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Capitolo 6 • Casa


«Finalmente» mormorò West al mio fianco, quando il veliero fu abbastanza vicino alla costa perchè Ilyros, la magnifica e gigantesca capitale, apparisse in lontananza.

Anche da quella distanza, riuscivo ad ammirare la mia città, luminosa, regale e maestosa come era sempre stata. Non si riusciva ancora a intravedere la Reggia Azzurra, il più grande e importante castello di tutto il Regno di Elyria.

Il palazzo, con le sue altissime mura di cristallo e gli infiniti giardini che si perdevano a vista d'occhio, sorgeva nella parte orientale della capitale, su una collina dalla quale si poteva ammirare l'intera città e, in giorni privi di foschia, anche l'isola di Kyr.

Mentre ci avvicinavamo al porto, Gwen ci raggiunse a poppa.

Avrei voluto raggiungere il più velocemente possibile il castello, per poter recuperare altre preziose energie che mi sarebbero sicuramente servite nei giorni seguenti. Sapevo però, a malincuore, che avrei dovuto fare i conti con i miei doveri da principe non appena arrivato.

Non appena le sentinelle a riva ci avvistarono, nell'aria risuonò l'assordante rumore dei corni che annunciavano il nostro arrivo. Era un suono solenne, in effetti, che stranamente non mi provocò il grande senso di orgoglio che avevo provato le volte precedenti.

Sarei tornato alla mia vecchia vita.

E non c'era alcun orgoglio nel farlo senza aver portato a termine la missione per cui ero partito e, sopratutto, non c'era alcun orgoglio nel provare uno strano senso di angoscia al pensiero di riprendere in mano le vesti ufficiali di principe e comportarmi come tale.

Smettila. È quello che hai sempre voluto. Quello per cui ti sei preparato per tutta la vita. Questa è la tua vita.

Non appena fummo a meno di duecento metri dalla riva, Weston si lasciò andare a urla di felicità.

Ecco, questa dovrebbe essere la mia reazione.

L'equipaggio del veliero cominciò le manovre di ormeggio e noi ci preparammo a scendere. Non appena io e mio fratello apparimmo sulla passerella, l'intero corpo di guardia che si trovava sul molo si inchinò a terra.

Quella parte del porto sembrava essere caduta nel completo silenzio: gli unici rumori che sentii furono le armature che cozzavano contro la pietra del molo e il loro cigolio. Si portarono tutti, civili, marinai, guardie, pescatori e commercianti, la mano destra al cuore e rimasero lì, a fissarci.

A fissarmi.

Il mio sguardò vagò oltre, sull'enorme porto di Ilyros, ammirandolo come se fosse la cosa più bella della città.

Poco dopo, montammo in sella a dei cavalli, che avremmo cavalcato fino al castello dall'altra parte della città. Ci sarebbe voluta non meno di una quarantina di minuti prima di attraversarla tutta, considerando la gente che ci sarebbe stata e che non avremmo preso scorciatoie.

Cominciammo a muoverci, accompagnati da un sostanzioso corteo e da stendardi reali. Ci dirigemmo verso l'ingresso vero e proprio della città, verso le mura.

Ilyros, a differenza di tutti gli altri capoluoghi di Elyria, non aveva caratteristiche peculiari, se non le altissime torri di cristallo. Non aveva il fiume di lava e le migliaia di case-grotte di Fyreris, scavate all'interno del vulcano. Non era una città sospesa nell'aria come Neyms e né era costruita sopra e all'interno di gigantesche querce eterne come Vyser.

Eppure era la più bella di tutte, il vero cuore di tutto il regno.

Le case erano per lo più costruite di pietra chiara, così chiara che sembravano quasi bianche come la neve. Erano monumentali come quelle dell'antica civiltà romana del Mondo degli Umani. La città era piena di ruscelli e parchi rigogliosi pieni di fiori e piante esotiche e autoctone, e le strade erano di pietra lastricata.

