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È tutto vero

[Note autore:
Questa os fa parte della socmed su Twitter
"Better than revenge"]




«Sali?»

La domanda che gli ha posto Manuel gli rimbomba ancora in testa.

Simone ha annuito e basta.

Non ha proferito parola alcuna, anche perché non ci sarebbe riuscito, pur volendo — perché non smettono di baciarsi, in ogni secondo, ogni momento.

Lo fanno salendo le scale che conducono all'appartamento dei Ferro, mentre il proprietario infila le chiavi nella toppa per cercare di aprire la porta il più in fretta possibile.

L'alloggio è vuoto e silenzioso quando ne fanno ingresso e producono gli unici rumori udibili — i loro respiri affannati, brevi e flebili risate.

C'è scarsa illuminazione nel tragitto che li conduce alla camera di Manuel. Sbattono entrambi contro lo stipite con la schiena o con un braccio per entrarvi.

«Ahia» si lamenta il padrone di casa e il mugolio che gli viene fuori di bocca è messo a tacere da Simone che lo bacia — ancora, ancora e ancora.

Si spogliano a vicenda come se l'avessero già fatto in mille differenti occasioni.

Forse hanno compiuto un gesto simile nei loro sogni, in un universo parallelo e allora risulta più facile.

O forse, in una prospettiva più poetica e romantica, i loro corpi si attraggono e completano in un modo tale da far combaciare le azioni che compiono.

Ciò nonostante, in alcuni frangenti un po' impacciati lo sono, specialmente quando Simone cerca di togliere la t-shirt bianca di Manuel ed essa si incastra tra la spalle e il braccio.

«Simó, me stai a soffocà.»

«Aspè!»

Con pazienza e lentezza, lo libera dalla trappola di cotone della maglietta, gettandola sul pavimento alla rinfusa.

Sono uno di fronte all'altro, in piedi, con indosso solo più i boxer.

L'unica fonte di luce presente nella stanza corrisponde ad uno spiraglio dell'alba che si è infiltrato da una fessura della persiana in legno socchiusa e delicato si è posato sul viso di Simone, illuminandogli occhi e gote leggermente arrossate.

Manuel si sofferma ad analizzare i suoi tratti, i lineamenti del volto armoniosi e al suo sguardo perfetti.

Non si è mai sbagliato a dire, anche quando non lo conosceva per davvero, che è diverso da Jacopo; ci sono mille sfaccettature che lo differenziano.

Ad esempio, Simone ha due nei minuscoli sulla guancia sinistra, uno piccolissimo sulla punta del naso; ha l'espressione dolce e a volte a causa di ciò risulta un po' smarrito, ma trasmette bontà, generosità e desiderio di protezione, che è quella che vorrebbe donargli, sempre.

Per istinto, Manuel posa un palmo sul petto del ragazzo che è davanti a lui: riesce a percepire sotto le dita il rimbombo dei battiti del suo cuore un briciolo accelerati, esattamente come i propri.

«Che c'è?» la domanda gli giunge alle orecchie in un suono ovattato.

Sorride sbieco e si alza sulla punta dei piedi per poter premere le labbra sulla sua fronte. «Questo è vero» mormora. Lo dice per sé stesso, per loro due insieme in quel momento — che non è più una finta e, forse, non lo è mai stata, non fino in fondo.

«È vero» conferma Simone. Il tono di voce che usa è lieve, un leggero sussurro come se dirlo con un volume più alto potesse rovinare il momento — oppure renderlo più simile ai sogni dai quali si svegliava ed era costretto di malavoglia a fuggire.

Le labbra di Manuel hanno ancora una piega beata, la stessa che con lentezza scompare quando quel "è vero" è meglio metabolizzato e assimilato.

Una ruga di preoccupazione appare sulla sua fronte, si acciglia.

«Io so' stato solo co' delle ragazze» confessa con timore.

«Lo so.»

«Co' le ragazze è—diverso, credo.»

«Solo un po'.»

«Eh... e mo' non so dove mettere le mani.»

Una risata nervosa lo travolge e tale sentimento viene captato da Simone.

La smania di poco prima, i baci intenti a divorarsi si sono a poco a poco placati, lasciando spazio alla preoccupazione di poter sbagliare, di rovinare l'attimo, quell'occasione unica che hanno.

Sopraggiunge una calma mista a un sottile velo di imbarazzo che per Manuel non è per nulla abituale, perlomeno nelle relazioni.

Ha appurato, tuttavia, che con Simone è diverso.

Con lui ogni cosa è diversa, anche il proprio modo di avere e vivere un sentimento.

Magari, ragiona, è perché non è mai stato innamorato prima e lo sta sperimentando ora, una sensazione strana in grado di abbattere i muri che si è costruito attorno, quelli fatti di spavalderia e sarcasmo che sotto nascondono molto di più.

In quella stanza, a pochi minuti dall'alba, Manuel Ferro mette a nudo le proprie debolezze, è privo di scudi e al pari di fragile creta che Simone Balestra è pronto a modellare e maneggiare con cura.

Ed è quest'ultimo che fa scorrere i palmi sulle sue braccia ora abbandonate lungo i fianchi, con lentezza, dal basso verso l'alto e di nuovo a scendere, mentre si sporge in avanti, gli bacia dapprima una guancia, una tempia, la punta del naso; poi si sposta, sulla linea della mandibola, la accarezza soave con le labbra e sente pizzicare a causa dell'accenno di barba che è cresciuto.

«Una volta una persona m'ha detto di fidarme anche se io non avevo capito su cosa» sussurra ad un suo orecchio, il che fa ridacchiare l'altro ragazzo che ha socchiuso le palpebre grazie al senso di beatitudine che tale tocco gli dona e «Sicuramente avrà avuto un'idea folle» commenta in un soffio.

«La più folle e bella del mondo.»

Se lo ricordano quel pomeriggio di qualche mese fa. Paiono trascorsi secoli, eppure si tratta di un lasso di tempo relativamente breve.

Una domanda che si è posto spesso Manuel è come sia possibile che qualcuno diventi così importante in una manciata di settimane. La risposta ancora non l'ha trovata.

Direbbe che "è successo" e, con molta probabilità, gli basterebbe.

Simone si tira appena indietro e inclina il capo su di un lato. «Ti fidi tu adesso di me?»

Manuel è così ammaliato dalla visione degli occhi grandi e le labbra gonfie e arrossate che può osservare che non può compiere gesto diverso dall'annuire.

Che poi, certo che si fida.

Con anima e corpo.

Si fida in seguito quando raggiungono il letto lasciato sfatto, con le lenzuola stropicciate e la coperta accartocciata – sua madre avrebbe di sicuro di che lamentarsi a causa del disordine.

Si siede sul materasso, mentre Simone resta in piedi di fronte a lui ed è un istinto naturale che lo fa sporgere in avanti per baciare piano il suo addome, qualche centimetro più su dell'ombelico. Lo fa ridere, percepisce con chiarezza un suono melodioso che si insinua nelle proprie orecchie e allora solleva lo sguardo per incrociare il suo.

Simone non ha smesso di sorridere da quando è stato baciato in sella alla Vespa, tanto ha bramato tale evento.

Con estrema lentezza, si inginocchia e si posiziona in mezzo alle gambe divaricate del compagno.

«Ti fidi di me?» ripete, seppur non necessario e ottiene la medesima reazione, un cenno di assenso con la testa.

La sua espressione si fa più seria — soltanto di poco. I suoi gesti sono delicati, curati. Pizzica con le dita l'elastico dei boxer dell'altro ragazzo, gli fa sollevare il bacino per poter sfilare l'indumento che finisce anch'esso sul pavimento; scopre il membro non ancora del tutto eccitato, lo tiene fermo dalla base, premendoci i polpastrelli sopra.

Manuel trattiene il respiro a causa di quel contatto minuscolo. Si sbilancia all'indietro con il busto, mantenendosi in equilibrio sui palmi.

Socchiude le palpebre, ma non le serra per poter osservare la scena che gli si svolge davanti, un meraviglioso spettacolo a cui può assistere solo e soltanto lui.

