Capitolo 24 • Città nera
Sfregai energicamente i capelli con l'asciugamano che avevo trovato sul letto.
Quando mi raddrizzai, lo sguardo del mio riflesso allo specchio restituì il mio.
Mi ero offerto di essere l'ultimo a fare la doccia, per potermi prendere del tempo per pensare e per calmare quello che provavo. Tutto nel mio corpo mi stava imparando di fuggire da lì e raggiungere mia sorella, a poche ore di cavalcata.
Anche se avessi voluto farlo davvero, sapevo che quello era il mio posto. Accanto all'ultimo sole e al suo gruppo. Al nostro gruppo. Quella era la mia occasione per essere un eroe del regno, per salvare Elyria.
Sin da piccolo i miei genitori mi avevano raccontato storie sui Domini dell'Ombra, storie che avevano lo scopo di far capire ai bambini cos'era il bene e cos'era il male. Da sempre sapevo che cosa sarebbe potuto significare affrontare una seconda Grande Guerra.
«Mia madre è stata assassinata! Non si è sacrificata per il bene dell'Ordine. Loro... l-loro l'hanno u-uccisa solo perché mi aveva salvata.»
L'urlo di Evelyn risuonò per tutta la casa.
Aggrottai la fronte, chiedendomi che cosa fosse successo quella volta.
«E credi che io non lo sappia?»
Arrivò anche la voce di Joanne, forte e chiara.
Mi chiesi come dovesse sentirsi Evelyn nel sapere che lì, poco lontano, era sepolta la madre. Capivo solamente che sapere che la propria madre riposava fra i martiri di guerra doveva sembrare una grandissima presa in giro.
Non potevo immaginare, però, come si sentisse lei.
Sentii dei passi veloci fuori dalla porta e capii che Evelyn aveva deciso di ritornare in soffitta. Mi domandai a che cosa avrebbe pensato una volta da sola.
Da quel poco che conoscevo di lei, sapevo che era una persona molto avventata, istintiva. Dovevo solo sperare che non stesse pensando a qualche altra idea suicida: già la scelta di assecondare la proposta della donna era stata azzardata al limite dell'immaginabile.
Mi vestii in fretta, tornando dopo anni a indossare i vestiti tipici di un normale abitante dell'Altopiano del Fuoco. Infilai una maglia marrone a maniche corte e un paio di pantaloni leggeri e larghi. Joanne non mi aveva dato una delle tipiche maglie pesanti di cuoio piene di tasche in cui si infilavano i pugnali.
Maglie che potevano essere davvero fastidiose per qualsiasi Dominus che non fosse del Fuoco, in grado di sopportare il calore di Fyreris.
Sfregandomi ancora i capelli con la mano, mi diressi in corridoio, appena in tempo per vedere Matt uscire dalla nostra camera, cercando di non fare troppo rumore.
«L'ho sentita urlare» spiegò senza che glielo chiedessi, accennando al piano superiore. «Voglio capire che cos'è successo.»
«Vado di sotto, non riesco a dormire e ho bisogno di caffè» annuii.
Sentendo le dita muoversi impercettibilmente sul fianco per il bisogno che provavo di tenere in mano una sigaretta, scesi le scale. Era stato decisamente difficile abituarsi all'idea di non poter fumare e ancora quel giorno, a un mese di distanza dal nostro ritorno ad Elyria, mi sentivo dipendente dalla nicotina.
Arrivai in cucina, vedendo la padrona di casa seduta sul tavolo con lo sguardo fisso su un punto del giornale. Stringeva con la mano la tazza, così forte che le nocche le erano diventate bianche.
«Tutto bene?» le chiesi, affacciandomi allo stipite della porta.
«Sì» rispose dopo essersi riscossa, posando il mio sguardo su di me. «Avevi bisogno di qualcosa?»
«Del caffè, se c'è.»
«Sì, sopra il lavandino» replicò chiudendo di colpo il giornale. «Tu sei nato qui vero?»
Rimasi un po' interdetto per la sua domanda, ma mi ritrovai a rispondere sinceramente mentre raggiungevo il lavandino.
«Non proprio. A Lerae.»
«Fyreris la conosci?» domandò.