Ai lampioni elettrici, eleganti nel loro colore scuro che risaltava nella chiarezza del resto della città, erano appesi gli stendardi della famiglia reale: un elaborato giglio bianco posto su sfondo celeste. Erano leggermente mossi dalla fresca brezza marina che arrivava dai quartieri meridionali, dove le famiglie che se lo potevano permettere si godevano gli ultimi periodi di vero caldo.

Le guardie ci fecero strada e si mobilitarono per evitare che le persone si avvicinassero a noi. Sapevo però che la maggior parte non ci avrebbe nemmeno provato: ormai avevano imparato a non farlo, pur di evitare di ritrovarsi con qualche dito in meno o con ferite indesiderate.

Non mi piaceva che la gente mi stesse addosso, ma mi piaceva ancora meno questa paura e questo timore che provava nei miei confronti. Sentimenti che spesso prevalevano sul resto, pure sulla falsa idolatria che i Domini esternavano per entrare nelle mie grazie.

Rivolgevo piccoli cenni del capo, ogni tanto, quando non riuscivo a ignorare le urla e le grida dei sudditi.

Attraversammo innumerevoli quartieri e dopo una mezz'oretta gli edifici chiari cominciarono a farsi più radi, meno addossati l'uno all'altro. Da quel momento case e negozi cominciarono a diventare più grandi, più elaborati e maestosi.

Presto le spesse mura di cristallo che circondavano la Collina dell'Imperatore, ci brillarono davanti agli occhi e ci rifletterono la luce accecante del sole.

Ci fu un altro suono di corno, prima che il corteo oltrepassasse l'immenso ingresso. Non appena lo varcammo, l'edificio più bello di tutto il regno si mostrò in tutta la sua regalità.

La Reggia Azzurra si ergeva alla fine del viale che stavamo percorrendo in quel momento. Ai nostri lati si trovavano due ruscelli d'acqua termale che nascevano dalla parte posteriore del castello, dove si trovavano anche le terme reali.

Tantissimi Domini facevano avanti e indietro per il viale, inchinandosi nel momento in cui io e mio fratello gli passavamo davanti.

Quando arrivammo nella piazza davanti alla scalinata dell'ingresso principale, la vidi subito.

Elizabeth Cole, nelle sue vesti quotidiane da regina del Regno di Elyria, ci stava attendendo con braccia conserte davanti al gigantesco portone spalancato. Come sempre, era accompagnata da due guardie e dalle sue dame di compagnia.

Scendemmo da cavallo e Weston si precipitò da lei, andando ad abbracciarla stretta. Rimasi indietro, preparandomi a salutarla cancellando sul viso ogni parvenza di espressione che non ci sarebbe dovuta essere.

Studiai il suo volto, mentre appoggiava il mento sulla spalla del figlio minore.

Era sempre la stessa, anche se sul suo viso splendeva un'espressione di infinita gioia che ben poche altre volte le avevo visto assumere. Sui capelli scuri, raccolti sulla nuca in un'acconciatura regale, portava l'elaborata e preziosa corona di diamanti che la designava come Regina del Regno di Elyria.

Anche da lontano i suoi occhi dorati le illuminavano il volto. Ero l'unico ad aver ereditato il raro colore delle sue iridi. Cecily e Weston le avevano verdi, invece.

Mia madre si staccò da West, che, senza aspettare un momento di più, si catapultò dentro al castello.

Allargò le braccia e mi sorrise, mentre salivo le scale per raggiungerla.

«William» mi chiamò, con voce carica di amore, mentre mi avvicinavo a lei. «Il mio meraviglioso primogenito...»

La strinsi forte a me. Mia madre era una delle poche persone che mi erano mancate davvero. Il calore e l'amore che mise nell'abbraccio mi fecero tornare con la mente ai tempi in cui le stavo sempre in braccio.

«Tesoro, sei pallido» disse quando si staccò, alzando le braccia e prendendomi le guance fra le mani. «Te lo dico sempre di usare le carrozze e di rimanere sotto coperta quando navighi.»

