Capitolo 18 • Fuga
Da Dominus dell'Aria che si rispetti, mi sarei dovuta immaginare quello che mi sarebbe aspettato, quello che avrei affrontato. Ma anche in quel momento, per quanto riuscissi a sforzare la mia mente, non riuscivo a pensare a una tortura peggiore di quella.
Le immagini confuse di quei giorni di inferno non abbandonavano mai la mia mente. Sulle braccia e sulle gambe sentivo ancora il dolore dei tagli e dei lividi giganteschi che mi ero procurata durante il viaggio, anche se i guaritori avevano curato il più delle ferite.
Ripensai a William. Nel corso degli anni mi ero ritrovata a odiarlo per i più svariati motivi. Ma mai lo avevo fatto come in quel momento.
Gli dei solo sapevano quello che mi avrebbero fatto non appena fossi stata considerata sufficientemente forte da poter affrontare un interrogatorio.
Da quando mi avevano sbattuta in una cella delle più profonde segrete della Reggia Azzurra, avevo cercato di capire come avrei potuto evadere. Non sapevo da quanto ero lì, avevo perso la cognizione del tempo.
E non sapevo nulla di Evelyn e della fine che aveva fatto. Non sapevo dove si trovasse, né con chi fosse. Non sapevo se fosse ancora viva...
«Merda» imprecai, lanciando un piccolo sassolino contro il muro della cella che avevo davanti.
Era capitato tutto troppo in fretta, e ancora non riuscivo a capire come avessero fatto a trovarci a Brennan. Era stato un attacco premeditato, non una ronda casuale che sarebbe stata più che plausibile durante una serata di festa.
Qualcuno aveva cantato.
Ma ogni nome che potesse venirmi in mente lo scartavo un secondo dopo: mi sembravano uno meno probabile dell'altro.
In lontananza sentii il trillo di una campana, che segnava il cambio turno.
Se solo avessi saputo ogni quanto suonava, avrei potuto riacquistare un minimo di cognizione del tempo. Avrei potuto aggiungere questa informazione a quelle che già sapevo.
Per esempio, avevo capito che la guardia che stava presiedendo quel blocco in quel momento veniva chiamata Pallido.
Mi trovavo in una delle celle destinate ai prigionieri di massima sicurezza e non riuscivo a vedere nulla, assolutamente nulla che non fosse la luce che proveniva dal corridoio.
Era successo poche volte.
Solitamente la guardia del blocco, costituito da uno spazio circolare su cui si affacciavano le celle, rimaneva celata nell'ombra. Avevo solo potuto intuire che si sedesse esattamente al centro dello spazio.
Mi alzai con grande sforzo dal letto di pietra della piccola cella e raggiunsi le sbarre, tenendomi comunque a distanza di sicurezza. Quello in cui mi trovavo era uno dei blocchi destinati ai Domini dell'Aria, e almeno il cinquanta per cento di tutto quello spazio era fabbricato con il legno tossico per la mia specie.
Era tutto estremamente soffocante.
«Scricciolo.»
Mi misi immediatamente sull'attenti: era raro che sentissi parlare qualcuno.
«Finalmente il tuo primo, vero, turno di guardia?»
La voce di quello che supposi essere proprio Pallido rimbombò in tutte le celle. Sentii gli altri prigionieri riscuotersi e raggiungere le sbarre come avevo fatto io.
«Sì, ma a differenza tua sono già consapevole che non dovremmo proferire parola, qui dentro...» rispose una voce stizzita e quasi acida. «In nove mesi qui dentro tu avresti già dovuto saperlo.»
Seguì qualche istante di silenzio, carico di tensione. Ero sicura di aver già sentito quella voce.
Improvvisamente un urlo assordante squarciò il silenzio e io mi paralizzai. Qualcuno si era avvicinato troppo alle sbarre. Cercando di ignorare i gemiti di dolore di quel prigioniero, concentrai tutta la mia attenzione sulle guardie.
