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Pozzanghere


Decisa a fare il prima possibile ciò che si era ripromessa, si vestì rapidamente, infilando un paio di jeans comodi e una maglietta nera, completando il tutto con una giacca leggera, scarpe da ginnastica e occhiali da sole, che mise in testa per scrupolo, non perchè servissero realmente. 

Mentre alla reception si preoccupavano di chiamarle un taxi, si affrettò a fare colazione. Un caffè bollente e un croissant furono tutto ciò che riuscì a mandar giù, più per abitudine che per fame. Appena il taxi si fermò davanti all'hotel, ci si fiondò dentro, dando rapidamente istruzioni all'autista di portarla al circuito di Interlagos.

Seduta sul sedile posteriore, mentre la città sfilava rapida fuori dal finestrino in una cacofonia di rumori e colori, prese il cellulare e, cuffie nelle orecchie, fece partire quella che da sempre era la sua comfort playlist, fin dai tempi del liceo. Alle prime note di Arabella chiuse gli occhi e reclinò il capo contro il poggiatesta, lasciando che la musica la avvolgesse con le sue note ipnotiche, spazzando via il caos e la rabbia che l'avevano invasa fino a quel momento e che sapeva non essere salutari né per lei, né per il bambino.

Ogni battito della canzone si tramutava in un respiro profondo, ogni riff di chitarra era un invito a lasciar andare la tensione. Con la mano distrattamente appoggiata sul ventre, la sua mente vagava, mentre la voce di Alex Turner dipingeva, nella sua testa, immagini scure e vaporose che non avevano nulla a che fare con Interlagos, con Carlos o con quel fottuto biglietto accartocciato. 

La rabbia, che fino a pochi istanti prima le serrava il petto e le martellava le tempie, cominciò a sciogliersi lentamente, cedendo il passo a una più familiare e confortante sensazione di calma e leggera indifferenza. Qualsiasi fosse il problema di Carlos, lei lo avrebbe scoperto, lo avrebbe affrontato e, se si fosse rivelato irrisolvibile o incredibilmente idiota, avrebbe fatto rapidamente le valigie per tornarsene a Milano e alla sua vita di sempre. 

Semplice. Perchè agitarsi? 

Finita la canzone si sentiva di nuovo se stessa.


Cappuccio calato sulla testa per proteggersi dalle sottilissime goccioline che precipitavano sporadiche e leggere dal cielo e cuffie ancora nelle orecchie, dopo aver raggiunto l'ingresso dell'autodromo, si diresse a passo di carica verso i tornelli, decisa poi a raggiungere il motorhome McLaren, sperando di trovarvi Lando. 

Alzò il volume, lasciando che la canzone le rimbombasse in modo prepotente nelle orecchie, coprendo con i bassi il suono del battito del suo cuore che si era fatto di nuovo troppo accelerato e nervoso una volta scesa dal taxi. 

Aveva da poco attraversato i tornelli e stava ancora mettendo via il suo pass quando qualcosa, ai margini del suo campo visivo, catturò la sua attenzione. 

Quella notte doveva aver piovuto, e per la via principale del paddock si potevano notare, qua e là, diverse pozzanghere che rilucevano dell'azzurro spento e lattiginoso del cielo di quella mattina. Una bambina, di circa cinque, forse sei anni, nella sua giacchina rosa dall'aspetto costoso, saltellava con aria concentrata da una pozzanghera all'altra, osservando con compiacimento le goccioline d'acqua spargersi ovunque, compresi i suoi stivaletti in gomma dello stesso colore della giacca. Poco lontano giaceva abbandonato un ombrellino trasparente con tanto di corno dorato e orecchie da unicorno. Nessun adulto in vista a vigilare sulla piccola.

Normalmente avrebbe tirato dritto, avendo l'accortezza di far notare a qualcuno della sicurezza la presenza di una bambina non accompagnata, ma questa volta non lo fece e si fermò ad osservarla con curiosità mista a qualcosa che non aveva mai provato prima. 

Evidentemente la gravidanza aveva attivato in lei quello che poteva essere definito solo come istinto materno, cosa che, nella sua vita, aveva avvertito solo poche volte, tutte rivolte verso esemplari adulti di homo sapiens

Il trauma del suo fratellino, i suoi pianti, i suoi strilli, i suoi nauseanti odori, nonostante li ricordasse a malapena erano stati più che sufficienti per lei per non sviluppare il classico desiderio di maternità tipico delle sue coetanee. Nella sua cerchia di amici e conoscenti, poi, nessuno aveva avuto figli o bambini piccoli che potessero gravitarle attorno, quindi non si era mai posta il problema. Ora però, anche in vista di quello che il futuro le aveva riservato, avrebbe tanto voluto aver fatto un pò più di esperienza con i cuccioli d'uomo...

Non sapendo bene come comportarsi e, soprattutto, come la piccola avrebbe potuto reagire, provò comunque, un pò titubante, ad avvicinarsi. Lo fece con cautela, immaginandosi che il piccolo essere umano davanti a lei fosse in realtà uno dei cavalli un po' irrequieti e imprevedibili che alcuni proprietari a volte portavano al ranch e di cui lei ogni tanto doveva prendersi cura. Una volta vicina, si piegò leggermente sulle ginocchia per sembrare meno minacciosa.

«Ehi, ciao. Cosa stai facendo qui tutta sola?»

La bambina smise di saltellare, scrutandola con un'aria curiosa e un po' impertinente.

«Sto giocando» rispose con naturalezza, indicando la pozzanghera la cui superficie si increspava sotto i suoi stivaletti rosa, incrostati di piccole goccioline.

Dah Francesca, ovvio che stesse giocando, certo non stava cercando di risolvere equazioni di Navier-Stokes.

«E la tua mamma? Sa che sei qui?»

La bambina scosse la testa con decisione, facendo svolazzare le sottili ciocche castane fra cui rilucevano alcuni fili di lurex color fucsia e viola ancorati a mollettine degli stessi colori.

«No. Non le piace quando gioco nelle pozzanghere. Dice che rovino i vestiti.»

Una piccola risata le uscì spontanea ripensando all'immane quantità di scarpe e vestiti che aveva macchiato negli anni giocando sotto la pioggia con i suoi fratelli.

«Ah, capisco. Sai, la mia mamma invece si metteva a saltare con me nelle pozzanghere, ma io non avevo certo vestiti belli come i tuoi.»

Gli occhi della bambina si illuminarono.

«Davvero?»

Annuì con un sorriso complice, come se le avesse appena confidato un segreto.

«Allora puoi saltare tu con me!? Per favore?» esclamò la bambina, afferrandole un lembo della giacca e mettendosi a saltellare sul posto con entusiasmo mandando goccioline e schizzi da tutte le parti.

Esitò un attimo, guardandosi intorno per vedere se, nell'ultimo minuto, non fosse spuntato qualche adulto a reclamare la piccola, o a portare via lei con l'accusa di tentato adescamento di minore, o entrambe le cose, ma nessuno si era fatto vivo. Alla fine, si arrese a quel sorriso furbo, a cui forse mancava qualche dentino, e annuì.

«Va bene, ma a una condizione: quando avremo finito, mi prometti che torneremo insieme dalla tua mamma? Sicuramente sarà preoccupata.»

Di fronte a lei la bimba si raddrizzò, seria come se stesse firmando un contratto e, solenne, annuì.

«Promesso!»

Poi, allungando la manina per sigillare l'accordo, si presentò.

 «Io sono Penelope.»

«Francesca» rispose intrecciando le piccole dita alle sue.

E così, per i successivi dieci minuti, si trovò a saltare da una pozzanghera all'altra con Penelope, le goccioline d'acqua che schizzavano ovunque, bagnandole i jeans e le scarpe. Le preoccupazioni, i pensieri, la rabbia e le ansie che l'avevano accompagnata fino al paddock sembravano distanti chilometri, insignificanti. Si sentiva incredibilmente leggera, come se fosse tornata ad avere anche lei cinque anni e non ventidue. Non riusciva a smettere di ridere, e neanche Penelope, ed era come se tutto il mondo intorno a loro fosse stato messo in pausa. 

Saltarono fino allo sfinimento, fino a che la più grande delle pozzanghere non fu praticamente prosciugata. Penelope ridacchiò soddisfatta poi si girò a guardarla, il viso arrossato e congestionato per le risate e i mille saltelli. Era ora di andare.

«Allora, da che parte possiamo trovare questa mamma che non ama le pozzanghere?» le chiese dopo aver recuperato l'ombrellino della piccola.

Penelope indicò con il dito una direzione lungo la via principale del paddock, e lei annuì

«Forza, andiamo.»

Mentre camminavano, la manina di Penelope stretta nella sua, il rumore che facevano le loro scarpe sull'asfalto umido si mescolava al brusio e al vociare del paddock. Il cielo, che ora le sembrava infinitamente più azzurro di prima, si rifletteva nelle pozzanghere, e lei si perse per un attimo nei riflessi tremolanti che ne increspavano la superficie, finché una voce maschile, forte e ansiosa, la riportò alla realtà.

«P?! Dove sei?»

P poteva benissimo stare per Penelope. Si fermò, voltandosi verso la bambina con un sopracciglio sollevato.

«Penelope, stanno chiamando te?»

La piccola annuì con entusiasmo, mordicchiandosi il labbro come se avesse appena combinato qualcosa di molto divertente. Scuotendo leggermente la testa senza riuscire a nascondere un sorriso, alzò lo sguardo e si voltò verso la direzione della voce, alzando la mano per indicare la loro posizione.

«Ehi! Siamo qui!»

Dalla distanza, vide un ragazzo avanzare in fretta. Si avvicinava a grandi passi, il respiro visibilmente affannato, come se avesse corso per l'intero paddock, e lo sguardo diviso tra la preoccupazione e il sollievo. Indossava un cappellino scuro e una maglietta blu, probabilmente di una qualche scuderia. Solo quando fu più vicino, lo riconobbe: era Max Verstappen. 