«Molto bene» risposi, aggrottando la fronte. «Ho accompagnato molte volte mio padre in città per lavoro.»
«Perfetto. Ho bisogno del tuo aiuto.»
Mi limitai a guardarla confuso, preso alla sprovvista.
«Due persone che conoscono la città sono più veloci ed efficienti che una sola» continuò, sostenendo il mio sguardo. «Saremmo più veloci se mi aiutassi a svolgere qualche commissione.»
«Di che tipo?» indagai.
«Ho bisogno di qualcuno che mi faccia da portavoce. Dovresti andare a parlare con la persona che ci aiuterà nella nostra missione.»
«Di chi si tratta?»
«Bryant Blain.»
***
«Stia attento!»
Schivai per un millimetro un Dominus che trasportava due secchi pieni di latte in una delle vie principali del Quartiere di Marte, uno dei più poveri della città di Fyreris. E, in quanto tale, uno dei più affollati e pieni di vita.
Sin da quando ero bambino, avevo apprezzato la peculiarità delle grandi città di Elyria di avere i vari quartieri chiamati secondo una precisa linea tematica. Per esempio, Ilyros, la capitale, chiamava i propri quartieri con i nomi delle pietre preziose e Fyreris con i nomi dei pianeti e degli astri della nostra galassia.
Accompagnando mio padre, non ero mai passato da quel quartiere, che si trovava a ovest della città: ero sempre rimasto quasi esclusivamente nella parte nord-orientale di Fyreris, dove si svolgevano le attività commerciali. Il più delle volte proseguivamo la nostra visita raggiungendo le grandi forge che si trovavano in cima alla Montagna Rossa: mio padre era un fabbro e, poiché da Lerae si controllava la maggior parte di produzione di armi e armature dell'Altopiano del Fuoco, bisognava vigilare anche le forge cittadine.
La mia famiglia era stata una delle più rinomate del Regno di Elyria. Le armi e le armature dei Soler erano sempre state le più resistenti e taglienti di tutto il regno. Una volta, persino i grandi re accorrevano dai miei antenati per farsi forgiare le proprie armi.
Con la Grande Guerra era andato tutto a rotoli. La maggior parte della mia famiglia, così come era successo ad altre dinastie di fabbri, era caduta in schiavitù dei Domini dell'Ombra, che avevano sfruttato il loro lavoro e il loro talento.
Di questa grande famiglia eravamo rimasti in pochi e non eravamo stati in grado di risollevarci, con l'inizio della nuova era. Dopo quello che era successo, il nome dei Soler era sempre stato affiancato a pregiudizi e reputazioni tutt'altro che onorevoli.
Le nostre armi avevano ucciso milioni di Domini.
Anche se alcune delle armi create dalla mia famiglia erano ancora considerate leggendarie e infallibili, non eravamo più visti di buon occhio dalla gente, non davvero.
C'erano comunque persone che se ne fregavano dei pregiudizi, come il marito di mia sorella, un benestante mercante. O come il fabbro di Lerae che aveva preso sotto la propria ala mio padre, facendo di lui un rispettabile lavoratore.
O come quella ragazza che aveva accompagnato il principe a Kratos. Gwenyth si era solo mostrata curiosa nei confronti della tanto vociferata storia della mia famiglia. Non aveva avuto giudizi, almeno non apparentemente.
«Mi scusi» replicai velocemente, prima di zigzagare fra i numerosi venditori abusivi che avevano organizzato un piccolo mercato in quella via.
Quello era decisamente un quartiere sovraffollato, che ti lasciava quasi senza respiro: le case scure erano tutte addossate, come se fossero state costruite una sull'altra, e la mole di persone che faceva via e vai per la strada già angusta era decisamente troppa per i miei gusti.
C'erano bambini che giocavano con la palla, alcuni che si lanciavano addosso piccole sfere di fuoco - rischiai anche che me ne arrivasse una in un occhio - e alcuni con la testa china mentre venivano rimproverati dalle madri furiose e severe.
Lì erano pochi gli stranieri e, da quello che avevo sentito, la diffidenza che i poveri abitanti provavano nei confronti di Domini di altre specie a volte sfociava in un razzismo molto sentito. Gli altri Domini erano approfittatori, colonizzatori che volevano rendere Elyria un unico grande territorio senza confini.
Per me fu come ritornare a respirare quando sbucai da quella via, arrivando nell'immensa strada che affiancava il fiume Lavaeris, già più a cielo aperto.
Il lungofiume era di gran lunga la parte della città che preferivo. Il fiume di lava scorreva e divideva Fyreris in due e su quello si affacciavano enormi case nobiliari di colore più chiaro rispetto alle costruzioni del resto della città nera. La strada nella quale ero sbucato io era percorsa da moltissimi Domini. C'erano lavoratori, mercanti e nobili con i loro vestiti ricamati ed elaborati.
La mia meta, purtroppo, si trovava in un'altro viottolo, dall'altra parte del fiume, dove si trovava il quartiere più malfamato della città: il Quartiere di Plutone.
Mio padre me ne aveva sempre parlato, dicendomi di starci lontano a meno che non volessi ritrovarmi con un occhio o un dito in meno. Anche in quel momento, mentre sorpassavo il fiume percorrendo uno degli innumerevoli ponti di basalto, sentivo la voce di mio padre rimbombarmi nelle orecchie.
Quando imboccai l'entrata del vicolo, fu come entrare in un'altra città: era un po' come la stradina che avevo percorso nel Quartiere di Marte, pieno di persone e sovraffollato, ma era tutto più cupo, quasi oscuro.
«Troverai un mercato, vedi di non portare roba preziosa con te. Ci sono ladri talmente bravi che non te ne accorgeresti nemmeno. Supera quattro traverse e alla quinta entra in quella a destra. Dopo un po' vedrai un muro con una linea di vernice verde bottiglia: lui si trova dentro la porta lì affianco» erano state le indicazioni di Joanne.
Mi feci strada, cercando di non guardare di traverso i venditori che si proponevano di vendere radici di valeriana facendole passare per erbe dai poteri magici provenienti dalle Terre Dimenticate o cenere con presunti poteri di ringiovanimento.
«Lord, comprerebbe un po' di foglie di giglio rosso della Valle del Teschio di Ubrys? Al prezzo assolutamente ragionevole di novanta corone d'oro.»
Una signora sdentata e calva mi si avvicinò brandendo con la mano un gruppo di foglie dal colore giallastro. La ignorai, non senza guadagnarmi delle urla di maledizione da parte sua.
Continuai a camminare dritto verso la mia meta, accorgendomi sempre di più che in mezzo a loro ero l'unico ad avere dei vestiti decenti: rischiavo di essere attaccato anche solo per il fatto d'indossarli, visto che si trattavano di abiti da benestante. Accelerai il passo, cercando di evitare di guardare i bambini magri e sciupati seduti contro i muri, che si tenevano le ginocchia fra le braccia quasi come se avessero freddo.
Con la crisi che si era abbattuta su tutto il regno, non mi sarei stupito se pure la mia famiglia avesse fatto la loro stessa fine, nel caso fossimo rimasti ad Elyria. Rabbrividii solo al pensiero di non avere da mangiare: quel mese all'insegna di bacche e frutti di bosco era già stato abbastanza per me.
Finalmente contai la quinta traversa, nella quale entrai senza tentennare: ero più che contento di allontanarmi da quella sorta di mercato nero. Quella strada secondaria si rivelò essere decisamente più vuota della precedente. C'erano solo quattro o cinque persone, per di più in fondo alla via. Sembrava stessero fumando qualcosa.
Procedetti in avanti, fermandomi solo quando vidi l'alta e larga striscia di vernice verde. Lì di fianco c'era la porta di un piccolo negozio, con l'insegna che penzolava da un asta orizzontale di legno. C'era scritto Bottega dell'Ultima Stella a caratteri rossi. Senza bussare, afferrai la maniglia ed entrai in quel negozio, facendo tintinnare un piccolo campanello.
Era una stanza buia, priva di finestre e illuminata solo da due lampade fioche da pavimento. C'era un lungo e lucido bancone proprio davanti a me, dietro il quale c'erano solo tanti scaffali, niente commesso.
Richiusi cautamente la porta alle mie spalle, cominciando ad avanzare piano piano verso il banco per suonare quel campanello di ferro che avrebbe, forse, attirato l'attenzione di qualcuno. Non feci però in tempo a fare due passi in avanti che un uomo alto di mezza età uscì da una porta affianco al bancone.
«Allora questa volta Joanne ha deciso di usare un ambasciatore...» La voce dell'uomo era lenta e grave.
«Lei è Nathan Ray?»
L'uomo si limitò a fare un lieve sorriso. Era un Dominus ben piazzato, con barba e capelli neri che cominciavano a diventare bianchi. A differenza di tutti i Domini che avevo visto in quel quartiere, lui indossava vestiti puliti e decisamente costosi, quasi da nobile.
«Sì, sono io» annuì l'uomo, avvicinandosi al bancone. «Qual è questa volta la richiesta di Joanne?»
Arrivò subito al punto, senza giri di parole. Non mi feci cogliere impreparato, facendo un passo in avanti verso di lui e rispondendo come Joanne mi aveva detto di fare.
«Abbiamo bisogno di raggiungere Bryant Blain, stasera. Abbiamo un incontro con lui, ma Joanne pensa non sia il caso di farsi notare entrando dalla porta principale. È bene mantenere la nostra identità nascosta.»
«Forse si sta spingendo un po' troppo in là questa volta» commentò l'uomo, quasi fra sé. «Sarà un pagamento davvero salato, ne è consapevole?»
«Come forse già saprà i pagamenti non sono un problema per lei» ribattei liquidando l'argomento. «Avremo bisogno del vostro passaggio sotterraneo, stasera.»
«Di che cosa mai dovrà discutere Joanne Allen con Bryant Blain?» chiese fra sé parlando in tono strascicato e sussurrato.
Rimasi zitto, avendo ricevuto da Joanne il preciso ordine di non rivelare nulla a quell'uomo che non fosse strettamente necessario per la nostra missione.
Nathan Ray era uno degli uomini più influenti di tutta Fyreris: era a capo di una delle organizzazioni più malfamate e segrete di tutto il regno. Nessuno conosceva il vero nome dell'organizzazione, tutti la chiamavano Mano del Diavolo. Forse, erano peggio della Confraternita Oscura.
«Allora accordato» concluse infine, dopo aver mormorato sottovoce per un paio di minuti. «Potrete usare il nostro passaggio.»
***
«Spiegami ancora perché Blain sarebbe implicato in questa vicenda.»
Verso le sei di quella sera, io e Joanne avevamo lasciato la sua casa e avevano raggiunto di nuovo la Bottega dell'Ultima Stella, lasciando da solo tutto il resto del gruppo.
Non erano mancate di certo le domande, la maggior parte poste da Evelyn. Joanne mi aveva detto di non rispondere a nessuno, per il momento: non serviva nulla illudere prima di essere sicuri che la missione stesse procedendo per il verso giusto.
«Dopo ti racconto, te lo prometto» era stata la mia risposta alle continue domande di Evelyn, che mi aveva trattenuto per il braccio come per impedirmi di uscire da quella porta.
Per fortuna Colton Wilson era intervenuto, prendendo Evelyn per la vita è trascinandola indietro, per lasciarci uscire in pace e senza il rischio che qualcuno scorgesse il suo viso mentre aprivamo la porta.
«Lord Blain ha un ruolo fondamentale nella nostra missione, ragazzo» ripeté per quella che mi sembrò la milionesima volta. «È l'unico con il potere di proteggerci mentre raggiungiamo Eylien ed è l'unico che sa davvero i misteri di questa profezia. Non farmi altre domande, ti risponderà lui non appena... Ah eccoci arrivati...»
Joanne alzò il braccio, contrasse le dita in un pugno e bussò quattro volte come le era stato detto di fare. Lo lasciò ricadere solo quando sentimmo dall'altra parte della porta un gran trambusto, segno che avevano sentito il nostro "codice" per entrare.
Dopo un po', la porta si spalancò, rivelando due guardie reali illuminate da due fiaccole. La prima allungò una mano, invitandoci a non fare un solo passo avanti.