«Sto bene» cercai di sorriderle. «E la cavalcata, così come la brezza marina, non ha fatto altro che giovare alla mia guarigione.»

«Era troppo pericoloso, l'ho sempre detto a tua padre» abbassò la voce, mentre sul suo viso nasceva un'espressione di profondo senso di colpa. «Non avevo idea che la caserma di Cilius fosse deserta. Non avrei mai permesso che accadesse...»

«Va tutto bene, davvero...»

«Quando i guaritori ci hanno spedito quel foglio di pergamena...» Scosse la testa. «C'era scritto che eri praticamente dissanguato, William.»

«I guaritori hanno esagerato» le assicurai. «Se fossi stato davvero vicino al dissanguamento, ora non sarei qui a parlare con te.»

Mia madre allungò ancora di più il braccio e, alzandosi in punta di piedi, mi accarezzò i capelli, in un gesto che faceva sin da quando ero un bambino decisamente più basso di lei.

«Devi comunque farti vedere da un guaritore di corte» insistette. «Sei bianco che fai spavento.»

«Non credo di averne bisogno, sono solo incredibilmente stanco» replicai. «Ho solo bisogno di recuperare un po' di sonno, è stato davvero un lungo viaggio.»

«William...» Mi guardò profondamente dispiaciuta. «Vorrei davvero tanto poterti fare riposare un po'. Ma anche tu sai che ci sono questioni importanti da affrontare, ora che uno fra te e tuo padre è qui. Mi dispiace davvero tanto...»

Rimasi in silenzio, limitandomi ad annuire. Lasciai che salutasse Gwen, baciandola su entrambe le guance.

Non potei fare a meno di notare il cambio repentino di espressione: come tutti gli altri, a corte, mia madre non approvava il modo in cui Gwen aveva deciso di vivere la sua vita. Ogni volta che la guardava, tutto il suo corpo esprimeva disapprovazione.

«Sono sicura che tuo padre sarà felice di vederti, Gwenyth» disse. «Credo che sia proprio qui di sopra, nel suo ufficio.»

Senza dire nulla, Gwen mi scivolò accanto ed entrò nel castello proprio come aveva fatto Weston poco prima. Mia madre la seguì con lo sguardo, storcendo il naso irritata alla vista di come era vestita.

«Vedo che le sue abitudini non sono affatto cambiate» commentò, guardandola sparire su per una delle due scalinate d'oro bianco poste alla fine dell'enorme ingresso.

«È perfetta così com'è» ribattei con un piccolo sorriso. «Ora devo andare.»

Mentre mia madre annuiva, mi chinai a darle un piccolo bacio sulla guancia.

Raddrizzai la schiena mentre entravo nella Reggia Azzurra, e cercai di non mostrare alcun segno di stanchezza.

Dovevo raggiungere l'area militare del castello, il cuore dell'organizzazione per la lotta alla Ribellione. Non salii le scale, che conducevano alle decine di appartamenti reali e alle zone pubbliche e sociali del castello.

Presi invece il corridoio principale che si diramava dall'atrio. L'entrata, posta proprio in mezzo alle due enormi scalinate, era decorata da bassorilievi di marmo che richiamavano scene di guerra e di combattimento dei nostri avi.

Non ebbi fretta: camminai lentamente, soffermandomi a guardare con un enorme senso di gioia ogni singolo dettaglio di quella che era la mia casa.

I miei piedi calpestarono l'elaborato mosaico di un giglio che decorava il pavimento dell'ingresso, prima che varcassi l'arco che segnava l'inizio dell'area militare.

Alzai subito lo sguardo: sopra la mia testa, dove a circa quattro metri di terra, si trovava una lastra di vetro su cui scorreva uno dei numerosi ruscelli che decoravano la Reggia Azzurra da cima a fondo.