Vede Simone calarsi sul proprio principio d'erezione, schiudere le labbra e inglobare piano la punta; percepisce il suo respiro caldo e, in seguito, la sua lingua premere sul glande.

Sospira sommesso e un gemito gutturale riecheggia nella stanza per quanto cerchi di trattenerlo. Stringe tra le dita il lenzuolo ed è incatenato, ammaliato, stregato dagli occhi grandi e profondi dell'altro ragazzo che continua a fissarlo mentre compie quel gesto, incava le guance e comincia a succhiare, aiutandosi con una mano che scorre lungo l'asta e la pelle che comincia a tendersi e farsi più calda.

Simone si stacca con uno schiocco e un rivolo di saliva gli cola lungo il mento. Continua a massaggiargli il membro adesso più turgido con movimenti dall'alto verso il basso e poi più circolari e di nuovo come prima.

«Ti piace?» chiede. Una leggera insicurezza lo pervade. Poneva lo stesso quesito pure a Giorgio, all'inizio, ma lui non gli ha mai risposto per davvero, si limitava a spingergli la testa per incitarlo a riprendere e allora traeva le sue conclusioni.

Vuole un responso per sapere se sta facendo bene, se sta apportando dell'effettivo piacere o gli sta dando fastidio.

Manuel annuisce e butta fuori l'aria che ha trattenuto nei polmoni per un attimo. «Un sacco» conferma — il che fa sorridere l'altro, soddisfatto e lo conduce a baciare di nuovo il glande e a passarci la lingua sopra.

«Tu mi piaci un sacco» aggiunge, interrotto da un gemito strozzato. Allunga una mano, la passa tra i ricci scuri e leggermente sudati. «Ti ho—immaginato così tante volte a farlo.»

«Sì?»

«Sì.»

«Potevi dirmelo.»

«Eh.»

«Lo avrei fatto... molto prima, se avessi saputo» Simone soffia, la sua voce gracchia. Ingloba ancora una volta l'erezione con la bocca e la spinge così in fondo da percepire l'estremità in gola.

Manuel porta il capo all'indietro e gli sfugge una risata, di pancia, avvolto da un piacere tale da fargli arricciare le dita dei piedi e tremare le braccia. Socchiude le palpebre. «Sì, dovevo... dovevo decisamente dirtelo prima.»

Rilascia un sospiro sommesso quando sente l'altro ragazzo staccarsi per una frazione di secondi ed è una piacevole tortura percepire che lo tocca e lo priva di tal contatto con cadenza regolare.

Con l'appagamento che aumenta in modo sempre più rapido, Manuel si solleva e intercetta le labbra di Simone per un bacio più spinto, dove inserisce la lingua, i denti cozzano e la loro saliva si mescola.

Dall'impeto, se lo tira addosso e un po' lo graffia sulle spalle con le unghie.

L'altro cerca di continuare a masturbarlo nonostante sia coinvolto in quel gesto pregno di desiderio e passione, con scarsi risultati poiché da quel momento i movimenti che compiono si fanno più caotici, disordinati, guidati dalla voglia di abbandonarsi, donarsi e possedersi reciprocamente.

Simone si ritrova — non capisce nemmeno come — sdraiato in posizione supina sul materasso, Manuel sopra di sé che ha preso a baciargli il collo, la clavicola, poi più su, sulla linea del mento.

Chiude gli occhi. Prova a sentire e non vedere per un breve attimo. Percepisce le dita del compagno che scavalcano l'elastico dei boxer che ancora non si è levato, che lo sfiorano e arrivano alla propria erezione che si è fatta presente a causa dell'atto di poco prima, cominciando a masturbarlo con lentezza.

Soltanto allora solleva le palpebre e sbuffa una risata soddisfatta.

«Io ho immaginato questo un sacco di volte» sospira.

«Sì?» Manuel glielo sussurra in un orecchio, non frenando i suoi gesti.

«Questo e mille altre cose.»

«Nemmeno tu hai mai detto niente.»

«Mi è sfuggito tra un siamo amici e l'altro.»

Gli viene da ridere. Lo fa contro la sua pelle.

Nella sua testa rimbomba una frase ben specifica: gli amici non si guardano come ci guardiamo noi.

