio bianco che rifletteva la luna piena splendente di quella notte. Rimasi a guardare quel bianco espandersi dalla mia mano, prima che l'ultimo residuo di energie decidesse di abbandonarmi.
***
«Non sapevo chi chiamare!»
«Razza di deficiente, un qualche guaritore forse? Per Ocian, che cazzo sta succedendo?»
«Eravamo qui entrambi, ci siamo incontrati davanti alla Locanda Mezzaluna, credo. E poi ci stavamo avviando... oh no... dei...» nella notte risuonarono dei passi svelti, seguiti subito l'inconfondibile rumore di qualcuno che vomitava l'anima.
«Cazzo Weston! Ma sei reduce da una sbronza?» una voce di rimprovero femminile si fece sempre più lontana nella direzione in cui si erano fermati i passi.
Sapevo di potermi svegliare da un momento all'altro, lo sapevo. Dovevo solo aprire le palpebre e dire a mio fratello e a Gwen che stavo bene, che dovevano dimenticare quello che avevano visto. Ma era tutto così difficile, così dannatamente difficile...
'Apri solo le palpebre Will. È facile, non è difficile come sembra.'
Di colpo venni rivoltato e fatto sdraiare sulla schiena; la mano che si staccò dal ghiaccio fece quasi male, come se fosse stata separata da qualcosa a cui doveva rimanere legata. Quasi male. Se stranamente qualsiasi altra persona non avrebbe più sentito la mano, per me non era andato così: era stata proprio l'interruzione di quel contatto a farmi male.
Furono i piccoli ma poco delicati schiaffi di Gwen ad aiutarmi ad aprire le palpebre, che mi erano sembrate come cucite fra loro. Mi ritrovai ad aprire pino gli occhi, trovandomi la faccia cinerea di Gwenyth a pochissimi centimetri dalla mia.
«Brutto bastardo mi hai fatto venire un infarto.» non appena le sue mani abbandonarono la mia faccia, la sentii darmi un buffetto sul petto.
Richiusi gli occhi, mentre la mia faccia si tirava in un piccolo sorriso. Dopo essermi accertato che Gwen avesse visto che ero sveglio, richiusi gli occhi, dando un po' di sollievo alla mia testa dolorante. Molto lentamente il freddo opprimente che mi aveva consumato tutte le energie cominciò a dileguarsi, come se il corpo di Gwen, posizionato in un modo un po' compromettente, riuscisse ad assorbirlo via da dentro di me.
«Di rendi conto di essere più gelato di un ghiacciolo?» disse battendomi ancora le mani sul petto per attirare le mie attenzioni.
La sentii chinarsi in avanti e subito dopo la sentii smussarmi all'orecchio: «Ti rendi conto che non è la prima volta che succede, Will?». Quasi nello stesso momento sentii lo scalpitio di passi che indicava l'avvicinamento di Weston. Sperai vivamente che fosse così debilitato dall'alcol da non dare troppa importanza alla mia temperatura corporea e al mio svenimento, o almeno, da non preoccuparsi di fare un collegamento spontaneo.
«Se dovete fare cose,» esordì con voce stanca, «questo non è ne il momento ne il luogo adatto.»
«Sono felice che tu ti sia ripreso dalla sbronza.» commentai aprendo gli occhi, mentre Gwen si spostava via da me, alzandosi in piedi e guardando Weston in cagnesco.
West era palesemente in uno stato post-sbronza ed io non potei fare a meno di chiedermi quanto tempo fosse passato da quando ero svenuto. 'Abbastanza da farlo recuperare un po'.' pensai, mentre i miei occhi si muovevano frenetici per permettermi di fare mente locale.
«Quanto tempo è passato?» chiesi mentre mi tiravo su a sedere troppo velocemente.
«Sono le quasi le quattro di notte.» rispose Gwen alzando lo sguardo da me per leggere l'orario sul suo orologio. «Fra poco tempo le guardie prenderanno le postazioni diurne. Will ci dobbiamo muovere e arrivare alla Reggia Azzurra prima che si accorgano che siete fuori dai letti.»
Annuii e mio fratello allungò una mano per aiutarmi ad alzarmi; l'afferrai senza pensarci e presto fui di nuovo in piedi. Mi pulii le mani piene di polvere sui pantaloni, un po' imbarazzato per il fatto che mi stessero guardando come se stessi per sentirmi male da un momento all'altro.
«Allora, vogliamo andare?» dissi schiarendomi la voce e cominciando a camminare, cercando di ignorare il pulsare alla testa.
