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Capitolo 12

A Parigi fa freddo, il mercoledì dopo le gare di Santiago, nonostante i raggi del sole cerchino di scaldare i turisti che camminano e i parigini che corrono al lavoro. André è appena uscito da casa di Jean e sta camminando verso gli archivi della FIA, di nuovo. Una cosa che, se deve proprio essere sincero con se stesso, sperava di non dover più fare, perché tanto sa che non troverà mai di nuovo quei fogli lasciati in giro da qualche dipendente sbadato, né tantomeno troverà la cartellina che Robin ha detto di aver aperto con il nome di Antonio sopra. Ci va per confermare o smentire i suoi dubbi, se quello che Robin è riuscito a scoprire sulla morte del portoghese è vero, tutte le teorie che gli frullano per la testa potrebbero portarlo a scoprire la chiave per fermare gli Electric Hunger Games. Sa che non troverà mai quei documenti, ma almeno nessuno gli può dire che non ci abbia provato. Si infila nel portone dell’edificio in Place de la Concorde e si fa accompagnare come la volta scorsa fino all’ingresso dell’archivio, che occupa i due piani superiori dell’ala Est del palazzo. Sa già dove andare a trovare quello che cerca, così lascia la sciarpa sul divano appena dietro la porta d’ingresso dell’archivio e imbocca il corridoio alla sua sinistra, poi svolta a destra sulla quarta fila di scaffali alti fino al soffitto, e si ferma davanti alla parete con il logo della Formula E che deve condividere una placca metallizzata con la scritta and Electric Hunger Games division di un rosso sangue che ad André non fa altro che ricordare tutto quello che sul palco è già stato versato da novembre ad adesso. Sul quinto scaffale da terra, quello appena sopra la sua testa, una cassaforte più larga che alta a combinazione si staglia minacciosa su di lui. Il tedesco la osserva per qualche minuto. Se conoscesse la combinazione, il modo di aprirla, se potesse scassinarla in qualche modo senza farsi vedere scoprirebbe tutta la verità sui giochi, perché è da lì che ha rubato quei pochi fogli che è riuscito a fotocopiare e a portare a casa di Jean. Vuole quel nome che ha insistito per creare gli Electric Hunger Games, vuole sapere cosa gli hanno promesso in cambio quelli che lavorano qui dentro, abbassa gli occhi rassegnato, finché non vede delle cartelline azzurre tutte uguali sugli scaffali all’altezza del suo viso alla sua destra. Si avvicina e nota che sui fianchi della cartelline sono scritti in bella grafia i nomi di tutti i piloti che hanno corso in FE dalla prima stagione ad adesso. Le cartelline sono più spesse tante più gare ha disputato il pilota in questione. Con le dita che passano sulle cartelline André scorre tutti i nomi finché non si ferma sulla cartellina di Antonio. Si dice che non può essere così facile, che non ha le risposte così vicine a lui. La sfila delicatamente dallo scaffale, e sulla copertina, sotto il nome di Antonio scritto nello stesso stile del fianco della cartellina, campeggia una scritta rossa su un foglio di carta che le è stato fissato sopra con lo scotch. Deceduto. Un brivido freddo scende lungo la spina dorsale di André, poi apre la cartellina. I documenti più nuovi sono in cima agli altri, il tedesco si allontana verso la parete di fondo del palazzo dove sa che troverà un piccolo tavolino con una sedia, si siede e comincia a scorrere i fogli, ma vede solo dei documenti ufficiali della scuderia di Antonio, l’ultimo è proprio quello che annuncia ufficialmente la sua morte, ma andando a ritroso non trova niente di quello che Robin poteva aver trovato sul calo di potenza, nemmeno scavando tra i fogli più vecchi. André sospira, si passa una mano tra i capelli, si rialza con la cartellina in mano dopo aver riallineato perfettamente i fogli come li aveva trovati, e si ferma davanti allo scaffale nel punto in cui l’ha presa, non riesce a fare a meno di leggere quell’ultimo documento che trasuda dolore da tutte le righe, senza riuscire a togliersi quella cassaforte che sta sopra di lui dalla mente. Non fa in tempo ad arrivare all’ultima riga del documento.

“Oh, André, non mi aspettavo di trovare qualcun altro qui oggi.” La voce di Lucas lo fa sobbalzare, richiude la cartellina in un secondo, mentre Lucas si avvicina a lui. André non ha nulla da nascondere, perché non sono documenti segreti, quindi si calma subito, per non far insospettire il brasiliano.

“Ciao Lucas. In realtà non avevo in programma di venire qui oggi, ma ero di passaggio per andare in fabbrica e ne ho approfittato per togliermi un paio di dubbi.” Mente, infilando la cartellina di Antonio al suo posto, poi rivolge un mezzo sorriso a Lucas.

“Allora non sono l’unico che fa ricerche tra di noi.” La voce di Lucas tradisce una punta di nervosismo che André coglie e che Lucas non sembra accorgersi di aver lasciato trasparire, ma è proprio quella che suggerisce ad André che con Lucas è meglio non fiatare, non si è mai fidato del brasiliano e non vede perché dovrebbe farlo adesso. “I tuoi dubbi sono sul passato di Da Costa?”

“In realtà no, l’ho presa per puro caso, per vedere cosa ne fanno dopo la morte. Avevo solo dei dubbi sulle norme da seguire durante i giochi, e cavolate simili.” André sfodera il sorriso più sincero che gli venga al momento, per convincere il brasiliano a non indagare oltre, ma che gli muore subito dopo mentre pronuncia la frase successiva. “Comunicato ufficiale della scuderia, foglio con scritto “deceduto” sulla tua cartellina, fine della questione. E per loro sei già nel dimenticatoio.” Gli occhi di André si fermano sulla cartellina di Antonio, Lucas rimane in silenzio. “Beh, io ho finito qui. Divertiti.” André si allontana, la voce di Lucas risuona alle sue spalle.

“Come se ci fosse qualcosa di davvero divertente qui.” André percepisce la mezza risata che accompagna la sua affermazione, Lucas lo saluta e lui ricambia velocemente, senza voltarsi, poi recupera la sua sciarpa dal divanetto ed esce dall’archivio, scende le scale del complesso e sbuca in strada, diretto verso casa di Jean. Si sistema la sciarpa intorno al collo, la delusione c’è nonostante fosse partito con le aspettative a zero.

Città del Messico

In Messico si sta come a Parigi in primavera: è nuvolo, non troppo freddo, ma nemmeno caldo da far girare la gente in maniche corte. Pascal entra in pit lane, con una felpa leggera addosso, e passa accanto al retro dei box di sei scuderie diverse prima di infilarsi nel suo e passarsi una mano tra i capelli arruffati per sistemarli dopo che il vento e l’umidità glieli hanno scompigliati e arricciati ancora di più. Sam Bird sta chiacchierando appena fuori dal box di Pascal con Lucas, Neel e Nico, si volta a guardare l’interno del box e Pascal gli accenna un mezzo sorriso per salutarlo. Sam non ricambia, rimane freddo, continua solo a guardare il tedesco per qualche istante, per poi tornare alla sua chiacchierata con Lucas e gli altri. Appena tutti vengono richiamati ai box dalle loro scuderie, Sam torna verso il suo, accanto a quello dell’Audi, e si sistema per salire in macchina. Dopo la sessione di prove libere, l’inglese decide di fare un giro a curiosare per gli altri garage, naturalmente restando fuori dalle zone sensibili, ovvero le aree interne. Passando davanti al lato del box di André scorge sul muso della macchina del tedesco dei fogli in disordine, su cui riesce a leggere solo il titolo del primo, perché le dimensioni dei caratteri sono più grandi rispetto al resto delle scritte. Approvazione degli Electric Hunger Games. Un meccanico lo prega di allontanarsi, e Sam torna sui suoi passi. Si inchioda a metà passo, con quel titolo che non riesce a scacciare dalla testa. André ha creato i giochi? Impossibile, non potrebbe far male a una mosca, figurarsi se vuole tutti i suoi colleghi morti. André ha scoperto chi li ha creati? Non del tutto possibile, altrimenti avrebbe già tirato giù il mondo pur di fermare questa follia. André sta indagando per scoprire chi vuole far fuori questa categoria? Sam non ha bisogno di rispondere a questa domanda perché sa già la risposta, e si avvia verso il box dell'Audi, convinto di aver trovato qualcosa che possa fargli salvare la pelle. 

Dopo le qualifiche, al meet and greet con i fan, Lucas è seduto a destra di André, Jean sta a sinistra del tedesco.

“Complimenti per le qualifiche André.” dice in mezzo a un sorriso per un suo fan il brasiliano, riferendosi alla pole di André.

“Ti ringrazio Lucas, anche tu sei andato molto bene.” André è ben contento, se Lucas dovesse superarlo in gara, di lasciar fare il lavoro sporco al brasiliano che parte dalla seconda piazzola. 

“Però io farei attenzione alla scartoffie che lasci in giro.” Lucas si perde nelle chiacchiere con una ragazza, e lascia André con un brivido gelido che gli percorre la schiena. Lucas non si aggira mai per il paddock da quando sono iniziati i giochi, nemmeno per andare a prendere un caffè con i suoi meccanici. Quindi la domanda nella mente di André sorge spontanea: se non è stato Lucas a vedere i fogli lasciati sulla sua macchina mentre lui non c’era, chi ha cantato?

Felipe Massa è la sesta vittima degli Electric Hunger Games, e Lucas non vede l’ora di fare il suo debutto da assassino. Se ne sta tranquillo nel retropalco a rigirarsi tra le mani la pesante mazza da baseball di acciaio che ha scelto per far fuori il suo connazionale, e improvvisamente sembra che quella loro amicizia che si era creata quando Felipe è arrivato in FE sia stata solo un abbaglio per tutti quelli che ora vedono Lucas con quella determinazione che lo caratterizza da quando sono iniziati i giochi. Lucas osserva il metallo lucente nei punti in cui delle piccole punte si allungano minacciose verso l’esterno, sull’estremità che di solito si usa per colpire la palla, ma che qui verrà sfruttata per tutt’altro scopo. La soppesa attentamente, valuta quanta forza dovrà impiegare per uccidere Felipe, non un esagerazione, ma vuole essere certo che lui muoia sul colpo senza tante cerimonie. Non attende nemmeno che lo chiamino sul palco, se ne va di là da solo, con un sorriso per niente rassicurante sul viso, sale le scale che lo portano al palco, dove Felipe viene tenuto fermo dai soliti due uomini vestiti di nero con i caschi. Lucas fa cenno agli uomini di allontanarsi, il suo connazionale rimane fermo dov’è, mentre lui mostra la sua arma alla sua vittima.

“Pensavo saresti arrivato qui con qualcosa di più interessante, se devo essere sincero.” lo punzecchia Felipe, dicendosi che tanto, in ogni caso, la morte è quello che lo aspetta, e vuole godersi a pieno i suoi ultimi momenti.

“Ad esempio?” risponde Lucas, irritato.

“Non lo so, devi dirmelo tu, io sto solo per morire, sei tu quello che va avanti.” Felipe fa un sorrisetto che a Lucas non va giù. André, Jean e pochi altri piloti sono sotto al palco insieme ai meno deboli di stomaco per assistere alla morte di un altro loro collega, vedono i muscoli di Lucas tendersi anche a tre metri e più di distanza, la rabbia farsi strada dentro di lui. “Però una cosa mi devo auto-rimproverare: non sono affatto contento di contribuire alla tua scalata verso la vittoria degli Electric Hunger Games con la mia morte. Non credo che il Brasile sia contento di avere te ancora vivo a rappresentarlo in Formula E.”

“Hai già parlato troppo per i miei gusti.” Lucas solleva la mazza dietro la sua spalla destra e in un attimo si avvicina a Felipe, che non ha il tempo di reagire, Lucas scarica tutta la forza che ha in corpo sull’arma che impatta contro la testa del brasiliano, le punte bucano pelle e osso, che cede sotto la forza del metallo e rientra, danneggiando tutto quello che fino a qualche secondo prima aveva il compito di proteggere. La testa di Felipe scarta di lato, gocce di sangue schizzano verso la platea, e poco ci manca che non prendano in viso qualcuno. Felipe cade a terra, la testa sfondata, la tempia sinistra che ha ceduto con la stessa facilità di un foglio di carta stagnola che viene accartocciato, il sangue che sgorga dalla ferita che le punte metalliche gli hanno provocato e da naso e bocca, il brasiliano che ancora ha gli occhi aperti ma non può più vedere. Succede tutto talmente in fretta che chi guarda rimane colto alla sprovvista. La rabbia di Lucas si sente benissimo, come la nebbia pesante per le strade delle città in autunno, avvolge tutto quello che circonda il brasiliano nel raggio di cinque metri almeno. Lascia cadere la mazza insanguinata ai suoi piedi e si allontana senza una meta precisa.

Nella testa di Jean tutto è appannato. Si sveglia in preda al panico dopo che un urlo disperato, una voce che conosce fin troppo bene, ha strappato la sua mente da un sonno profondo, uno di quelli che non lo prendeva da tempo. È spaventato, ma trova la forza di alzarsi dal letto immediatamente.

Mamma?” si chiede come faccia lei a essere a Città del Messico, nella sua stanza d’hotel, sul suo balcone. Non appena si fa strada a fatica verso la porta finestra, vede un uomo, più o meno alto come lui, che tiene sua madre sporta dal balcone nel vuoto sottostante, con una mano saldamente stretta attorno alla sua gola.

“Eric…” un bisbiglio, che Jean sente appena, ma che lo fa scattare verso di lei in un istante. Sua madre non usa mai il suo secondo nome, non si ricorda nemmeno di averglielo mai sentito pronunciare, ma a Jean non importa, ha già le mani addosso all’uomo, che si gira ma spinge sua madre all’indietro, facendole perdere l’equilibrio. Lei cade, ma Jean non ha la forza di urlare e la sua mente lo risveglia nel cuore della notte sul balcone della sua camera d’albergo, mentre un paio di braccia familiari lo stanno stringendo per tenerlo lontano dalla ringhiera bianca, ha la voce strozzata in gola, ma in un attimo realizza che quello che stava vivendo era solo un incubo, la paura lo fa cadere a terra con le mani tra i capelli, le braccia che lo stringono lo lasciano andare.

“Jean?” André cerca di capire cosa sia successo nella testa del francese, lo vede solo avvicinarsi in ginocchio alla ringhiera e stringere le sottili barre di metallo tra le mani, e guardare di sotto.

“Era troppo reale…” sussurra, André lo fa alzare e lo riporta dentro, Jean si siede sul letto e nello stesso istante un violento tremito lo scuote dalla testa ai piedi. André si siede davanti a lui e lo vede coprirsi il viso con le mani, non gli ci vuole un genio per capire che non vuole mostrarsi fragile.

“Jean, che cosa è successo?” il francese trema visibilmente, André sopporta a fatica questa vista. “Ti prego, non voglio vederti stare male e non saperne il motivo.” Jean allontana le mani dal viso, gli occhi sono lucidi, le guance rigate dalle lacrime che sono riuscite a farsi strada sul suo viso.

“Era mia madre…” incrocia per un secondo gli occhi di André, prima di spostare lo sguardo alla sua destra, con le braccia si circonda le gambe, altre lacrime scendono silenziose sul suo viso. “Sul balcone… un uomo la teneva…” gli occhi di Jean si spostano verso la porta finestra, la voce gli trema. “Lui la teneva e… e poi…” Jean alza la mano a mezz’aria per un secondo, per poi riportarla dov’era prima. “Poi l’ha lasciata andare… e io non sono riuscito… io non l’ho salvata.” altre lacrime gli rigano il viso, più prepotenti di prima, i suoi occhi incrociano di nuovo quelli di André ma il francese non sostiene lo sguardo e abbassa la testa, mentre un nuovo brivido lo fa tremare.

“Vieni qui.” André si inginocchia sul letto e Jean lo raggiunge subito, lasciando che il tedesco lo abbracci, così si ritrovano nel buio in ginocchio sul letto, abbracciati, con il viso del più giovane contro il petto del più grande, le braccia di quest’ultimo attorno al corpo del francese, un piccolo guscio che fa sentire Jean protetto, nonostante i singhiozzi ancora lo facciano rabbrividire. “Ehi, guardami.” Jean alza la testa, e si ritrova con le labbra a qualche millimetro da quelle di André. Il tedesco vede una lacrima scendere lungo la guancia del francese e la asciuga piano con il pollice. “Va tutto bene, era solo un sogno.” Jean non riesce a staccare lo sguardo dagli occhi di André, nonostante nella quasi totale oscurità della stanza siano neri, gli fanno sempre lo stesso effetto, starebbe ore a guardarlo negli occhi solo per il gusto di perdercisi un po’ di più ogni secondo che passa. “Non era reale, okay?”

“Okay.” Risponde Jean in un sussurro.

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