A sinistra, da dove sentivo sempre entrare e uscire lo scalpitio dei passi, c'era una fiaccola accesa, a cui dovetti abituare i miei occhi.
«Beh, è peggiore il tuo errore» replicò. «Non si entra con una fiaccola. Abbiamo l'ordine di celare i nostri volti.»
La voce di Pallido era ferma, ma tradiva il fatto che stesse cominciando a dubitare della situazione.
«Ti sei tradito troppo presto» continuò. «Dov'è Scricciolo? Che ne hai fatto di lui?»
«Credo che tu lo scoprirai molto presto.»
Nessuno di noi se lo aspettava.
Il bagliore fioco della fiamma della fiaccola lasciò il suo supporto e, a una velocità impressionante, andò a colpire in pieno viso Pallido. Un urlo di dolore rimbombò e io cominciai ad avvertire una grandissima differenza di ossigeno, che era stato bruciato dal fuoco.
Capii solo in quel momento che non si era trattato di una fiaccola, bensì della fiamma di un Dominus del Fuoco.
Si scatenò il finimondo.
Urla e grida di dolore per il legno tossico riempirono il silenzio, impedendomi di capire davvero quello che stava succedendo.
Chi era quel Dominus? Perchè aveva appena ucciso un'altra guardia.
Eravamo nella caserma maggiore di Ilyros, la caserma più protetta e sicura di tutto il mondo. Non poteva succedere qualcosa del genere lì dentro.
Altri rumori di passi risuonarono nella confusione. La breve ed eroica missione di quella guardia, qualsiasi essa fosse, avrebbe visto molto preso la sua fine.
Quello che successe dopo mi lasciò decisamente interdetta.
Non sentii il rumore di combattimento, non sentii le guardie dei blocchi vicini e quelle di ausilio accorrere per vedere che cosa fosse successo.
Cominciai piuttosto a vedere delle fiaccole muoversi nell'oscurità.
Socchiusi gli occhi, per niente pronti a tutta quella luce accecante.
Il mio entusiasmo si smorzò sul nascere, quando misi a fuoco le persone che erano entrate. I colori bordeaux e nero mi saltarono subito all'occhio: la Confraternita Oscura.
A quel punto non riposi troppa speranza. Era sicuramente una missione di salvataggio individuale.
Le fiaccole si avvicinarono alle sbarre della mia cella. Quando un Dominus del Fuoco allungò la mano verso di me, strizzai ancora gli occhi. La luce mi impedì di mettere a fuoco la sua faccia.
Sentii una risata soffocata provenire da quel confratello. Una risata che mi fece aggrottare la fronte estremamente confusa. Solo quando spostò la sfera di fuoco a lato della sua testa, lo riconobbi.
Aprii la bocca quasi sconvolta e il mio stomaco si serrò di colpo.
Ero senza parole.
«Bingo» disse il ragazzo, prima di rivolgersi ai suoi compagni, urlando per sovrastare il casino. «È qui, disattivate i blocchi della cella e gli incantesimi di protezione! Fate presto!»
Rimasi ferma, ancora incredula della piega che aveva preso quella situazione. Avvertii l'incantesimo di protezione dissolversi nell'aria, mentre fissavo la Confraternita Oscura impegnarsi a disintegrare le sbarre della mia cella.
«Abbiamo un quarto d'ora di tempo prima che si attivi l'allarme, Shaun» urlò una voce lontana.
«Stai indietro» mi ordinò la voce di Spencer - o qualunque fosse il suo cognome - ma lo stavo già facendo.
Ci tenevo alla mia vita, non volevo esplodere con la cella.
Solo allora realizzai che qualcuno aveva pronunciato il Sacramento Nero per liberarmi. O che la Confraternita Oscura lo stesse facendo per qualche ragione di tornaconto personale.
Il fuoco di quattro Dominus si abbatte contro il legno di rovere, bruciandolo e rendendomi libera. Fottutamente libera dalle celle più impenetrabili di tutto il regno.
Non diedi il tempo a nessuno di dirmi di muovermi. Come ho detto, ci tenevo alla mia vita.
Mentre Shaun apriva la bocca per parlare, mi mossi verso di loro, tanto veloce quanto il mio corpo debilitato mi permettesse.
Sorrise quando vide che gli stavo correndo incontro. Incontro a lui e a tutta la Confraternita Oscura. Afferrai in fretta il pugnale che mi stava porgendo, senza farmi troppe domande.
Mi sentii finalmente meno oppressa dal potere tossico del rovere e mi mossi verso l'uscita seguendo una consorella alta e mingherlina. Non pensai ai prigionieri che fino a un momento prima erano stati miei compagni di disgrazia.
Nemmeno un po'.
Stavo facendo l'egoista, lo sapevo. Ma mai avrei messo la vita di sconosciuti davanti alla mia.
Quello sarebbe stato più il gesto di qualcun altro. Un gesto alla Evelyn.
Non appena uscimmo dal blocco di celle in cui ero stata imprigionata, le urla disperate e supplicanti dei prigionieri si affievolirono. In quel momento dubitai che fosse la realtà: forse era un sogno, forse mi sarei svegliata nel giro di qualche minuto fra i quattro muri venati di rovere di quella cella.
Corremmo per un dedalo infinito di corridoi e scalinate, evitando e saltando i corpi svenuti o senza vita delle guardie messe fuori gioco dai confratelli.
Mi sembrava troppo bello per essere vero. E, sopratutto, mi sembrava troppo facile. Tutto dannatamente troppo facile. Lo sapevo io e lo sapevano loro che non sarebbe durata.
Sfoderarono le armi e io strinsi di più il pugnale che mi era stato consegnato.
Non mi ero resa conto, là sotto, di quanto fossimo in profondità. Avevamo già salito una ventina di rampe di scale diverse.
Avevo il fiatone quando la prima consorella mise piede nell'ultimo pianerottolo di marmo bianco.
In quel momento il mondo sembrò esplodere.
Mi ritrovai di colpo buttata in un combattimento all'ultimo sangue, nel gigantesco atrio della caserma maggiore della Reggia Azzurra.
«L'allarme non funziona, non funziona! Qualcuno vada ad avvertire le altre caserme!»
Ma chiunque cercasse di avvicinarsi all'uscita della caserma maggiore veniva fermato da confratelli. Confratelli e consorelle che sembravano moltiplicarsi in numero sempre di più.
Ovunque mi girassi mi ritrovavo davanti agli occhi un confratello impegnato in uno scontro contro una guardia reale.
C'erano Domini a terra, morti o troppo feriti per potersi rialzare in piedi.
Shaun mi afferrò per un polso e prese a trascinarmi in mezzo al combattimento, verso l'uscita. Cercai di fare il mio meglio per evitare attacchi, sfere di fuoco, di energia e qualsiasi altro elemento.
L'assenza di forti scosse di terremoto mi fece capire che confratelli Domini della Terra stessero trattenendo i poteri delle guardie per evitare di far accorrere rinforzi.
A quel punto saremmo morti tutti.
Eravamo arrivati quasi all'uscita, quando sentii un dolore acuto in mezzo alle scapole. Trattenni a stento un urlo e Shaun si girò verso di me.
Evocò subito il suo elemento verso quella guardia, che però si difese con uno scudo di acqua in modo tempestivo.
Sentii il rivolo di sangue caldo fra le scapole proprio nel momento in cui lo scudo si dissolse al contatto con il fuoco. Strinsi i denti per il dolore, mentre la presa di Shaun sul mio braccio si serrava ancora di più.
Con la mano libera continuò a combattere, ma era in svantaggio contro l'elemento dell'Acqua.
Cercai allora di ignorare il dolore che cominciava a diventare insostenibile e, con uno slancio, presi alla sprovvista la guardia e lo stesso Shaun. Mi liberai dalla sua presa e usai il mio elemento per rendermi veloce con una saetta.
La guardia non se lo aspettava, non dopo la ferita che mi aveva provocato. Ero alle sue spalle, con il pugnale insanguinato in mano, quando quella cadde a terra, portandosi le mani alla gola.
Non feci in tempo a girarmi verso Shaun che quello mi riprese per mano e ricominciò a guidarmi in mezzo alla folla. La mia vista si annebbiò per il dolore insostenibile del taglio, ma resistetti.
Il prezzo che avrei dovuto pagare per cedere sarebbe stato la morte.
Uscimmo dalla caserma maggiore e la calma che trovammo mi sconvolse. Guardai il cielo stellato: negli ultimi giorni mi ero convinta che non lo avrei più rivisto.
Il confratello continuò a correre e io mi resi conto che eravamo rimasti solo noi due. Gli altri erano ancora dentro, a trattenere le guardie per darci più tempo.
A ogni passo che facevo era sempre più difficile ignorare il dolore. Non mi accorsi nemmeno di stare cadendo per terra, né che la mia guancia sfregò contro il soffice prato della Collina dell'Imperatore.
Davanti ai miei occhi socchiusi si ergeva una Reggia Azzurra rovesciata di lato. Era la cosa più bella che avessi visto. Ero felice che l'ultima cosa che avrei visto prima di morire sarebbe stata quella.
«Alzati...»
Cercai di farlo, le mie mani premettero debolmente contro il prato. Ma non mi alzai nemmeno di un millimetro.
Ammirai un'ultima volta la Reggia Azzurra e ringraziai gli dei di avermi permesso di tornare a Elyria, prima di svenire.
***
La schiena bruciava. Dèi se bruciava.
Attorno a me c'era un grande via vai di persone. Raramente qualcuno diceva qualcosa che non fossero istruzioni mediche riguardo alla mia salute.
Nel dormiveglia, sentii ripetere le mie condizioni per l'ennesima volta.
«Il taglio era profondo, ma non troppo. Non da metterla in pericolo di vita almeno. Il fatto che fosse di legno di rovere, però, ha creato piaghe e ustioni considerevoli nel taglio. Siamo riusciti a togliere le schegge di legno, ma non sappiamo quando si sveglierà. Il suo corpo era già destabilizzato dal viaggio con il velocista da Brennan a Ilyros. Non trattano bene i prigionieri in viaggi del genere. Sopratutto se sono Ribelli.»
Cercai di aprire le palpebre per svegliarmi e capire dove mi trovassi. E, sopratutto, capire con chi fossi.
Ero quasi sicura di trovarmi in una delle basi della Confraternita Oscura, ma non volevo crederci davvero.
«L'importante è che resti viva. Gli altri diecimila ori ci servono» disse una voce femminile, dura.
«È viva e tale rimarrà, precursore» replicò l'altra persona. «Non vanificheremo la morte di tutti i confratelli caduti in battaglia.»
Sentii il rumore di passi e la stanza ripiombò nell'assoluto silenzio.
Non so dopo quanto tempo riuscii ad aprire gli occhi. Non appena misi a fuoco la stanza in cui mi trovavo, mi ritrovai di colpo più sollevata. Non ero più in cella. Non era un sogno.
Ce l'avevo fatta. Ero fuori.
Mi ritrovai a tossire e storsi il viso in una smorfia per il dolore che seguì. Sentii solo in quel momento la fascia che mi avvolgeva tutto il torace.
Ricordai la sera precedente.
«Finalmente ti sei svegliata.»
Non mi ero resa conto di avere qualcuno seduto ai piedi del letto in cui ero sdraiata.
Cercando di non contrarre il viso per il dolore, mi raddrizzai e appoggiai la schiena sulla testiera del letto. Mi pentii amaramente di quel movimento nello stesso momento in cui la mia schiena toccò il legno duro.
