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Capitolo 37 • Il Figlio del Gelo

«Io non so ballare.»

Will cominciò a tirarmi verso di sé. Non mi aspettavo di ballare quella sera, non avevo nemmeno preso in considerazione l'idea. Ma lui continuava a sorridere, mentre allungava lo sguardo oltre di me.

«Entro venti minuti sarà di nuovo qui, Rosie» disse con quell'irritante tono che molte volte a Boston mi aveva fatto alzare gli occhi al cielo. «Un ballo non ha mai ucciso nessuno.»

Non mi voltai a vedere la sua reazione, sentendo solo vagamente Matt convincere Rose a non protestare.

Sembrava davvero di essere ritornati di nuovo nel Mondo degli Umani, dove Rose sembrava pensare che Will, con una sola parola, potesse imprigionarmi.

Will camminò all'indietro portandomi con sé. Provai a opporre una debole resistenza.

«Non so ballare» ripetei. «Ti inciamperò addosso e cadremo entrambi a terra nel giro di venti secondi.»

«Sono bravo abbastanza per tutti e due.»

A stento non sbuffai.

Will si fermò in mezzo alle altre coppie in mezzo alla sala. Lo guardai inorridita: ci avrebbero visti sicuramente. Un conto era essere nella stessa stanza, un altro conto era ballare pubblicamente davanti a centinaia di Domini.

«Will...» dissi in tono di avvertimento, quando mi afferrò il fianco sinistro con una mano. «Ci vedranno, parleranno. Tu sei fidanzato con un'altra persona, e non dovresti essere qui.»

«Chiunque sia entrato in questa stanza ha giurato di rimanere in silenzio, di non parlare di ciò che è successo, che succede e che succederà in questo palazzo. Costo la propria vita. Non ci sono Reali o Ribelli, questa sera siamo tutti dalla stessa parte.»

Gli lanciai un'occhiataccia eloquente. Lui non sarebbe rimasto lì ancora per molto. Non trovavo una sola buona ragione per cui fosse furbo ballare insieme, o anche solo passare del tempo con lui se non per gli allenamenti.

Facendo così mi stavo solo prendendo in giro da sola.

«Facciamo finta di essere ancora a Boston» mi propose, mentre cominciava a muoversi. «Tu non sai ancora chi sono in realtà.»

«Mi stai proponendo di fingere di essere la ragazzina che deve cadere ai tuoi piedi?» commentai, ritrovandomi obbligata ad assecondare i suoi passi.

Mi sembrò tutto maledettamente sbagliato, ma così naturale. Mi mossi delicata e spontanea come di rado facevo. Will mi strinse la mano e mi fece fare una piroetta.

«Ce l'hai nel sangue, non puoi non saper ballare» mi sussurrò quando si chinò su di me.

Arrossii, distogliendo lo sguardo dal suo. Le persone attorno a noi ci stavano lanciando occhiate sbalordite e incredule, ma la mia mente era così annebbiata che non riuscii a importarmene.

«A cosa stai pensando?» mi chiese dopo un po'.

«A niente.»

«Perché i tuoi "niente" sono sempre così poco credibili?» rise prima di farmi fare un'altra piroetta e attirarmi di nuovo a sé.

Alzai lo sguardo sul suo. Avrei voluto dirgli un sacco di cose in quel momento. Avrei potuto far uscire dalla mia bocca tutte quelle cose che mi facevano esplodere il cervello, quelle parole che non avevo mai trovato il coraggio di ammettere a me stessa.

Di colpo cambiò espressione. Lo guardai confusa, mentre la mia mente si svuotava. Allarmata, non fui più padrona dei miei piedi, rischiando di inciampare nei suoi che ancora si muovevano. Non appena recuperai l'equilibrio anche Will si fermò, abbassando lo sguardo su di me.

«Che cosa c'è? Che cos'hai?» chiesi afferrandogli il braccio.

«Potremmo andare adesso.»

Capii cosa intendesse dal suo sguardo, non potendo fare a meno di sorridere. Era chiaro che il vecchio sacerdote in fin di vita non sarebbe venuto al ballo. Sarebbe stato troppo per lui.

«Sarà nella stessa stanza di sempre?» gli chiesi, ricambiando il suo sguardo.

«Tanto vale provarci» rispose, prendendomi di nuovo per mano e cominciando a farsi strada fra le coppie danzanti. «Questa potrebbe essere la nostra unica occasione di parlargli senza che qualcuno se ne accorga.»

