Capitolo 12 • Accordo
Ci sedemmo in una piccola caverna del tempio, attorno a un falò che il Dominus del Fuoco aveva improvvisato sul momento. Eravamo tutti irrequieti e ci guardavamo con occhi scettici, pieni di domande ancora senza risposta.
Gwen era di sicuro quella che ci stava capendo meno di tutti: guardava Cesar Soler e quell'altro come se fossero le persone più strane e pericolose che ci potessero essere al mondo.
Era molto più all'erta di quanto non fossi io.
In altre circostanze mi sarebbe anche solo sembrato assurdo un quadretto così: due Ribelli seduti a parlare civilmente, o quasi, con due nobili di Elyria. Uno dei quali era il figlio dell'uomo che li voleva morti più di qualsiasi altra cosa.
Stavo fissando negli occhi Davis, in attesa che mi desse delle risposte.
«Dov'è?» mi ritrovai a chiedere, chinandomi in avanti sul fuoco.
«Secondo te lo dico proprio a te?» replicò, ricambiando lo sguardo.
Cercai di mantenere la calma e di essere ragionevole.
«Hai detto che è a Elyria» dissi lentamente, con voce controllata. «Ma non ho capito per quale dannata ragione l'abbiate portata nella tana dei leoni.»
«Ti propongo una cosa» disse lui lentamente. «Scopriamo le carte in tavola. Ti diremo tutto se voi farete lo stesso. Con un'unica eccezione ovviamente: non ti diremo dov'è Evelyn.»
Lanciò un'occhiata veloce verso Gwen, evidentemente domandandosi se fosse il caso che lei rimanesse lì. Lei fece per parlare, ma io la precedetti.
«Gwen resta» dichiarai. «Mi fido di lei come di nessun altro.»
«Anche Cesar» replicò, annuendo. «Premetto che Evelyn si trova in un posto più che sicuro, protetta.»
«Sempre che non faccia cazzate.»
«Rose dovrebbe tenerla d'occhio ventiquattr'ore su ventiquattro» replicò, in un modo così convincente che mi fece dubitare seriamente della sua intelligenza tanto chiacchierata.
«Sul serio credi che Rosie sia una persona affidabile?» gli chiesi, quasi incredulo.
Lui scrollò le spalle in risposta.
«Anzi, probabilmente si trova con lei adesso. Mio padre mi ha chiesto di non mandarle messaggi, di non scriverle e di non tenerla aggiornata su quello che stiamo scoprendo, visto che si deve concentrare sull'allenamento.»
Sentii nascermi in gola una domanda, che provai a fermare e a trattenere.
Invano.
«Lei sai che sto bene?» gli chiesi sottovoce, sapendo quanto potessi sembrare stupido.
«Non lo so» rispose. «Non ne sono sicuro. Non ne parla. Penso che il tuo piano di allontanarla da te abbia avuto l'effetto che desideravi. Sta cercando di dimenticarti.»
Corrugai la fronte a quella risposta. Ero sollevato nel sapere che Evelyn stava cercando di prendere le distanze da me, ma non mi piaceva il fatto che Davis avesse capito come stessero le cose in realtà.
«Come...»
«Non è difficile da capire» mi interruppe, anticipando la mia domanda. «Hai fatto tutto ciò che non dovevi fare. Tieni troppo a lei e per questo motivo hai provato ad allontanarla e poi l'hai salvata. Per questo motivo sono sicuro che terrai per te ciò che ti dirò e non ci consegnerai.»
Rimasi in silenzio, preso alla sprovvista da Davis. Era davvero frustrante che avesse intuito quello che avevo avuto intenzione di fare. Dovetti ammettere che il mio gesto non era così complicato da interpretare da chi era a conoscenza della situazione generale.
Sperai vivamente che questa cosa non mi si sarebbe ritorta contro in futuro.
«Propongo di mandarle un messaggio anonimo anche se non dovremmo farlo. Credo che finché non avrà la certezza che tu stia bene, che ti sia rimesso, non riuscirà a concentrarsi veramente su se stessa. Prova sentimenti più forti per te di quelli che lascia vedere.»
Lo guardai attentamente, prima di rispondere.
«Mandale un giglio bianco» sospirai. «Con i tuoi poteri. Se non capirà subito, avrà il modo di riflettere.»
