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5.

Ricordo tutti quei viaggi.
Quei viaggi fatti insieme alla mia famiglia.
E poi... ricordo quelle città, quei luoghi, dalla quale non sarei mai voluta andare via, perché in fondo... mi hanno cambiato e lasciato qualcosa dentro.
Poi però... accadeva che nonostante tutti i miei capricci e i miei infiniti sforzi per convincerli a rimanere... ad averla sempre vinta erano sempre i miei genitori.
E così ero "costretta" a ritornare a casa. La mia casa.
Ed era solo in quel momento che mi accorgevo di quanto mi mancasse.

Adesso che ho quindici anni quel desiderio tanto sperato da bambina si sta avverando. E non si tratta più di un capriccio.
Abbandonerò questa casa per sempre..
La casa che é stata testimone di ogni mio momento.
La casa dove ho vissuto da quando sono nata.
Dovrei essere contenta no? Dopotutto é un sogno che si sta realizzando.
E invece... non lo sono. Non riesco ad esserlo. Non lo sono perché, crescendo, ho capito che la mia vera vita é qui, in questa città.
Con amici fantastici con cui ho condiviso momenti fantastici.
Con persone che mi vogliono un gran bene e che mi fanno sentire sempre al settimo cielo.
Il solo pensiero di abbandonare ogni cosa lascia dentro di me un gran vuoto e un grande senso di amarezza.

Teneri saluti, baci, e corse fatte per abbracciarsi.
É emozionante vedere persone che aspettano l'arrivo di qualcuno.
E lo è altrettanto vedere come si illumina lo sguardo di entrambi quando finalmente si rincontrano dopo tanto tempo.
E poi... c'è chi, come me, si affretta a partire per un lungo viaggio, per una vacanza.
Con l'unica differenza però... che il mio è un biglietto di sola andata.
Un viaggio senza ritorno.
Dalla valigia prendo un libro e mi siedo in un sedile a leggere.
«Scusami, è occupato questo posto?», la sua è una voce maschile.
Alzo lentamente lo sguardo «Oh mio Dio. Cioè, voglio dire... no no siediti pure».
«Grazie molto gentile», fa un cenno del capo e si siede.
Accidenti ma quant'è bello??  Occhi azzurri come il mare, capelli chiari e un viso d'angelo. Per non parlare del suo fisico da palestrato... praticamente perfetto.
Il libro che sto leggendo, mi scivola dalle mani e cade per terra «Accidenti».
Mi affretto a raccoglierlo ma lui mi precede. Le sue mani sfiorano le mie. Entrambi ci guardiamo negli occhi ed io mi ritrovo a pochi centimetri da lui. Il tempo sembra scorrere più lentamente.
«Il rumore dei tuoi passi», guarda la copertina, «Che coincidenza, piace molto anche a me».
Non riesco a dire o a fare nulla. Il cuore batte all'impazzata.
«A proposito io sono Giulio», sorride. «E tu?».
«Mi chiamo Catherine», gli dico.
Ed ecco che vengo interrotta dalla suoneria del mio cellulare: Andrea. «Scusami, ma adesso devo proprio andare».
Perché non hanno ancora inventato un orologio in grado di bloccare il tempo?
«Aspetta un momento. Stai partendo per Amsterdam?», lo avrà notato dal biglietto che ho in tasca.
«In realtà... io e la mia famiglia ci trasferiamo lì».
«Allora è una doppia coincidenza».
«Che vuoi dire?», metto lo zaino in spalla.
«Prima il libro e ora anche questo...  io ci abito ad Amsterdam».
«Allora sei qui a Milano per una vacanza», vedo le valigie.
«Si, sto qui solo per due giorni».
Andrea continua a chiamarmi.
«Scusa, ti ho trattenuta fin troppo. Vai pure. Ci vediamo in giro allora».
«Si, certo, ci vediamo».
«Ciao».

