Twinkies
Le ruote della valigia sobbalzavano rumorosamente sugli scalini di travertino, accompagnando con un ritmo sordo e regolare i suoi passi e il suo respiro pesante. Abitava al terzo piano di un vecchio palazzo milanese, ai limiti della periferia, dotato, sfortunatamente non di un ascensore ma di un minuscolo montacarichi. Era letteralmente terrorizzata da quel marchingegno traballante. Solo una volta aveva avuto l'ardire di salirci e l'esperienza le era bastata per quella vita, per quella futura e forse anche per quella successiva ancora, e certo non avrebbe sfidato di nuovo la sorte quel giorno, non dopo le estenuanti e turbolente ore di volo che aveva appena affrontato. Motivo per cui, armata di pazienza e tanta buona volontà stava salendo a piedi, trascinandosi dietro la valigia.
Certo, avrebbe potuto tranquillamente lasciare che Carlos la portasse al posto suo, ma temeva che lui l'avrebbe presa come abitudine e che, di conseguenza, non le avrebbe più permesso di fare nulla in autonomia. Non aveva intenzione, solo perché era incinta, di ridursi a una sorta di soprammobile o inetta bambolina incapace di fare da sola anche le cose più semplici, come portare il proprio bagaglio. E poi il suo lavoro consisteva per il 70% nello spostare abiti da un camerino all'altro, correndo su e giù, a destra e sinistra, e facendo mille altre cose insieme, se non era in grado di salire le scale con una valigia neanche troppo pesante appresso avrebbe fatto bene a trovarsi un nuovo impiego, magari come segretaria.
Scosse la testa, non aveva senso pensarci ora, in quel momento desiderava solo raggiungere il prima possibile il suo appartamento, infilarsi nel suo morbido pigiama invernale e sprofondare nel suo letto dopo una bella doccia calda. Sempre che la familiare nausea che già sentiva montare glielo avesse permesso.
Con un ultimo sforzo salì i rimanenti gradini che la separavano dalla sua meta, pregustando già il tepore dell'appartamento, in netto contrasto con il gelo che imperversava sulle scale, ma l'improvviso stagliarsi di una figura maschile sul pianerottolo mise in pausa i suoi sogni ad occhi aperti. Avvolto in un cappotto di lana blu scuro dal taglio semplice, il ragazzo si girò e le sorrise. Lo riconobbe immediatamente.
«Tommaso?» domandò, sorpresa ed emozionata.
«Francy!» esclamò lui, allargando le braccia.
Prima che lei potesse fare o dire altro, lui la strinse in un abbraccio caldo e familiare, il tessuto del capospalla che le pizzicava leggermente il viso mentre il sofisticato profumo di cedro, ambra grigia e gelsomino le solleticava le narici sotto l'alone di smog milanese.
«Cosa ci fai qui?» gli chiese senza riuscire a contenere un sorriso per quel benvenuto tanto inaspettato quanto piacevole.
«Mi hai scritto che saresti tornata stasera, e così, dopo il lavoro, ho pensato di passare a salutarti. Ma quando sono arrivato non c'eri, e nemmeno Nick, così ti ho aspettata qui. Ho una cosa per te» disse sciogliendosi dall'abbraccio e cominciando a ravanare nella tasca davanti dello zaino nero.
Ne estrasse una piccola confezione tutta ammaccata di Twinkies.
«Non ci credo!»
Di fronte a lei, Tommaso rise, evidentemente compiaciuto dalla sua reazione. Anche da bambini lui era sempre stato solito farle sorprese di quel genere, presentandosi a casa sua senza preavviso con quel suo adorabile sorriso, a cui nemmeno allora era in grado di resistere, e i suoi occhi verdi e luminosi, portandole un nuovo gioco da fare insieme e tante schifezze da scoppiare, fino a farsi venire mal di pancia. Durante l'adolescenza i giochi erano stati sostituiti da film, mentre il cibo spazzatura era rimasta una costante che si erano portati avanti fino a quando lui non era partito per l'anno all'estero.
