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Capitolo 8 • Corte

Come avevo previsto, nel messaggio che mio padre mi aveva inviato, non si accennava minimamente alle mie condizioni di salute. Nella breve lettera c'erano solo ordini ben precisi su come procedere.

Quella sera, finita la cena nell'ampio salone da pranzo della Reggia Azzurra, mi ritirai in camera mia per dormire. Ne avevo bisogno: tutto il mio corpo mi implorava in ginocchio di andare a riposare.

Da quando ero arrivato quella mattina, avevo trascorso tutta la giornata nella Sala del Consiglio. Mi sembrava abbastanza deprimente quando pensavo a quello che probabilmente aveva fatto Weston.

Mi ero alzato da tavola prima del previsto, assicurando tutti i commensali, e sopratutto mia madre, di stare bene. Era potuto sembrare maleducato da parte mia abbandonare in anticipo la tavola con molti parenti e nobili di Elyria presenti.

Ma avevo dovuto assolutamente andarmene lì. Per non parlare del fatto che l'assenza di Gwen a quella cena non avesse fatto altro che peggiorare la situazione.

«Grazie a tutti di essere venuti» avevo detto alzandomi, sfoggiando un falso sorriso di gratitudine. «Ma a malincuore devo ritirarmi nei miei appartamenti. É stato un lungo viaggio di ritorno e come penso sappiate mi sono appena ripreso da una brutta ferita. Anche se vorrei trattenermi ancora qui con voi, devo riposare. Sono sicuro che presto ci sarà l'occasione per onorare il mio ritorno e quello di mio fratello nel migliore dei modi.»

Prima che i Domini potessero cominciare ad avvicinarsi a me, mi ero catapultato fuori dalla stanza.

Non appena fuori avevo tirato un sospiro di sollievo e mi ero mosso verso la mia stanza, che si trovava al quarto piano del castello.

In quel momento mi trovavo nei corridoi degli appartamenti reali, intendo a guardarmi attorno.

Arrivai davanti alla grande porta scura della mia camera e l'aprii piano. Era proprio come la ricordavo: grande due volte la camera che avevo a Boston, con una grande scrivania cui erano impilati dei libri, non meno di quattro librerie e un letto matrimoniale comodissimo che il quel momento mi urlava a gran voce di raggiungerlo.

Come in quasi tutto il resto della reggia, le pareti erano di marmo chiaro e, sul muro a cui era appoggiato il maestoso ed elaborato letto d'ebano, dietro a un pannello di vetro scorreva un altro piccolo corso d'acqua.

Mi svestii in fretta, senza perdere tempo andando nella cabina armadio per prendere un pigiama. Faceva ancora troppo caldo. Rimasi in boxer, e dopo essermi dato una rapida ripulita nel grande bagno bianco, mi buttai a faccia in giù sul letto.

Senza curarmi di spegnere la luce, mi addormentai qualche secondo dopo.


***


La mattina seguente mi alzai più tardi rispetto al solito. Ringraziai il cielo che qualche funzionario non mi fosse venuto a svegliare per qualche riunione dell'ultimo minuto.

Nonostante non mi sentissi al massimo delle mie forze, avevo bisogno, durante la mattinata, di riprendere ad allenarmi.

Sicuramente, se mia madre avesse saputo delle mie intenzioni avrebbe cominciato a urlare. Anche se la ragione mi intimava di aspettare almeno un altro giorno per riposare ancora, io ero un guerriero, un soldato. E, come tale, in salute e in malattia dovevo tenere allenato il mio corpo.

Così quella mattina la passai in caserma. Ci andai piano, limitandomi a fare esercizi di base.

Per l'ora di pranzo, stanco ma allo stesso tempo rinvigorito per il breve allenamento di quella mattina, scesi nella piccola baia al di fuori delle mura della città.

Nel mio posto.

Visto che pochi ne erano a conoscenza e visto che di rado scendeva qualcuno, usavo quella spiaggia per rimanere da solo, per estraniarmi per qualche mezz'ora dalla vita di corte.

L'avevo raggiunta percorrendo una stradina appena fuori dalle mura del castello. Era un percorso che entrava sottoterra e attraversava la città fino al mare.

Non avevo idea di chi avesse scavato quel sentiero, ma doveva essere successo secoli prima.

Nessuno di importante mi avrebbe cercato: non era una novità che decidessi di passare quelle due orette durante e dopo il pranzo lontano dal castello, prima di ritornare lì e svolgere il mio ruolo.

Dovetti comunque ricordare a me stesso che quella era una giornata poco piena. Nella mia memoria erano impresse fin troppo bene giornate così piene da essere costretto a svegliarmi prima dell'alba per potermi ritagliare il tempo per una breve corsetta.

Lì mi sentivo in pace con il mondo: il mare mi faceva questo effetto, lo aveva sempre fatto.

Mi sarei potuto completamente immergere nella tranquillità e nel silenzio di quel posto anche in quel momento, se non fosse stato per la voce che sentii pochi secondi dopo.

«Mi chiedevo quando mi avreste cercata, vostra altezza.»

Mi girai lentamente, trovandomi davanti agli occhi Nyves Ryan.

Mi costrinsi a rivolgere un piccolo sorriso alla mia promessa sposa, prima di rispondere.

«Lo avrei fatto se ne avessi avuto il tempo» replicai.

Nyves sorrise leggermente, rimanendo in silenzio e avanzando sulla sabbia leggiadra e delicata.

Da quando ero arrivato a Ilyros, il giorno prima, sapevo che sarebbe stata solo questione di tempo prima che lei si facesse viva. Se prima del nostro fidanzamento l'avevo vista solo di rado, ora che si era trasferita a corte con la sua famiglia e ora che io ero ritornato stabilmente a Ilyros, mi sarei dovuto abituare a vederla quotidianamente.

Nyves Ryan era una giovane donna di diciannove anni che apparteneva a una famiglia estremamente influente della capitale. La famiglia Ryan, in origine, era proprietaria di qualche vigneto al di fuori delle mura di Ilyros. Con il tempo, erano diventati più che benestanti e avevano cominciato ad acquistare attività vinicole in tutto il regno.

Il titolo nobiliare era stato concesso a un antenato della ragazza, per un sacrificio compiuto durante la Grande Guerra. Si vocifera che fosse stato dato direttamente dall'ultimo Dominus della Luce che regnò prima della dinastia dei Cole.

Aveva lunghi capelli castani scuri e chiari occhi verdi, che stavano alla perfezione sul suo viso ben definito. Era una ragazza affascinante e che, a una prima occhiata, non mi sembrava stupida e ingenua come molte altre giovani nobili che avevo conosciuto.

Questo era più o meno quello che sapevo di lei.

Si sedette di fianco a me, sopra un telo bianco che si era portata con sé.

Non potei chiedermi come avesse fatto a trovarmi. In quel posto, prima di allora, non ero mai stato raggiunto da nessun altro che non fosse Gwenyth.

Ignorai l'irritazione che provai per il fatto che lei avesse violato quel mio nascondiglio, temendo che potesse riflettersi sul mio viso.

Non dovevo far trapelare nulla delle mie emozioni con lei. Non la conoscevo se non di vista e fama, non sapevo davvero chi avevo davanti.

«Come state, William?» mi chiese lentamente, girandosi a guardarmi eloquentemente.

«Sto bene» risposi semplicemente, ricambiando lo sguardo.

Ogni volta che la vedevo, ogni volta che la incontravo, mi chiedevo come sarebbe stato averla come moglie. Ogni santa volta cercavo di immaginare la mia vita con lei al mio fianco e, ogni volta, mi rendevo conto di non essere in grado di farlo.

Nyves si raccolse le gonne, attenta a non farle andare sulla sabbia che avrebbe rovinato la preziosa e delicata seta color indaco.

«Lieta di sentirvelo dire» replicò.

«Come mi avete trovato?» chiesi senza troppi giri di parole.

«Non è stato difficile, in realtà» rispose, allungando lo sguardo verso l'orizzonte. «Ero nel cortile quando vi ho visto prendere questo sentiero. Vi ho solo seguito.»

Annuii.

Era strano ogni volta che mi ritrovavo a parlare da solo con lei. Era capitato di rado, ma la sensazione era sempre la stessa. Non avevo nulla contro di lei, come ho già detto non la conoscevo abbastanza da farmi un'opinione precisa.

Ma odiavo l'idea di lei, la odiavo davvero tanto.

«Vi siete divertito nel Mondo degli Umani, William?» fece uno sei suoi soliti piccoli sorrisi.

«Certo» ridacchiai sommessamente per la domanda. «Mi sono proprio divertito.»

«Quindi William, non ci siete riuscito...»

«No, per la milionesima volta no» mi ritrovai a sbuffare esasperato.

Mi resi conto di essere stato un po' troppo brusco e, capendo che per il mio stesso bene avrei dovuto mantenere la mia relazione con lei stabile e pacifica, cercai di rimediare.

«Mi dovete scusare per la mia maleducazione. Questa domanda me l'hanno già posta in tanti e la risposta è sempre la stessa. Non credo che l'ultimo sole si sia innamorata di me.»

«Davvero?» Nyves alzò le sopracciglia. «Perchè ho sentito dire che solo una persona con forti sentimenti per voi vi avrebbe potuto guarire.»

Feci del mio meglio per rimanere impassibile alle sue parole.

«Non ha più importanza, adesso» dissi lentamente. «In ogni caso mi sarà impossibile raggiungerla, dovunque sia.»

«Ma voi vorreste farlo giusto?»

«Ovviamente, Nyves» mi costrinsi a non esitare, con voce falsamente sorpresa per il fatto che me lo avesse chiesto. «Vorrei farlo per principio, per poterla portare a mio padre. Quella ragazzina è nata per tentare di rovesciare la corona, la mia corona. È nata per cercare di rubare il mio regno, la mia vita.»

Finii di recitare il mio copione guardando Nyves negli occhi. Odiavo dover nascondermi dietro la maschera di un perfetto erede al trono, di un figlio debitore e riconoscente al padre.

Ma dovevo farlo, da quel momento in avanti avrei dovuto farlo costantemente.

«Felice di sentirvi dire questo, William» disse, con un sorriso compiaciuto. «Perchè questo regno, il nostro futuro regno, deve essere protetto da una minaccia del genere. E soprattutto, sono contenta di capire che nessun ultimo sole si interporrà fra di noi, William. Perché io apparterrò a voi e voi apparterete a me.»


***


«Voglio pronta una nave per domani. La più veloce che avete.»

«Vostra altezza, la mia ultima intenzione è contraddirla, ma sono sicuro che vostro padre non approverebbe questo viaggio. Siete appena rientrato, ci sono questioni da sbrigare» cercò di dissuadermi il giovane funzionario. «Vostro padre nel frattempo farebbe ritorno a Ilyros. Sono sicuro che gli farebbe piacere ritrovarvi qui ad aspettarlo...»

«È un ordine, Montague» replicai stancamente.

Ormai era tutto il giorno che i funzionari a cui stavo ordinando di organizzare la partenza per Kratos cercavano di convincermi a non farlo. E avevano ragione a dire che non era una grande idea partire in quel momento.

Ma non c'era tempo, non potevo più aspettare.

«Voglio entro dodici ore una barca che riesca a portarmi a Kratos» ripetei lentamente prendendo un respiro per calmarmi. «È un ordine.»

«Certo, certo vostra altezza» annuì il funzionario, intimorito dal mio tono di voce.

Uscì dalla Sala dell'Immacolato, nella quale stavo organizzando la mia spedizione a Kratos per raggiungere l'ultimo tempio dei Sacerdoti Scarlatti in cima alla Montagna Spirale.

Se Gwen non fosse stata obbligata dalla madre a passare il pomeriggio con lei alle terme, sarebbe sicuramente stata lì a darmi una mano.

Sarebbe dovuto essere un viaggio così veloce da non durare più di dieci giorni.

Sapevo che era avventato. Che mio padre avrebbe potuto vendicarsi di questa mossa.

Deglutii al ricordo di quella che sarebbe stata la punizione se fossi stato ancora il ragazzo sedicenne di una volta.

Le lunghe cicatrici sulla schiena bruciarono al ricordo fisico del metodo che aveva scelto per inculcarmi la disciplina e l'obbedienza che non erano nella mia indole naturale.

Per tutta la mia vita, covando rancore per quello che era stato il nostro rapporto mancato, mi ero visto costretto ad assecondarlo, a obbedire a ogni suo ordine, dietro continua minaccia di perdere quello per cui ero nato, quello per cui la mia vita aveva un senso.

Quando decisi di uscire dalla Sala di Immacolato, per raggiungere la mia camera e lì rinchiudermi fino all'ora di cena, venni fermato lungo i corridoi da Lady Ryan, la mia futura suocera.

«Naturalmente voi indosserete l'uniforme militare reale» stava dicendo, credendo di farmi un piacere a mettermi al corrente di come stessero procedendo i preparativi per il matrimonio. «Mentre per la mia cara figlia sto facendo cucire un elaborato e raffinato abito bianco, come da tradizione.»

«Certamente, Lady Ryan.»

Mentre continuavo a camminare verso la mia camera, la mia futura suocera mi seguì e continuò imperterrita a parlare.

«E riguardo al luogo delle nozze non abbiamo molte alternative, giusto? I matrimoni reali si sono sempre tenuti al Tempio di Quarzo. In effetti il più grande e antico tempio di tutto il regno.»

«Certo, Lady Ryan» ripetei, cercando di non far trasparire dalla mia voce la mia irritazione.

«Perfetto. Sono felice che la pensiate così, perchè al tempio stanno già cominciando a preparare e pochi giorni fa è stato pubblicato l'annuncio sul quotidiano con una vostra foto. Di voi e mia figlia, risalente a questo luglio» lo disse con una tale tranquillità che mi lasciò un po' interdetto.

Arrivati davanti alla mia camera, mi appoggiai alla porta e la guardai dall'alto in basso, cercando di sopprimere la profonda irritazione che avevo addosso.

«Mi dovete scusare, Lady Ryan, ma non capisco perchè dobbiate sprecare il mio tempo se avete già deciso tutto. Sappiamo entrambi quanto io sia impegnato, sopratutto in questo periodo.»

Come se non avessi parlato, Lady Ryan mi sorrise, rivelando un sorriso identico a quello della figlia. Da come si comportava, avevo capito che era già entrata nell'ottica di essere un membro della famiglia reale.

«Mi era sembrato giusto chiedervelo lo stesso, vostra altezza» ribatté. «Anche se in realtà vostra madre mi ha dato carta bianca sull'organizzazione di questo matrimonio.»

«Non vorrei offendervi, Lady Ryan, ma visto che le cose stanno così vi pregherei di fare come se dessi il mio benestare a tutto. Ho cose più importanti di cui occuparmi, molto più imminenti del mio matrimonio.»

Non le diedi il tempo di rispondere, aprendo la porta della mia camera e scivolando dentro. Finalmente ci fu un muro a separarmi da Mary Ryan.

Presi un respiro.

C'era stato l'annuncio ufficiale del mio matrimonio su tutti i giornali di Elyria. Da questo momento in poi, non più in modo ufficioso, Nyves veniva considerata come la promessa sposa dell'erede.

La cosa mi disturbava, anche se in realtà non ne capivo davvero il motivo. Non era una novità che la mia vita privata fosse resa pubblica sui quotidiani. Succedeva un giorno sì e un giorno no.

Ignorai la cosa, anche se sentivo nello stomaco una sensazione strana, quasi di disagio.

Mi avvicinai alla scrivania con cautela.

Stavo per fare una cosa che mi ero promesso e ripromesso di non fare mai negli ultimi tre anni. Allungai le mani e aprii il cassetto della scrivania, estraendo una cartellina.

Quella cartellina era l'ultima cosa che testimoniava ciò che c'era stato fra me e Juliet. I nostri progetti, le poche foto che eravamo riusciti a scattare di nascosto e tutto quello che avevamo riportato nero su bianco di quel periodo passato assieme.

Ricordavo che fra quei fogli si trovava anche una mappa del tempio dei Sacerdoti Scarlatti disegnata da Juliet. Dovevo trovare la forza di aprire quella cartella e cercarla.

Prima che ne avessi il tempo, la porta della mia camera si aprì di scatto. Nascosi maldestramente la cartellina chiara sotto a dei libri, imprecando sottovoce contro me stesso per essermi dimenticato di chiudere la porta a chiave.

Ero già pronto a urlare contro chiunque stesse entrando in camera mia senza permesso e senza invito quando mi girai e vidi l'unica persona che poteva permettersi di farlo.

