Capitolo 19 • Le Fauci del Lupo
Al mio cuore mancò un battito.
Rocys era davvero sotto assedio.
Noi eravamo stati solo una settimana prima nei pressi di quel paese. Era la prima volta che pensavo che forse quell'attacco era stato fatto perchè le guardie del Re erano sulle nostre tracce.
La signora che ci aveva aiutato aveva parlato? Le guardie sapevano che eravamo stati lì o era solo una coincidenza?
Le guardie ricominciarono a camminare e Colton allentò la presa. Dopo non meno di cinque minuti abbondanti, ci muovemmo verso la riva del Fiume delle Anime.
Procedemmo lentamente, assicurandoci che le guardie fossero a distanza di sicurezza prima di uscire dall'acqua gelida.
«N-Non può essere v-vero» dissi subito, battendo i denti per il freddo.
Dalla mia bocca cominciavano a uscire piccole nuvolette di vapore. Stavo tremando, scossa da brividi in tutto il corpo.
«N-Non è che sai c-comandare il fuoco?» domandò a sua volta balbettando, alzando le mani e sfregandosi le braccia.
Scossi la testa, mentre il peso di quello che avevo appena sentito mi piombava addosso violentemente. Con un verso di sconforto mi lasciai cadere sulla soffice sabbia della riva del fiume.
«D-Dovrò u-uccidere q-qualcuno» mugolai disperata. «Qualcuno a-a cui tengo. Verremo inseguiti e n-non so se s-sopravviveremo all'inseguimento.»
Colton si sedette di fianco a me, avvolgendosi le ginocchia con le braccia.
«Rivedremo Rose, a-almeno» disse, battendomi maldestramente una mano sulla schiena bagnata. «L-La rivedremo viva.»
Quello, in effetti, mi consolava parecchio. Il pensiero del recente assedio di Rocys e per quello che sarebbe successo, però, mi devastava.
«S-Sai cosa vuol d-dire questo?» ribattei, voltandomi verso di lui. «Che dobbiamo s-seguire il consiglio della E-Evelyn della crisi e andare a F-Fyreris. Proprio d-dove si t-trova la Rocca Nera.»
Continuò con le pacche sulle spalle, senza dire nulla. Parlò solo dopo parecchi minuti, chiedendomi che cosa mi avesse detto la Evelyn del futuro.
«Mi ha detto che a Fyreris succederanno t-tante cose. C-Che incontrerò sia M-Matt che R-Rose e che dovrò essere forte. N-Non mi ha detto q-quando, non ne ha avuto il t-tempo» risposi rabbrividendo.
«H-Ha detto che d-devi essere forte» deglutì. «Credi c-che possa trattarsi di q-quello che succederà a-alla Rocca Nera?»
Lo guardai attentamente. Aveva ragione.
Ma non ci volevo pensare in quel momento. Dovevo concedere a me stessa il beneficio del dubbio. Forse stavo fraintendendo tutto. Non sapevo come, ma forse lo stavo facendo.
Magari le due visioni non era collegate fra loro come sembravano.
C'erano molte, troppe cose che mi portavano a pensare che quella scena alla Rocca Nera sarebbe successa davvero, ma perché preoccuparsi prima del dovuto?
Feci cadere la testa tremante all'indietro e aprii gli occhi verso il cielo limpido di quella notte.
Non avevo mai visto una cosa del genere. In ogni posto in cui ero stata, in cui avevo vissuto, c'era sempre stato troppo inquinamento luminoso per vedere qualsiasi stella che non fosse quella più luminosa.
Lì, lontana da ogni centro abitato, si stendeva sopra di me il cielo più bello che avessi mai visto. C'erano un'infinità di costellazioni diverse e le singole stelle sembravano illuminarsi di mille colori. Erano bianche, oro, purpuree, viola...
Mi ritrovai a fissare le tre lune di Elyria, che fino a quel momento avevo visto solo raramente per via delle nuvole che spesso e volentieri avevano coperto il cielo da quando eravamo arrivati lì.
«Come p-possono essere tre le lune?» domandai.
Colton buttò la testa indietro a sua volta, cercando di reprimere i tremori del corpo.
«Pyropus, Adamas e Margarita.»