«Avrei voluto dartele il mese scorso, quando ci siamo visti, ma non ne ho avuto l'occasione. Me le sono fatte portare da Ileana apposta per te.»
«Ti adoro, Tommy!»
Se non avesse avuto lo stomaco completamente sottosopra per il viaggio e la nausea, avrebbe cominciato a divorare le soffici merendine ripiene di crema seduta stante, invece strinse l'amico d'infanzia in un nuovo breve ma entusiasta abbraccio.
«A proposito di Ileana... non è con te?» chiese sentendo una leggera fitta al pensiero di trovarsela davanti, rigirandosi la scatola di merendine tra le mani.
«No, è tornata negli States per sistemare le ultime cose prima di trasferirsi qui.»
«Oh, capisco» annuì sentendosi sollevata.
Non aveva la minima voglia di incontrare quella stupenda donna che sembrava uscita dalle pagine patinate di Vogue, non ora che sapeva di essere un disastro, con i capelli scarmigliati e un disperato bisogno di una doccia. Non che avrebbe potuto competere in ogni caso, anche se Tommaso l'aveva vista in situazioni peggiori. Forse era proprio per quello che lui non l'aveva mai considerata altro se non un'amica, neanche dopo quel bacio che si erano scambiati anni luce addietro... Avvertì un piccola stretta al petto nel ripensarci. Eppure, ora che ci faceva caso, la prospettiva del suo amico d'infanzia al fianco di una persona che non era lei non sembrava più farla soffrire così tanto quanto prima...
«Francesca!»
La voce di Carlos, rimbombando per le scale, la distolse da quel pensiero. Sembrava irritato. Doveva aver notato l'assenza della sua valigia all'ingresso.
«Dios mío, perchè devi sempre fare tutto di testa tua?!»
I passi del pilota sulle scale facevano da eco alle sue parole.
«Ti ho detto che avrei portato su io la tua valigia, possibile che tu non mi faccia fare nemmeno questo?»
Sospirò esasperata facendo roteare gli occhi mentre la voce si faceva sempre più forte, segno che Carlos ormai era arrivato. Tommaso le rivolse un sorriso divertito, un sopracciglio alzato in maniera complice.
«Sento che stai sbuffando niña, ma sai benissimo che nella tua condizione non dovresti fare troppi sfor...»
La frase rimase in sospeso quando Carlos raggiunse il pianerottolo, trovandosi davanti Tommaso, che ora la guardava senza più traccia del sorriso di poco prima.
Avrebbe volentieri strangolato il madrileno se solo fosse riuscita a circondargli il collo con le mani.
«La tua condizione? Di cosa sta parlando, Francy? Stai male? Stai...?»
«No, io...» cercò di dissimulare, ma in un gesto totalmente involontario, per una frazione di secondo, la sua mano si era spostata sul ventre.
La cosa ovviamente non sfuggì a Tommaso.
«Sei incinta?!»
Aprì la bocca per rispondere, ma lui la aggredì senza dargliene il tempo.
«Non posso crederci, Francesca! Ma che cazzo!? Porca puttana!»
Rimase senza parole. Non che si fosse aspettata lacrime di gioia e lanci di coriandoli rosa e azzurri, ma quella reazione la lasciò interdetta e, in qualche modo, ferita. Tommaso non la chiamava mai con il suo nome per intero, lei era sempre e solo stata "Francy" per lui, e soprattutto non diceva mai, mai, parolacce. Insieme a sua madre, il suo amico d'infanzia era la persona meno scurrile che conoscesse e sentirlo inveire in quel modo la sconvolse non poco. Doveva essere davvero arrabbiato.
«Tommy...» disse facendo un passo in avanti, la mano che non stringeva la scatola di merendine tesa verso di lui.
«Non riesco a credere che tu sia stata così stupida, Francesca» la allontanò lui tagliente, passandosi una mano tra i perfetti capelli castani, scompigliandogli.
«Fammi indovinare, tu c'entri qualcosa, vero?» chiese spostando lo sguardo dietro di lei, in direzione di Carlos.
