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10.

"Stringilo per sentirmi sempre vicino".
«Grazie infinite fratellone».
Mi lavo il viso per non lasciare nessun segno del pianto.
Esco dal bagno e prendo il mio cellulare per inviare un messaggio ad Andrea.
Spero solo che a lui vada meglio.
Sfortunatamente vado a sbattere contro qualcuno «Attenzione», alzo la voce.
«Sei tu quella che deve stare più attenta".
«Ah mi scusi io... non volevo», porto una ciocca di capelli dietro l'orecchio.
Quel qualcuno è una donna.
Ha un fisico piuttosto slanciato, gli occhi azzurri e i capelli mossi.
«Proprio te cercavo?».
«Mi cercava? Per cosa?».
«Innanzitutto mi presento. Solo la preside di questa scuola».
«Piacere mio». Che figura!!.
«Questa mattina un ragazzo è venuto da me offrendosi come tua guida».
«Mia guida?».
«É mia abitudine accogliere gli studenti nel migliore dei modi», spiega. «E come riuscirci se non avere accanto qualcuno che ti guidi?».
«Ha perfettamente ragione».
«Suppongo che tu ti senta un po' spaesata qui. Non è così?».
«Già».
«Proprio come immaginavo. Okay, vieni ti presento il ragazzo che si è offerto di darti una mano».
«D'accordo», la seguo.
Bussa alla porta di una classe e lo fa uscire.
«Catherine lui Giulio. Giulio lei è Catherine».
Oh mio Dio. Non ci posso credere. Anche lui frequenta questa scuola.
Sono così felice che a stento riesco a crederci.
«Ma... vi conoscete?», la preside spezza il silenzio.
«Si, ci conosciamo», rispondo.
«Ottimo, allora sarà più facile per voi. Io adesso devo scappare, per qualsiasi informazione chiedi a lui».
«Spero ti troverai bene qui» aggiunge infine.
«Anche io».
Mi giro verso Giulio.
«Come facevi a sapere che ero io?».
«Che eri tu cosa?», finge di non saperlo.
«Andiamo non eri nemmeno sorpreso quando mi hai vista. Tu sapevi già che ero io la nuova ragazza».
Arrossisce leggermente e distoglie immediatamente lo sguardo. «Ho preso solo delle informazioni».
«Capisco... beh... allora? Non mi porti a fare un giro di questa fantastica scuola?».
Per un attimo è come se tutti i miei problemi fossero svaniti nel nulla.
«Oh ma si certo».
Mi porta a vedere ogni singola stanza, e tra una parola e l'altra comincio a prendere un po' di confidenza con le collaboratrici scolastiche.
«Grazie mille».
«E di che?».
«Per aver dedicato un po' del tuo tempo a me», cammino davanti a lui.
«É stato un piacere, dai...», mi invita. «Sediamoci qui».
É un grande cortile, i muri sono pieni di disegni e di scritte.
«Ne vuoi un po'?», vuole offrirmi del succo di frutta che ha preso un momento fa.
«No no ti ringrazio, sarà per un'altra volta. E poi... devo ancora sdebitarmi per quel favore, sei stato davvero molto gentile ad aiutarmi. Se non fosse stato per te, avrei fatto una brutta figura. Te ne sono grata».
«Di nulla», si passa una mano tra i capelli. «Allora? Che cosa mi racconti?».
«Non so... tu che vuoi sapere?».
«Uhm... vediamo... perché ti sei trasferita?».
«Mia madre ha accettato un'importante offerta di lavoro, e non ha voluto rifiutarla per niente al mondo. E cosi... eccomi qui».
«E ti piace questo posto?», chiede.
«Si, anche se, però, una parte di me si ostina ancora a non voler lasciarsi indietro il passato».
«Ti capisco. Sai?».
«Anche tu ti sei trasferito?», lo guardo negli occhi.
«Sono arrivato qui che avevo sette anni. E ti garantisco che è un'esperienza che non rifarei più».
«Già, non dirlo a me».
Suona la campanella della seconda ora.
«Però, certo che il tempo passa piuttosto in fretta quando sei in compagnia».
«Vieni, ti riaccompagno in classe».
«Okay».
Lui allunga un braccio e lo afferro. «Ci vediamo dopo?» dal suo sguardo credo che speri in una risposta positiva.
