Capitolo 23 • Joanne
«Chi sei?»
Nel parlare, Damian Bennett fu fermo e minaccioso. Il contrario di come sarei stata io se avessi preso parola al suo posto. Colton allungò un braccio e mi portò dietro di lui, come per proteggermi da quella donna sola e disarmata.
Ci volle un po' perchè potessi distinguere il suo volto. Era una signora di mezza età dai capelli biondi raccolti in uno chignon alla base della testa. Aveva i lineamenti morbidi segnati da qualche ruga e le labbra piene. Indossava delle vesti scure pesanti, per contrastare l'escursione termica notturna che riusciva a vincere il caldo dell'Altopiano del Fuoco.
Avevo la vaga impressione di averla già incontrata da qualche parte.
Mi guardai attorno, con la paura che da un momento all'altro spuntassero fuori decine di guardie per catturarci tutti quanti.
«Ve l'ho detto» replicò tagliente. «Elias Karlsen mi ha chiesto di tenere d'occhio la zona, nel caso vi fosse venuta in mente la brillante idea di raggiungere Fyreris. Come possiate essere ancora vivi rimane un mistero: siete stati troppo azzardati, avete messo a rischio la vita dell'ultimo sole e di ogni singolo Dominus di questo mondo.»
«Per quale motivo dovremmo fidarci?» chiese Matt, lanciandole un'occhiata diffidente.
«Giovane Davis...»
Se Matt rimase fermo, senza esternare reazioni particolari, e Colton mi spinse ancora più dietro di sé, bloccandomi con un braccio teso.
«Se hai almeno un decimo dell'intelligenza di cui può vantare tuo padre, capirai che sarebbe impossibile entrare in città senza finire uccisi o catturati.»
La donna parlava con calma, come se non avesse per niente timore di trovarsi davanti a cinque Domini addestrati che si sentivano minacciati dalla sua presenza. Sembrava quasi sicura che l'avremmo ascoltata.
«La decisione è vostra» continuò. «Sono disarmata, escludendo ovviamente il mio elemento. Voi siete cinque giovani ragazzi in età da addestramento accompagnati dall'arma più potente di tutto il regno. Prendere o lasciare, giovani Ribelli. Decidete in fretta.»
Calò il silenzio.
Mi presi qualche tempo per riflettere, arrivando a capire che c'era qualcosa di strano: se avesse già voluto farlo, la donna ci avrebbe già attaccati. Non si sarebbe persa in convenevoli. Per quanto mi sforzassi di allungare l'occhio, non riuscivo a vedere nulla che mi potesse far salire il sospetto che ci fosse qualche guardia appostata.
E poi avevo la fortissima sensazione che quella donna non volesse farci del male e catturarci.
Allarmai Colton quando feci un passo avanti, districandomi dalla sua presa.
«Verremo con te» annunciai, suscitando alle mie spalle una mole di proteste.
«Evelyn...» Sentii Colton afferrarmi per il braccio.
Dovetti fare un passo indietro per evitare di cadere. Tutte le voci dei miei compagni, che cominciarono anche a evocare i propri elementi, si sovrapposero. Ma io ero decisa nella mia decisione.
«Smettetela!» urlai, girandomi verso di loro. «Stiamo facendo troppo casino, attireremo qualcuno in questo modo!»
Si azzittirono tutti, dovendomi dare ragione. Non abbassarono però le loro mani, continuando a tenerle sollevate in direzione della donna, che non aveva smesso di guardarci impassibile.
«Credete davvero che se questa donna volesse imprigionarci, sarebbe venuta da sola senza armi?»
«Sei davvero così ingenua?» replicò acido Bennett, quasi tentato di sferrare quella sfera di energia verde contro la mia testa. «Tu non puoi capire la situazione, non capisci come funziona questo mondo. E non lo capirai mai.»
Improvvisamente, senza lasciarmi il tempo di ribattere, lanciò la sfera scintillante contro la donna.
Agii di istinto, aprendo la mano in direzione di quella sfera, che si stava muovendo a una velocità impressionante contro la Dominus. Con un gesto deciso della mano, controllai la sfera verde di Damian Bennett affinché cambiasse traiettoria.