Quello era lo stesso della Sala del Consiglio in cui mi stavo recando, anche nota con il nome di Sala dell'Immacolato. Si chiamava Fiume delle Menzogne e una leggenda narrava che tutte le bugie raccontate all'interno della sala venissero raccolte da lui e portate direttamente al cospetto del dio dell'Acqua, Ocian, negli abissi più profondi del Mare del Sud.

Quel piccolo corso era una sorta di monito. Chiunque entrasse nella sala, qualunque fosse il motivo per cui lo stava facendo, doveva giurare di dire la verità, solo e unicamente la verità. Il dio Ocian avrebbe preso atto di ogni singola bugia, considerata come un tradimento.

Dopotutto, quel ruscello era lo stesso che passava per il complesso giudiziario più grande di tutto il regno: il Tribunale dei Candidi. Dopo aver attraversato tutta la città sotto terra, infatti, il ruscello tornava alla luce proprio lì, prima di sfociare nel mare.

Alle mie spalle, il Fiume delle Menzogne cominciava a scendere lungo le pareti ai lati dell'arco, raggiungendo il percorso sotterraneo che lo avrebbe portato al quartiere del tribunale.

Percorsi il corridoio lentamente, osservando i ritratti dei grandi generali e dei re della dinastia Cole. Un giorno, in mezzo alle scalinate gemelle che portavano alla Sala del Consiglio in fondo al corridoio, ci sarebbe stato il mio ritratto a sostituire quello di mio padre.

Salii una delle due scalinate, che si sarebbero ricongiunte al di sopra del Fiume delle Menzogne. Poco prima di entrare nella stanza, da cui sentivo già provenire le voci agitate e concitate dei consiglieri, ebbi un capogiro.

Mi dovetti appoggiare al corrimano della scala.

Mi chiesi che cosa mi stesse succedendo, prima di rispondermi che doveva essere colpa degli strascichi di stanchezza che mi portavo dietro da giorni. Quando mi assicurai che non sarei caduto per terra, salii gli ultimi scalini.

«Mobilitiamo le truppe. Immediatamente.» Il Generale Hyde stava quasi urlando. «Il nostro Re ha detto che dobbiamo essere meticolosi nel preparare l'invasione, che dobbiamo prenderci tutto il tempo che ci serve, ma non possiamo sapere se ci sono delle spie a corte!»

Sentii l'inconfondibile rumore di un pugno che sbatteva contro il tavolo del Consiglio.

Ebbi la decenza di sentirmi un po' in colpa. Aveva ragione: la spia c'era e stava per muovere un primo passo dentro la Sala dell'Immacolato.

«Le leggi sono leggi. E la parola di Vostra Maestà è legge» replicò pacato Tiberius Knight, un vecchio comandante che si era assicurato un posto nel Consiglio grazie alla sua perenne fedeltà alla corona e alla sua innegabile abilità strategica.

Feci un altro passo in avanti e tutta la maestosa sala di marmo diventò visibile. Quella sala, sin dal primo momento in cui mi era stato concesso di entrarci, era diventata uno dei miei posti preferiti del castello.

Al centro si trovava il gigantesco tavolo di cristallo ovale, attorno al quale c'erano tante sedie quanti i membri che componevano il tanto temuto Consiglio del Re.

I membri erano venti, compresi il Re e l'erede al trono. In caso di mancanza di quest'ultimo, o comunque finché questo non avesse raggiunto i dodici anni di età, non ci sarebbe stato nessun rimpiazzo.

Le pareti chiare, decorate con fili di argento che creavano una trama affascinante, ospitavano altri numerosi ritratti e dipinti di guerra. Il pavimento della Sala dell'Immacolato era spaccato in due dal Fiume delle Menzogne, che scorreva sotto una lastra di vetro.

«Credo che non ci saranno conseguenze se avremo fermato i Ribelli prima che sgomberino i loro Istituti.»

«Sì invece, Generale Hyde» esordii, annunciando la mia presenza con voce autoritaria. «È ovvio che ci saranno conseguenze nel muovere l'esercito senza un ordine reale.»