«Si, ci vediamo dopo», impugno la maniglia della porta, «E grazie ancora».
«Da quando ho capito sei una ragazza che ringrazia molto».
«Lo faccio solo con le persone che mi stanno simpatiche».
«Allora, mi ritengo fortunato».
«Già», rido. «Ciao».
«Ciao».
Rimane davanti a me senza muoversi.
«Che c'è? Vuoi forse assicurarti che entri dentro?», scrollo le spalle. «Guarda che puoi anche andare!».
«Eh? Ah sì giusto», distoglie lo sguardo per poi allontanarsi.
Lui si volta verso di me, mi sorride e a me viene spontaneo ricambiare il suo sorriso.
Rientro in classe, Emily a quanto pare... si è ripresa il suo posto.
«Tu te ne sei andata ed io ne ho approfittato», si comporta come una di quelle ragazze smorfiose.
«Dove hai messo le mie cose?», le chiedo senza darle troppa importanza.
«Sono stata gentile, le ho messe sopra la finestra», indica il punto esatto.
Conto fino a dieci e faccio un respiro profondo. Mi conviene stare zitta.
Riprendo io zaino e mi siedo nel nuovo banco.
La guardo e ride insieme alle altre. Non so fino a quando riuscirò a sopportare le sue risate.
«Come sta andando lì?», Kristine mi ha appena mandato un messaggio.
«Mi sto abituando e tu? Come stai?», scrivo senza farmi notare dalla professoressa.
«Mi manchi molto Catherine».
«Anche tu!! Non sai cosa darei per ritornare lì da te» ammetto con nostalgia.
«Non essere triste, infondo me lo hai insegnato tu. Ci rincontreremo presto».
«Lo spero tanto» blocco lo schermo.
Le due ore passano in fretta e mentre tutti sono usciti fuori dalla classe io rimango dentro con Emily che mi ha trattenuto per non so quale motivo.
«Tu non sai chi sono, non ti conviene metterti contro di me», si avvicina abbastanza arrabbiata.
Ecco adesso lo so.
«Come potrei? Sono qui solo da poche ore».
«Ascoltami bene», punta il dito contro «Non provare a provocarmi».
«Se pensi che io abbia paura di te, ti sbagli» le dico con la più totale indifferenza.
«Dovresti averne invece», si gira a destra e a sinistra come per cercare l'appoggio di tutte le altre, ma forse si è già dimenticata che sono andate via senza di lei.
Non le rispondo. Voglio che si renda conto da sola di quant'è ridicola.
«Sei solo una bambina. Tuo padre non ti ha insegnato l'educazione? Non sai che è buona regola rispondere alle persone?».
«Non ti permettere più a nominare mio padre» mi alzo dalla sedia infuriata e l'afferro per il colletto del suo golfo.
«Altrimenti che fai?».
Le do uno schiaffo che si ricorderà per un bel po'. Ho già sopportato abbastanza.
«Non ci provare più» le dico con occhi lucidi perché sento che sto per scoppiare nuovamente a piangere.
«Che sta succedendo qui?», entra una professoressa. «Tutto bene?».
«Si tutto bene», spiega Emily. «Stavamo solo parlando».
«Già è così», esco dalla classe.
Durante la pausa dopo aver preso qualcosa da mangiare, mi siedo in uno di quei tavoli liberi. Infilo le cuffie nelle orecchie ed incomincio a mangiare.
Si avvicinano due ragazze e si siedono vicino a me. Parlano tra di loro ed io cerco di ignorarle.
«E fuggirò da questi sguardi perché non percepiscano i dolori che ho taciuto e che mi seppelliscono», alzo il volume della musica e mi lascio trasportare dalle parole di questa canzone di Tiziano Ferro.
Prendo dal mio zaino un quaderno. Impugno la penna tra le mani ed incomincio a scrivere tutto ciò che mi passa per la mente. Un modo efficace per dare libero sfogo ai miei pensieri.
Una di loro mi toglie una cuffia dall'orecchio.
«Che c'è? Anche voi adesso volete prendermi in giro?» faccio per andarmene.
Lei guarda l'altra ragazza ed insieme incominciano a ridere.