Sentii una dolorosa scarica di energia concentrarsi lungo il mio braccio sinistro.
Sotto gli sguardi stupiti e increduli di tutti i Domini presenti, la sfera d'energia, diventata di uno strano color nerastro, si schiantò sul terreno e si dissolse in una marea di scintille viola scure.
Calò di nuovo il silenzio. Mi sentii gli sguardi e le espressioni sorprese dei miei compagni addosso. Anche la donna era stupita da quello che avevo fatto.
Era decisamente una cosa strana: quella palla d'energia trasformata mi aveva ricordato in modo terrificante la sera della crisi della paralisi, quando avevo rischiato di fare esplodere il bagno.
Per smorzare l'imbarazzo decisamente inopportuno del momento e sentendomi percorrere il braccio da scariche di energia dolorose, mi ritrovai a parlare.
«Non mi interessa di quello che pensi» dissi, con tutta la decisione che potevo mettere nelle mie parole. «Non rispondo di certo ai tuoi ordini. Sento di potermi fidare di questa donna. Se è davvero stata contattata da Karlsen, allora vuol dire che il vecchio si fida di lei. E io mi fido di Karlsen.»
Districandomi ancora una volta dalla presa di Colton, feci un passo avanti, verso Matt, che aveva ancora un'espressione stupita in volto.
«Matt, sai più che me che sarebbe troppo pericoloso cercare di entrare a Fyreris in questo modo. Potrebbe essere la nostra unica possibilità. Le guardie potrebbero passare di qui da un momento all'altro e a quel punto saremmo spacciati.»
Capivo quello che stessero pensando li altri. Era una mossa suicida, fidarsi così ciecamente di una persona che non avevamo mai visto. Ma il mio istinto mi diceva che potevo fidarmi di quella donna.
Speravo di non sbagliarmi.
«Ho delle risposte da darvi, giovane Davis. C'è qualcuno all'interno della città che vuole vedervi, tutti quanti. Sarete al sicuro, lo giuro sugli dèi.»
A quella sorta di giuramento della Dominus, vidi un'ombra strana passare per gli occhi di Matt. Sembrava stesse per cedere. Vidi quasi a stento Damian afferrare per un braccio il Dominus della Terra, come per farlo ragionare.
«Matthew, ascolta. Sai benissimo che non tutte le persone di questo regno considerano il giuramento sugli dèi così importante e così serio. Possiamo trovare un altro modo per entrare nella città.»
Matt si prese qualche momento per riflettere, senza spostare lo sguardo dal mio.
«La decisione non è nostra» dichiarò infine, girandosi a guardare Bennett.
L'Ibrido lo guardò come se fosse pazzo.
«Ci farà uccidere tutti quanti, Davis» sputò. «Lei e i suoi poteri oscuri.»
«Spetta a lei decidere, Damian» replicò Matt, con uno sguardo di fuoco. «È tutto nelle tue mani Evelyn. Prendi la tua decisione.»
***
«Lo sapevo che avresti preso la decisione giusta, Evelyn Lewis.»
La donna mi riservò un piccolo sorriso nel tunnel sotterraneo che stavamo percorrendo.
Per il momento, nulla mi faceva pensare che il mio istinto mi avesse tradita: nessuna imboscata, nessun agguato e nessuna guardia. C'erano solo le continue e persistenti lamentele di Damian Bennett a darmi su i nervi.
Colton mi stava camminando praticamente addosso, come se fosse pronto a proteggermi da qualsiasi cosa ci si fosse presentata davanti. La sua vicinanza non faceva altro che peggiorare il caldo soffocante che c'era dentro quel tunnel.
Caldo a cui sembravano essere immuni solo Cesar e la donna che ancora non aveva un nome.
Era un caldo soffocante, che però riuscivo a sopportare bene. Molto più che Matt e Bennett, che erano bianchi cadaverici e molto pallidi.
«Spero solo di non dovermi ricredere» replicai, mentre lanciavo un'occhiata preoccupante a Matt.
«Scoprirai ben presto di non averne il motivo.»
«Dove ci stai portando?» chiesi, posando lo sguardo su Colton, che non mi sembrava messo molto meglio degli altri miei compagni.