Ma prima che il madrileno potesse parlare, Tommaso riprese, alzando una mano, il palmo aperto.
«No, non c'è bisogno che tu dica niente. Ti credevo migliore di così Sainz, ma da uno schermo evidentemente è facile sbagliare a giudicare. E credevo migliore anche te Francesca» i suoi occhi verdi erano di nuovo puntati nei suoi, eppure non riusciva a riconoscerli.
«Non ti facevo così stupida. Come hai potuto?! Non ti rendi conto in che razza di situazione ti sei cacciata?! Per l'amor del cielo, hai ventidue anni, ti sei appena laureata e non hai un lavoro fisso, come pensi di poter crescere un bambino da sola?! O forse pensi che Mr. España qui risolverà tutti i tuoi problemi?!»
«Ora stai esagerando» la voce di Carlos era quanto di più vicino ad un ringhio di avvertimento avesse mai sentito.
Non poteva vederlo visto che era ancora alle sue spalle e lei non riusciva a distogliere lo sguardo dal suo amico, ma poteva tranquillamente immaginarsi la sua espressione.
«Non sto parlando con te.»
La risposta lapidaria e glaciale di Tommaso la fece sobbalzare.
«Quando vi ho visti insieme, un mese fa, sapevo che doveva esserci sotto per forza qualcosa, ma non immaginavo questo... Dio, Francesca, pensi davvero che lui si prenderà cura di te? Che ti starà accanto? Forse per il momento, ma non illuderti, quando si sarà stancato di giocare alla bella famigliola ti lascerà da sola, col culo per terra e con un bambino da crescere.»
«Non... non puoi saperlo» cerco di articolare.
Si sentiva la bocca impastata, il cuore che le batteva ad una velocità completamente sbagliata e la salivazione a mille mentre il bisogno di vomitare si faceva sempre più impellente. E in tutto ciò le parole sembravano sgusciare via mentre cercava di afferrarle, incapace di tirare fuori il carattere, il coraggio che normalmente le appartenevano...
«Certo che lo so Francesca, e lo sai anche tu. Te lo leggo negli occhi. La tua famiglia lo sa?»
«No... Non sanno ancora nulla...»
«E quando pensi di dirglielo?»
«Io, non lo so...»
Si sentiva così piccola e umiliata in quel momento, di fronte a lui, sotto quella pioggia di domande, sentenze e insinuazioni taglienti come coltelli. Odiava sentirsi così. La faceva incazzare sentirsi così.
«Beh, se non hai intenzione di farlo tu, lo farò io!»
Che diritto aveva Tommaso di parlarle così!? Di farla sentire sbagliata per la piega che aveva preso la sua vita!? Di prendere decisioni per lei e tirare in ballo la sua famiglia!?
...
Era davvero troppo. Come si permetteva di parlarle in quel modo?! Francesca, lì immobile sul pianerottolo davanti alla porta di ingresso dell'appartamento, sembrava così fragile, così piccola, così avvilita...
Stava per rispondere a tono al ragazzo di fronte a lui, quando Francesca prese la parola. Tremava, sembrava ferita, ma la sua voce ora vibrava di rabbia.
«Non ne hai il diritto! Chi sei tu per fare una cosa del genere?»
Mosse rapidamente gli occhi da lei a lui, giusto in tempo per notare l'espressione di Tommaso farsi più dolce, il suo tono anche, come per correggere il tiro, per blandirla.
«Sono il tuo migliore amico Francy, la persona che ti conosce di più al mondo e che ti vuole un gran bene. So che la situazione è complicata, ma non temere, la tua famiglia e io ci prenderemo cura di te, te lo prometto.»
Lo vide allungare una mano, come per accarezzare la guancia di lei, ma Francesca si ritrasse e lui non potè fare a meno di avvertire un moto di trionfo.
«E la tua fidanzata è d'accordo con questa cosa? Pensi che accoglierà con un sorriso la prospettiva che tu ti prenda cura di me?!» la risposta di Francesca trasudava sarcasmo.