Max rallentò solo quando finalmente le raggiunse, fermandosi e piegandosi sulle ginocchia per portarsi al livello della bambina e, sospettava, anche per riprendere fiato.

«Penelope!» lo sentì dire con una nota di rimprovero, senza però riuscire a nascondere il sorriso sollevato che gli spuntava sul viso. «Dove sei stata?»

Penelope, però, non rispose. Si limitò a stringerle la mano, guardando l'olandese con un'espressione talmente innocente da risultare colpevole. Decise di intervenire visto che la piccola sembrava non avere intenzione di parlare.

«L'ho trovata vicino all'ingresso del paddock che giocava nelle pozzanghere» spiegò, indicando vagamente alle sue spalle. «Ma ora stavamo andando dalla mamma, vero?»

La bambina annuì per conferma.

«Grazie» fece il campione del mondo rivolgendole uno sguardo pieno di sollievo e gratitudine prima di alzarsi di nuovo in piedi prendendo in braccio Penelope con la facilità di chi doveva averlo fatto almeno un milione di altre volte. Lei si lasciò sollevare senza protestare, cingendo il collo del pilota con le braccia sottili e cominciando a giocherellare con il cappellino.

«Sei la ragazza di Carlos, vero?»

«Si, mi chiamo Francesca» e allungò la mano che l'olandese strinse immediatamente, con un calore che non si sarebbe aspettata di trovare.

«Max. Grazie davvero per P.»

«Figurati, è assolutamente adorabile e ci siamo divertite un mondo insieme» e sorrise alla bambina che, con complicità, la ricambiò con un sorriso tutto spazi e dentini bianchi.

Max fece scorrere lo sguardo ceruleo sulle gambe di Penelope e poi sulle sue. I suoi jeans, così come le sue scarpe da ginnastica, costellati da una miriade di goccioline che piano piano andavano asciugandosi, portavano i segni indelebili di quei minuti di puro divertimento. Lo vide sollevare un sopracciglio, ma poi le sorrise.

«Lo vedo» disse ridacchiando, per poi rivolgersi a P con tono dolce «Ok, piccola esploratrice, torniamo indietro dalla mamma. L'hai fatta preoccupare a morte.» 

Aggiustò la presa sulla bambina, sistemandosela meglio tra le braccia e, dopo averle rivolto un cenno di saluto, fece per allontanarsi.

«Max» lo chiamò «senti... Non è che sai dove posso trovare Lando?»

Lui la guardò per un momento con un'espressione un po' confusa, probabilmente domandandosi perchè gli stesse chiedendo di Lando e non di Carlos, ma poi scrollò le spalle. «Cinque minuti fa era nel suo box, probabilmente è ancora lì»

«Grazie.»

«Di nulla» poi si voltò, incamminandosi lungo la via principale.

Rimase per un attimo a guardarlo, godendosi la scena di P che lo riempiva di baci come solo una bambina di cinque anni può fare, mentre lui si sottoponeva a quella aggressione di puro zucchero senza opporre resistenza, cercando con una mano di estrarre dalla tasca posteriore dei jeans il cellulare per poi portarselo all'orecchio. Era una scena assolutamente adorabile. 

«Kelly, l'ho trovata. Si, sta bene, ma penso che abbia bisogno di un cambio di vestiti...»

Non potendo fare a meno di ridacchiare, si scusò mentalmente con Kelly per come i vestiti di P si erano ridotti, e poi si diresse verso il box McLaren sentendosi molto più tranquilla di quando era entrata nel paddock.

Dopo aver sbagliato direzione un paio di volte, finalmente raggiunse la sua meta. Fortunatamente, proprio come aveva detto Max, Lando era ancora lì. Non appena la vide le sorrise, avvicinandosi.

«Ciao! Se stai cercando Carlos credo sia nel suo box. È proprio qui avanti.»

«Ciao Lando. Grazie, ma in realtà stavo cercando te. Avresti un momento per parlare? Se sei occupato però posso passare più tardi...»

«Dammi un secondo» fece gettando un'occhiata ai meccanici, che annuirono per dargli via libera. «Sono a tua completa disposizione per la prossima mezz'ora. Andiamo, ti va di prendere qualcosa da bere?»

Insieme si diressero verso l'hospitality McLaren che, per sua sfortuna, si trovava proprio di fianco a quella Ferrari. Pregò che Lando avesse ragione e Carlos si trovasse ancora nel suo box. Aveva bisogno di raccogliere informazioni prima di affrontarlo. 


--- spazio autrice---

Avevo appena finito di buttare giù la bozza di questo capitolo quando Max e Kelly hanno deciso di condividere con il mondo la notizia di baby Verstappen-Piquet, e non ho potuto non considerarlo un segno del destino.

Che Francesca incontrasse P per il paddock mi sembrava una cosa carina, anche per triggerare in lei un pò di istinto materno che, ad essere sinceri, non si era ancora visto molto, ma ora la storia si fa decisamente più interessante e ricca di spunti per il futuro.

E poi, scusate, ma Max che fa il papà mi riempie sempre il cuore di gioia. *piange*

Alla prossima e grazie per aver letto

*kiss Silver_Fame

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