«A casa mia» rispose. «Per il momento, non possiamo prendere nemmeno in considerazione l'idea di portarvi da qualsiasi altra parte. Dobbiamo organizzare ogni vostro singolo movimento all'interno della città con la massima cautela. Se qualcuno riconoscesse la tua faccia, sarebbe la fine. A quel punto io e i tuoi amici moriremmo e tu saresti portata direttamente ad Ilyros.»
Mi sforzai di allontanare il pensiero, rendendomi conto che, con la decisione che avevo preso poche decine di minuti prima, mi ero caricata della responsabilità della vita di ognuno di loro.
«Tu sembri sapere tutti i nostri nomi, ma noi non conosciamo il tuo. Chi sei? Come fai a conoscere Karlsen?»
«Karlsen e io ci conosciamo sin da quando era a capo della Legione Biancospino. Quando mi ha scritto, non ho potuto dirgli di no» spiegò, prima di voltarsi a guardare Matt. «Sono stata una Ribelle.»
«Quel "sono stata" non... non è molto convincente» disse Matt, facendo quello che sembrò un enorme sforzo per affiancarci.
«Dopo l'esilio non ho più avuto contatti con l'Ordine, giovane Davis. Nel mio piccolo non ho mai smesso di perseguire quelli che erano gli obiettivi originali dei Ribelli. Non ho potuto lasciare la mia vita per un mondo diverso. Non sono stata l'unica ad aver preso questa decisione.»
«Il tuo nome?»
«Joanne Allen» rispose.
Matt non replicò, come se fosse impegnato a cercare nei meandri della sua memoria in cerca di qualche ricordo. Io, d'altro canto, non conoscevo quel nome. Ne ero sicura.
In quel momento mi resi conto che era già metà novembre. Avevamo solo un mese e mezzo per fermare la Caduta. I sintomi sembravano essersi arrestati, ormai era già più di una settimana che non avevo crisi.
«Hai un piano?» le chiesi subito, provando un'irrefrenabile fretta di fare qualcosa.
«Sì, so chi potrebbe aiutarci. È proprio la persona che desidera parlare con voi. Ma ci vuole tempo, deve aspettare qualcosa. Non so nemmeno io che cosa, ma posso assicurarvi che è affidabile. Lui saprà che cosa fare. Elias mi ha scritto che hai appreso le basi sufficienti per gli elementi dell'Aria e della Terra, giusto? Dobbiamo procedere con gli altri due.»
«Sul Fuoco ci sto già lavorando» borbottai.
«Allora il problema rimane l'Acqua.»
«Sì... l'Acqua, il ritrovamento di una delle Vie del Sole, un sacerdote disposto a rischiare la vita, l'arrivare viva e libera alla fine di tutto questo... Il tutto in meno di un mese e mezzo. Facilissimo direi» commentai sarcastica.
Joanne Allen si limitò a girare la testa verso di me, guardandomi in modo strano ma senza dire nulla.
Dopo un'infinità di tempo, ci ritrovammo davanti a un grande portone di legno scuro. Mi fermai a pochi metri dalla porta, rimanendo a osservare Joanne raggiungerla e girarsi verso di noi con la mano sulla maniglia.
«Nessuno entra o esce da questa abitazione. Chi non se la sente può ripercorrere questo percorso a ritroso e ritrovarsi esattamente fuori dalle mura. Da questo momento dovrete seguire quello che vi dirò, per il mio e per il vostro bene. Non conoscete la città nera come la conosco io: qualsiasi passo falso potrebbe mettere seriamente in pericolo la vita degli altri. Perciò, se non vi ritenete così disponibili, abbiate il coraggio di fare un passo indietro» esordì, con la voce che rimbombò in tutto l'infinito tunnel. «Ci troviamo sulla Montagna Rossa, lontani dal centro di Fyreris, ma ciò non ci rende meno sicuri.»
Fece una pausa di qualche secondo, guardandoci uno a uno.
«Avete preso la vostra decisione, dunque» disse infine. «Allora, benvenuti.»