Annuii, aveva ragione, quello era il momento perfetto. Tutte le persone del castello erano in quella sala da ballo. Mentre Will mi trascinava verso il portone, mi girai per vedere se qualcuno stesse notando la nostra fuga.

Ovviamente ci stavano guardando in parecchi, ma l'importante era che nessuno dei miei amici se ne accorgesse.

Quando fummo fuori, Will accelerò il passo. Continuai a guardarmi all'indietro. Le guardie che presiedevano l'ingresso della sala da ballo sembrarono non accorgersi di noi.

Svoltammo l'angolo correndo, rallentando solo quando fummo lontani.

«Se non si trova lì, dove altro potremmo trovarlo?» chiesi sentendo il corpetto del vestito troppo stretto per il piccolo sforzo di quella corsa.

«Non ne ho idea, ma mi è sembrato troppo debole anche solo per alzarsi da quella poltrona» replicò, guidandoci verso la sala consiliare nella quale alloggiava il vecchio. «Lascia parlare me Evelyn.»

Non ribattei. Sapevo in cuor mio che se la situazione fosse sfuggita di mano non sarei riuscita a frenare la lingua. Non mi sembrò il caso di metterlo al corrente della cosa.

Passammo per corridoi che non avevo mai visto, pieni di arazzi e quadri.

«Ci siamo quasi.»

Quando Will disse questa frase, stavamo percorrendo un corridoio che sbucava in quello della sala del trono.

Io non potei fare a meno di guardarmi intorno, notando con una fitta al cuore che stavamo percorrendo un corridoio pieno di quadri di nobili e di reggenti di Fyreris.

Mi fermai di colpo con un «Will!» concitato, strattonandolo per il braccio.

«E se Altair Blain fosse in uno di questi quadri? Potrei assicurarmi che si trattava proprio del ragazzo della visione!» Will alzò gli occhi al cielo, sbuffando e ricominciando a camminare in fretta.

Feci per protestare prima che si fermasse di nuovo, davanti a un dipinto.

«Sì eccolo qui Eve, ma adesso non abbiamo il tempo di pensarci, potrai guardare il suo viso più tardi. Abbiamo i minuti contati.»

Riuscii a riservare una veloce occhiata a quel ritratto prima che Will ricominciasse a trascinarmi verso la sala del trono.

Non avevo dubbi: quello era lo stesso al che avevo visto a Boston. Era biondo, con gli occhi azzurri e un viso particolare, straordinariamente affascinante. I lineamenti erano di un misto fra il morbido e l'affilato. Nel ritratto aveva un che di altero, fiero e orgoglioso.

Mentre ancora pensavo alla reale possibilità che potesse trattarsi proprio di mio padre, entrammo nella deserta, buia e silenziosa sala del trono. Fummo in fretta dall'altro lato della stanza, davanti a quella porta aperta che dava sulla sala consiliare, dalla quale proveniva un bagliore rossastro.

Sobbalzai quando la voce di Edvard il Cieco rimbombò nel silenzio.

«Vi stavo aspettando.»

Presi un respiro profondo, imprecando sottovoce per lo spavento che avevo preso. Will, più composto, avanzò nella stanza.

Il sacerdote era seduto rivolto nella nostra direzione, nella stessa poltrona di sempre. Con il cuore accelerato, mi distanziai un po' da Will, cercando di calmarmi e riprendere fiato.

«Ci dispiace disturbarvi, fratello Edvard, ma...»

«Volete delle risposte» concluse il sacerdote per lui.

Aprii la bocca per rispondere ma Will mi lanciò un'occhiata, ricordandomi di rimanere zitta. Cercai di farlo.

«Sì, è così» disse Will. «Non riusciamo a spiegarci molte cose, a trovare delle risposte che ci aiuterebbero nella lotta contro la sua Caduta.»

«Gli dèi vogliono che io vi spieghi la verità. Prima che io spiri, dovete sapere.»


***


Io e Will avevamo preso delle sedie dal tavolo ovale, portandole davanti al vecchio. Ci eravamo seduti in attesa di spiegazioni.

Ero agitata e stavo cercando di controllarmi dall'urlare una dietro l'altra le domande che mi tormentavano.

Edvard il Cieco non sembrava voler iniziare a parlare. Il silenzio si protrasse finché Will non decise di porgli fine.

«Perchè sulla Montagna Spirale ho sentito una voce che mi diceva di cercarla?»

Mi girai a guardarlo, sorpresa. Egoisticamente non avevo pensato alle domande che tormentavano anche lui, concentrandomi solo sulla mia famiglia.