I membri del consiglio si girarono sorpresi verso di me, prima di alzarsi, spostare le proprie sedie e chinarsi al mio cospetto.

«Vostra Altezza» mormorarono in molti, mentre si sedevano di nuovo al loro posto.

Hyde, che rimase in piedi, mi rivolse un sorriso strano. Sembrava che lo stesse rivolgendo a un bambino inesperto che non era in grado di capire nulla di quello che dicevano. Mi avvicinai al tavolo, non spostando gli occhi dall'uomo che mi aveva rovinato la vita.

«Tuttavia avete ragione» concessi. «Probabilmente a palazzo c'è più di una persona che non esiterebbe a tradirci ai Ribelli. E non possiamo escludere che non abbiano capito che tutto quel sangue versato in quella scuola fosse mio.»

Non rimasi sorpreso nel vedere Hyde a capotavola, nel posto riservato a mio padre e, in mancanza di quest'ultimo, al sottoscritto. Continuando a ostentare il suo sorriso beffardo, si fece da parte andando ad occupare il suo legittimo posto alla mia destra.

«Per questo motivo, Generale, vi concedo l'onore di mobilitare le truppe verso i quattro passaggi per il Mondo degli Umani, che conducono alle città americane di Los Angeles, Seattle, Miami e Boston» ordinai prendendo posto. «Sapete dove si trovano le entrate per gli Istituti, potete procedere.»

Hyde, chinando il capo in un cenno di assenso, uscì dalla stanza. Mi sentii subito meglio quando scomparì dietro alla porta.

«Ora, segretario Lloyd, avvertite mio padre dell'ordine che ho dato» mi rivolsi al segretario generale del consiglio, mentre mi sedevo. «E voi altri fate una pausa. Potremo parlare delle altre questioni nel tardo pomeriggio. Devo parlare da solo con il consigliere Knight e voi avete bisogno di riposare. Consigliere Yale, andate dal generale e ditegli che ha il permesso di prendere decisioni autonome riguardo all'attacco agli Istituti. E ditegli che mi comunichi ogni sua scelta, come sempre.»

Quando finii di parlare, tutti gli uomini presenti si alzarono dai loro posti e si inchinarono di nuovo. Prima che cominciassero a uscire dalla stanza, annunciai che ci saremmo incontrati alle cinque di quel pomeriggio.

Dovevo riposarmi.

Rilassai i muscoli sulla poltrona di velluto bianco, cercando di rendermi conto che ero davvero ritornato a ricoprire il mio ruolo di erede.

Non mi accorsi che Tiberius Knight si fosse avvicinato finché non sentii la sua mano appoggiarsi alla mia spalla.

«State bene?»

«Sì» risposi, riscuotendomi e vedendo che si era seduto al posto di Hyde.

Mi guardai intorno leggermente spaesato da quel gesto, inconsapevolmente in cerca di un vecchio che spesso mi aveva appoggiato la mano sulla spalla in quel modo. Un vecchio che ormai non faceva più parte del Consiglio da anni.

«È normale che voi siate stanco dopo quello che vi è capitato» borbottò con la sua voce burbera. «È onorevole il fatto che tu abbia subito adempito ai tuoi doveri.»

«La situazione non mi permette di potermi prendere qualche giorno di vacanza» ribattei, alzando gli occhi sui suoi.

Tiberius Knight era un uomo sulla settantina, con folta barba e capelli bianchi. Pensandoci, non c'era stato un giorno della mia vita in cui avessi vissuto al castello senza la sua presenza. Occupava i suoi appartamenti da solo da quando la moglie era morta e la sua unica figlia si era trasferita a Neyms e si era costruita una propria famiglia.

Gli aveva proposto di andare con lui, ma il vecchio consigliere aveva rifiutato, dichiarando che il suo posto era lì, nel Consiglio e a fianco del suo Re.

«Allora...»

Non gli lasciai finire la frase, intuendo in partenza quello che mi avrebbe chiesto. Lo avevo trattenuto apposta, proprio perchè era il responsabile della "missione ultimo sole". Chiunque in quel castello si aspettava un mio aggiornamento riguardo a lei.