***
Anche se ci trovavamo sulla Montagna Rossa, non faceva quel caldo che c'era nel tunnel che avevamo appena percorso.
La casa di Joanne era particolarmente grande. La casa di una famiglia più che benestante. Scoprii ben presto che si trattasse di una di quelle case-caverne scavate lungo il versante del vulcano.
Sembrava essere una versione cinque volte più grande della caverna di Karlsen. Aveva delle ampie finestre che si affacciavano sulla città di Fyreris, sul lato esterno della casa. Finestre rigorosamente coperte da spesse tende e dalle quali sarei dovuta rimanere più che lontana.
Avevo una marea di domande in testa, a partire dal perchè quella donna avesse un tunnel che percorreva tutta la città fino a casa sua.
Non appena mettemmo piede nell'ingresso, due piani più sopra, ci disse dove avremmo potuto riposare e darci una lavata. Era stato strano sentirselo dire: finalmente potevo farmi una doccia e potevo lavare via tutto quello strato di fango che mi ricopriva da capo a piedi.
Io e Frida avemmo camere diverse, ognuna la propria, mentre i maschi dovettero dividersi in coppie e dormire nelle uniche due stanze rimaste.
Joanne aveva deciso di rilegarmi nella camera in soffitta: una stanza davvero grande ma nascosta da sguardi indiscreti. Mi ero ritirata subito lassù, decisa a farmi una lunga e bella dormita ristoratrice.
Non appena aprii la porta della soffitta, rimasi un po' interdetta. Mi ero immaginata una stanza abbandonata piena di polvere e con un piccolo letto consunto. Di certo non mi ero aspettata di ritrovarmi davanti una camera da adolescente che sembrava essere stata congelata nel tempo.
Il letto, posto nel lato opposto a quello con l'unica finestra presente, aveva una testata a motivi floreali e la trapunta di un rosa pastello. Davanti alla porta si trovava un lungo tavolo bianco che faceva da scrivania, sul quale si poteva vedere un calamaio chiuso. Qua e là si trovava qualche libreria e, per terra, si trovava un tappeto impolverato che richiamava il motivo della testata del letto.
Mi avvicinai lentamente all'angolo dove si trovava il letto, notando che tutto il muro di pietra scuro era solcato da piccole incisioni. Qua e là leggevo parole comprensibili, ma per lo più si trovavano frasi scritte in qualche lingua a me sconosciuta. Non c'era un millimetro libero dalle incisioni, su quella parete.
Joanne doveva avere avuto una figlia.
Non mi avvicinai al muro per paura di sporcare la trapunta con il mio corpo pieno di fango.
Mi guardai ancora attorno, vedendo un grande armadio e una piccola poltroncina di velluto vicino alla finestra, accuratamente coperta da una lunga e spessa tenda bianca.
La cosa che mi mise più gioia, però, fu l'altra porta presente, che sicuramente dava sul bagno. Mi ci fiondai subito, provando la voglia irrefrenabile di buttarmi sotto il getto di acqua così, con ancora quei sudici vestiti addosso.
Non so che cosa mi fossi aspettata, ma decisamente mi stupii di trovare un bagno non poi tanto diverso da quello che avevo a Boston. Non erano poi così tanto arretrati come avevo pensato.
Mi svestii subito, in fretta e furia, buttando quei vestiti ripugnanti nel cestino che si trovava di fianco al lavandino, e mi fiondai subito nella doccia, mettendola calda nonostante non avessi freddo.
Sentire l'acqua scivolarmi lungo il corpo, portando con sé tutto lo sporco, fu come ritornare a respirare dopo una lunga apnea. Rimasi un sacco di tempo sotto quell'acqua, riscaldata sicuramente dal calore della Montagna Rossa.
Ancora mi sembrava strano essere sul versante di uno dei vulcani più grossi di tutto il mondo.
Di colpo ricordai.
«Una famiglia di Fyreris ci ospitò nella sua casa-caverna, alle pendici della Montagna Rossa...»
Le parole del signor Davis mi rimbombarono nella mente, forte e chiare. Mia madre era morta poco lontano da dove mi trovavo. E io stessa ero nata proprio lì, in quel quartiere di Fyreris.