Tommaso rimase per un momento senza parole, poi le sue sopracciglia si aggrottarono.
«Non dirmi che lo hai fatto per questo Francesca? Non dirmi che ti sei buttata in questa follia solo per gelosia, perchè mi sono fidanzato?»
Ora era Francesca quella attonita, un'espressione di pura indignazione dipinta sul volto.
«Vattene, Tommaso.»
La voce di lei si era fatta talmente glaciale da fargli venire i brividi, da far sembrare quelle scale un paradiso tropicale. Quando lui fece per risponderle, lei lo interruppe.
«No, non voglio sentire un'altra parola da te. Vieni qui, nel posto dove vivo, e ti permetti di fare una scenata, vantando chissà quale diritto, pretesa o importanza nella mia vita. Scendi dal tuo cazzo di piedistallo Tommaso, non sei il centro del mio universo. Forse un tempo, ma ora decisamente non più.»
Lui parve spiazzato per un attimo, ma poi si mosse, afferrando il polso di Francesca mentre lei si avvicinava alla porta del suo appartamento.
«Hai ragione Francy, scusa. Ti prego, vieni con me, andiamo da qualche altra parte a parlare...»
«Lasciami.»
In risposta alla richiesta di lei, lo vide stringere ancora di più la presa, tirandola verso di se, Francesca fece una smorfia. Gli parve, per un istante, di vedere tutto rosso attraverso il velo della rabbia cieca che aveva cercato di trattenere fino a quel momento. Ma ora era abbastanza, aveva sentito e visto troppo. Amico di Francesca o no, quell'idiota doveva lasciarla e andarsene immediatamente, altrimenti gli avrebbe messo le mani addosso senza il minimo rimorso. Aveva ancora della rabbia repressa da sfogare e in quel momento quella testa di cazzo si stava dipingendo una bella X proprio in mezzo alla fronte.
«Ti ha detto di lasciarla.»
Avrebbe volentieri afferrato il braccio di quel coglione per staccarglielo a forza da quello di Francesca, ma temeva che avrebbe potuto fare del male anche a lei, anche se indirettamente , e poi non era sicuro di riuscire a controllarsi. Non era certo che non gli avrebbe spezzato una per una quelle dita da damerino, proprio come avrebbe voluto fare la prima volta che lo aveva visto.
«Fatti i cazzi tuoi, mangiapaella.»
Se non fossero stati in quella situazione si sarebbe messo a ridere di fronte ad un insulto tanto penoso e stupido, e anche discretamente razzista. Purtroppo per loro, però, si trovavano in quella situazione e Tommaso stringeva ancora il polso di Francesca.
«Questi sono cazzi miei. Ora toglile le mani di dosso, e vattene fuori dai coglioni» sputò fra i denti sentendo le ultime tracce di autocontrollo fare i bagagli e lasciare la sua testa.
«Devi aver preso una botta parecchio forte in Brasile, Sainz, se non capisci che quello che deve levarsi dalle palle qui sei tu.»
Gli ci volle tutta la propria forza di volontà per non lanciarglisi contro. Se lo avesse fatto, probabilmente, lo avrebbe ucciso. Non solo lo stronzo gli stava palesemente mancando di rispetto, cosa su cui avrebbe anche potuto sorvolare, ma la sua maledetta mano era ancora lì, stretta al polso di Francesca. Perchè cazzo non la toglieva?! Se avesse trovato anche solo un minuscolo segno rosso sulla pelle di lei, Tommaso avrebbe fatto bene a cambiare nome, connotati e paese di residenza in tempi record.
«Qui sei tu quello che sembra non capire. Togli. Quella. Fottuta. Mano. Dalla. Mia. Fidanzata.»
Vide la mascella di Francesca contrarsi impercettibilmente. Merda. Accecato dalla rabbia, aveva parlato a sproposito.
«Fidanzata? Francesca, non dirai sul serio? Non puoi davvero pensare di sposarlo!» Tommaso sembrava sconvolto e furente, ancora più di prima.