«Dovevamo fare in modo che raggiungessi la città di Fyreris senza che catturassi l'ultimo sole alla sola sua vista» rispose con tranquillità. «Seran ci aveva riferito che saresti giunto alla Rocca Nera e avresti stretto un patto con il Reggete e l'ultimo sole stesso.»

Mi sforzai per rimanere in silenzio, mentre Will replicava. La gamba mi tremava, continuavo a battere il piede sul pavimento nervosa.

«Per quale motivo ha bisogno proprio di me? C'entrano qualcosa gli affreschi disegnati nel tempio?»

Ero tutta orecchi.

Lui doveva sapere la profezia per intero, doveva saperla per forza. Will si protese in avanti, appoggiando i gomiti sulle sue ginocchia e guardando il sacerdote intensamente, come se stesse reggendo il suo sguardo.

«Gli affreschi non sono mai stati completati» disse il sacerdote. «Ma Juliet Marshall aveva capito lo stesso. La parte della profezia non tradotta riguarda proprio te.»

Mi girai verso Will. Il sacerdote aveva nominato quella Juliet con la quale Will mi aveva scambiato il giorno dell'attacco in preda a deliri febbrili. Notai subito l'effetto che le parole di Edvard il Cieco avevano avuto su di lui.

Si era irrigidito e aveva aggrottato la fronte, ma aveva continuato a guardare fisso il sacerdote davanti a sé. Rimase in silenzio, e mi vidi costretta a prendere la parola per lui.

«Lei la conosce la profezia, giusto?» domandai.

«Prima che ve la enunci, ci sono altre cose di cui dovete venire a conoscenza» disse lentamente. «Siete venuti qui perchè avete supposto che Altair Blain potesse essere il padre biologico dell'ultimo sole.»

Fu il mio turno per irrigidirmi. Seguì qualche secondo di silenzio, che mi pesò addosso come un gigantesco macigno pronto a schiacciarmi.

Avevo bisogno di sapere, non riuscivo più ad aspettare.

«Lord Blain trovò il bambino durante una buia serata di inverno, nel 198° anno della Quinta Era. Lo trovò sulle rive del fiume Lavaeris mentre tornava a palazzo dopo una caccia notturna di selvatiche creature che stavano causando qualche problema in villaggi poco fuori Fyreris. Il bambino era abbandonato lì, senza nient'altro che non fosse una consunta coperta di lana, sulla quale era ricamato un lungo nome: Altair Sirio Muphrid.»

«Sono nomi di stelle» commentò Will.

Perchè lo aveva detto non una, ma due volte? Non mi importava del significato dei nomi e della loro origine.

«Lo hai già detto, ma non vedo che importanza abbia adesso...» cominciai.

«Ne ha molta, invece» replicò il sacerdote. «Lord Blain, come il principe, aveva notato questo piccolo dettaglio. Non lo rivelò a nessuno, se non a sua moglie. I Figli del Sole erano soliti dare ai neonati il nome di una stella.»

Seguì il silenzio.

Io e Will eravamo senza parole.

La mia mente cominciò a lavorare velocemente e di colpo la verità mi colpì in pieno. Il principe si girò a guardarmi, rivolgendomi un'occhiata triste.

«Allora...»

Fui costretta a prendere un respiro profondo, scoprendomi incapace di non far tremare la voce.

«A-Allora lui è davvero mio p-padre. Ma io non...»

«Decise di crescerlo come se fosse figlio suo, assieme alla prima moglie. Lei lo amò come una vera madre. Gli trovarono i migliori tutori per ogni elemento e a sette anni si recò in quattro diversi templi di Elyria per ricevere i marchi.»

«E il Marchio del Sole?» domandò Will. «In tutte le regioni dell'isola non esiste statua in grado di conferirlo.»

«Lord Blain, come molti altri, credeva che per un Dominus della Luce cresciuto senza usare nessuno dei poteri peculiari della razza non fosse necessario averlo» spiegò. «Altair Blain conobbe Alya Lewis a diciannove anni, sulla cima della Montagna Rossa. Si innamorarono l'uno dell'altra e cominciarono a incontrarsi regolarmente. Presto cominciarono a recarsi in luoghi lontani dalla città nera, come a Boston.»

«Ma come è possibile? Non possono essere andati a Boston in giornata. Come hanno potuto non accorgersi di nulla?»

«Quando cominciarono a raggiungere il Mondo degli Umani, la Caduta era già inoltrata. Era stata una Caduta particolare, unica e diversa da qualsiasi altra. È durata due anni, durante i quali il giovane è stato come un Dominus dell'Ombra che conservava ancora certi tratti umani.»