Gli amici non fanno ciò che stiamo facendo noi.

Non esterna nulla, tuttavia, si limita a mordicchiargli la guancia e le loro risate, adesso insieme, riempiono la stanza.






Sono nudi entrambi, immersi nella luce dell'alba a cui non badano poiché impegnati a fissarsi, a scrutare uno il viso dell'altro.

Simone è sdraiato a pancia in su.

Manuel è sopra di lui, tenendo il busto appena rialzato per non gravargli troppo addosso. L'ansia da prestazione lo ha attanagliato fino a quel momento: non avendo del lubrificante, hanno dovuto optare per la saliva che non è ottimale, però Simone lo ha rassicurato almeno venti volte sul fatto che andasse bene lo stesso; lui non ci ha creduto molto e avrebbe addirittura voluto uscire di casa per andare a comprarlo in un distributore automatico della farmacia. Ha desistito, alla fine, soltanto perché non è riuscito a interrompere i baci, gli sfregamenti e le carezze.

«Vuoi che mi giro?» pigola Simone ad un tratto, intanto che osserva l'altro ragazzo intento a sistemare al meglio il preservativo sopra l'erezione piena e turgida.

«No,» replica Manuel «perché dovresti?»

«Magari sei più comodo.»

«Va bene così» oscilla con il bacino e stuzzica con la punta del proprio membro l'anello di muscoli pronto e inumidito del compagno. Fa incrociare i loro sguardi e con una mano gli tira indietro i capelli per scoprire la fronte.

Imprime una spinta enfatica con i fianchi, con essa lo penetra — piano, lo fa abituare alla nuova presenza. «Poi vojo vedè una cosa» biascica sulle sue labbra, simula un bacio che non si conclude.

Simone boccheggia, strizza le palpebre. «C-cosa?» soffoca, trattenendo un gemito.

«Se fai più... versi adesso o quando facevamo finta.»

Ride.

Assurdo: stanno facendo l'amore per la prima volta, occhi dentro occhi, continuando a ridersi addosso e interrompendosi solo per dei nuovi baci.

Probabilmente non esiste qualcosa di meglio al mondo.

«Quanto sei—scemo.»

Manuel non replica, piuttosto preme le labbra sulle sue, per davvero, intanto che comincia a muoversi in maniera più cadenzata.

Simone divarica di più le gambe e ne piega una per strusciare la pianta del piede contro la parte posteriore della coscia del ragazzo che gli è sopra. Gli concede più accesso, di potersi spingere di più — di più — dentro di sé.

Lo sente tanto, tantissimo, di pari passo al piacere che comincia a pervaderlo, a fargli formicolare i muscoli.

Fa scorrere le mani sulla sua schiena, passa due dita sulle vertebre che percepisce sotto ai polpastrelli.

Si fissano come se non fossero capaci di fare qualcosa di differente.

Nemmeno vogliono farlo, non in quel momento.

Manuel è ancora un po' incerto, infatti ogni tanto rallenta, si ferma, chiede «È tutto okay?» e prosegue soltanto quando ode Simone mugolare qualcosa di incomprensibile o le proprie labbra vengono cercate per l'ennesimo bacio.

È andato a letto con altre persone nella sua vita, spesso avventure di una singola notte, ragazze che non ha mai rivisto, che sono scomparse subito dopo — o è scomparso lui, se la giocano — però non ricorda di essersi mai sentito così, in un modo che non è capace di definire.

La parola bene sarebbe riduttiva, ma decide che, almeno per ora, può riassumere l'intero concetto.

«Simo...» soffoca sulla sua bocca. Vorrebbe dire qualcosa, però resta in silenzio e in uno strano e inspiegabile modo Simone capisce che intende, biascica un «Mh-m» intanto che i loro respiri si mescolano.

Ed è allora che Manuel viene travolto da un orgasmo che lo fa tremare, lo fa urlare, gemere.

L'altro ragazzo lo bacia, rende ovattato il suo grido tramite quel gesto. Poco dopo, lo percepisce crollare, stremato, su di un fianco. Non riesce più a tenere le loro labbra in contatto e si affretta ad allungare una mano per potergli accarezzare il viso.