«Non ho la certezza di essere riuscito a fare innamorare di me l'ultimo sole» dichiarai.

«Non avevo intenzione di chiedervi questo, Vostra Altezza» replicò con pazienza. «Mi chiedevo, invece, come abbiate potuto sopravvivere all'attacco.»

Lo guardai per qualche momento, cercando di ignorare la stretta allo stomaco.

Lì dentro, mi sentivo addosso il peso delle bugie più che in qualsiasi altro posto. Era solo una leggenda, lo sapevo, ma ero sempre stato abituato a non mentire nella Sala dell'Immacolato, per nessuna ragione al mondo.

«I guaritori hanno esagerato» ripetei quello che avevo detto a mia madre. «Non stavo per morire dissanguato...»

«Non è mia intenzione contraddirla, Vostra Altezza, ma i guaritori di Cilius ci hanno fornito un quadro clinico molto accurato e preciso» ribatté Knight. «In seguito alla lettura ho avanzato un'ipotesi che spero che voi possiate confermare.»

Rimasi in silenzio, invitandolo con lo sguardo a continuare.

«È stato l'ultimo sole a guarirvi?»

Ignorai la fitta al petto che provai quando lo sentii pronunciare quelle parole.

«Sì, è così» ammisi annuendo, sperando che il mio corpo e il mio viso non tradissero le mie vere emozioni.

«Siete stato fortunato, Vostra Altezza.» Sul viso del consigliere nacque un sorriso entusiasta. «Questo vuol dire che l'ultimo sole prova per voi sentimenti abbastanza forti da evocare poteri così potenti.»

Fortunatamente non si soffermò a pensare al perchè non glielo avessi detto subito, tanto che era felice.

Tirò fuori un taccuino dalla tasca della sua giacca militare e si appuntò tutto. Mi pentii di aver deciso di parlargli così presto, anche se mi ripetei di nuovo che avrei solo destato sospetti a non farlo.

«Potrebbero solo essere sentimenti passeggeri e superficiali, consigliere» ribattei cercando di contenere la sua emozione. «Avrei voluto avere più tempo per capire.»

«Se volete la mia opinione, Vostra Altezza, non credo che sentimenti superficiali possano risvegliare poteri di guarigione così potenti in un Dominus della Luce che non ha mai avuto istruzione.»

Annuii, sentendomi costretto a farlo.

«Avete ragione.»

«Quindi che cos'è successo precisamente? Che cosa vi ha detto?» Continuò, mentre non la smetteva di scrivere sul suo taccuino.

«Non lo ricordo» replicai, decidendo ovviamente di omettere la parte in cui ero rinvenuto e le avevo detto di scappare. «Stavo delirando, le immagini erano confuse e non l'ho davvero riconosciuta finché non sono tornato in me. Non appena si è assicurata che non fossi morto, se ne è andata via dai suoi amici.»

«Comprensibile che voi non ne abbiate memoria, viste le vostre condizioni» disse. «Ora, con permesso, devo parlare con il generale Hyde. Nel caso trovassero davvero la ragazza in uno degli Istituti, dobbiamo accordarci su cosa fare. Dobbiamo tenerla lì fino al sette di dicembre, giorno in cui voi la porterete a Elyria.»

Entusiasta, il consigliere si alzò e cominciò a camminare velocemente, per quanto le sue ginocchia glielo permettessero, verso l'uscita dalla stanza.

Non appena uscì, mi ritrovai a sperare e a pregare che Evelyn fosse già ben lontana dagli Istituti.

Mi accorsi a stento che tutta la stanchezza accumulata nell'ultima settimana mi aveva invaso di colpo. Caddi in un sonno profondo senza riuscire a evitarlo e continuai a dormire finché non sentii mio fratello scuotermi la spalla con delicata decisione.

«Nostro padre ti ha mandato un messaggio.»



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