«Rivelate le vostre identità» disse, con voce autoritaria.
Fu Joanne a prendere parola per entrambi, armeggiando con la sua veste per estrarre il foglio di pergamena scritto da Ray per assicurare a quelle guardie di non essere degli impostori.
«Joanne Allen e Cesar Soler. Abbiamo chiesto e ottenuto il permesso da Lord Ray per poter usare questo passaggio stasera.»
Mentre parlava allungò la mano con il foglio verso le guardie, che lo afferrarono senza spostare lo sguardo da quello di Joanne. Il Dominus che lo prese lo porse al secondo, che lo lesse in fretta.
«Ci sono la firma e il timbro di Ray» annuì. «Non stanno mentendo, devono vedere Lord Blain.»
«Bene» disse la prima guardia, facendo un passo indietro. «Allora accomodatevi.»
Io e Joanne cominciammo a muoverci in avanti, salendo un gradino ed entrando in quella che scoprii essere una specie di prigione vuota. Avanzammo nel centro della caverna scura e ci girammo a vedere le guardie ricoprire la porta con un armadio.
«Lord Blain sta aspettando delle persone nella sala del trono. Ha dato gli ordini di non poter presenziare al ricevimento e di rimanere silenzio. Le parole di questo incontro non devono uscire da queste mura. A questo punto suppongo siate voi, gli ospiti.»
«Esattamente» replicò Joanne, prima che una delle guardie cominciasse a muoversi.
Cominciò a camminare verso il cuore del palazzo, lasciando indietro l'altra. Noi la seguimmo, camminandoci dietro immersi nel più completo silenzio.
Presto, i muri neri si sostituirono alle pareti di roccia e il pavimento cominciò a diventare più levigato e meno polveroso. Solo dopo aver percorso tantissime scalinate arrivammo nel piano giusto.
Non appena uscimmo dalla porta, già aperta, l'incredibile maestosità dei muri neri e oro mi colpì in pieno.
Avevo visto quella particolarità del palazzo solo dall'esterno e sempre da lontano: il Quartiere di Venere, nel quale ci trovavamo in quel momento, era sempre stato molto lontano da dove mi aveva portato mio padre. Per me era sempre stato una specie di luogo irraggiungibile: un posto che non avrei mai avuto il permesso di visitare.
Eppure, ironia della sorte, ero lì ad osservare quei ricami dorati percorrere in lungo e in largo il muro color nero pece.
Non potei fare a meno di avvicinarmici, mentre continuavo a camminare. Sicuramente, se qualcuno avesse estratto dal muro tutto quell'oro, sarebbe diventato ricco quasi quanto la famiglia reggente di Pyros, non ne avevo dubbi.
Il Dominus cominciò a camminare in corridoi controllati da altre guardie, ferme immobili e con il mento alzato. Decisamente, da Ribelle qual ero, mi trovavo a disagio circondato da tutte quei soldati reali, che per fortuna non portavano il mantello azzurro dell'Esercito Azzurro, ma rosso, tipico della regione di Pyros.
«Eccoci qua» disse ad un certo punto la guardia, interrompendo tutti i miei pensieri. «Qui dentro Lord Blain vi sta aspettando.»
Si era fermato davanti a un grande portone di legno, che dominava tutto lo spazio in cui eravamo sbucati. Girandomi dall'altra parte potevo vedere due scalinate curve gemelle che scendevano fino al piano terra, dove sicuramente si trovava l'atrio del palazzo. Guardando il pavimento potevo quasi immaginare il disegno dorato di una fiamma che avrei visto se avessi guardato a terra da un'altezza diversa.
Joanne si congedò dalla guardia e, dandomi un colpetto sul braccio per invitarmi a seguirla, cominciò ad avanzare verso la sala del trono. Mi mossi a mia volta, chiedendomi che aspetto avesse quella stanza. Non appena varcammo il grande portone d'ebano, trattenni a stento un fischio di meraviglia: era davvero tutto troppo maestoso.