Mi mossi a disagio sulla sedia, con la testa che girava. Mi stavo per sentire male.

«In aspetto Altair Blain rispettava fedelmente le caratteristiche di un Dominus della Luce, ma dentro, interiormente, era già caduto.»

Tutto stava acquistando un senso. Quello che aveva detto spiegava tutto: ecco perchè avevo i capelli scuri, perchè avevo gli occhi grigi e perchè mia madre non aveva rivelato a nessuno chi fosse il padre della bambina che portava in grembo.

Tutti i pezzi del puzzle si stavano incastrando perfettamente gli uni con gli altri.

«Evelyn Lewis, l'ultimo sole, è l'unico esemplare mai esistito di un Ibrido fra Dominus della Luce e Dominus dell'Ombra.»

Contrassi il viso come se quelle parole mi avessero colpita direttamente in faccia.

Allora era quello che ero? Un Ibrido?

Non riuscii a capacitarmi davvero di quello che mi era appena stato dietro. Era una cosa troppo grossa anche solo da immaginare. Per l'ennesima volta avevo scoperto di essere qualcuno diverso dalla Evelyn Lewis che credevo.

Mi mancava l'aria.

«Un Ibrido unico, fertile poichè figlia di un Dominus dell'Ombra nato come Figlio del Sole. Un Dominus Ibrido che, diversamente dagli altri mezzosangue, una volta superata la Caduta non deve temere una recidiva.»

Cominciai a fare dei respiri profondi nel tentativo di calmarmi. Will allungò una mano e la posò sul mio ginocchio, stringendomelo.

«Questa doppia natura fa dell'ultimo sole il Dominus più potente che sia mai esistito. Se dovesse cadere, questa potenza si convertirebbe in poteri che la renderebbero un'arma di distruzione di massa inarrestabile.»

Ero congelata. Ogni sua parola sembrava essere una coltellata al petto, una più profonda della precedente.

«Che fine ha fatto?» deglutì Will.

Ritrovai me stessa a rispondere al posto del sacerdote.

«È vivo» risposi lentamente, cercando di fermare la testa. «E sta progettando un'invasione? È come una sorta di V-Voldemort che vuole depurare il mondo dagli indegni e governare su un regno costruito sulle ceneri di questo?»

Mi voltai verso William, come se potesse rispondermi anche se sembrava aver capito meno di me. Ricambiò il mio sguardo confuso, attonito.

«Ho avuto tante crisi, tante visioni che riguardavano un uomo dai capelli e dagli occhi neri... Ora ho capito, il fatto che... che Adam... tutti gli a-altri siano resuscitati dal m-mondo dei morti... non lasciano dubbi» continuai sull'orlo del pianto. «Non era tuo padre che vedevo... era il mio.»

«Adam?» ripetè Will.

Non riuscii a trattenere un singhiozzo.

«Eravamo a scuola quando l-lo abbiamo visto combattere con Chantal... Li abbiamo seguiti e abbiamo combattuto contro di l-lui. C'era qualcosa che non andava... Ho dovuto farlo» piansi, prendendo fiato. «L'ho colpito alla gola con u-una freccia. C'era una m-macchia nera. Ma dopo, nonostante gli avessi colpito l-la carotide, è stato c-come se resuscitasse.. mi dispiace, Will...»

La presa sul mio ginocchio si allentò e Will si ritrasse, smarrito e scombussolato come mai lo avevo visto. Si girò verso il sacerdote, cercando di mantenere la calma.

«Perciò questa alleanza non è soltanto per la Guerra Civile, giusto? Una seconda Grande Guerra sta per abbattersi su Elyria?»

«Sì, è così» continuò il sacerdote. « E non è tutto: se non fermeremo la Caduta e ciò che verrà dopo moriremo tutti, dal primo all'ultimo, nessuno sarà risparmiato.»

«C-Ciò che verrà dopo?» piagnucolai, quasi supplicante che non ci dicesse nient'altro. «Che cosa intende?»

«E verrà l'ultima luna sulla Grande Patria, prosciugando ogni forma di luce e felicità. L'ultimo sole sarà la nostra unica salvezza, nato il settimo giorno dell'ultimo mese del 219º anno della Quinta Era. L'unico che riuscirà a estirpare l'oscurità dal mondo o a farla prevalere. L'unico a riportare al trono i veri eredi.

Trattenni il fiato quando il sacerdote finì di enunciare la prima parte della profezia.

«Ma il Figlio del Gelo sarà un ostacolo per la salvezza del mondo quando l'ombra comincerà a diffondersi nell'ultimo sole. Se raggiungerà il suo cuore, l'ultimo sole cesserà di vivere, condannando la Grande Patria alla distruzione. La spada di cristallo nero segnerà la sua decisione.»

«No... no...»

Non poteva essere lui quello di cui stava parlando il sacerdote. Non poteva esserlo e basta.

Scossi la testa, sentendomi mancare e aggrappandomi vanamente alla speranza che quello fosse solo un grande scherzo o un lungo incubo.

Mi alzai dalla sedia in fretta, in cerca di ossigeno che sembravo non trovare.

Non osai abbassare lo sguardo sulla sua faccia. Come potevo anche solo sfiorarlo con gli occhi sapendo come sarebbe dovuta andare a finire quella storia?

Will prese parola di nuovo, non riuscendo a mantenere ferma la voce quella volta.

«E quindi... quindi quello che mi sta succedendo riguarda la profezia? Che cosa sono io? Perchè mi sta succedendo questo?»

Non osò guardarmi a sua volta.

«Il giorno della tua nascita gli dèi hanno scelto un bambino» spiegò. Un bambino nato sotto la protezione la protezione del dio e del mare della dea dell'aria. Quel neonato avrebbe avuto un potere unico, nato dall'unione dei due elementi. Il potere del ghiaccio. Grazie a ciò puoi creare e comandare quell'elemento, e in più puoi recarti dovunque voglia in qualsiasi momento...»

Non riuscii più ad ascoltarlo. Quella questione perdeva di significato di fronte a quello che avrei dovuto fare per salvare il mondo. Non riuscii a quantificare per quanto parlarono prima che decidessi di muovermi, non riuscendo a sopportare quella situazione un attimo di più.

Corsi lontana da lì. Dovevo scappare da Edvard il Cieco e dalle parole che sarebbero potute uscire ancora dalle sue labbra.

Non appena fuori dalla sala del trono lo sentii chiamarmi. Mi mossi velocemente giù per le scalinate, senza curarmi di essere prudente per non inciampare fra le gonne del vestito.

Spalancai il portone d'ebano del cortile interno con entrambe le braccia, ritrovandomi nel freddo notturno di Fyreris.

«Evelyn, fermati!»

Questa volta, diversamente dalla visione, la sua voce era chiara. Forte. E dannatamente riconoscibile.

Avanzai nel cortile, girandomi di scatto verso di lui, non riuscendo a non guardarlo come avrei voluto fare.

Era sconvolto. Aveva occhi tristi, le guance rosse e la fronte corrugata. Le labbra tremavano per il bisogno di urlare, di far uscire quello che stava provando.

«Ti rendi conto di come dovrà finire questa storia?»

«Troveremo una soluzione.»

Nonostante tutto la sua voce era ferma, risoluta. Non voleva accettare quello che avevamo appena scoperto, non lo stava facendo.

«Non esistono soluzioni! Non posso ucciderti... Non posso farlo.»

Will si avvicinò e io distolsi lo sguardo dal suo viso. Mi prese un gomito con la mano e me lo scosse, costringendomi ad alzare di nuovo gli occhi lacrimanti su di lui.

«Non puoi sapere se questa è l'unica possibilità che abbiamo» disse lentamente. «È la parola di un vecchio sacerdote. Le profezie devono essere interpretate, non vanno prese alla lettera.»

Afferrai a mia volta il suo braccio, prendendo un respiro profondo.

«Non può finire così» piagnucolai disperata, contraendo il viso in una smorfia.

«Faremo di tutto perchè non succeda» disse lui, cercando di non far tremare la voce. «Ma, nel caso non la trovassimo, ti permetterei di uccidermi un milione di volte se questo significa salvarti.»

Scossi la testa piangendo. Non mi interessava delle conseguenze che ci sarebbero state se io non lo avessi ucciso. La sola idea di porre fine alla sua vita, di trafiggerlo con una spada, bastava a uccidere anche me.

«Non possiamo crollare, principessa» aggiunse. «Dobbiamo essere forti, dobbiamo capire più cose possibili e cercare una soluzione.»

Will appoggiò la sua fronte alla mia, e io chiusi gli occhi.

Capii in quel momento a cosa si fosse riferita la Evelyn della crisi.

Dovevo essere forte, ma come potevo? Nessuno poteva esserlo davanti a quello, per quanto una persona cercasse di nasconderlo, non poteva farlo.

Perchè gli dèi non ci lasciavano in pace?


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