Il primo pensiero di Manuel è che lui è venuto, ma Simone non ancora, dunque va a masturbarlo docilmente per condurlo al culmine.

Si guardano pure in quel momento, con dei sorrisi in volto a causa dei quali le guance hanno cominciato a tirare e far male.

«Ne fai di meno» dice Manuel, col fiatone.

«Cosa?»

«Versi. Di meno e—meno forti, ma só più belli.»

«Hai davvero controllato?»

«Certo!»

Sdraiati fianco a fianco, Simone gli mette un palmo sulla faccia. Manuel ride e gli mordicchia le dita.

Bene, stanno bene.

Questo termine può bastare.

***

Si addormentano che è già mattina — per stanchezza, non vorrebbero davvero abbandonarsi al sonno, piuttosto continuare a parlare, prendersi in giro, toccarsi e baciarsi.

Alla fine, però, cedono, pur rimanendo avvinghiati come fosse vitale mantenere un contatto.

È quasi mezzogiorno quando Manuel apre gli occhi e si ritrova, però, in un letto vuoto. Strizza le palpebre, mettendosi a sedere sul materasso. La persiana è chiusa meglio per evitare che entri troppa luce.

Si passa una mano sul volto e subito percepisce dei rumori provenire dalla cucina.

Si alza a fatica, raccattando i boxer dal pavimento e indossandoli. Trascina i piedi fuori dalla stanza, attraverso il minuscolo ingresso che conduce al nuovo ambiente.

Lì, di spalle, scorge Simone fermo davanti ai fornelli, con una t-shirt beige che riconosce essere propria — perché all'altro sta un po' stretta sulle spalle — e i boxer di cotone addosso.

«Che stai a fa'?» domanda. Cerca di usare un tono abbastanza basso per non farlo sussultare, cosa che accade comunque poiché l'altro è colto alla sprovvista.

Quest'ultimo si gira, abbozza un sorriso. «Volevo preparare la colazione» spiega «ma non so dove sono le cose, per cui—ho fatto solo il caffè.»

«Tanto tra un po' se pranza» replica Manuel. Si appropinqua a lui in maniera lenta. Gli ferma davanti, gli cinge i fianchi e si alza sulla punta dei piedi per poter depositare un bacio sulla sua guancia.

«Sì, ma tu senza caffè non inizi la giornata, giusto?»

«Giusto.»

La moka è posta sul fuoco, in attesa che l'acqua si scaldi abbastanza per produrre la bevanda.

«Ieri me so' scordato 'na cosa» esclama Manuel nel frattempo, intanto che fa intrecciare le dita d'una mano con la sua.

«Che?»

«T'ho fatto un regalo pe' il compleanno.»

«Hai organizzato la festa, non serviva anche il—»

«Sta' zitto un po'!» quasi lo rimprovera — ma poi lo bacia sull'angolo della bocca.

«Sono serio, hai già fatto tanto per...» Simone sta per intraprendere un discorso che non viene sentito poiché Manuel si allontana mentre le parole scorrono e lui rimane solo con la caffettiera che comincia a borbottare.

Alza gli occhi al cielo e abbassa la fiamma.

L'altro ragazzo torna davanti a lui dopo una manciata di secondi, tiene in mano una piccola scatola quadrata e bianca, con un fiocco arancione sopra.

Simone non crede di avergli mai confessato che è il proprio colore preferito, immagina che l'abbia capito e basta. «Cos'è?» pigola.

«Apri.»

Il pacchetto è molto leggero e non deve rompere il nastro per scoprire il contenuto. È sufficiente sollevare il coperchio.

Scopre un portachiavi in acciaio con due ciondoli: uno rappresenta una farfalla azzurra con striature blu scuro, l'altro è una targhetta rettangolare con delle barre sopra.

Estrae l'oggetto con due dita. Sta per dirgli che è molto bello, ringraziarlo per il pensiero, ma Manuel lo precede: «La farfalla è per quel videogioco che 'na volta mi hai fatto vede'. Non lo abbiamo mai giocato insieme, però me so' cercato qualche gameplay online e pare figo. Ce l'hai pure come sfondo sul telefono... quando c'avevi 'n telefono.»

Ridacchia — lo fanno entrambi — e prosegue: «E l'altro pezzo è la playlist che t'avevo detto. Dovresti leggerlo sempre cor telefono, ma non ho messo 'n conto che lo facessi in mille pezzi 'a sera stessa.»

Simone annuisce e rigira tra pollice, medio e indice il portachiavi, appena ruvido sotto ai polpastrelli. «Grazie,» sussurra «è bellissimo, davvero.»

«Seh, non è niente di che, cioè... potevo fa' meglio.»

«Perché fai sempre così?»

«Così come?»

«Sminuisci quello che fai ogni volta.»

«Non è vero, è solo oggettivo che non è niente de che, è 'na cazzata proprio. E poi generalmente io non valgo niente, perché ciò che faccio dovrebbe valere qualcosa?»

Il borbottio della caffettiera si fa più forte, segno che la bevanda è pronta. Per evitare disastri, Simone allunga di fretta una mano e spegne il fuoco.

In passato, ha avuto una certa visione di Manuel, del ragazzo sicuro, spavaldo, non scalfito da nulla e strafottente delle volte; è una delle ragioni per cui, agli inizi, lo tollerava poco e lo reputava pure un briciolo invadente – per di più, era amico di Jacopo e non ha mai sopportato nessuno di loro.

Scopre, sotto l'apparenza dura, che c'è una fragilità immensa della quale ha intravisto soltanto la superficie.

«Chi ti ha detto questo?» domanda e, in cuor suo, conosce già la risposta.

«Non—nessuno, lascia sta'. È pronto il caffè?»

«Lo sai che quello che esce dalla bocca di mio fratello è solo un ammasso di stronzate?»

Sì, Manuel ne è consapevole, esattamente come sa bene quanto sono pesanti certe parole, certe affermazioni in grado di segnare una persona nel profondo, condizionarle e rovinarle la vita. E Jacopo è bravo in quello, a distruggere chi gli sta intorno utilizzando soltanto le parole, l'arma più micidiale del mondo.

Sbatte le palpebre, distoglie lo sguardo per non cadere nella dolce trappola degli occhi grandi dell'altro ragazzo che lo scrutano da incredibilmente vicino. «Pe' pranzo ce potemo fa' la pasta, se te va» prova a cambiare discorso, a spostarsi per evitare di guardarlo in faccia.

Tuttavia, Simone lo trattiene. Posa il regalo sul ripiano della cucina in modo da prendere il suo viso tra le mani. Sfrega i pollici sui suoi zigomi.

«Sono solo stronzate, d'accordo?» ripete.

Manuel si morde piano il labbro inferiore. Accenna un sorriso, ben diverso da quelli della notte appena trascorsa. «Lo so» sussurra.

«Jacopo non c'è oggi, mh? Ci siamo solo io e te.»

Annuisce. Sa anche quello. «Ed è il tuo compleanno» borbotta. «Puoi... scegliere cosa fare.»

«Una mezza idea ce l'ho.»

Simone deposita un rapido bacio sulla punta del suo naso e fa un passo indietro, interrompendo il contatto.

«Cioè?»

«Voglio un appuntamento vero con il mio ragazzo vero

Ripete un simile appellativo come a sottolineare il fatto che hanno smesso di fingere, non è più una recita e non vede l'ora di ricominciare – cominciare – a darsi baci in pubblico, farsi foto, postare sui social, andare alle feste insieme, da fidanzati veri.

«Per caso hai detto vero?» Manuel lo sbeffeggia bonariamente, il che gli costa un pizzico lieve sul fianco. «Ahia!» si lamenta – ma sta già ridendo. «Te perdono solo perché oggi è il compleanno tuo.»

Riduce nuovamente la distanza che li separa.

Si attraggono come un pianeta e il suo satellite.

Come la Terra e la Luna.

«E perché me va de passa' un giorno intero cor vero ragazzo mio.»

Simone sorride, appoggia i palmi sul suo petto, sente i battiti del suo cuore.

È una bella musica.

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