«Che l-lingua è?» chiesi sdraiandomi sulla sabbia e sperando che il contatto con il terreno mi donasse un po' di calore.
«Latino. I loro nomi significano rispettivamente rubino, diamante e perla. Margarita, la più grossa, è la stessa luna del Mondo degli Umani. Le altre due sono visibili solo a Elyria.»
Le tre lune erano allineate e disposte in ordine di grandezza. Attorno a loro si stendeva un immenso sfondo di stelle.
Chiusi gli occhi. Sotto un cielo così grande mi sentivo minuscola, insignificante. Lì sotto, riuscivo ancora meno a immaginare di dover portare sulle spalle il peso della salvezza di tutti i Domini di Elyria.
Era troppo.
«S-Sai Evelyn. D-Dovremmo cominciare a i-incamminarci.»
«E come p-pensi di poter camminare in q-questa situazione?» replicai, girando la testa per guardarlo, notando che anche lui si era sdraiato.
«Dobbiamo m-muoverci se non v-vogliamo morire assiderati.»
«Esagerato» ribattei, cominciando a strisciare sulla sabbia per avvicinarmi a lui. «Non faremmo nemmeno un p-passo che cadremmo per terra, a tremare come due p-persone in piena crisi epilettica.»
«E s-sarei io l'esagerato. C-Che stai facendo?»
Posai la testa sulla sua spalla e gli avvolsi il torace con un braccio, nella speranza che potessimo scaldarci a vicenda. Capì in fretta il perchè del mio gesto e mi abbracciò.
«Bella i-idea.»
«Quando n-non sono suicide, l-le mie sono sempre b-belle idee.»
***
Fortunatamente riuscimmo a non addormentarci. Sarebbe potuta finire male se avessimo permesso alla stanchezza e al freddo di farci perdere conoscenza.
Sarebbe potuta finire molto male.
Corremmo per un altro giorno e, calata la notte, ci concedemmo un paio di ore per riposare all'altezza della piccola foce di uno degli affluenti del Fiume delle Anime.
Era passata un'altra giornata senza incontrare Matt e, a ogni ora che passava, sentivo salire l'ansia sempre di più.
Sapevo che non sarei riuscita a dormire: il mio corpo chiedeva pietà a tal punto che non riuscivo a trovare sollievo. La pelle era completamente irritata a causa della sabbia, il freddo mi prosciugava le energie e le corse con il velocista stavano diventando davvero stancanti.
Ma non riuscivo a riposare, a dormire tranquilla senza la paura che qualcuno potesse attaccarci, scoprirci. Come se non bastasse, nella mia mente frullavano mille pensieri che mi rendevano impossibile prendere sonno.
D'altro canto, Colton sembrava essere in grado di riposare. Lo invidiavo molto. Girai la testa verso di lui, osservandolo.
Aprì un occhio di colpo.
«Perchè mi stai fissando?»
«Come fai a dormire?» replicai, raddrizzandomi a sedere e portandomi le ginocchia al petto.
Mi sembrava di sentire ancora il freddo dell'acqua dentro le ossa. Oltretutto, ogni notte le temperature sembravano scendere sempre di più. L'unica cosa che sembrava contrastare il freddo era quella sorta di calore che la terra di Pyros emanava.
«Io non dormo nel vero senso della parola» disse. «È un sonno leggero. Il mio corpo è comunque vigile e pronto ad avvertire qualsiasi movimento e ogni singolo motivo di preoccupazione.»
Non risposi, girando la testa verso la foce del torrente.
«Devi provare a rilassarti, cercando di non pensare a...» Colton si alzò a sedere.
«A cosa?» dissi, appoggiando il mento sulle mie ginocchia.
«A tutto» concluse con un sospiro. «Lo so, è difficile, dannatamente difficile. Ma il tuo corpo ha bisogno di energie, non reggerà ancora per molto questo ritmo. Da quanto non dormi?»
Quella domanda mi prese un po' alla sprovvista. In effetti facevo quasi fatica a ricordare l'ultima volta che avevo dormito. Aggrottai la fronte, prima di capire che l'ultima volta che avevo dormito davvero doveva essere quando ero svenuta a Rocys.
Da quel momento i pochi sonni che ero riuscita ad avere erano stati pieni di incubi, e decisamente non erano stati ristoratori.
«Non lo so.»
«Sì che lo sai.»
«Okay, hai ragione. È da quando sono svenuta.»
«Si vede dalle tuo occhiaie» replicò, alzando un dito e indicando i miei occhi.
In quel momento mi mancò in modo terribile il mio fedelissimo amico correttore, che mi aveva salvato la vita durante tutti i passati anni scolastici. Non riuscii nemmeno a immaginare in che condizioni potessi essere in quel momento: mai prima di allora avevo spinto così in là il mio corpo.
Dopotutto, tutto nel nostro aspetto faceva capire come fossimo messi: avevamo gli abiti strappati, eravamo pieni di fango e sabbia e avevamo i capelli arruffati. Tutto nel nostro viso sembrava urlare a gran voce che eravamo stanchi morti.
«Purtroppo le mie occhiaie mi tradiscono sempre. Sopratutto se non sono coperte da una consistente quantità di correttore» ribattei.
«Dovresti dormire un po'. Non so per quante altre corse potresti resistere.»
«Non riesco» ammisi. «Appena chiudo gli occhi, nella mia testa esplodono le immagini della visione e quelle dell'attacco di Brennan.»
Rimase in silenzio e mi guardò negli occhi.
«Sdraiati, Evelyn. Non chiuderò gli occhi, rimarrò sveglio e controllerò che nessuno si accorga di noi» disse. «Sarai al sicuro.»
Sospirai, buttandomi all'indietro un'altra volta e allungando le gambe sulla sabbia. Mi girai verso di lui su un fianco.
«Ti racconterò una storia» fece, non appena chiusi gli occhi. «Si racconta ai bambini che hanno gli incubi.»
Annuii e mi portai una mano sotto la guancia.
«C'era una volta una piccola... Dominus della Luce...»
Non riuscii a trattenermi dal ridacchiare.
«Sul serio? Ce l'avete tanto con noi Domini della Luce?»
«Si dice la razza del bambino in questione, Evelyn» sbuffò.
«Meno male, avevo paura che aveste un'ossessione per quelli come me.»
«Oh in effetti ce l'abbiamo.»
«Rassicurante.»
«Comunque... c'era una volta una piccola Dominus della Luce che non riusciva a dormire...»
***
Riuscii ad addormentarmi quella notte. E dovetti ringraziare Colton. Si stava dimostrando davvero apprensivo, visto anche il fatto che nessuno gli stava obbligando di portarmi da Matt.
Non mi trattava come se fossi solo un testimone da passare a qualcun altro.
Molte volte mi ero chiesto come potesse essere fratello di Chantal.
Ormai potevo considerare il mio corpo abituato a quelle corse sfrenate, tanto che riuscivo a tenere nello stomaco quelle poche cose che mangiavo.
Mi sembrava di aver perso peso, durante quella settimana abbondante passata a scappare. Non sentivo però la fame: avevo lo stomaco chiuso dall'ansia di non sapere che fine avessero fatto i miei amici.
L'unica consolazione a cui potevo aggrapparmi era quello che la me stessa del futuro mi aveva detto.
Era il quattro novembre: erano passati esattamente tre giorni da quando avevo saputo dell'assedio di Rocys. Da quel momento non avevamo incontrato nessuno e di conseguenza non avevamo avuto notizie.
Colton era stato bravo a farci prendere percorsi alternativi, lontani dalle vie principali e trafficate. Eravamo nascosti, ma avevamo sempre la strada sott'occhio per essere in grado di vedere Matt qualora passasse.
Solo di notte, quando ci concedevamo di camminare e di abbandonare le corse, ci azzardavamo a percorrerla, sperando di incontrare Matt durante quelle poche ore.
La notte di quella limpida e fredda domenica avevo uno strano presentimento.
La crisi successiva si stava facendo aspettare, e questo mi faceva salire ancora di più l'ansia che già provavo. Colton, non essendo abituato alle mie ricorrenti crisi, non sembrava ricordarsi di quel mio piccolo problema.
Che fosse arrivato quel momento in cui le crisi si sarebbero arrestate?
«Dove ci troviamo?»
«Stiamo per arrivare alle Fauci del Lupo, il punto in cui il Fiume delle Anime si biforca in due» disse, con uno strano tono di voce.
Sembrava che ci fosse qualcos'altro che non volesse dirmi. Capii cosa aveva deciso di omettere: se non avessimo incontrato Matt in quel momento, sarebbe significato che lui non stava percorrendo quella strada.
Mi rifiutavo di pensare che potesse essere caduto fra le mani delle guardie reali. Era Matt, era troppo intelligente anche solo per prendere in considerazione l'idea.
Rimasi in silenzio, mentre in lontananza cominciavo a sentire l'inconfondibile rumore di cascate. Di grandi, gigantesche cascate.
Rimasi a bocca aperta quando, da lontano, vidi la strada cominciare a curvare e a inclinarsi sensibilmente. Sospirai meravigliata.
«Sono per caso le cascate del Niagara?»
Colton rise, muovendo la mano per invitarmi ad andare a vedere. Non valutando i rischi e sentendomi autorizzata dal suo invito, cominciai a correre freneticamente giù dal sentiero, seguendo la curva che assumeva per circondare le cascate.
Correre così, senza essere in groppa a qualcuno e senza farlo a velocità prossime a quelle della luce, mi fece sentire libera.
Come mi ritrovai all'altezza delle cascate, mi girai verso destra, per osservare quella meraviglia.
Il vapore usciva dall'acqua e sembrava illuminarsi nella notte alla luce delle lune. Solo quando raggiunsi metà della discesa riuscii a vedere: il fiume si divideva in due cascate gigantesche, che cadevano per metri e metri fino a raggiungere il letto dei due nuovi torrenti che prendevano vita dal Fiume delle Anime.
Chissà che effetto avrebbe fatto vedere uno spettacolo del genere con i colori e i profumi della primavera. Era una delle cose più affascinanti che avessi mai visto.
Ricominciai a correre giù per il sentiero, arrivando finalmente in fondo nel terreno pianeggiante. Avevo il fiatone, ma non stavo così bene da settimane.
In quel momento ricordai che quella era la mia terra, la regione in cui ero nata. Lì, non molto lontano, si ergeva la mia città natale. Mia madre era crescita nella Terra del Fuoco e, sicuramente, era stata lì almeno una volta.
Per la prima, vera volta da quando ero arrivata a Elyria, provai una sensazione strana. Cominciavo a sentirmi parte di quel mondo assurdo e magnifico.
Il Regno di Elyria era la mia patria tanto quanto lo era di Colton, di Matt e di Rose.
Tutta quell'euforia fu smorzata quando venni colpita da un giramento di testa. Ovviamente, tutto doveva essere rovinato da una crisi.
L'aria abbandonò quel residuo biancastro che aveva all'inizio della discesa e prese un colorito dorato, completamente innaturale.
Non avevo mai provato una sensazione del genere. Mi sembrava di essere stata portata improvvisamente in una realtà ultraterrena. Mi sentivo leggera, come una piuma pronta a essere trasportata via dalla prima, debole corrente d'aria che mi avesse colpito.
Di colpo mi sentii più fiduciosa, sentii di potercela fare a superare quella missione suicida.
Io ce la posso fare.
Nella mia mente passò un'immagine fugace, che mi lasciò interdetta quando chiusi gli occhi per assecondarla.
Mi ritrovai di colpo teletrasportata in luogo completamente diverso da quello in cui mi trovavo. Davanti agli occhi mi si distese l'acqua.
Avevo i piedi nudi, mi trovavo sul bagnasciuga di un mare freddo e pulito, limpido. Alzando lo sguardo, in lontananza potevo vedere la costa di un'altra terra e, spostandolo più a destra, potevo vedere un lungo e imponente ponte bianco che collegava quella specie di isola al posto in cui mi trovavo.
Solo poco dopo mi accorsi di stare tenendo qualcuno per mano.
Riconobbi subito la mano, resa callosa e ruvida da anni di allenamenti. Sentii una morsa al cuore, girandomi a posare lo sguardo sulla sua faccia.
Aveva un'espressione fiera e risoluta. Lo stomaco mi si serrò quando lo vidi fare un cenno di assenso con la testa, come se mi volesse chiedere se fossi pronta.
Non feci in tempo a parlare che il mio corpo si mosse da solo, assecondando il suo.