«Cavolo, Willie, devi vedere la tua faccia.»

«Non si bussa più?» protestai, mentre mi lasciavo andare a un profondo sospiro di sollievo.

«Sembra che tu abbia visto un fantasma» continuò, ignorandomi. «Cos'è successo? Ho appena visto Mary Ryan allontanarsi da qui.»

«No, lei non centra nulla» dissi. «Sto... Stavo solo per cercare una mappa del posto che dobbiamo raggiungere a Kratos.»

«E quindi?»

Gwen si avvicinò a me.

«La mappa l'ha disegnata Juliet quattro anni fa» risposi. «Nessuno sa che sto ancora conservando le nostre cose, quello che scrivevamo insieme e i progetti che avevamo fatto. Avrebbero vita breve se qualcuno sapesse che ce li ho ancora.»

«E sei davvero così stupido da nasconderli nella scrivania?» Gwen aggrottò la fronte.

«Sembra una cartella come le altre. Sarebbe più sospetto se per qualche ragione le cameriere trovassero una cartella del genere sotto al materasso, per esempio» mi giustificai debolmente.

Gwen non replicò, limitandosi a guardarmi in volto prima di lasciare scivolare lo sguardo oltre, sui fogli che avevo cercato di nascondere frettolosamente.

Presi un respiro e mi girai, estraendoli da sotto i libri.

Anche se avrei potuto farlo fare a Gwen, al posto mio, capii che era arrivato il momento di affrontare i ricordi. Se ero almeno un decimo dell'uomo che volevo essere, dovevo almeno trovare il coraggio di sfogliare quella cartellina.

Mi passarono davanti agli occhi intere pagine di appunti, dove la mia scrittura sottile e obliqua si mescolava a quella tonda e piena di ghirigori di Juliet.

Sentii il mio cuore cominciare ad accelerare quando mi capitò fra le mani una foto che avevamo scattato sulla riva del fiume Aeros in una delle nostre scappatelle notturne.

Juliet aveva proposto di fare una foto con l'autoscatto anche se era notte. Le tre lune di Elyria, alte in cielo, ci avevano illuminato sufficientemente perchè la macchina fotografica potesse cogliere i nostri profili. Juliet si era premuta contro la mia spalla e aveva sorriso a trentadue denti.

Anche se era notte, indossava uno stupido cappello di paglia. Aveva detto che glielo aveva regalato un contadino di una delle numerose fattorie fuori dalle mura della capitale.

Mi costrinsi a distogliere lo sguardo da quella fotografia, procedendo con la ricerca in silenzio.

«E questa cosa ci fa qui?»

Sotto mano mi capitò un'altra foto, che però non centrava nulla con me e Juliet.

Sorrisi e la porsi a Gwen.

«Eravamo davvero belli» commentò ridacchiando, quando la vide.

Quella che gli avevo porto era una nostra foto di quando avevamo appena sette anni. Gwen era una bambina pelle e ossa con una folta chioma di capelli biondi che coprivano metà della mia faccia. Entrambi stavamo mostrano l'interno del nostro polso, nel quale poche ore prima era stato impresso il Marchio del Mare.

Mi chiesi chi avesse scattato quella foto.

«Ero più bello io» replicai, con un sorriso, prima che mi capitasse sotto mano quello che stavo cercando.

Fui contento di avere una scusa per posare quella cartella di ricordi. Riposi i fogli con cura nel cassetto e raggiunsi Gwen, che intanto si era seduta sopra al mio letto.

Mi sentivo strano. Sentire di nuovo Liet così vicina, dopo tutto quel tempo, mi faceva ritornare di colpo ai mesi dopo che era stata condannata. Mi sentivo di nuovo impotente, mi odiavo di nuovo per non aver impedito che la giustiziassero, per non essere stato più attento.

Gwen mi guardò preoccupata, vedendo che continuavo a fissare in silenzio quel foglio di carta.

«Non puoi rimanere per sempre così attaccato al ricordo di Juliet, Will» mormorò, capendo che non ero tranquillo, che dentro di me stavo implodendo per sentimenti a lungo repressi. «Sono sicura che lei non avrebbe voluto che lo facessi.»


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