Fu così che, sotto gli occhi scettici di Gwen, Davis si ritrasse dal fuoco e puntò una mano aperta sul terreno lì di fianco a noi. Fece sbocciare un piccolo giglio bianco, che sparì inghiottito dal terreno poco dopo.
«Non voglio che Evelyn sappia quello che ho fatto e perchè l'ho fatto» gli dissi convinto. «Anche se ormai non si tratta più dell'incantesimo, deve provare meno cose possibili nei miei confronti. Anche il più piccolo sentimento potrebbe avere conseguenze devastanti.»
Davis annuì, prima di parlare.
«Confidando nel vostro silenzio, vi comunico che noi siamo qui per trovare una delle Vie del Sole.»
«Perchè dovete recarvi a Eylien?» domandai confuso.
«Per fermare la Caduta sono necessari i Marchi. E il modo più sicuro per farglieli avere è andare nella Terra Dimenticata» rispose. «Questo tempio è il nostro punto di partenza.»
«Avete trovato qualcosa?»
«Non ancora» ammise. «Ma abbiamo esplorato meno della metà. Per questo motivo sono fiducioso.»
Dovevo ammetterlo, non avevo pensato ai Marchi. Era chiaro che per fermare la Caduta Evelyn dovesse averli, dovesse arrivare ad avere un controllo sui sui elementi.
Sperai vivamente che i Ribelli avessero un piano per evitare che cadesse.
Davis si sistemò gli occhiali tondi sul naso, irrequieto.
«Non è tutto» ammise. «Siamo qui, o meglio, sono qui anche per la Profezia del Sole.»
Sentii Gwen irrigidirsi e muoversi a disagio al mio fianco.
Avevo sbagliato, Liet aveva sbagliato: non eravamo gli unici a sapere della vera Profezia del Sole. Feci il finto tonto, non avendo comunque ancora la conferma che Davis si stesse riferendo a quello che pensavamo.
«Continua» gli dissi, simulando confusione aggrottando le sopracciglia.
«Evelyn, il giorno prima dell'attacco, è stata rapita dalla Confraternita Oscura.»
«Dalla Confraternita Oscura?» ripetei spalancando occhi e bocca.
La Confraternita Oscura era un pericoloso e famigerato gruppo di assassini, a cui ogni abitante di Elyria poteva rivolgersi per sistemare... qualche questione. Il solo pensiero che Evelyn potesse essere stata in contatto, addirittura rapita, da persone del genere mi faceva rivoltare lo stomaco.
«Shaun Spencer» continuò.
Mi sentii addosso il suo sguardo: stava valutando la mia reazione. Rimasi in effetti totalmente spiazzato. Spencer non mi era mai piaciuto, ma mai come in quel momento.
«Spencer è...»
«Un membro della confraternita, sì» Davis completò la frase al posto mio.
«E voi lo sapevate?» domandai guardandolo con occhi socchiusi, incredulo.
«L'abbiamo scoperto solo dopo averla conosciuta» raccontò. «L'ho capito quando Evelyn mi ha raccontato di una visione che aveva avuto. Mi disse di aver visto trasformarsi Shaun una sera quando erano da soli.»
Davis mi lanciò un'altra occhiata e io sentii rivoltarsi lo stomaco un'altra volta. Nel modo in cui mi guardò il Dominus della Terra capii che cosa intendesse nel momento in cui aveva detto da soli.
Mi passai una mano sul volto, cercando di non soffermarmi sul pensiero di quello che avevano fatto quei due. La sola idea che lui l'avesse sfiorata mi mandava in tilt il cervello.
Non sapevo se ero più turbato per quello o per la reazione che stavo avendo.
«Evelyn lo ha visto trasformarsi in un assassino, il suo assassino. Lo vide dal riflesso di uno specchio intento a estrarre un pugnale dalla tasca e a trafiggerle la schiena e il cuore.»
«Ha avuto una visione anche su di me» gli rivelai. «Ha detto di avermi visto trasformare in un principe.»
Davis mi guardò sbattendo gli occhi più volte. Aggrottò la fronte, leggermente confuso, e poi il suo viso si distese nell'espressione tipica di chi aveva appena capito qualcosa.
