9.
Ed eccomi qui ad affrontare un nuovo giorno di scuola, in un istituto completamente nuovo.
Guardo quei corridoi pieni di ragazzi e quelle aule ancora vuote che aspettano solo di essere riempite dalle solite facce mattiniere.
Il tutto solo per sentire parole che non ascolterai mai o che, perlomeno, a fine lezione avrai già dimenticato.
Mi sento terribilmente a disagio.
Ragazzi che non mi hanno mai vista si voltano a guardarmi, e a vedere le loro facce si direbbero alquanto sopresi.
Quanto a me... non so praticamente nulla, nemmeno dove si trovi la mia nuova classe.
«Immagino tu sia la nuova studentessa» dice uno dei tanti collaboratori scolastici.
Anche se non lo conosco, mi sembra abbastanza simpatico.
É un uomo sulle cinquanta, alto e un po' grassottello.
«Si», tolgo le cuffie dalle orecchie. «Esatto».
«Il tuo armadietto è là in fondo», indica. «Mentre la tua classe è la terza porta a sinistra».
«Grazie mille».
La porta della classe è ancora aperta. Faccio un respiro lungo dieci secondi per poi entrare.
«Buongiorno», dico alla nuova professoressa già seduta sulla cattedra.
Abbassa i suoi occhiali e mi guarda con aria interrogativa scrutandomi dalla testa ai piedi.
É piuttosto bassa, capelli neri a caschetto, occhi marroni e qualche lentiggine sul viso.
A giudicare dall'aspetto sembrerebbe una donna non molto giovane.
«Ah, tu devi essere la nuova ragazza».
«Già», sistemo il telefono nello zaino.
«Prego accomodati», fa un sorriso. «Scegli pure un posto».
«La ringrazio».
Molti dei miei nuovi compagni occupano già i loro posti.
Scelgo il terzo posto della fila centrale a sinistra.
Poso lo zaino per terra e mi siedo.
Mi guardo intorno spaesata, osservando uno ad uno queste facce sconosciute con cui dovrò condividere altri due anni.
Due ragazzi mi stanno fissando e si scambiano un'occhiata.
Imbarazzata intreccio tra le dita alcune ciocche dei miei capelli e aspetto che la classe si riempi.
Certo che qui i ragazzi non sono niente male.
«Ciao», dice uno di loro.
«Ciao», ricambio il saluto con un gesto della mano.
«Io sono Cristian e lui è il mio amico Federico».
«Piacere di conoscervi».
«Come mai qui?».
«Mia madre ha ricevuto un offerta di lavoro e beh...», rispondo. «Eccomi qua».
«Se ti serve qualcosa conta pure su di me», dice.
«Ti ringrazio, molto gentile».
Federico è quello dagli occhi verde smeraldo e dai capelli castani con un ciuffo laterale.
Indossa dei jeans blu scuro e un maglione blu.
Cristian, invece, è quello dall'aspetto più tenebroso.
Occhi color nocciola come la nutella e dei capelli bellissimi.
Indossa una felpa rossa con una scritta bianca al centro, e dei jeans scuri dall'effetto strappato.
Do uno sguardo anche agli altri ragazzi che mi accolgono con un caloroso sorriso.
Tutti qui hanno delle storie da raccontare.
Storie di amori iniziati e finiti, storie di amicizie nate proprio dietro i banchi di scuola.
Si, perché è proprio qui che incontri persone fantastiche che entreranno a far parte della tua vita anche attraverso un semplice sguardo.
«E tu chi saresti?», subito dopo si avvicina una ragazza. Alta mora con un fisico da urlo. Un fisico che farebbe invidia a chiunque.
«Io sono…».
«Si sì non mi interessa chi sei. Spostati».
«Eh?».
«Sei sorda?», ride. «Ho detto di spostarti. Non puoi entrare qui e sederti dove ti pare».
Ma chi si crede di essere per trattarmi in questo modo?
«Non sapevo fosse il tuo posto».
«Adesso lo sai, quindi spostati».
Sento lo sguardo di tutti puntato su di me.
«Dai alzati», mi tira per un braccio.
«Ma che fai? Lasciami subito», mi divincolo da lei.
«Non ti agitare, ragazzina» un'altra ragazza si mette contro di me.
Scommetto che sia la sua migliore amica.
«Emily?», interviene la professoressa.
«Qual è il problema?», chiede.
«Ti sembra questo il modo di accogliere una nuova compagna?».
«Questo è il mio posto. Lei non ha il diritto di sedersi qui» mi guarda con disprezzo.
É evidente che non le sto per niente simpatica.
«Andiamo Emily», la prof. sembra essere dalla mia parte «Non fare la sciocca».
Lei, infastidita, si mette a dire parole a caso e, finalmente, si decide di sedersi da un'altra parte.
Mentre sono assorta nei miei pensieri arriva il momento in cui la prof. vuole che le racconti qualcosa di me.
Avrei voluto tanto che non me lo chiedesse soprattutto perché adesso ho gli occhi di tutti puntati addosso.
Odio ricevere così tanta attenzione.
«Okay», mi alzo un po’ frettolosamente e faccio cadere la sedia per terra.
Perfetto, ci mancava solo questo. Oggi la fortuna non sembra essere dalla mia parte. Chissà cos'altro mi riserverà questa giornata.
«Ah… ehm… io…», mi sfrego le mani. «Io mi chiamo Catherine».
«E perché ti sei trasferita qui?» vuole sapere la professoressa.
Vedo Emily che continua a ridere di me.
«Forza Catherine puoi farcela. Ignorala, ignorala», ripeto dentro di me. Chiudo gli occhi conto fino a dieci e ricomincio a parlare.
«Mi sono trasferita qui ad Amsterdam perché…».
Emily si alza dalla sedia e si avvicina a me «Non so se ti è chiaro ma...», lascia scivolare una ciocca dei miei capelli tra le sue dita. «Guardati intorno. Qui a nessuno interessa di te. A nessuno interessa come ti chiami, da dove vieni, che cosa hai fatto... fattene una ragione», cerca di umiliarmi.
Sento che sto per crollare. Mi manca il respiro. Trattenere le lacrime diventa impossibile.
Ma non devo darlo a vedere. Non qui. Non davanti a lei.
Perché nessuno prende le mie difese? Nessuno si accorge che sta davvero esagerando?
Alla faccia di quello che diceva potrai contare su di me.
Cerco il suo sguardo ma non appena i suoi occhi incontrano i miei lui si gira dall'altra parte.
«Ehi!», provo a difendermi. «Ma come ti permetti?».
«Non sono solo io pensarla in questo modo», si avvicina ancora di più, ma io indietreggio.
Proprio come si aspettava ha l'appoggio e l'approvazione di tutti.
Non ci posso credere. Ma dove sono finita? Questa non è una classe. Mi sembra di vivere in un incubo.
E lei prof? Non le dice niente? Eppure prima sembrava essere dalla mia parte.
«Visto?», alza le spalle. «Che ti avevo detto?».
Senza chiedere il permesso esco dalla classe sbattendo la porta alle mie spalle.
Vado in bagno, scivolo lungo la parete ed incomincio a piangere.
Non riesco a fingere che vada tutto bene e che non sia successo niente. Non posso.
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