Dal soffitto pendeva un grandissimo candelabro di diamanti neri e di gemme dorate, che illuminava la stanza di una forte luce. Nonostante la sua luce, tutta la stanza sarebbe sembrata molto buia se non ci fossero state le grandi e alte finestre ai lati della stanza, decorate da tende dorate che richiamavano il colore del filo che percorreva i muri. Era una stanza che non sembrava affatto vuota: il lungo tappeto che percorreva tutta la lunga stanza, i quattro troni d'oro massiccio che si trovavano su una piattaforma rialzata e le armature che si trovavano fra una finestra e l'altra riempivano a sufficienza lo spazio presente.
«Sono felice che siate arrivati, anche se non siete passati dal portone d'ingresso.»
La voce di Lord Blain rimbombò per tutta la sala del trono vuota.
Sentii al mio fianco Joanne fare un inchino e io la imitai subito, non essendo abituato a questo tipo di convenevoli. Mi sentivo abbastanza fuori luogo lì dentro, circondato da così tanta ricchezza e prostrato dinanzi al governatore della Regione del Fuoco.
Quando Joanne mi aveva detto che Bryant Blain, il Reggente di Pyros, ci voleva aiutare, ero rimasto sbalordito. Non avevo capito subito quello che aveva detto: mi sembrava così impossibile che una persona così vicina alla corona stesse in realtà cospirando contro di essa. Con le nuove leggi, se il Re avesse ricevuto una voce riguardo alla dubbia fedeltà della famiglia reggente, tutti i Blain sarebbero potuti finire al ceppo, uno dopo l'altro.
«La felicità è tutta nostra, Lord» replicò Joanne, raddrizzandosi e cominciando ad avanzare verso il trono, con me alle sue calcagna.
«Ha portato con sé un ragazzo, come posso ben vedere. Sarebbe uno dei Domini che viaggiano con l'ultimo sole?»
Mi guardò eloquentemente, invitandomi a parlare. E così fece Joanne. Schiarendomi la voce e cercando nel mio repertorio la maniera migliore per rivolgermi a un nobile di quel rango, parlai.
«Sì, mio Lord» deglutii, guardando con la coda dell'occhio Joanne. «Il mio nome è Cesar Soler, sono nato nella cittadina di Lerae. Sto viaggiando da più di dieci giorni con Evelyn Lewis, e da più di un mese con il suo migliore amico, Matthew Davis.»
«Bene, più informazioni abbiamo, meglio è» replicò lui prendendosi il mento fra le lunghe dita.
Lord Blain era un uomo sulla sessantina, un po' più vecchio di Joanne. Come lei, aveva i capelli biondi, ma di un biondo più chiaro. A differenza della maggior parte degli uomini di Elyria, non teneva la barba. Aveva gli occhi scuri, circondati da un po' di rughe. Era un Dominus dalla figura slanciata e possente.
Lasciandomi un po' interdetto, si alzò dal trono, facendo svolazzare il mantello bordeaux. Rimasi un po' spiazzato quando ci invitò a seguirlo in una stanza dietro la sala del trono. Passammo per una porta a due ante dello stesso colore del portone d'ingresso di quella sala e ci ritrovammo in una specie di stanza del consiglio, caratterizzata da un lungo tavolo di legno scuro attorno al quale erano appoggiate non meno di venti sedie.
La sala sarebbe stata vuota se non fosse stato per un vecchio seduto su una poltrona, girata verso il fuoco che sfrigolava nel camino della parete opposta a quella che ospitava la porta. Ci dava le spalle, ma potei notare quanto vecchio fosse dalla testa piena di lunghi capelli tutti bianchi che spuntava dallo schienale della poltrona.
«È finalmente arrivato questo momento.»
Rabbrividii inevitabilmente. Quella voce era forte, grave ed estremamente potente. C'era qualcosa di strano, qualcosa che mi faceva congelare il sangue nelle vene.
«L'ultimo sole si trova in città. L'ultimo sole potrà salvarci.»
Rimasi senza parole quando la poltrona si girò, rivelando il vecchio Dominus in tutta la sua figura. Aveva il volto solcato da molte rughe e i capelli e la barba bianchissimi. Era talmente magro che la pelle sembrava direttamente attaccata alle ossa.
Anche da quella distanza non si poteva non notare i suoi occhi bianchi, totalmente bianchi.
Quell'uomo era cieco.
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