«Ah» disse piano, prima di ridacchiare debolmente e scuotere la testa. «Ci ha mentito, ci ha raccontato di aver visto Weston trasformarsi in un principe, non tu. Lo trovai molto strano prima di capire.»
«Sì, vi ha mentito» dissi. «L'ha avuta la sera dopo la partita di basket. Avevamo in programma di vederci. Direi che come guardie del corpo non siete stati molto bravi.»
«Era da dire che non si fosse ubriacata da sola con la riserva degli Spencer...»
«Scusate» ci interruppe Gwen. «Concorderete con me che non abbiamo tempo da perdere pensando alle avventure dell'ultimo sole. Abbiamo i minuti contati Will.»
«Ha ragione» convenne Davis con un cenno del capo. «Shaun portò Evelyn da una delle persone più importanti di tutta la Confraternita Oscura. Sua zia, Mylene Lewis. Lei le fece vedere una copia della Profezia del Sole in koleosiano, lingua che nessuno può leggere a meno che non abbia ricevuto il Marchio del Sole. Le rivelò che quella che conoscevano tutti non era la profezia integrale. C'è una seconda parte, ignota a tutti e fondamentale. Non gliela lasciò, chiaramente.»
Deglutii e alzai lo sguardo guardandolo attentamente. Non sapevo davvero se potessi fidarmi o meno di quel Dominus. Sembrava che l'unica cosa che gli importasse in quel momento fosse la sola e unica sicurezza di Evelyn.
Capendo che era la stessa cosa per me, mi ritrovai ad annuire, lasciando i due a bocca aperta.
«Conosci...»
«Sì, sappiamo della sua esistenza» ammisi. «È per questo motivo che siamo qui.
«Oh» fece un po' spiazzato. «E perchè proprio qui?»
«È stata l'ultima residenza dei Sacerdoti Scarlatti, coloro che hanno pronunciato la profezia.»
Sul volto di Davis nacque un'espressione radiosa, felice. Si voltò a guardare l'amico, che aveva avuto la stessa identica reazione.
Io e Gwen rimanemmo a guardarli un po' interdetti, mentre Matt borbottava fra sé.
«Ma sì. Tutto coincide... Come abbiamo fatto a non pensarci prima?»
Capii il motivo per cui Davis ci aveva messo al corrente di tutte quelle cose. Loro, a differenza nostra, prima di quel momento non avevano avuto idea di dove fosse stata pronunciata la Profezia del Sole.
E quindi non sapevano dove cominciare per cercarla.
Visto che mio padre aveva deciso di sterminare i sacerdoti in incognito, assicurandosi che non trapelasse nulla, loro avevano giustamente pensato che io potessi indagare per loro.
Non c'era stato bisogno di fare alcuna ricerca.
Juliet, all'epoca, lo aveva scoperto da sola. E lo aveva detto a me.
«Quindi qui è stata pronunciata la profezia» disse Davis. «È qui che la confraternita ha rubato la pergamena.»
«Credete che non ce ne sia rimasta un'altra copia?» chiese Gwen. «Che l'unica sopravvissuta alla distruzione del tempio sia nelle loro mani?»
«Non possiamo esserne sicuri» replicò Davis, un po' deluso. «Ma per il momento sì, per quello che ne sappiamo la Confraternita Oscura ha l'unica copia.»
«E quindi adesso?» chiese il Dominus del Fuoco, prendendo parola per la prima volta. «Non possiamo consegnare Evelyn nelle mani della profezia, nemmeno a costo di avere la profezia.»
«Sarebbe questo lo scambio che hanno proposto?» chiesi disgustato.
Davis annuì.
La sola idea era fuori da ogni possibile immaginazione. Potevo però essere tranquillo, sapendo che le persone vicine a lei non avrebbero mai preso in considerazione quell'accordo.
«Credo che non possa essere l'unica testimonianza della profezia» dissi lentamente. «L'unico modo per averla non può essere consegnare Evelyn nelle loro mani.»
«Abbiamo molte vie da seguire» disse Davis. «A partire da questo tempio...»
«Ci sono dei disegni in una delle sale vicino all'entrata» rivelai interrompendolo.
Era strano, mi sentivo strano.
Collaborare con un nemico, con il nemico per eccellenza, mi faceva sentire un enorme traditore nei confronti di me stesso e di quella che era stata tutta la mia vita.
Ma non avevo scelta. La cosa più importante era salvare Evelyn, evitare che si trasformasse in uno spietato Dominus dell'Ombra che avrebbe portato distruzione e morte in tutto il regno.
«Crediamo che sia una prima rappresentazione grafica della profezia» continuai. «Prima, quando ho sfiorato con le dita la parete pitturata, ho sentito una voce. Quella voce mi ha detto di trovare Edvard il Cieco. Non ho idea se possa servire. Edvard il Cieco era un sacerdote, trucidato proprio come tutti gli altri.»
«Potrebbe essere un punto di partenza» sospirò Davis alzandosi. «Potremmo cominciare a cercare qualcosa, dividendoci. Uno di voi due potrà mostrare a Cesar gli affreschi e gli altri due potranno proseguire la ricerca. Magari possiamo cercare la stanza di questo sacerdote.»
Annuii e approvai il piano. Mi girai a guardare Gwen.
«Gwen sarà felice di mostrargli i disegni» annunciai. «Ti ricordi la strada?»
Gwen disse un veloce sì e Davis battè le mani, soddisfatto.
«Muoviamoci.»
***
Davis fece strada, con la fiaccola bene alzata davanti a sé per illuminare le buie gallerie di quell'immenso tempio.
Lo seguii, cercando di fare ordine nella mia testa.
«Ti sei ripreso dalla ferita?»
«Come nuovo» replicai, portandomi istintivamente la mano al petto.
«Sinceramente, credo che sia un miracolo che tu sia ancora vivo. Con tutto il sangue che hai perso mi sembra un miracolo anche solo il fatto che quando ti ha trovato tu respirassi ancora.»
«Evelyn ha fatto un buon lavoro» borbottai scrollando le spalle. «Sai Davis, trovo molto divertente il cambio di atteggiamento nei confronti di una mia ipotetica relazione con una tua amica.»
Davis si girò a guardarmi.
«Sono due situazioni completamente diverse» disse, e io lo guardai eloquentemente, ricordando quello che era successo con Rose.
«Per quale motivo? Solo perchè Rosie è sempre stata troppo menefreghista per leggere qualche giornale e vedere il mio viso prima che ci mettessimo insieme?»
«Se è per questo, anche io ci ho messo settimane per capire chi fossi davvero» ribatté. «Hai fatto un gran cambiamento nel giro di pochi anni, da quando ti avevo visto un'ultima volta sui quotidiani.»
«Si chiama pubertà, in effetti.»
«Se noi ragazzini, allora, avessimo avuto la possibilità di accedere ai quotidiani che arrivavano ogni tanto da Elyria, Rose ti avrebbe riconosciuto e non avrebbe mai iniziato una relazione con te. Ne sono sicuro.»
«Grazie a te è durata poco.»
«Rose è la mia migliore amica» replicò stizzito. «Era il mio dovere dirglielo.»
«Con Evelyn avete fatto tutto il contrario, però» ribattei.
«All'inizio ci era stato obbligato dall'Ordine di non dirle nulla» disse. «E dopo è stato un misto fra codardia e precauzione, devo ammetterlo. Non potevamo sapere se sarebbe impazzita e ti avrebbe fatto del male versando il tuo sangue. Non la conoscevamo ancora e la soluzione migliore sembrava cercare di tenerla il più possibile lontana da te.»
Quasi gli risi in faccia al pensiero di quanto fosse stato inefficiente il loro piano.
«Come con la festa?»
«Non è stata colpa mia» scandì bene, mettendo subito le mani avanti. «Se avessi saputo che avrebbero avuto intenzione di andarci avrei fatto in modo di impedirglielo. Riguardo ai giorni seguenti, invece... è stato tutto un gran casino. Non ci capivamo più niente.»
«Cosa sai dell'attacco che c'è stato?» gli chiesi cambiando argomento. «Morti che resuscitano in quel modo... non ho mai visto nulla del genere.»
«Non ho la minima idea di cosa possa essere successo» scosse la testa. «Per quanto mi sia sforzato di trovare una spiegazione non ci sono riuscito. I negromanti ci sono sempre stati, ma mi sembra davvero improbabile che siano stati loro a resuscitare così tanti Domini in una scuola umana. Una resurrezione implica sempre un sacrificio e i rituali sono sempre molto lunghi. Credo che questo attacco fosse mirato a ferire te o a rapire lei.»
Svoltammo a destra in un lungo e largo corridoio, completamente al buio. Solo grazie alla fioca luce della fiaccola di Davis potevamo vedere le innumerevoli porte che si affacciavano su entrambi i lati.
«Possibile che ci siamo già?» domandò Davis parlando più a se stesso che a me.
Quello aveva l'aria di essere proprio un grande dormitorio. Vedendo che il tappeto ormai mezzo sepolto dalla polvere era ancora integro, capii che quell'ala del tempio era sopravvissuta alla distruzione.
Gli strappai la fiaccola dalle mani, senza dargli il tempo di protestare. Lo superai e cominciai a camminare spedito in avanti.
Se, come pensavo, Edvard il Cieco era stato davvero la Guida dei Sacerdoti Scarlatti, la sua stanza doveva essere quella principale. E le stanze più grandi e importanti si trovavano sempre in fondo ai corridoi dei dormitori.
«Sì è un dormitorio» annunciò Davis poco dopo, mentre mi seguiva.
Si era affacciato a una delle porte.
Non gli risposi: ormai ero arrivato davanti alla porta della camera maggiore. Era alta e larga due volte quella delle altre stanze. Era di quercia nera e dipinta ai lati con i colori rosso e oro che caratterizzavano quell'ordine sacerdotale.
Aprii in fretta le porte e feci un passo in avanti. L'ambiente si illuminò immediatamente alla luce della fiaccola.
Mi guardai attorno, mentre giravo nella stanza per accendere tutte le altre fiaccole spente appoggiate ai supporti attaccati al muro.
Era una stanza maestosa, con tanto di piattaforma sopraelevata che ospitava il letto. Davis entrò dopo di me, guardandosi intorno entusiasta.
Era come se ogni volta che scopriva qualcosa, che veniva a conoscenza di qualche segreto o informazione importante il suo volto si illuminasse.
La camera era piena di scaffali e di librerie pieni zeppi di tomi antichi, libri e scartoffie.
Mentre lui si muoveva per andare a guardarle, quasi in trance per l'emozione di essere circondato da alcuni dei libri più importanti di tutta la storia di Elyria, io appoggiai la fiaccola su un sostegno vuoto e mi avvicinai al letto.
Sapevo, grazie alla mia istruzione di corte, che, quasi sempre, le persone importanti come re, precursori e Guide di ordini sacerdotali tenevano un diario. Diario che spesso veniva custodito nel comodino di fianco al letto.
Anche il mio stesso padre ne teneva uno. Ma io, nonostante l'infinita curiosità, ero sempre stato ben attento a non allungare anche solo l'occhio su quei fogli.
Feci un passo sulla piattaforma senza curarmi di guardare dove stessi mettendo i piedi. Sentii uno scricchiolio sotto la scarpa.
Abbassai lo sguardo e vidi delle inconfondibili ossa umane. Deglutii, calciandole e guardandomi attorno. Ce n'erano tantissime, sufficienti a ricostruire uno scheletro umano, se non due.
La Guida era stata assassinata nella sua stanza.
Ignorai la cosa e mandai giù il groppo in gola, raggiungendo il mio obiettivo. Mi sedetti sul letto sollevando una nuvola di polvere che mi fece quasi starnutire e mi chinai sull'unico comodino che c'era.
Afferrai il pomello del cassetto, feci per aprirlo speranzoso, ma si rivelò essere chiuso. Sbuffai, alzandomi e inginocchiandomici davanti.
Avvicinai l'occhio alla serratura per sbirciare dentro, nella speranza di vedere qualche cosa.
«Hai per caso una forcina?» domandai ad alta voce, non riuscendo a scorgere alcunché.
«Sai scassinare una serratura?» mi domandò di rimando, avvicinandosi a me e ignorando la mia domanda.
«Hai o non hai una forcina, un grimaldello o qualcosa del genere?»
«No, ma so come scassinarlo lo stesso, spostati.»
Mi scostai sbuffando. Non ero abituato a prendere ordini da qualcuno che non fosse mio padre. Riuscii a contenere l'irritazione che provavo solo grazie agli anni trascorsi a Boston.
Davis si inginocchiò come avevo fatto io poco prima.
«Non mi hai ancora detto se sai scassinare davvero una serratura.»
«Sì lo so fare, ma non mi sembra il momento di...»
Le parole mi morirono in gola quando un piccolo ramoscello nacque dal palmo della sua mano. Era piccolo e apparentemente abbastanza resistente da poter essere considerato duro come il metallo della forcina che gli avevo chiesto.
Quel ramoscello si allungò ed entrò nella serratura. Davis faticò appena prima di riuscire a far scattare la serratura.
Aveva la fronte perlata di sudore ed era pallido.
Sapevo quanto fosse stancante evocare poteri del genere per un Dominus della Terra. Solitamente i Domini di quell'elemento comandavano la natura partendo da ciò che avevano attorno.
Alzai le sopracciglia sorpreso.
«Volete avere l'onore, vostra altezza?» disse con un sorrisetto, alzando una mano ad asciugarsi la fronte.
«Smettila Davis» replicai, dandogli una delicata gomitata nello sterno per farlo spostare.
Si alzò maldestramente e si sedette sul letto. Afferrai il pomello del comodino e lo aprii.
Come avevo ipotizzato, quel cassetto conteneva dei diari. Moltissimi, vecchi e consunti diari.
«Wow» commentò Davis, spalancando gli occhi.
«Sì, wow...» sussurrai a mia volta, mentre afferravo quello in cima alla pila.
Prima di aprirlo me lo rigirai fra le mani. Era nero, chiuso da un modesto spago e chiaramente rovinato dal tempo.
Lo voltai per guardare il retro. C'erano una scritta, una data dipinta in bianco, e la firma dell'autore.
231 Q.E., Edvard il Cieco.
«231° anno della Quinta Era» lessi anche per Davis. «Sei anni fa, quando sono stati sterminati.»
Frenetico, sentendomi i suoi occhi impazienti addosso, aprii il diario nell'ultima pagina scritta, a poco più di metà. Notai subito la sottile e obliqua scrittura del proprietario, difficile da decifrare per chiunque non avesse una buona immaginazione.
Per fortuna ero così abituato a calligrafie frettolose e disordinate che riuscii comunque a leggere.
«Ventisette settembre. Oggi a scrivere per me è fratello Tormund» lessi ad alta voce, mentre mi alzavo e mi sedevo di fianco a Davis. «Sarà lui ad accompagnarmi domani al Tempio Maggiore, a Fyreris. Ci fermeremo lì sette giorni e sei notti e in mia assenza fratello Paulo assumerà il ruolo di Guida in mia vece. Le mansioni ordinarie sono state svolte con rigore e dedizione, abbiamo...»
«Che giorno sono stati trucidati?» mi domandò.
«Non lo ricordo» ammisi, cercando di sforzare la mente. «Sappiamo solo che Edvard il Cieco non è mai tornato da Fyreris per aggiornare il diario. A questo punto non possiamo sapere se le ossa che ci sono qui sono le sue o quelle di qualcun altro.»
«Uno di noi dovrebbe prenderli» disse, allungandosi e sfiorando le copertine dei diari ancora nel comodino. «E leggerli.»
«Mi sembra scontato che li debba prendere tu» dissi alzandomi in piedi e porgendogli l'ultimo tomo. «Ho già abbastanza informazione per proseguire il mio viaggio.»
«Andrai a Fyreris?» domandò alzandosi a sua volta.
«Sì, devo scoprire che fine abbia fatto. Tornerò a Ilyros per qualche giorno, per sistemare alcune questioni, e partirò per Pyros.»
«Perfetto» disse. «Noi continueremo a cercare la Via del Sole. E leggerò tutti i diari.»
«Ci vedremo ancora» replicai, capendo che avremmo dovuto tenerci in contatto. «Dovremo tenerci in contatto, creare una connessione per poterci tenere aggiornati. Se accetti, scrivimi fra una settimana, quando sarò a casa.»
Matt annuì, allungando il braccio. Gli afferrai l'avambraccio e lo guardai negli occhi.
«Per Evelyn» dissi.
Annuì.
«Per Evelyn.»
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