Chissà se Joanne sapeva qualcosa... Forse poteva essere successo lì vicino, forse avrebbe saputo qualcosa che il signor Davis non aveva voluto dirmi.
Uscii dalla doccia con un unico obbiettivo in mente: chiedere a Joanne se sapeva qualcosa. Sicuramente, con quelle domande in testa non sarei riuscita a chiudere occhio.
Dovevo togliermi quella curiosità, nonostante avessi il terribile sospetto che tutta quell'inopportuna euforia sarebbe stata presto sostituita dallo sconforto del ricordare che lei era morta per salvarmi.
Solo quando mi avvolsi nell'asciugamano che trovai nelle ante sotto il lavandino mi resi conto di non avere vestiti da mettermi.
Rimasi avvolta in quell'asciugamano guardandomi allo specchio cercando di trovare una soluzione alla situazione. Avevo decisamente la cera più brutta che avessi mai avuto.
Fu la mia vista a farmi capire di dovermi muovere se volevo beccare Joanne ancora sveglia.
Corsi a piedi nudi nella camera, camminando senza pensare verso il grande armadio, che aprii, trovandolo pieno di vestiti. Rimasi sconcertata quando non vidi jeans e felpe comode: quello che più si avvicinava alla mia idea di vestire erano dei pantaloni stretti neri e una maglia larga dalle maniche lunghe color rosso cremisi.
Misi la biancheria, che trovai in un cassetto lì vicino, e quei vestiti, prima di correre giù per le scale, evitando per un pelo Colton che usciva da quello che supposi essere il bagno principale della casa con un solo asciugamano a coprirli la vita.
«Ei, dove corri?» mi chiese subito, non ricevendo risposta visto che stavo già scendendo l'altra rampa di scale.
Mi catapultai in quella che indovinai essere la cucina con la speranza che lei non avesse ancora deciso di andare a dormire.
Per fortuna, la trovai seduta al lungo tavolo di vetro, intenta a leggere un giornale e a bersi una tazza di tè come se fosse mattina. Venne attirata dalla mia poca delicatezza e alzò gli occhi dal giornale, posandoli su di me con una strana espressione disorientata in volto.
Si riscosse in fretta, nascondendo la sua espressione ai miei occhi e esordendo con un educato: «Hai bisogno?».
Mi ritrovai senza parole, nonostante avessi pensato e ripensato a cosa chiederle innumerevoli volte. Dopo aver aperto e richiuso qualche volta la bocca senza sapere che cosa fare realmente, dissi la prima cosa che mi venne in mente.
«Io sono nata in questa zona.»
«Lo so.» La sua risposta mi lasciò un po' spiazzata. «Lo sanno tutti qui.»
Mi mossi, sedendomi senza essere invitata proprio davanti a lei.
«E tutti sapete dove?»
«Tutti, pochi mesi dopo la tua nascita, videro avanzare... avanzare le truppe ribelli verso quell'abitazione.»
Sembrava quasi che stesse ritornando con la mente a quel fatidico giorno. Mi guardò dritta negli occhi, mentre cominciava a raccontare.
«Era fine febbraio quando successe. Nulla faceva pensare che di lì a qualche ora sarebbe successo. Come ogni altra, monotona giornata d'inverno, stavo raggiungendo l'ospedale dove lavoravo, scendendo la Via del Fabbro. Prima di arrivare all'ospedale, vidi arrivare i Ribelli. Mi chiese cosa fosse successo: la situazione stava già degenerando e ogni membro dell'Ordine rischiava di venir ucciso a vista. Ma nessuno di loro venne ucciso dalle guardie reali e arrivarono nell'abitazione dei signori Shade, una delle ultime caverne della Via del Fabbro, vicino alle grandi forge della città, facendo irruzione e non trovando l'ultimo sole.»
«Trovando solo mia madre.»
Joanne si limitò ad annuire. Io stavo cercando di mantenere il controllo, di reprimere le lacrime che minacciavano di sgorgarmi dagli occhi.
«Le voci sono girate in fretta, la famiglia Shade nascondeva... nascondeva Alya Lewis, Elwyn Davis e i rispettivi figli. Loro avevano detto ai Ribelli che sarebbero andati nel Mondo degli Umani: nessuno se lo aspettava.»