I nostri piedi si mossero veloci sull'acqua, prima che ci tuffassimo.
Fu come se entrassi davvero nell'acqua: sentii un incredibile freddo addosso, paragonabile a quello che avevo provato pochi giorni prima.
Aprii gli occhi, mentre la sensazione di potenza e di infallibilità che avevo provato prima mi abbandonavano in fretta, lasciandomi vuota e depressa come se mi avessero negato una droga da cui ero dipendente.
Era così che mi ero sentita: drogata.
Cercando di reprimere le lacrime di frustrazione per quello che avevo visto, mi girai, dando le spalle a quelle cascate che avevano scatenato la crisi. Alzai una mano per asciugare le lacrime e provai a fissare un punto per evitare di scoppiare a piangere.
Avrei fatto in tempo a nascondere il mio viso a Colton?
Improvvisamente nell'oscurità sentii muovere qualcosa. Serrai gli occhi, sbigottita, presa totalmente alla sprovvista. Cercai di convincermi di aver sentito male, quando il rumore inconfondibile di passi diventò più forte.
Solo dopo vidi le fiaccole.
Stavolta, non c'era nessun Colton a trascinarmi dentro alle gelide acque del fiume.
Mi girai velocemente verso il sentiero che avevo appena sceso, sperando che Colton fosse vicino a me, a prendere in mano la situazione. Ma lui non c'era,: evidentemente se l'era presa molto comoda.
Mi accorsi tardi dell'orribile verità: quella volta, le fiaccole che si illuminavano in lontananza erano quattro.
Sarei dovuta scappare, ma il mio corpo sembrava aver perso ogni capacità motoria. L'unica cosa che feci fu prendere dalla mia cintura il pugnale che mi aveva dato il vecchio giorni prima.
«Dobbiamo fermarci, conosco una radura qui vicino alle Fauci de Lupo. Potremmo accamparci qui. Non mi sembra il caso di continuare: siamo tutti sfiniti e privi di energie. Dobbiamo riposare, farò io il primo turno di guardia» quando la voce acuta di una ragazza risuonò nel silenzio della notte, capii che erano troppo vicini per scappare.
Avevo perso tempo prezioso e ormai ero spacciata. Erano quattro Domini,: sarebbero sicuramente riusciti a fermare la mia fuga.
Rischiai di lasciarmi sfuggire un urlo acuto quando sentii afferrarmi per la bocca e per la pancia all'improvviso. Spalancai gli occhi, ma riuscii a soffocare il grido che minacciava di uscire dalla mia bocca solo quando capii che si trattava di Colton.
Quando sentii la voce del ragazzo che rispondeva a quella Dominus, quasi risi per il sollievo. Mi sentii liberata da un grandissimo peso sulle spalle, mentre per poco non scoppiavo a piangere per la gioia.
«Raggiungiamo prima le Fauci del Lupo, dobbiamo riempire le brocche d'acqua.»
Quando lo sentii parlare, non riuscii a trattenermi dal tirare un calcio contro il ginocchio destro di Colton.
Dovevo correre da lui, dovevo farlo assolutamente.
Colton, preso alla sprovvista, allentò la presa e io riuscii a divincolarmi da lui, cominciando a correre come una forsennata, con le lacrime, ora di gioia, agli occhi.
Corsi verso di lui, in quello che agli occhi di Colton poteva sembrare un gesto suicida. Ma era tutt'altro.
Stavo correndo incontro alla mia ancora, a una delle persone che, in poco tempo, era diventata una delle più importanti della mia intera vita.
Mi videro quando fui a poco più di qualche metro di distanza. Una fiaccola cadde a terra, rischiando di far prendere fuoco all'erba secca di quella regione.
Sarebbe successo se non fosse stato per il reattivo Dominus del Fuoco che faceva parte del quartetto.
Mi buttai contro il mio migliore amico con un grande slancio, gettando le braccia al suo collo e abbracciandolo forte come se non lo vedessi da anni. Scoppiai a piangere sulla sua spalla, mentre lui mi stringeva talmente forte come se non avesse più intenzione di lasciarmi andare.
«Sei qui, sei qui...» dissi contro la sua spalla, fra un singhiozzo e l'altro.
«Sono qui Eve.»
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