20.
«Grazie mille Andrea, ti devo un favore».
Grazie al suo aiuto sono riuscita a uscire di casa senza farmi notare.
Rimetto le scarpe che prima avevo tolto per evitare di fare rumore e vado di corsa in quella panchina, sperando solo che Tess non se ne sia andata.
«Catherine, allora sei venuta?», mi vede da lontano.
«Certo», riprendo fiato e le sorrido. «È da tanto che aspetti?».
«No, sono qui da cinque minuti».
«Tess, ieri, non ha fatto altro che parlarmi di te», arriva suo padre.
«È bello sentirselo dire».
«Posso parlarti un momento? Ho bisogno che tu mi faccia un enorme favore», ci allontaniamo da Tess un momento.
«Ma certo, di che si tratta?».
«Potresti ospitare Tess da te per un po’?».
«Intende a casa mia? Perché?».
«Io, a causa di alcuni impegni starò via più del dovuto e non so a chi lasciarla».
«Si certo, nessun problema», non ci penso un attimo.
«Ho una notizia fantastica», si rivolge a Tess. «Stanotte dormirai da Catherine».
«Davvero?», le si illumina il viso.
Sento il telefono vibrare: Andrea ha pensato bene di darmene uno vecchio.
«Muoviti, la mamma vuole assicurarsi che tu sia in camera a studiare. Non riuscirò a trattenerla per molto».
«Scusatemi, io devo scappare».
Prendo carta e penna dalla borsa, «Questo è il mio indirizzo».
Devo sbrigarmi. Non posso mettere mio fratello nei guai e, di certo, non voglio che mia madre mi raddoppi la punizione.
Ritorno di corsa a casa ma ho dimenticato di pensare ad un modo per rientrare senza essere scoperta.
«Forza Catherine, pensa. Pensa a....»
Vedo una scala appoggiata al muro dei miei vicini, così, la prendo, con l'intenzione di entrare dalla finestra di camera mia che ho lasciato appositamente aperta.
Prendo un libro qualsiasi dallo zaino e incomincio a ripetere la lezione a voce alta.
Mia madre apre la porta ed Andrea sembra rilassato nel vedermi.
«Qualcosa non va, mamma?», le chiedo.
«No nulla, volevo solo assicurarmi che tu stessi studiando.
«Si, in effetti è quello che sto facendo».
«Certo che i nostri vicini non si smentiscono mai», si lamenta.
«Che è successo?».
«La scala», guarda dalla finestra, «L’hanno lasciata un'altra volta qui».
«Già, l'avevo notata anche io», la assecondo facendo finta di nulla.
E mentre incolpa i vicini lei intanto non sa che l'ho appena utilizzata io.
Le arriva un messaggio, e a giudicare dalla sua faccia... un messaggio di lavoro.
«Mi dispiace ragazzi, ma devo ritornare al lavoro, hanno urgentemente bisogno di me».
«Non ti preoccupare, vai pure», le dice Andrea.
«Okay, ci vediamo più tardi».
«Aspetta, posso riavere il mio cellulare?».
«Ecco tieni», lo prende dalla tasca della sua giacca. «Ma non provare mai più a fare una cosa del genere».
«Non succederà, ho imparato la lezione».
Andrea chiude la porta e, finalmente, possiamo parlare tranquillamente.
«Lo ammetto, per un attimo ho avuto paura che ci scoprisse».
«Non avrei mai permesso che tu finissi nei guai per colpa mia», gli restituisco il vecchio telefono.
«Sei stata abbastanza furba, questo posso dirtelo», Andrea si siede sul davanzale della finestra.
«A proposito Tess verrà a stare da noi per un po’».
«Perché?».
«Lo stesso motivo per cui nostra madre in casa non c'è mai».
«Scendiamo, sono già qui».
Vado ad aprire la porta.
«Te ne sono molto grato», non perde tempo a dire suo padre.
«Per noi è un piacere».
Okay, non ho mai fatto la» babysitter», e non ho idea di come mi debba comportare.
Però... sono convinta che alla fine insieme ci divertiremo tantissimo.
«La verrò a prendere domani mattina».
«D’accordo».
«Mi raccomando», si mette in ginocchio. «Comportati bene».
«Si papà» lo abbraccia.
Si allontana e si affretta ad andare al lavoro.
«Ah… ehm... okay… benvenuta a casa nostra», la accolgo con un sorriso.
«Ciao Andrea», lo saluta con un piccolo gesto della mano.
«Ciao».
«Allora? Che facciamo adesso?».
«Posso vedere la tua stanza?», chiede.
«Ma certo. Vieni», la prendo in braccio.
Come dirle di no.
«É davvero tutta tua?», spalanca la bocca non appena la vede.
«Ti piace?».
«É bellissima. Anche io vorrei averne una così».
La rimetto a terra, «Prego, fa come fossi a casa tua».
Con le sue piccole mani incomincia a toccare ogni cosa.
«Mi piacciono tanto questi peluche», ne prende uno tra le mani. «Questo è così morbido».
«Li adoro anche io e quello che hai tra mani e il mio preferito».
«Andrea? Posso vedere anche la tua stanza?», chiede con tanta di quella curiosità addosso.
«Oh ma si certo», Andrea la prende per mano. «Vieni».
«Sai? Me la immaginavo diversa», sembra delusa.
«Diversa come?».
«Quella di Catherine è più bella».
A sentirla mi viene da ridere.
«Sembra che il mio fratellino stia perdendo colpi».
«Sta zitta», guarda da un'altra parte.
«Possiamo prendere una pizza?», chiede.
«E pizza sia» rispondiamo entrambi nello stesso momento.
Andiamo in una pizzeria vicino casa nostra, ci sediamo in un tavolo e ordiniamo.
Le pizze arrivano dopo neanche quindici minuti.
«Ti piace?», le domando.
«Si, è la mia preferita», la gusta.
«In effetti... qui è ancora più buona di come ricordassi», noto.
Proprio mentre noi siamo distratti Tess ne approfitta per uscire dal locale.
«Andrea? Dov'è Tess?», chiedo un po’ spaventata.
«Eri qui fino a un attimo fa».
Mi guardo intorno ma di lei nessuna traccia.
«Dove può esserci cacciata?»
«Sta tranquilla, forse sarà andata solo in bagno».
«Vado a controllare, tu cercala fuori».
«D’accordo».
Entro in bagno e vedo alcune signore.
«Scusatemi, avete visto una bambina di quattro anni alta più o meno così?».
«No mi dispiace», risponde una di loro.
«Grazie lo stesso».
E adesso che facciamo?
«L’ho trovata», Andrea mi ha appena inviato un messaggio.
«Che sollievo!! Dove siete?».
«In fondo alla strada».
«Aspettatemi, sto arrivando»
«Tess, piccola mia, mi hai fatto prendere un colpo» mi metto in ginocchio e la stringo a me «Perché sei uscita senza avvertirci?».
«Credevo di aver visto mia madre», ha le lacrime agli occhi.
«Vieni qui! Non piangere»
«Lei non tornerà più. Me lo sento. Non mi ha mai voluto bene»
«Shh... non pensarlo neanche. Tutti i genitori vogliono bene ai propri figli».
«E allora perché se n'è andata? Perché ci ha abbandonati?».
«Forse i tuoi non andavamo d'accordo insieme», la conforta Andrea.
Che strazio vederla così. Mi si stringe il cuore.
«Dai su andiamo a casa adesso. Devi essere molto stanca».
Si addormenta tra le braccia di Andrea ancora prima di ritornare a casa.
La facciamo distendere nel mio letto. Prendiamo una coperta e la copriamo.
«È bellissima mentre dorme. Sembra un angelo».
«Hai ragione» appoggio la testa sulla sua spalla.
«Sai cosa facevo quando tu eri bambina?».
«No cosa?».
«Molto spesso quando non riuscivo a prendere sonno, mi sdraiavo accanto a te e rimanevo a guardarti per ore fin quando non mi fossi addormento anch'io».
«Perché non me lo hai mai detto?».
«Non ne ho avuto modo. E poi... Chi ti ha detto che non lo faccia ancora?».
«Me ne sarei accorta. Non trovi?».
«Io ho il mio segreto».
«Lo fai veramente? Cioè tu la sera entri sempre in camera mia?».
«Solo per darti il bacio della buonanotte».
«É davvero molto bello quello che fai».
«Non riesco a dormire», Tess si è nuovamente svegliata. «Mi raccontate una storia?».
Mi siedo vicino a lei e le metto una sul viso, «Ne conosco una che mi raccontava mio padre quasi ogni sera».
«Su racconta» è entusiasta.
«Allora c'era una volta una ragazzina che...».
«Come si chiama?», chiede.
«Azzurra».
«Bel nome, mi piace».
«Allora», riprendo il racconto. «C’era una volta una ragazza di nome Azzurra, che passeggiava lungo la riva di un mare limpido e azzurro (proprio come il suo nome).
In cima agli scogli vide una bambina che piangeva disperata.
«Che cosa le sarà successo? Perché sta piangendo?», questa domanda rimbombò nella sua testa fin quando non decise di avvicinarsi.
«Ciao, come ti chiami?», le chiese Azzurra.
La bambina rimase in silenzio.
Con un dito le spostò i capelli che le ricoprivano il bellissimo viso.
«É stupenda», pensò tra sé e sé.
La bambina, però, non si mosse di un centimetro, continuò a piangere e a singhiozzare.
Azzurra pensò che forse era meglio lasciarla da sola, così decise di andarsene.
«Aspetta», le disse la bambina. «Non te ne andare».
«Perché stai piangendo? Cosa ti è successo?», lei si voltò.
«Mia madre è molto malata e, purtroppo, mio padre non ha denaro a sufficienza per comprarle le medicine necessarie».
Azzurra apri la sua borsa ed estrasse delle fragole miracolose in grado di poterla guarire.
«Tieni», gliele mise sulle sue piccole mani.
«Appena arrivi a casa. Dà queste a tua madre, vedrai che starà meglio».
Sul volto della bambina comparve un sorriso.
«Dici sul serio?».
«Ma certo. Fidati di me».
Poi un giorno...».
«Grazie Catherine, grazie Andrea. É una storia bellissima», chiude gli occhi per poi addormentarsi.
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