Erano le stesse cose che mi aveva detto il signor Davis.
«Che ne è stato del suo corpo?» domandai atona.
«Il suo corpo è stato sepolto sulla vetta della Montagna Rossa, di fianco al gigantesco cratere, dove riposano i martiri di guerra.»
«Che cosa?» chiesi con un filo di voce, indignata dalla risposta che mi aveva dato. «Mia madre non è stata una martire!»
Mi alzai dal tavolo, arrabbiata per quello che mi aveva detto. Con la voce che tremava, mi ritrovai a continuare a parlare duramente, quasi come se fosse stata colpa sua.
«Mia madre è stata assassinata! Non si è sacrificata per il bene dell'Ordine. Loro... l-loro l'hanno u-uccisa solo perché mi aveva salvata.»
«E credi che io non lo sappia?» ribatté lei, aumentando il tono di voce a sua volta, battendo la tazza sul tavolo e alzandosi dalla sedia. «Credi che tutti noi Ribelli avessimo voluto che succedesse quello che è successo? Non siamo di certo stati noi a decidere che dovesse essere sepolta con i sacrifici umani di questa miserabile guerra.»
«È una presa in giro» mormorai piano. «È stata una fottuta presa in giro.»
«Se fosse stato per me, starebbe riposando fra gli eroi di guerra, Evelyn Lewis» disse più dolcemente. «Sarebbe sul monte Kos, dall'altra parte dell'altopiano, nella Dimora degli Eroi. Per quel che può valere la mia parola, per me tua madre ha salvato questo mondo, proteggendoti da Richard Hole.»
«O ne ha solo rimandato la distruzione» replicai, prima di girare sui tacchi e correre su per le scale, decisa a non mostrarle i miei occhi pieni di lacrime.
***
Solo quando mi sedetti davanti alla finestra della soffitta mi resi conto di come fosse già l'alba. Troppo sconvolta, senza curarmi del fatto che qualcuno potesse vedere la mia testa dalla finestra, spostai la tenda, ritrovandomi davanti l'intera, gigantesca città di Fyreris illuminata dalla debole e rossastra luce dell'alba.
Era la città più straordinaria che avessi mai visto.
Le case erano tutte addossate le une all'altre, ed erano costruite per la maggior parte da pietra grigia scura, che sembrava quasi nera. La città era divisa in due dal fiume Lavaeris, che sembrava brillare alle prime luci del sole.
Qua e là si potevano vedere delle torri più alte, degli anfiteatri e edifici pubblici giganteschi, affacciati su delle piazze immense.
Il mio sguardo cadde poi su quel castello che tanto aveva tormentato i miei sogni.
La Rocca Nera dominava sulla città di Fyreris quasi quanto la Montagna Rossa. L'incredibile maestosità di quella costruzione mi faceva quasi paura. Era un complesso pieno di torri e circondato da alte mura. Il suo colore era ancora vivido nella mia mente da quel giorno della visione: nero decorato da una miriade di fili d'oro. Peccato che da quella distanza sembrasse tutto scuro.
«Posso entrare?» La voce di Matt non mi fece distogliere lo sguardo da quella città, né tantomeno ricoprire la finestra con la tenda.
«Sì.»
«Vi ho sentite urlare. Tu e Joanne» esordì avvicinandosi e lasciandosi ricadere sul pavimento, di fianco a me.
«Nulla di che» replicai. «Le ho solo chiesto una cosa su mia mamma. Mi ha detto... mi ha detto che è stata sepolta in cima al vulcano. Fra i martiri.»
«Mi dispiace.»
«Anche a me. Sopratutto di non poter andare a trovarla» dissi. «Mi sento così dannatamente vicina a lei, Matt, ma non posso nemmeno compiere un passo verso la sua tomba.»
«Ti converrebbe riposare Evelyn» decise di cambiare argomento.
A quel punto mi voltai verso di lui, vedendolo cambiato e vestito con delle vesti grigie scure. I capelli erano ancora leggermente umidi, ma finalmente puliti e privi di fango. Aveva ripreso anche un po' di colorito da quando eravamo usciti dal tunnel.