Si ritrovò a deglutire nervosamente mentre attendeva la risposta di Francesca. Lei però si limitò a rimanere in silenzio, un sguardo di sfida nei confronti del suo amico d'infanzia. Lui mollò finalmente la presa sul suo polso, scuotendo la testa.
«No, non ci credo. Non hai nemmeno l'anello al dito, e lui non mi sembra certo uno da non poterselo permettere.»
«Non lo abbiamo ancora reso pubblico.»
Trattenne il respiro. Francesca aveva retto il gioco, aveva dato seguito alla sua bugia. Questo significava che, anche se nel modo peggiore possibile, lei aveva accettato la sua proposta.
«Ora, se hai cortesemente finito di fare le tue scenate, Tommaso, ti dispiacerebbe andartene? » la voce di Francesca ora sembrava provenire da molto lontano, quasi da un altro pianeta. «E portati via queste.»
Vide la scatola azzurra di merendine finire sul pavimento e negli occhi verdi dell'amico di Francesca susseguirsi tutta una serie di emozioni e sentimenti, dalla delusione, alla rabbia, al rimpianto. Quelli di lei, al contrario, erano tanto ermetici e glaciali da fare paura. Guardò Tommaso abbassarsi a prendere la scatola martoriata.
«Fidanzamento o no, Francesca» lo sentì dire mentre lei si accingeva ad entrare nell'appartamento «per lui non sarai mai nient'altro che una scopata con complicazioni. Quando finalmente te ne sarai resa conto, sai dove trovarmi.»
Si sentiva fremere dalla rabbia, le vene del collo e delle tempie pulsare pericolosamente. Non poteva credere che quel coglione avesse avuto il coraggio di pronunciare quelle parole, davanti a lui per giunta.
«Vattene prima che ti spacchi la faccia.»
Tommaso gli rivolse uno sguardo di sdegno prima di andarsene. Era tentato di seguirlo e fare quanto gli aveva promesso. Un occhio nero, un bel naso spaccato e un paio di denti in meno sembravano proprio essere ciò che ci voleva su quel faccino da imbecille. Fece schioccare le nocche.
«Carlos.»
La voce di Francesca lo fece desistere dal suo intento. Sembrava così stanca, così esausta, così priva di calore...
Prese entrambe le valige e si affrettò a seguirla nell'appartamento.
«Francesca, mi dispiace, non avrei dovuto dire quello che ho detto. Non volevo forzarti...»
«Ormai è tardi, non pensi?» lo interruppe voltandosi verso di lui, il bel viso di lei era una maschera impassibile.
«Niña, por favor...»
«No. Non ho ne la forza ne la voglia di parlarne adesso. Per stanotte dormi pure in camera mia, è la porta in fondo al corridoio. Io starò con Nick. Se hai fame, sentiti libero di prendere quello che vuoi dal frigo, altrimenti qua in giro è pieno di ristoranti dove ordinare da asporto. Sono sicura che troverai qualcosa. Buonanotte Carlos.»
Non gli diede il tempo di dire nulla che, afferrata la valigia, si diresse verso una porta all'inizio del corridoio e vi si chiuse all'interno, lasciandolo lì. Gli parve di sentire lo scatto della chiave nella serratura, e il cuore gli si strinse nel petto.
Francesca aveva accettato di sposarlo, eppure, in quel momento, sentiva solo una gran voglia di piangere.
--- spazio autrice---
Sventata una crisi, eccone un'altra.
Da «Niña, por favor...» a «Por favor, Montoya!» è un attimo.
Ah, il drama. Quanto amo il drama!
Vi prego, non rivolgete i vostri forconi contro di me, la telenovela, per ora, è finita. Promesso.
È stato detto ciò che doveva essere detto, è successo quello che doveva succedere, un nemico si è stagliato l'orizzonte e la nostra coppia, ora, è più incastrata di prima. Tutto è bene quel che finisce bene, insomma. Almeno per noi.
Spero che il capitolo vi sia comunque piaciuto, e vi prometto che il prossimo vi farà tornare a fare awwww.
Grazie mille per aver letto!
*kiss Silver_Fame
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