«Perché mai dovremmo farlo?», beve un sorso d' acqua «Nemmeno ti conosciamo».
«Ah ecco io...», cerco di rimediare. «Scusatemi è solo che oggi non è giornata».
«Hai fatto la conoscenza di Emily non è così?».
«Già», rispondo con un velo di tristezza.
«Tranquilla. Ci siamo passate anche noi», mi sorride e poggia una mano sulla mia spalla. «Lasciala perdere. Lei è fatta così. Qui tutti la conoscono».
«Perché si comporta in questo modo?», voglio cercare di capirne qualcosa.
Insomma... non mi conosce neanche.
«Non vuole avere ostacoli davanti a sé. Vuole primeggiare ed essere la migliore di tutte», dice l'altra ragazza.
«A proposito io sono Tamara e lei è la mia amica Alexia. E tu?».
«Mi chiamo Catherine».
Invidio Tamara. É davvero una bella ragazza. Ha gli occhi verdi, i capelli castani, la pelle chiara ed il viso ricoperto da lentiggini. È alta più o meno quanto me.
Alexia, invece, è la più bassa di tutto il "gruppo". I capelli neri, legati in una semplice treccia, le cadono lungo la spalla. I suoi occhi sono bellissimi, di un azzurro intenso. Porta un paio di occhiali blu che le nascondono il viso. Secondo me starebbe meglio senza.
«Come mai ti sei trasferita qui ad Amsterdam?» domanda Tamara».
«É successo per colpa mia madre. Cioè... in realtà non è colpa sua ma...».
«Lavoro?».
«Già, proprio così. Lavoro», sospiro.
«Immagino sia stato difficile per te lasciare tutto», dice Alexia.
«All'inizio lo è stato, ma grazie all'aiuto di mio fratello Andrea le cose si sono rivelate molto più semplici di come pensassi».
«Se non sbaglio quando arriva un nuovo allievo, un ragazzo o una ragazza di quest'istituto si deve offrire come guida. A te chi è toccato?».
«Si chiama Giulio».
Loro rimangono a bocca aperta.
«Qualcosa non va?».
«Lui si è offerto di farti da guida?».
«Si, niente di che. Che c'è di strano? Perché mi guardate così?».
«Niente di che?», urla Alexia. «Stai scherzando?».
«No. É solo un ragazzo come tanti. Perché vi meravigliate?».
«Lui è il ragazzo più bello di tutta la scuola» dice Tamara «Non sai quanto t'invidiamo. Le ragazze farebbero la fila pur di stare anche solo un minuto con lui e tu...».
«E tu...», continua Alexia. «Che sei appena arrivata hai già questa fortuna», fa un sorriso.
«Io non mi ritengo poi cosi fortunata», dico loro. «Si, okay, è carino ma...».
«Lui non è carino», mi corregge Tamara. «Lui è strafigo».
«Sbaglio o sta venendo verso di noi?», grida Alexia guardando verso la parte opposta.
«Chi?», mi giro.
«Giulio sta venendo verso di noi».
Sento un brivido percorrermi tutta la schiena.
«Che faccio lo raggiungo?».
«No, lascia che sia lui».
«Ciao ragazze», si avvicina proprio come speravano loro. «Ciao Catherine».
«Ciao».
«É occupato questo posto?».
«No, siediti pure».
«Noi andiamo», si alzano. «Sarà meglio lasciarvi da soli».
«Vedo che ti sei fatta delle amiche».
«Ci siamo solo scambiate quattro parole».
«Ah, mi chiedevo se ti andasse di prendere qualcosa insieme uno di questi giorni».
«É un appuntamento?».
«Solo un incontro tra due amici».
«Ma io e te non siamo amici».
«Potremmo sempre diventarlo non credi?».
«Non vedo perché no».
«Quindi accetti il mio invito?».
«Si», rispondo tutto d'un fiato.
«A te dove piacerebbe andare?», chiede.
«Decidi tu a me non importa».
«Conosco un bar niente male», sorride.
«Allora mi fido di te».
«Passo a prenderti alle sei?».
«Okay, alle sei... a questo indirizzo», gli passo un foglio con sopra il mio indirizzo.
«Perfetto. Alle sei sarò da te», ammicca un sorriso.
«Ti aspetto».


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