«Non sei abituato a tutto questo caldo, eh?» lo presi in giro.
«A Telyn nemmeno in estate viene il caldo che c'era in quel tunnel, Eve» replicò, sorridendo lievemente. «E sappiamo tutti che noi Domini della Terra non andiamo d'accordo con il fuoco.»
«Joanne ti ha detto qualcosa?»
«Solo che verso le otto dovrà uscire» rispose. «Non ha detto nient'altro, ma sembra fiduciosa in questa missione. Forse quel Dominus che ci vuole incontrare sa davvero qualcosa sulle Vie del Sole.»
«Sarebbe la nostra unica speranza, a questo punto» replicai rivoltandomi verso la finestra. «Non riusciremmo mai a compiere anche solo un metro fuori da questa casa senza ritrovarci una freccia nella gamba o, peggio, in mezzo alla fronte.»
«Hai fatto bene ad accettare l'aiuto di questa donna Eve. Già attraversare tutto l'Altopiano del Fuoco così poco prudentemente è stato pericoloso, non voglio pensare come saremmo potuti sopravvivere da soli una volta dentro alle mura.»
«Eppure non hai mai detto esplicitamente che ti fidavi di lei.»
«Non mi fido di lei, Eve» mi corresse. «E non mi fido nemmeno adesso, ma so che non ci tradirà. Mi fido del tuo istinto.»
Ripensare al confronto che avevamo avuto con lei fuori dalle mura della città mi fece ripensare a quello che era successo con la sfera d'energia di Bennett.
«Matt?» Dopo un po' di silenzio mi ritrovai ad attirare ancora la sua attenzione. «Cosa pensi che sia successo prima? Perché la sfera d'energia è diventata nera?»
«Non lo so» ammise. «Non ho mai visto nulla del genere, solo i più bravi Domini della Terra riescono a controllare l'energia degli altri, come hai fatto tu. E sicuramente le sfere d'energia non sono mai diventate nere come quella. È successo qualcosa di strano, qualcosa di cui nessuno dei presenti era a conoscenza, tanto meno Joanne.»
«Credi che sia per la Caduta?»
«Non so se centra con la Caduta in sé, Eve» replicò con voce grave. «Ma sicuramente centra con la tua natura di Dominus.»
«C'è qualcosa che non va in me, vero Matt?» gli chiesi girandomi a guardarlo. «Sembro strana anche per essere una Dominus della Luce.»
«Scopriremo perché Eve, te lo prometto.»
Gli rivolsi un piccolo sorriso e lui allungò una mano, stringendomi il braccio come per farmi forza. Si alzò da terra, e si congedò.
«Andrò a dormire un po', Eve. Fai lo stesso, ti scongiuro.»
Ridacchiai piano.
«Ci vediamo fra un po' Matt.»
Non appena fu fuori dalla stanza, mi costrinsi ad alzarmi a mia volta, sgranchendomi le gambe e raggiungendo il largo letto dall'altra parte della stanza, accertandomi di ricoprire bene la finestra con la tenda.
Non appena toccai il materasso, mi resi conto di quanto mi fosse mancato avere qualcosa di morbido su cui riposare: erano settimane che dormivo per terra. Mi girai subito con la faccia verso il muro, portandomi una mano sotto la guancia e ritrovandomi davanti la parete piena di incisioni.
Sollevai subito l'altra mano, sfiorando il muro e tutte quelle scalfitture.
La figlia di Joanne doveva essere stata una ragazza con la testa fra le nuvole, piena di sogni e di speranze: una di quelle ragazze che avrebbero decorato il proprio armadietto scolastico con foto e post-it colorati. Quel muro era un po' lo stesso: c'erano frasi filosofiche, frasi d'amore, cuori, frasi in lingue straniere...
Davanti ai miei occhi c'era un nome, illuminato dalla luce dell'alba che cominciava a entrare dalla finestra, accompagnato da un piccolo cuore.
Era il nome di una stella che mi ricordavo appartenere alla costellazione dell'aquila, una stella che aveva il significato di coraggio e ambizione.
Altair.
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