Camminammo tutti e tre in silenzio; io e Gwen eravamo davanti, fianco a fianco, mentre West cercava di stare al passo, rallentato dal suo dopo sbronza. D'altro canto, per me era come se non fosse successo nulla: con il freddo che se ne era completamente andato ora stavo camminando di gran carriera, come se non fossi nemmeno svenuto.
Mi sentivo più sveglio che mai e il mio cervello lavorava ad una velocità supersonica; ero quasi sicuro che anche Gwen fosse nella mia stessa situazione. Entrambi stavamo cercando di collegare quello che era successo in barca a questo strano svenimento; l'unica differenza era che io sapessi di un terzo episodio di cui lei non era a conoscenza.
Come fummo alla Reggia Azzurra, constatai di non avere ancora avuto il tempo necessario per fare ordine dentro la mia testa e per permettere a me stesso di trovare un filo logico che collegasse tutto quello che era successo. Entrammo da un'entrata secondaria, posta sul retro del grande castello e, cercando di non farci notare, sgattaiolammo su per le scale.
Non diedi nemmeno il tempo a Gwen di chiedermi qualcosa che avevo già preso la strada per la mia camera, dando per scontato che lei interpretasse questo mio comportamento come la volontà di rimanere da solo a riflettere. Quando mi chiusi la porta della mia camera alle spalle, seppi che Gwen aveva capito.
Ci misi un attimo per mettere a fuoco la mia stanza, immersa nel buio della notte: potevo vedere le sagome scure dei mobili e dei libri lasciati sparsi per la stanza. Con un sospiro, allungai la mano e accesi la luce, a cui dovetti abituare gli occhi per i successivi secondi. Quando misi a fuoco la stanza, ricordai di avere lasciato i libri che avevo usato per il rituale troppo in vista: non ero di certo stato così sconsiderato da averli lasciati spalancati sul pavimento come quelli che leggevo per svago, ma comunque era troppo esposti sulla mensola vicino alla scrivania.
Mi ci avvicinai piano, maledicendomi mentalmente per essere stato così sconsiderato: quei libri erano stati alla mercé di servitori pettegoli per un giorno intero, da quando avevo compiuto il rituale ed ero uscito subito dopo dalla camera, ormai ventiquattro ore prima, fino ad allora. Mentre afferravo quei tre tomi scuri, non potei fare a meno di chiedermi se quel rituale centrasse qualcosa con il mio svenimento, magari mi aveva indebolito troppo.
Il rituale, chiamato Sacramento Nero, consisteva nel porre sul pavimento un cerchio di candele e accenderle nel completo buio - dovevano essere l'unica illuminazione della stanza - sedervici in mezzo e pronunciare un testo contenuto nelle pagine di uno dei tre libri. Poi naturalmente bisognava dichiarare ad alta voce ora e luogo dell'incontro, perché si riuscisse ad avere un colloquio con loro, che avrebbero deciso la validità o meno della commissione.
No, non era stato il rituale a farmi svenire. Era qualcosa di più, qualcosa che né io né Gwen riuscivamo ad afferrare nonostante ci stessimo pensando da giorni interi. Avevo bisogno di risposte e l'unica strada da seguire che mi veniva in mente era quella di Edvard il Cieco. L'unica consolazione stava nel fatto che sarei partito il giorno dopo per Fyreris.
Mi buttai sul letto e ragionai che partire l'indomani avrebbe avuto un vantaggio: avere un alibi per la futura fuga di Rose - non che ne avessi bisogno, sia chiaro, nessuno avrebbe mai osato sospettare di un principe; il problema era il pericoloso sospetto che poteva avere mio padre nei miei confronti.
La prospettiva di andare a cercare Evelyn e sopratutto quella di trovarla prima delle guardie del regno, mi mettevano un po' l'anima in pace. In fondo, era colpa mia se lei era qui ad Elyria, visto che mi ero fatto ferire da un cadavere vivente.
'È andata a letto con Shaun.' la vocina malefica dentro di me si fece sentire forte e chiara. 'Aveva tutto il diritto di farlo, chi sei tu per pretendere che provi qualcosa per te dopo quello che le hai fatto?'. Dentro di me viveva una battaglia da molto, troppo tempo.
«Questa ragazza mi distruggerà.» pensai ad alta voce. «Ed io distruggerò lei.»
L'opzione migliore era la peggiore, ma sapevo che era l'unico modo per uscire da questa situazione. Evelyn non doveva più occupare i miei pensieri, non doveva affatto; come io non dovevo occupare i suoi. Era ora di smetterla di dirlo agli altri e basta: dovevo crederci anche io.
Dovevo dimenticarla.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro