Capitolo 16 • Sacramento Nero
«Muoviti troia.»
Quell'insulto rude, ringhiato aspramente, mi fece corrugare la fronte e voltare di scatto. Al cuore mi mancò un battito quando vidi una giovane Dominus dai capelli scuri incespicare su se stessa spinta dalla guardia.
No, non può essere lei. Hanno detto che non sono riusciti a catturarla, mi ritrovai a pensare.
Il corpo della ragazza era coperto da una misera tunica di lino sporca che nascondeva giusto il necessario della corporatura formosa. Le mani e i piedi erano imprigionati dentro manette di ferro strette.
La riconobbi solo quando, storcendo la faccia in una smorfia, alzò la testa. Era troppo orgogliosa per cadere e dare la soddisfazione al velocista che era con lei.
Spalancai gli occhi non appena vidi in che condizioni fosse. I capelli erano così sporchi e pieni di fango che del loro colore rosso non si vedeva più niente. Gli occhi erano segnati da due profondissime occhiaie blu e tutto il suo viso era pieno di lividi e tagli.
Nonostante questo, i suoi occhi verdi erano vigili e attenti.
«Ti ho detto di muoverti!» ringhiò il velocista, con un'altra forte spinta che, questa volta, costrinse la ragazza a mettere tutto il proprio impegno per non cadere a terra.
Fu a quel punto che mi feci avanti.
«Tenente velocista» lo chiamai riempiendo la voce di autorità.
La mia voce li fece fermare entrambi. La Dominus alzò la testa, scioccata nel vedermi quanto lo ero io nel vedere lei.
Senza riuscire a nascondere un po' di nervosismo, il velocista prese parola.
«V-Vostra altezza. Ai suoi ordini...»
Non guardai la ragazza, simulando proprio quello che in realtà avrei dovuto provare: odio, impassibilità nei suoi confronti. Il William che avrebbe voluto vedere mio padre, quello che avrebbe considerato i Ribelli come un oggetto.
«Lasci a me la ribelle» dissi. «Lord...»
«Milton» rispose.
«Perfetto. Mi consegni le catene, tenente Milton» dissi allungando la mano.
«M-Ma vostra altezza. Speravo di poterla p-portare io al cospetto di v-vostro padre» balbettò. «La taglia in palio per un ribelle è molto... molto alta...»
«Mio padre è occupato con una lunga riunione del consiglio e ha delegato a me l'onore di... beh, come dire, accogliere i nostri ospiti» dissi calcando sulle mie parole. «Sono ordini chiari e precisi.»
«Ma, vostra altezza...»
«Osa contraddirmi?» sibilai, socchiudendo gli occhi. «Osa contraddire il suo futuro re?»
Milton sembrò subito molto più in ansia. Mi consegnò in fretta le catene che tenevano la ribelle legata. Notai subito come il velocista indossasse dei guanti protettivi e capii subito il perchè quando vidi delle venature di legno di rovere all'interno del metallo.
La pelle della giovane Dominus dell'Aria era completamente piena di piaghe.
«È congedato, tenente» dissi poi.
Senza farselo ripetere due volte, il velocista si inchinò in fretta e poi cominciò a correre giù dalla collina. Rimasi a vederlo scomparire in lontananza, verso la città.
«Will, ti prego...»
Stupidamente, la prima cosa che mi colpì fu il fatto che, dopo anni, mi avesse chiamato proprio Will.
Provai una tentazione fortissima di liberarla dalle catene e di lasciarla scappare. Ma c'erano un migliaio di cose che mi frenavano.
Quel velocista di cui avevo già dimenticato il nome sapeva benissimo che ero stato io a prenderla in carico, e, sicuramente, non se lo sarebbe scordato tanto in fretta.
Anche se la mia parola batteva quella di un semplice velocista, sapevo che mio padre avrebbe indagato sulla questione. E io non avrei avuto prove per giustificare la sua fuga. Non in quella occasione.
Sfinita, Rose Ward barcollò e io dovetti allungare le braccia per sostenerla.
«Will...»
La sentii sprofondare di più tra le mie braccia.
«Troverò il modo di farti uscire di qui» le sussurrai piano. «Ma non ora, ora non posso.»
Non seppi se Rose mi avesse sentito. Quando riposai lo sguardo sulla sua faccia lei era svenuta.
La presi fra le braccia e allungai lo sguardo verso la via che scendeva lungo la Collina dell'Imperatore. Dovevo ricordarmi che Evelyn non era lì con lei.
Sentii a stento il sibilo nell'aria che anticipava l'arrivo degli altri velocisti con i Ribelli. Stavo già portando Rose dentro le mura, sapendo in partenza quanto sarebbe stato difficile farla scappare viva dalle segrete impenetrabili della Reggia Azzurra.
***
Mia madre mi venne incontro nel lungo corridoio dei nostri appartamenti, chiamandomi con voce preoccupata.
«William!»
«Madre» replicai formale, cosa che non capitava a meno che non fossimo in pubblico. «Devo darmi una ripulita.»
Lei alzò un cipiglio, fermandosi a pochi passi da me. Raddrizzò la schiena e mi guardò dall'alto in basso, anche se la superavo in altezza di una testa abbondante.
«Scusami, mamma» dissi, sentendomi vagamente in colpa. «Sono stanco e devo prepararmi per gli interrogatori.»
«La conosci, vero?» domandò prendendomi alla sprovvista. «La ribelle che hai portato tu stesso in caserma. Sembra che ti abbia turbato.»
«Non ti nego di conoscerla» risposi. «Ma non sono turbato, come ti ho detto, sono solo stanco.»
Mia madre rimase impassibile, squadrandomi da capo a piedi con lo sguardo.
«Era a Boston, mamma» continuai per cercare di tranquillizzarla. «Nella mia stessa scuola. Sono stato sorpreso di vederla, ma non ci ho mai parlato davvero.»
La guardai, cercando di capire se fosse convinta o meno.
«Appena vedi Gwenyth, le potresti dire di venire a bussare alla mia porta? Devo parlarle.»
Sapevo che avrei trovato un'espressione di rimprovero nel suo viso. E infatti ebbi ragione. Ma non me ne importai, cominciando di nuovo a camminare.
Entrato in camera, mi svestii completamente, buttando nel cestino dei panni sporchi i vestiti pieni di fango. Entrai nel grande bagno deciso a lavare via ogni residuo di sporcizia che mi portavo dietro dall'allenamento di quella mattina e il fango che mi aveva macchiato i vestiti quando avevo portato Rose in braccio.
Misi a riempire la vasca, imprecando per l'assenza di una comoda doccia, e ripensai a quello che era appena successo.
Dopo l'allenamento, avevo raggiunto subito le mura della reggia per ricevere i velocisti e i Ribelli. Erano stati momenti particolarmente agitati e, quando avevo visto Rose, mi era caduto il mondo addosso.
Come la Dominus dell'Aria era svenuta, me l'ero caricata sulle braccia e, sotto gli sguardi di tutte le guardie, dei funzionari e dei nobili presenti nel cortile, l'avevo portata mio malgrado dritta alle caserme.
Quando avevo attraversato la porta della caserma maggiore, le guardie all'ingresso mi erano venute subito incontro, con un sorriso a trentadue denti che mi ero visto costretto a ricambiare.
«È la prima» avevo annunciato. «È in brutte condizioni, rimettetela in sesto per poterla rendere in grado di affrontare l'interrogatorio. Dopo averla fatta visitare, rinchiudetela in una cella. Sapete voi quale.»
Avevo portato con le mie stesse mani Rose nell'infermeria, in cui avevo intravisto qualche guardia ferita. L'avevo adagiata su uno dei letti riservati ai prigionieri, in fondo. A quel punto non avevo fatto altro che andarmene.
Quando la vasca fu piena, mi ci immersi e cominciai a lavarmi, sfregando il fango secco. Ero stanco, stavo dormendo poco e il mio corpo e la mia mente fremevano per allontanarmi dalla capitale e andare a cercare Evelyn immediatamente.
Ero uscito dal bagno e avevo appena fatto in tempo a infilarmi i boxer, quando pugni prepotenti sbatterono contro il legno della porta.
Andai ad aprire a Gwen, facendola entrare nella mia stanza anche se non avrei dovuto farlo. Gwen era una nobile ragazza ancora nubile e non doveva rimanere da sola con me.
Sarebbe stato così se solo a lei ne fosse importato qualcosa.
«Che cos'è successo?»
«Sono arrivati i Ribelli» risposi mentre continuavo a vestirmi.
«E?»
«E hanno preso Rose Ward.»
Gwen fu presa alla sprovvista dalla mia risposta ed evidentemente il suo cervello fu in grado di elaborare solo un'informazione.
«La tua ex?»
Sbuffai esasperato.
«Sì, sì. Proprio lei. Ma non è questo il punto. Rose è la migliore amica di Evelyn e come tale saprà sicuramente qualcosa sui progetti che la riguardano» spiegai. «Devo farla evadere?»
«Sei pazzo» mi fermò subito. «Se già l'aver parlato con Davis è considerabile un infimo tradimento alla corona, questo cos'è?»
«Hai ragione» convenni, abbottonandomi la larga camicia che portavo sotto l'uniforme e andando ad appoggiarmi contro la scrivania. «Ma non posso lasciarla lì a marcire o a morire per le torture che le riserveranno. Non me lo perdonerebbe mai, e nemmeno io riuscirei a perdonarlo a me stesso.»
«Non vuoi avere la coscienza della morte della sua migliore amica.»
«Anche. Ma non voglio nemmeno che Rose muoia. Non se lo merita.»
«È una follia» scosse la testa. «Se qualcuno dovesse scoprirti... qui non c'è in gioco solo la tua corona, c'è in gioco la tua vita. Se qualcuno dovesse scoprirti, potresti essere tu a finire sul ceppo al posto suo.»
«Non posso permettermi di non rischiarlo. Sarà l'ultima cazzata che farò. Te lo prometto, Gwen.»
«Non prometterlo a me, Will» sospirò. «Promettilo a te stesso.»
***
Quando la mattina dopo mi ero svegliato, dopo un breve sonno tormentato, l'unica risposta al problema mi era arrivata spontaneamente. Mi ero stupito di non averci pensato prima.
Mi ero alzato dal letto prima che il sole sorgesse, valutando tutti i pro e i contro di quello che avrei fatto.
Sono le persone più discrete che io possa mai assoldare, mi ero ripetuto più volte nel corso di quella giornata. Sono i più competenti. Se non ci riescono loro, nessuno può farlo.
Mio padre, dopo aver valutato le condizioni fisiche dei Ribelli, reduci da un viaggio così debilitante che alcuni stavano lottando ancora fra la vita e la morte, aveva deciso che gli interrogatori avevano ancora bisogno di qualche preparativo.
Inutile dire che i velocisti che avevano consegnato il proprio ribelle praticamente morto avrebbero avuto a che fare con l'ira del Re. Gli servivano vivi, non morti e completamente inutili per le informazioni.
«Rum» ordinai alla cameriera della Locanda Mezzaluna, nel povero Quartiere Perla di Ilyros, a nord della città.
Mi trovavo in uno dei numerosissimi tavoli di legno di quella grande taverna, quella sera. Con tutta quella confusione e ringraziando il fatto che la maggior parte delle persone lì dentro fosse sempre ubriaca, speravo che il mio incontro passasse un minimo inosservato o che comunque non suscitasse troppe domande indesiderate.
Ero solito andare lì con Juliet, proprio per quello. Non ci tornavo da una vita.
«Immediatamente, vostra altezza» replico, la giovane cameriera, facendo un piccolo inchino e diventando paonazza per l'imbarazzo di ritrovarmi davanti.
Se fossi stato il William di Boston, probabilmente l'avrei trattenuta. Era giovane, con dei lunghi capelli biondi cenere raccolti in due trecce e con l'irresistibile aria da innocente. Ma lì, in quel posto e con ben altre cose a cui pensare, non mi voltai nemmeno a guardarla quando si allontanò per raggiungere il bancone.
Una volta le taverne erano la mia casa. Ci avevo passato innumerevoli sere a bere e a intrattenermi con le persone, che fossero altri uomini ubriachi o anche solo simpatici osti.
Mi ero intrattenuto con molte ragazze, prima di conoscere Juliet.
«Ecco il vostro rum, vostra altezza» mormorò emozionata la stessa cameriera poco dopo.
Sbatté il bicchiere così forte sul legno che un po' del contenuto schizzò fuori.
«S-Scusatemi... Scusatemi davvero. I-Io non intendevo sporcarvi...»
Trattenni l'irritazione per la macchia scura che ormai decorava la manica della camicia bianca.
«Non c'è nessun problema» dissi però. «Vada, le garantisco questa macchia non sarà un problema per me.»
Alzai lo sguardo sulla ragazza, notando solo allora che non dovesse avere più di quindi anni, sedici al massimo. A Elyria era più normale che le famiglie povere facessero lavorare i giovani della propria famiglia invece che mandarli a studiare nelle accademie.
In effetti, per la media, quella ragazzina che mi guardava come se fossi la persona più pericolosa del mondo era già abbastanza grande.
«Davvero, signorina. Le macchie sulle camicie non sono una novità per me» dissi, cercando con tutta la mia forza di volontà di farle un occhiolino per rassicurala. «Anzi, direi che sono come una vecchia amica.»
Lei sorrise piano.
«T-Torno subito con uno s-straccio.»
In risposta, però, tirai fuori uno di quei fazzoletti di stoffa che per abitudine mi portavo dietro. Ringraziai l'educazione da principe. Sotto gli occhi sorpresi della ragazzina, asciugai tutto.
Afferrai il bicchiere ormai mezzo vuoto e glielo porsi.
«Portamene solo un altro» le dissi porgendole anche otto argenti, sufficienti a pagarle due bicchieri di rum.
Non che a me cambiasse qualcosa, anzi. Molti, però, andavano in quelle locande dei quartieri povere sopratutto perchè le bevande costavano davvero poco.
Lei annuì, afferrò le monete e se ne andò in fretta, tornando in tempo record con il bicchiere pieno. Lo appoggiò con estrema delicatezza davanti a me. Poi si allontanò, lasciandomi da solo con il mio rum.
Rimasi da solo per poco, in effetti.
«Non avrei mai pensato che sarebbe stato questo il nostro prossimo incontro» esclamò una voce vagamente familiare.
Alzai le sopracciglia sorpreso. Non feci in tempo ad alzare lo sguardo che quel Dominus si lasciò ricadere sulla sedia davanti a me.
Portava la barba tenuta un po' più lunga del solito e indossava i vestiti tipici di un rispettabile uomo di Elyria. Ma non avrei mai potuto non riconoscerlo.
Cercai di ignorare la rabbia che cominciava a salire e l'irritazione per il fatto che avessero deciso di mandare proprio lui.
«E io non avrei mai pensato che avrebbero mandato te, Spencer» replicai. «Se così ti devo chiamare ancora.»
Lui sorrise piano, sporgendosi in avanti sul tavolo e appoggiandovisi con i gomiti.
«Allora...» esordì, mettendo in volto quell'insopportabile sorrisetto che non gli si addiceva per nulla. «Cosa spinge il famoso e amato erede al trono a chiamarci?»
Shaun Spencer era diventata una delle persone che più disprezzavo al mondo nel momento stesso in cui Davis mi aveva riferito di lui e di Evelyn.
Sorseggiai il mio rum prima di rispondere.
«Sai, quando mi hanno detto che facevi parte di questa famiglia... è così che vi riferite alla vostra compagnia, giusto? Beh, ci ho creduto a stento.»
«Arriviamo subito al sodo, altezza» disse, incrociando le dita. «Perchè il principe ereditario avrebbe sentito il bisogno di chiedere aiuto alla mia famiglia?»
«Devo fare evadere una persona» dissi, quasi sussurrando, ma abbastanza forte perchè mi sentisse. «Dalle prigioni della caserma maggiore della Reggia Azzurra.»
Spencer alzò le sopracciglia, preso alla sprovvista.
«Sono sorpreso, non lo nascondo. All'inizio avevo pensato che ci avessi chiamati per richiedere un contratto. Magari non lo so... per far fuori la tua futura sposa» ridacchiò piano.
Bevvi un altro sorso e lo guardai in attesa che continuasse.
«Una richiesta molto complicata da realizzare, lo sai?»
«Ovviamente. Come anche so che siete gli unici a poterla eseguire.»
«E hai ragione» disse, facendomi rilassare leggermente. «Non credo che per te sia un problema il pagamento, quindi passiamo oltre. Chi devi fare evadere.»
«Rose Ward» risposi.
«Non ci credo» quasi rise, sussurrando incredulo. «La rossa si è fatta catturare nell'imboscata di Brennan?»
Annuii, prima di girarmi e di raccogliere la borsa scura che mi ero portato dietro. La aprii ed estrassi un grande malloppo di carte. Sapevo già di stare offrendo alla Confraternita Oscura un grande tesoro.
Gli stavo dando in mano le mappe di quell'unica caserma e degli ambienti esterni del castello, ma era già abbastanza. Probabilmente, in futuro, la cosa mi si sarebbe ritorta contro.
Avevo scritto sopra le carte tutto quello che pensavo potesse essergli utile. Al resto dovevano pensarci loro. Gliele porsi e lui le afferrò, avendo il buon senso di non aprirle lì in mezzo a tutti.
«La vostra fedeltà vacilla, vostra altezza?» domandò divertito, mentre riponeva le mappe dentro a una saccoccia.
«Affatto» replicai convinto. «Salvo solamente una vecchia amica da morte assicurata.»
«È solo questo, davvero?» continuò con ilarità. «Qualsiasi altro principe sarebbe solamente felice di avere la ragazza più vicina all'ultimo sole prigioniera nelle sue segrete.»
Mi trovai costretto a fare un sorriso tirato, mentre serravo la stretta sul bicchiere di rum.
«Avevo sempre sentito parlare di voi come una famiglia riservata e discreta» replicai stizzito. «Non dovrebbero interessarvi i motivi per i quali voglio Rose fuori dalla prigione.»
«Stava diventando una chiacchierata interessante, Cole» ribatté. «Devi proprio rovinare tutto così? Quando potremmo invece brindare a Boston e alle meravigliose ragazze che c'erano lì.»
Aprì le braccia e io mi irritai ancora di più. Le nocche divennero bianche.
«Boston non mi manca affatto» mentii guardandolo dritto negli occhi.
«Ah no? Mi era sembrato che tu ti fossi proprio divertito lì. Con Rose, con Bella, con Evelyn...»
Sbattei il bicchiere sul tavolo per interromperlo. Mi stava provocando, era chiaro, e ci stava riuscendo benissimo.
«Sei qui per provocarmi?» gli chiesi lo stesso, guardandolo minaccioso.
Non cambiò espressione di una virgola.
«Qualcuno qui sa qualcosa» disse, sempre ridacchiando.
«Non provocarmi» dissi, alzandomi dalla sedia e puntandogli un dito addosso. «Solo un briciolo residuo di buon senso mi sta frenando dallo spaccarti la faccia.»
«Oh per l'amor degli dei» si alzò a sua volta. «Mi vuoi far credere che a te, a te, la persona che dovrebbe volerla imprigionare più di ogni altra cosa importa qualcosa di lei?»
Rimasi un attimo in silenzio.
«Non me ne importa assolutamente nulla» replicai lentamente, scandendo ogni parola.
Prima che potesse replicare, presi dalla pesante borsa una piccola saccoccia piena di corone d'oro.
«Dovrebbero bastare, per il momento» dissi acido. «Duemila ori. I restanti diecimila a missione compiuta. Avete un giorno di tempo per avviare l'operazione. Dopo sarà troppo tardi.»
Gli buttai le corone d'oro sul tavolo, finii di bere il rum in un sorso e uscii da quella taverna.
La fredda aria di novembre mi colpì in pieno, ma con tutta la rabbia che avevo addosso non me ne accorsi nemmeno. Pochi secondi dopo la voce strascicata di Weston ruppe il silenzio della notte.
«Non ci credo» biascicò. «Ci vedo bene? Will, sei proprio tu?»
Alzai gli occhi al cielo e imprecai sottovoce. Perchè aveva deciso di venire a prendere un altro bicchiere proprio in quella locanda sperduta del Quartiere Perla?
«Non ho tempo da perdere, West» dissi. «Dove l'hai lasciata la tua compagnia?»
Mio fratello incespicò davanti agli occhi e quasi mi cadde addosso. In quel momento sentii un brivido di freddo percorrermi la spina dorsale.
Era arrivato da un vicolo lì affianco e io non lo avevo visto. Dovetti allungare le mani e sorreggerlo per non farlo rotolare a terra.
«Non lo so» rise. «Saranno rimasti al ponte...»
Si girò a guardare il vicolo da dov'era venuto, indicando il buio. Capii che non avrei potuto lasciarlo lì in balia di se stesso, anche se West se la sapeva cavare da solo.
«Andiamo, West» dissi, cominciando a muovermi. «Andiamo a casa.»
Rimasi stupito quando vidi uscire delle nuvolette di vapore dalla mia bocca, poco dopo. Mi fermai di colpo, rischiando di fare cadere mio fratello.
Mi si aggrappò addosso e io, quasi tremando, mi mossi di nuovo trasportandolo di peso. Avevo una brutta sensazione addosso. Dovevo tornare a casa, e in fretta.
Procedetti relativamente veloce verso la Reggia Azzurra, mentre il freddo cominciava ad aumentare a ogni passo che facevo. Ricordai improvvisamente il fiume e la nave, non potendo cominciare a credere che quello che stavo sentendo fosse collegato ai due episodi.
Che cosa mi sta succedendo?
Cominciai a battere i denti involontariamente, mentre sentivo a stento mio fratello continuare a blaterare cose senza senso. Non riuscii ad ascoltarlo: ero troppo preso dal capire per quale motivo mi stessi sentendo in quel modo.
Presto, con il freddo che mi invadeva come se mi stesse congelando velocemente ogni singola cellula del corpo, cominciai a sentire una grandissima e opprimente stanchezza.
«Will, mollami» la voce di mio fratello, stranamente autoritaria, mi arrivò forte e chiara.
Ma stavo già cominciando a perdere i sensi.
Lo sentii dimenarsi sotto la mia presa e allontanarsi da me di colpo, che barcollai.
«Cazzo, William» disse, lucido come se si fosse buttato addosso un secchio d'acqua gelata capace di svegliarlo un minimo dalla sbronza. «Stai congelando.»
Senza ormai West che mi impediva di cadere, mi ritrovai a terra con il mondo capovolto. Con la guancia premuta contro la strada lastricata, vidi con gli occhi socchiusi la mia mano appoggiata alla pietra e rimasi sconvolto.
Attorno a quella si stava propagando qualcosa di bianco. Del ghiaccio, del ghiaccio bianco che rifletteva la luce delle tre lune che splendevano piene in quella notte serena.
Fu l'ultima cosa che vidi.
***
«Non sapevo chi chiamare!»
«Razza di idiota! Qualche guaritore, forse? Per gli dei, che cosa cazzo sta succedendo?»
«Eravamo qui entrambi, ci siamo incontrati davanti alla Locanda Mezzaluna... credo. E poi ci stavamo avviando... oh no... dei.»
Nella notte risuonarono dei passi svelti, seguiti subito dal rumore inconfondibile di conati di vomito.
«Cazzo, Weston» la voce femminile, piena di rimprovero e di incredulità, si allontanò. «Quanto hai bevuto? Dei...»
Dovevo solo aprire le palpebre, svegliarmi. Dovevo dire a mio fratello e a Gwen che stavo bene, che dovevano dimenticare quello che avevano visto.
Di colpo venni rivoltato e fatto sdraiare sulla schiena. La mano che si staccò dal ghiaccio fece quasi male, come se si fosse incollata.
Quasi male.
Se stranamente qualsiasi altra persona non avrebbe più sentito la mano, per me non era così. Era stato più come se fosse l'interruzione di quel contatto a recarmi dolore.
Furono i piccoli, ma decisi schiaffi di Gwen ad aiutarmi ad aprire gli occhi. Le palpebre sembravano essere state cucite fra di loro. Mi ritrovai a guardare la faccia cinerea e pallida di Gwenyth, a pochi centimetri dalla mia.
«Brutto bastardo, mi hai fatto venire un infarto» sospirò sollevata.
Richiusi stancamente gli occhi, mentre la mia bocca si tirava in un piccolo sorriso.
Mi faceva male la testa, ma il freddo opprimente che mi aveva consumato tutte le energie cominciò a dileguarsi.
«Ti rendi conto di essere più freddo di un ghiacciolo?» disse, battendo la mano sul mio petto.
Si chinò in avanti.
«Ti rendi conto che non è la prima volta che ti succede?» mi sussurrò all'orecchio, mentre sentivo Weston avvicinarsi.
Sperai che fosse così debilitato dall'alcol per non dare troppa importanza a quello che era appena successo.
«Se dovete fare cose, questo non sono né il momento né il luogo adatti» esordì con voce stanca.
«Sono felice che tu ti sia ripresa dalla sbronza» commentai, aprendo gli occhi.
Gwen si alzò da terra, guardando mio fratello in cagnesco com'era solita fare.
Weston era chiaramente in post sbronza e io non potei fare a meno di chiedermi quanto tempo fosse passato da quando avevo perso coscienza.
Abbastanza da farlo riprendere un po', pensai, mentre i miei occhi si muovevano frenetici per permettermi di fare mente locale.
«Quanto tempo è passato?» chiesi mentre mi tiravo su a sedere.
«Sono le quasi le quattro di notte» rispose Gwen. «Fra poco tempo le guardie prenderanno le postazioni diurne. Will ci dobbiamo muovere e arrivare alla Reggia Azzurra prima che si accorgano che siete fuori dai letti. Non credo che vostra madre ne sarebbe felice.»
Annuii e mio fratello allungò una mano per aiutarmi ad alzarmi. L'afferrai e presto fui di nuovo in piedi. Mi pulii le mani piene di polvere sui pantaloni. West e Gwen mi stavano guardando come se stessi per sentirmi male da un momento all'altro.
«Vogliamo andare?» dissi, schiarendomi la voce e cominciando a camminare, ignorando la testa che pulsava.
Rimanemmo tutti e tre in silenzio. Se West faceva fatica a camminare per via di tutto l'alcol che stava smaltendo, per me era come se non fosse successo nulla.
Stavo bene. A parte il mal di testa, mi sentivo sveglio come non lo ero mai stato.
Arrivammo alla Reggia Azzurra ed entrammo da una porta secondaria, sul retro del grande castello. Cercando di non far rumore, sgattaiolammo su per le scale.
Sapevo che Gwen avrebbe voluto parlare, riflettere assieme a me riguardo a quel problema che ormai avevo da un po' di tempo. Ma non avevo voglia di sentire domande a cui non sapevo dare una risposta.
Presi velocemente la via della mia camera, dando per scontato che lei interpretasse questo mio comportamento come la volontà di rimanere da solo a riflettere.
Ci misi un attimo a mettere a fuoco la mia stanza, quando entrai. Era immersa nel buio della notte. Potevo vedere solo le sagome scure dei mobili e dei libri lasciati sparsi per la stanza.
Allungai una mano e accesi la luce, alla quale i miei occhi dovettero abituarsi. Quando misi a fuoco, ricordai di aver lasciato i libri che avevo usato per il rituale troppo in vista. Non li avevo lasciati spalancati sul pavimento, ma erano comunque troppo esposti sulla mensola vicino alla scrivania e appoggiati sul comodino.
Sarei dovuto andare a riporli in fretta.
Mi avvicinai piano, maledicendomi per la mia sconsideratezza ancora una volta: quei libri erano stati alla mercé di servitori pettegoli per un giorno intero, da quando avevo compiuto il rituale, ormai ventiquattro ore prima.
Afferrai uno di quei tre tomi scuri, non potendo fare a meno di chiedermi se quel rituale fosse centrato qualcosa con il mio svenimento: magari farlo mi aveva indebolito troppo.
Il rituale si chiamava Sacramento Nero.
Consisteva nel posizionare sul pavimento un cerchio di candele e accenderle secondo una precisa successione nel buio più completo. Mentre si accendevano bisognava pronunciare un testo contenuto nelle pagine di uno dei libri.
Accese tutte le candele bisognava sedersi in mezzo al cerchio, finire di pronunciare il rituale e dichiarare ad alta voce ora e luogo dell'incontro, per organizzare un colloquio con loro, che avrebbero deciso la validità o meno della commissione.
Capii che non era stato il rituale a farmi svenire.
Era qualcosa di più, qualcosa che né io né Gwen riuscivamo ad afferrare. Ci stavo pensando da giorni, ma non riuscivo a trovare una spiegazione al problema.
Avevo bisogno di risposte e l'unica strada da seguire che mi venisse in mente era quella di Edvard il Cieco.
Fortunatamente la mia partenza era stata fissata per il giorno dopo. Avrei avuto un alibi per la futura fuga di Rose, anche se non ne avrei avuto bisogno. Nessuno avrebbe comunque osato sospettare di me.
Nessuno tranne mio padre.
La prospettiva di andare a cercare Evelyn e di trovarla prima delle guardie del regno mi metteva un po' l'anima in pace. Al suo pensiero mi venne in mente la strafottente e irritante faccia di Shaun.
«Questa ragazza mi distruggerà» pensai ad alta voce. «Ed io distruggerò lei.»
L'opzione migliore era la peggiore, ma sapevo che era l'unico modo per salvare me stesso da questa situazione.
Evelyn non doveva più occupare i miei pensieri come io non dovevo più occupare i suoi.
Avrei dovuto dimenticarmi di lei.
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