Mi allontano da lui e raggiungo mio fratello.
Due mani si appoggiano alle mie spalle.
E non ho neanche il bisogno di girarmi per capire che è lei. Kristine.
«Sapevo saresti venuta», l'abbraccio.
«Non avrei mai potuto lasciarti partire senza prima averti salutato per un'ultima volta», mi sorride.
«Ti ringrazio tanto amica mia».
«Fai buon viaggio, e ricorda solo questo: ci sarò tutte le volte che ne avrai bisogno.
Chiamami tutte le volte che non sai che decisione prendere o tutte le volte che ti trovi in difficoltà. Chiamami semplicemente perché ti voglia di sentire la mia voce. Chiamami alle tre del mattino, nel cuore della notte, io avrò il telefono sempre accesso e sarò sempre pronta a risponderti anche se, probabilmente, a quell'ora starò già dormendo. Perché in fondo è questo quello che siamo, amiche».
«Non troverò mai un'amica migliore di te».
«Ed io non troverò mai qualcuno che riesca a farmi stare bene come solo tu hai fatto».
«Andiamo, l'aereo sta per partirei», informa Andrea.
«É arrivato il momento dei saluti».
«Già».
Un ultimo abbraccio e poi il nostro saluto speciale.
Seguo Andrea.
Non sto a dire come ci imbarchiamo sull'aereo. É quello che fanno più o meno tutti.
É solo uno dei tanti lunghi e interminabili passaggi e il tempo sembra non voler passare più.
I minuti, i secondi, sembrano infiniti.
«Mi dispiace Andrea», occupo il posto prima di lui. «Sei arrivato troppo tardi. Il posto accanto al finestrino è mio».
«Tutto tuo», si arrende facilmente e si siede.
«Davvero? Non dici nulla?».
«E che dovrei dire?», prova a rilassarsi.
«Di solito io e te finiamo sempre con il litigare», gli ricordo.
«E’ ciò che hai sempre desiderato. No? Poter vedere il paesaggio dall'alto. Quindi chi sono io per impedirtelo?».
«E tu come fai a saperlo?», porto una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
«E’ un mio segreto».
«Certo che in questi giorni tu sei davvero pieno di segreti».
Non risponde. Si è addormentato in un attimo.
Sguardo fisso al finestrino, cuffie nelle orecchie e musica ad alto volume.
Perché viaggiare non è nulla senza un po’ di musica.
"Resto fermo tra le onde mentre penso a te, fuoco rosso luce rondine. Tra le foglie soffia un vento molto debole…" ed è proprio a queste parole, a questa frase cantata dal mio gruppo preferito i "Modà" che ripenso a quel ragazzo. Ripenso a quegli occhi così belli. A quegli occhi azzurri che guardavano i miei e a quelle mani che toccavano le mie.
Come può un semplice sconosciuto, incontrato così per caso, farmi questo effetto?
«Ehi sorellina», Andrea mi dà una gomitata.
"Si?".
«É tutto okay?», chiede «Insomma... sei pronta?».
«Non so se ce la faccio», la mia mente mi ripete di essere forte, di chiudere gli occhi e di respirare.
«Insieme riusciremo a superare anche questa».
Stringo forte la sua mano. Forse solo un po' più forte di tutte le altre volte.
«Vedrai che andrà tutto bene», rassicura.
«Lo spero ma... aspetta un momento», controllo tutte le tasche dei miei jeans «Dove l'avrò messa... eppure era qui, fino a poco fa».
«Che ti prende?».
«La mia coccinella, non la trovo», continuo ancora a cercare.
«Ti è caduta mentre scendevi le scale», me la mette tra le mani.
«Oh grazie mille, credevo di averla persa».
Sfiora con un dito la mia guancia.
Guardo fuori dal finestrino. Guardo il mio passato svanire nel nulla. Guardo dall'alto quelle strade che avrò percorso migliaia di volte. Guardo tutto quello che ha lasciato dei ricordi dentro di me.
Addio amici. Addio vecchia vita.
L'unica cosa che riesce a tirarmi sul il morale è il paesaggio visto dall'alto: le montagne, i pini, le case che diventano piccole...
Dal finestrino posso anche vedere le nuvole così bianche e così soffici che mi verrebbe voglia di toccarle.
«Volete che vi porti qualcosa?», chiede l'hostess.
«No no», rispondo.
Andrea, invece, prende solo una pacco di patatine.
Mi giro e vedo i miei che stanno dormendo. Devono essere davvero molto stanchi. Meglio non disturbarli.
«Papà?», il bambino seduto di fronte strattona per un braccio il padre.
«Dimmi figliolo».
«Quando manca ancora?».
«Non molto, fra poco finalmente potrai riabbracciare tua madre».
«Non molto quanto?», si alza appena un po’ per arrivare all’ altezza del finestrino ed appoggia una mano sul vetro.
E’ davvero tenerissimo.
«Stai seduto dai», cerca di convincerlo.
«Papà papà guarda».
«Che cosa?», slaccia la cintura di sicurezza.
«Guarda quelle nuvole. Un giorno mi piacerebbe toccarle con le mie stesse mani».
«Sono sicuro che ci riuscirai», lo asseconda.
Il bambino si risiede e rivolge uno sguardo a me. Mi guarda con occhi curiosi, per poi salutarmi con un gesto della mano.
Mi limito a fare lo stesso.
É così tenero.

«Catherine?», Andrea mi sveglia.
«Uhm? Dove siamo? Siamo già arrivati?».
«Già, guarda fuori. Siamo ad Amsterdam".
"É una città fantastica, proprio come si vede nei film".
"Andiamo, ci stanno aspettando".
Una volta atterrati rivedo nuovamente quel bambino insieme al padre.
Mi fermo a guardali per un attimo.
«Papà? Dov'è la mamma?».
«Starà per arrivare, non preoccuparti», si guarda intorno sperando di intravedere sua moglie.
«Ah eccola lì», le va incontro stringendola in un forte abbraccio
«Ciao piccolo mio. Mi sei mancato tantissimo», lo bacia dolcemente sulla fronte.
«Anche tu mi sei mancata», continua a tenerla tra le sue piccole braccia.
«E a me non mi saluti?», suo marito si finge offeso.
«Ma si certo. Vieni qui», gli dà un bacio sulle labbra che sembra ricompensare tutti quelli perduti e mancati.
É una delle poche scene che scalda i cuori.
Fuori dall'aeroporto c'è un autista ad attenderci.
«Benvenuti in questa meravigliosa città. Avete fatto un buon viaggio?». chiede.
«Si sì», risponde mia madre. «La ringrazio».
«Prego», prende le nostre valigie e ci invita a salire.
Ho l'ansia a mille.
Salgo in macchina con una strana sensazione addosso.
Sento una stretta allo stomaco.
L'autista mette in moto. Sa già dove andare.
«Saremo lì in dieci minuti», ci informa.
Indosso per l'ennesima volta le mie cuffie.
E mi perdo a guardare questa città con la musica che fa sottofondo.
Mi perdo a guardare le strade, gli edifici, i palazzi antichi, le case...
Se avessimo questa città molto tempo prima probabilmente avrei fatto di tutto per convincerli a rimanere.
Proprio come ha detto l'autista... effettivamente... dopo dieci minuti arriviamo.
«Eccoci qua!», esclama. "Benvenuti in questa nuova casa”.
Scendo dall'auto e mi fermo davanti al cancello "Ma è stupenda", spalanco gli occhi.
Nostra madre, trova le chiavi ed apre sia il cancello che la porta di casa.
«Dove vai? E le valigie?», mi ferma Andrea.
«Fai il gentiluomo. Occupatene tu».
«Vuoi scherzare? Sono pesantissime».
«Dai», lo supplico. "Se sonp pesanti per te, figuriamoci per me".
«E che razza di giustificazione sarebbe?», le tiene ancora tra le mani.
«Se non ti va lasciale pure qui. Le prenderò più tardi».
«Entriamo dai».
Salgo di corsa al piano di sopra e raggiungo la mia camera.
«Almeno potresti aspettare».
«Wow è meravigliosa".
«Ecco tieni», le posa sopra il mio letto.
«Grazie mille, ora puoi anche andare».
«Bel ringraziamento».
«Perché non vai a vedere la tua?».
«Proprio quello che volevo fare se solo tu non mi avessi costretto a portare anche le tue valigie».
«Io non ti ho costretto».
«Lasciamo perdere».
Sa già che con me è una battaglia persa.
Mi butto nel letto: è cosi comodo che quasi non vorrei alzarmi più.
Faccio un giro delle altre stanze.
Scendo al piano di sotto. C'é una cantina.
Il luogo perfetto in cui nascondersi quando si vuole rimanere da soli.
Con i suoi tanti scatoli impolverati, e con i suoi oggetti antichi, questo posto ha qualcosa di magico, ed una storia tutta sua da raccontare.
Nel frattempo nostra madre ha già messo qui tutte le nostre cose, ovviamente... cose che non utilizziamo più da tempo, come i nostri piccoli oggetti d'infanzia che testimoniano ogni nostro momento e ricordo.
"Ah sei qui?", Andrea mi raggiunge. "Ti piace questo posto?".
"Si, a te?".
"Abbastanza".
«Andiamo a fare un giro della città? Ti va?", gli propongo. "Che ne dici?».
«Tu non riordini le tue cose?».
«Siamo appena arrivati», sbuffo. «Per quelle c'è tempo».
«Hai ragione».
«Ottimo».
«Dammi solo qualche minuto».
«Perfetto, ti aspetto».
E questo è solo l'inizio di una nuova vita.

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