Shaun Spencer si alzò e si apprestò a venirmi in soccorso, prendendo dei cuscini in più e posizionandomeli fra la schiena e la testiera del letto.
Era strano vederlo con addosso l'armatura leggera della Confraternita Oscura. La sera prima aveva indosso i vestiti da guardia reale. Sapevo che apparteneva a loro, mail suo aspetto mi aveva lasciata un po' interdetta.
«Ti fa male?» mi domandò, prendendo una sedia e sedendosi lì affianco.
«No» dissi subito.
Lui fece un piccolo sorriso. Era cambiato poco dall'ultima volta che lo avevo visto. Portava solo la barba un po' più lunga, ma per il resto era sempre lo stesso. Se non fosse che lo stavo guardando con occhi completamente diversi.
Era uno sconosciuto. Un assassino.
«A mentire fai schifo. È chiaro che ti faccia male.»
«Non voglio convenevoli, Spencer» replicai, acida. «Dimmi perchè sono qui e per quale ragione mi avete liberata.»
«Salvata da tortura e morte certe, vorrai dire» mi corresse. «Carino da parte tua ringraziarci così.»
«Non voglio ringraziare qualcuno che mi ha salvata solo per tornaconto personale. Ho sentito parlare la cifra che guadagnerete.»
«Mi sembra giusto» commentò. «Ebbene, Rose Ward, qualcuno ha voluto che tu scappassi dalla caserma maggiore di Ilyros. Noi siamo solo i mercenari della commissione.»
«Chi?»
«Mai sentito parlare di segreto professionale?»
Presi un respiro profondo, irritata.
«Okay, va bene. Qualcuno mi ha voluta fuori dalle prigioni. Ma perchè?»
«Non ne so nulla, Ward» replicò alzando le mani e ridacchiando. «Non facciamo domande, sopratutto se il pagamento è sostanzioso. Non voglio comunque negarti quanto il precursore sia felice di avere in una delle basi una delle persone più vicine all'ultimo sole.»
«Una volta facevi parte di queste persone, Spencer» sbottai. «Interessante come tu passi dal scopartela a fare come se non l'avessi mai conosciuta.»
Shaun non ebbe reazioni particolari a quello che dissi. Si limitò a guardarmi negli occhi in attesa che continuassi.
«Sai, una volta non mi dispiacevi» rivelai. «Tu, o almeno così credevo, non volevi imprigionarla come quell'altro.»
«Esilarante come abbiate cercato di tenerla lontana da quell'altro» rise. «Fallendo miseramente, dovrei aggiungere.»
Per quanto mi fosse possibile, raddrizzai la schiena e alzai il mento. Non permettevo a nessuno, tanto meno a lui di giudicare quello che avevo fatto. Anche se aveva ragione.
Avremmo potuto, avremmo dovuto fare decisamente meglio.
Pensai a Evelyn. Non sapevo che fine avesse fatto, dove si trovasse e se fosse ancora viva. Il pensiero che le fosse successo qualcosa mi attanagliava lo stomaco.
Io l'avevo convinta a uscire quella sera, ero stata io.
Allontanai il pensiero: non poteva esserle successo qualcosa. Evelyn stava bene: se così non fosse stato, lo avrei saputo.
«Dove mi trovo?» mi ritrovai così a chiedere, sollevando la testa e girandola per guardarmi attorno.
Mi sentivo in trappola: avevo la sensazione di essere fuggita da una gabbia solo per entrarne dritta in un altra.
«Siamo sotto la capitale, sotto l'impianto fognario.»
Ridacchiai nervosamente, sentendomi di colpo più oppressa, sentendo il bisogno di aria.
«Che giorno è? Sapete qualcosa di Evelyn?» domandai.
«È il sei novembre» rispose. «E so che Evelyn non è stata catturata.»
Presi un respiro di sollievo e lo guardai dritta negli occhi.
«Bene. Ora però voglio che tu mi dica perchè diavolo mi trovo qui e cosa avete intenzione di farne di me.»
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro