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Il viaggio non durò a lungo, distavamo solo qualche anno luce dalla base e dalla colonia: era la più recente colonia umana ed era in onore di un antico, ma molto famoso, romanzo terrestre. La colonia era situata su un pianeta ricco di minerali e per questo aveva avuto uno sviluppo velocissimo. La stazione spaziale in orbita aveva sia lo scopo di difendere la colonia, che dal punto di vista economico era molto importante, sia di gestire le innumerevoli navi mercantili che attraccavano per i minerali. Era un sistema solare ricco di vita e attività con innumerevoli navi e abitanti. Quando uscimmo dalla velocità super luce ci trovammo davanti uno spettacolo devastante: della base spaziale non rimaneva nulla se non dei rottami che galleggiavano nello spazio, il pianeta che dallo spazio sarebbe dovuto apparire come una palla blu simile alla Terra era ricoperto da uno spesso strato di nuvole gialle. "Rapporto" chiesi sbigottito "La stazione spaziale è stata distrutta, sul pianeta sono state sganciate innumerevoli testate biologiche che hanno reso l'atmosfera tossica" mi rispose Alice "Segni di navi nemiche?" chiesi a Elen "Nessuna, ma se sono tutte come la nave che ci ha attaccato, non credo che le rileveremo finché non apriranno il fuoco su di noi" "C'è qualche sopravvissuto?" chiesi con un flebile tono di speranza nella voce "Sulla base spaziale non ci sono segni di vita, ma le capsule sono state tutte lanciate, e distrutte..." "Sulla base vivevano circa dieci mila persone, molte erano civili" sussurrai io "Sul pianeta non ho letture chiare, credo che ci siano un migliaio di sopravvissuti nascosti in una grotta in una catena montuosa nel continente più settentrionale" "Solo un migliaio di sopravvissuti? Era un pianeta da tre miliardi di persone come è possibile che ne siano sopravvissuti solo mille, avrai sicuramente letto male i sensori, stupida come sei" sbraitò Elen. Si alzò e si fiondò alla postazione di Alice scaraventandola a terra e controllando lei stessa i risultati, i marine stanziati sulla plancia fecero per intervenire, ma li bloccai. Mi alzai e aiutai Alice ad alzarsi, poi mi avvicinai ad Elen che nel frattempo si era rannicchiata a terra e continuava a ripetere, sotto voce, come una cantilena "Non è possibile" come se continuando a ripeterlo potesse cancellare la strage che avevamo per le mani. La aiutai ad alzarsi e anche io un po' sfasato dal numero di morti, che pian piano il mio cervello iniziava a comprendere, la accompagnai alla sua postazione, che procedetti a disattivare per evitare qualsiasi sorpresa. "Alec, equipaggia i tuoi uomini con tute resistenti alle radiazioni e alle infezioni e portali giù a soccorrere quelle persone: prendi tutte le risorse che ti servono" "Certo signore" e lentamente uscì dalla plancia "Non abbiamo personale medico a sufficienza sa per gestire una tale mole di feriti" mi riferì Alice, riflettei un attimo e passai all'azione "Comunicazione per tutta la nave" ordinai all'addetto alle comunicazioni "Tutti gli uomini con l'abilitazione a Biologia 1 si rechino in infermeria per assistere il personale medico" ordinai e subito dopo mi diressi verso l'uscita "Signore dove va?"  mi chiese un marine sorpreso "A obbedire al mio ordine, all'accademia ho superato a ottimi voti l'abilitazione a Biologia 1". Nel corridoio fuori dalla plancia venni raggiunto da Alice "Dove stai andando?" le chiesi "Nell'infermeria più vicina, dopo tutto è il mio reparto e ho l'abilitazione fino a Medicina 2 molto superiore a Biologia 1" "Non puoi, mi serve qualcuno in plancia per prendere decisioni difficili se serve, e sei l'unica" "Però sarei più utile in infermeria, e tu in plancia" dopo tutto aveva ragione lei "Mi serve che tu scopra come fanno quelle navi a non essere rilevate, per questo ti voglio in plancia" "Ma..." provò ad obbiettare "È un ordine" le dissi duro, ma con un accenno di sorriso in faccia e lei ubbidì sorridendo. Arrivato in infermeria trovai già molta gente indaffarata sui nostri feriti, mi diressi verso quel dottore che aveva il più alto grado, lì dentro, "Come posso aiutare?" "Che abilitazione hai?" mi rispose senza voltarsi "Biologia 1" "Non so quanto mi potrai essere utile, ma comunque vai da una qualsiasi infermiera che ti darà un camice e ti dirà cosa fare quando arriveranno gli altri feriti" si voltò a guardarmi in faccia e aggiunse "signore". Andai verso l'infermiera più vicina che mi fece togliere il mantello e mi diede un camice bianco posizionandomi vicino a un lettino in attesa dei primi feriti. L'attesa mi sembrò lunghissima come se il tempo si fosse dilatato, l'infermeria era in completo silenzio, i feriti del mio equipaggio, ammassati in un angolo, addormentati o sedati. I medici che si godevano gli ultimi istanti di pace e noi che ci guardavamo in faccia in cerca di sostegno. Ecco che si apriva la porta e entravano i primi marine che un po' portavano in braccio e un po' spingevano delle barelle, la macchina infermieristica si mise subito in moto, noi e gli infermieri aiutammo i marine a portare i feriti sui lettini, i movimenti erano troppo concitati per poter vedere bene uno dei feriti. Venimmo utilizzati come degli infermieri e dovevamo preparare soluzioni e passarle ai medici oppure tamponare delle ferite, quando potei avvicinarmi a un ferito quello che vidi mi scosse profondamente. L'uomo o la donna davanti a me era irriconoscibile, la pelle sembrava che avesse vita propria e volesse staccarsi dal corpo, in molti punti erano già visibili le ossa che anche loro si stavano sempre più velocemente polverizzando "Dammi 70 cc di Ane-bot" mi chiese il dottore e io mi affrettai a portargli quanto richiesto poi mentre lo somministrava, il paziente aprì gli occhi e mi fissò per un lungo momento. Poi urlò: un urlò che non aveva più nulla di umano, era dolore, dentro a quell'urlo c'era la consapevolezza di star morendo e l'insieme di memorie e desideri di quella persona che ormai era polvere. Quel l'urlo diede il via a tutti gli altri, come se aspettassero un segnale per dare sfogo alla loro sofferenza, come su un campo di battaglia un unico corno da il via alla carica sfrenata, qui un unico urlo diede il via allo sfogo della disperazione e del dolore. "Forza seguimi al prossimo paziente" mi disse il dottore "Abbiamo già finito con questo?" poi capii "Gli ha dato una dose mortale di anestetico, ora il suo cuore si fermerà. Come ha potuto! doveva salvarlo!" il dottore mi guardò un attimo e poi mi chiese "Da dove vieni?" spiazzato dalla sua risposta gli dissi "Dalla Terra" sorrise "Non da quale pianeta, ma dove lavori sulla nave: evidentemente non mi aveva riconosciuto "Sono un'ufficiale" "Ah ecco, mi sembrava. A voi vi hanno insegnato che qualsiasi situazione ha una soluzione, una via di fuga, un modo per risolverla e salvare quelli a cui state dando ordini; non è vero?" annuii "A noi, a medicina, ci viene insegnato che a volte è troppo tardi per poter fare qualcosa, c'è sempre un male che non potremo curare subito, ed è allora che il medico deve decidere se provare, inutilmente a salvarlo, o permettergli di passare gli ultimi istanti della sua vita in pace, senza soffrire. Ora quell'uomo che tu mi accusi di aver ucciso, non soffre più potrà scomparire da questo mondo senza provare altro dolore. Questo significa essere un medico a volte si può salvare, altre volte no, ma si può sempre evitare delle sofferenze inutili". Si diresse al prossimo paziente e io lo seguii, non avevo tempo per pensare a quello che mi aveva detto, c'era troppo da fare. Il paziente successivo presentava sintomi diversi: il suo corpo si stava gonfiando sempre di più' non si sa per quale motivo, ma le sue cellule stavano producendo acqua e questa acqua si riversava dentro il suo corpo, senza però uscire, era terribile. "Somministrale 20 cc di WF5" obbedii: il WF5 era un potente lassativo dopo qualche minuto dalla somministrazione non vedevamo degli effetti e il dottore si ritirò in un angolo a leggere le analisi che erano state fatta alla donna, io ne approfittai per riprendere fiato. "Non posso fare più niente per lei, qualsiasi cosa le inietti si diluisce nel suo corpo. Stai con lei e appena trapassa segna sulla sua cartella l'ora poi vai ad aiutare qualcuno. Intesi?" annuii. Mi sedetti a fianco del lettino e osservai la signora che riposava con le mani chiuse e stese lungo i fianchi, dopo un'urlo particolarmente forte la signora aprii gli occhi e cercò qualcuno nella stanza con cui parlare "Dove sono" chiese con un filo di voce "È sul l'Arcadia, l'ammiraglia della flotta terrestre" "So cos'è l'Arcadia ragazzo" sorrisi, mia madre mi chiamava ragazzo "Ci lavora mia figlia su questa nave" "Se mi dice il nome posso andare a chiamarla" le si illuminarono gli occhi, ma immediatamente si velarono "Non penso che tu faccia in tempo, sto morendo" provai a negare, ma la signora mi zittì "Non mentirmi sento la mano di Thanatos sulla spalla, non mi rimane molto tempo" annuii "Se vuole dirmi qualcosa posso poi riferirlo a sua figlia" "Saresti molto gentile, ma non credo che tu possa incontrarla" "Come mai?" chiesi "Perché lavora in plancia ed ama profondamente il suo grado, difficilmente si lascia avvicinare dalle persone con un grado inferiore al suo" annuii "È una brutta abitudine che ha preso da suo padre credo, anche lui lavorava su una nave della flotta" venne interrotta da un colpo di tosse che le sporcò le labbra di sangue, ma non di rosso, bensì di un rosa sbiadito; mi piegai a pulirle e probabilmente vide in quel momento il colore della mia uniforme e l'attacco per il mantello "Sei l'ammiraglio della nave giusto?" "Si signora" "Non darmi del lei, chiamami per nome, sono Josephine" "Piacere io sono Jules" "Jules, allora conoscerai sicuramente mia figlia, è Elen" "Si la conosco, lavoriamo insieme ogni giorno, è molto brava" "Non sai quanto mi faccia piacere sentirlo; allora ti prego prendi da scrivere, voglio scriverle una lettera". Impiegai solo pochi attimi per trovare un Tablet e mi misi subito a trascrivere le parole di Josephine:

Ciao petit, non avrei mai voluto scrivere questa lettera, ma sono costretta a farlo, non ti  rivedrò mai più e soffro più per questo che per quello che mi sta facendo morire. Vorrei che tuo padre fosse qui, ma purtroppo è rimasto sotto le macerie della nostra casa sul pianeta. Ti ricordi del ciliegio su cui ti divertivi a salire da piccola, quest'anno ha fatto moltissime ciliegie, ti ho mandato la marmellata non so se ti è già arrivata. Vorrei poterti vedere in uniforme, quell'uniforme che tu e tuo padre sognavate fin da quando eri piccola, durante le notti di campeggio nel giardino, sotto la tenda da marine di tuo padre ne sarebbe orgoglioso.

Continuai a scrivere per parecchio fin quando Josephine aveva la forza per parlare, concluse la lettera con:

Bonjour ma petite fille, maman et papa vous veulent toujours

Ormai la concentrazione di globuli rossi nel suo sangue era bassissima e solo con la forza di una madre mi fece segno di avvicinarmi. Mi sussurrò a un'orecchio "Ti prego proteggi la mia bambina, ti prego" disse afferrandomi il braccio "Lo farai vero?" "Certo" "Giuralo" "Lo giuro sul mio nome e sulla mia nave" Josephine sorrise, lascio il mio braccio e smise di respirare.

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