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Pigiami stesi e passi importanti




Quando Francesca era uscita dal suo campo visivo si era lasciato nuovamente sprofondare sul divano prendendosi la testa tra le mani. La tensione e la rabbia lo avevano immediatamente abbandonato non appena lei era uscita dalla stanza, ma ora si sentiva di nuovo agitato e impaziente mentre il suo sguardo correva tutto attorno alla stanza, registrando appena ciò che lo circondava e soffermandosi in direzione del corridoio dove lei era sparita. 

Era passato parecchio tempo e il suono dell'acqua corrente era cessato da un pezzo, eppure di Francesca neanche l'ombra. A quel punto si chiese se sarebbe mai uscita dal bagno o se stesse solo cercando di prendere tempo... Stanco di aspettare si alzò in piedi, deciso ad andare a bussare a quella maledetta porta, ma proprio in quel momento la sentì aprirsi. Poco dopo Francesca comparve in soggiorno, indossando solo l'intimo, i capelli ancora umidi dalla doccia e l'aria di chi non si aspettava di trovarlo ancora lì. Avrebbe voluto dirle qualcosa, ma le parole gli morirono in gola.

«Sei ancora qui?» chiese lei, quasi stupita.

«Ovviamente. Pensavi davvero che me ne sarei andato?»

Francesca scrollò le spalle, come se la cosa non la toccasse.

«Ci speravo, sì.»

Il suo tono era talmente disinvolto da farlo sentire completamente disarmato, senza parole. Prima che potesse replicare, lei fece un passo verso di lui, esponendo ancora di più la sua figura con totale nonchalance.

«Puoi metterti qualcosa addosso?»

«Questa è casa mia, Carlos. Posso fare quello che voglio» disse incrociando le braccia  «E poi, ormai hai già visto tutto quello che c'era da vedere.»

Si morse la lingua, combattuto tra il desiderio di ribattere e quello di lasciar perdere. Valeva davvero la pena mettersi a discutere per quello con una ragazzina di ventidue anni? Ma prima che potesse dire altro, Francesca abbassò leggermente la guardia.

«Il mio pigiama è steso» aggiunse con un tono più morbido indicando lo stendino vicino alla finestra, poi si avvicinò per prendere gli abiti.

La seguì con lo sguardo, e fu in quel momento, mentre lei gli dava il profilo, che sentì il battito cardiaco accelerare. Non c'era nessun rigonfiamento visibile, era ancora troppo presto perché il corpo di Francesca rivelasse il segreto che custodiva, ma l'idea di ciò che stava crescendo dentro di lei lo colpì con la forza di una rivelazione. Si trovava di fronte a qualcosa di inafferrabile, ma incredibilmente reale. Non riusciva a credere che sarebbe diventato padre. 

Senza pensare, quasi come un riflesso, come mosso da un istinto profondo, le si avvicinò e allungò la mano, fermandosi appena prima di toccarla. Indugiò un secondo, cercando quasi il suo consenso, poi le posò con delicatezza il palmo sul ventre. Francesca si irrigidì per un attimo, rabbrividendo sotto il suo tocco, ma non lo allontanò. Anzi, rimase immobile, come se volesse lasciargli il tempo di realizzare.

«È troppo presto per sentire qualcosa» disse a bassa voce, quasi come se stesse parlando più a se stessa che a lui.

Non rispose. Si sentiva sopraffatto, senza fiato. Concentrato sul calore che il corpo di Francesca emanava sotto il suo tocco, sulla sua presenza, sul suo profumo di vaniglia e pulito che gli inondava le narici, inebriandolo. Poi si accorse che lei aveva la pelle d'oca, così ritirò la mano e si allontanò di qualche passo, lasciandole spazio per vestirsi.

«Grazie» disse lei guardandolo negli occhi una volta finito.

«Mi dispiace. Non avrei dovuto alzare la voce con te prima... ma ti prego, Francesca, ho bisogno che tu mi dica tutto.»

Francesca annuì, accomodandosi sul divano e facendogli segno di imitarla «Sì, lo so. Ma non so nemmeno da dove cominciare...»

...

Rannicchiata sul divano, con le gambe strette al petto, guardava l'uomo che aveva davanti, sperando di essere pronta a rispondere alle sue domande. Il contatto di poco prima con lui l'aveva scossa più di quanto non volesse dare a vedere. Percepire la sua mano sul suo ventre aveva reso tutto improvvisamente reale, concreto e aveva dato a Carlos tutte le conferme che lui stava cercando. Non avrebbe più potuto fuggire da quella situazione, negare la sua condizione per allontanarlo... 

Però c'era anche dell'altro. La sua pelle, sotto quel tocco, si era abbandonata ad un fremito e per un istante lei era tornata a quella notte... Aveva desiderato che lui non smettesse di toccarla e che le permettesse di fare altrettanto... Scuotendo la testa per scacciare quei pensieri pericolosi, si sforzò di tornare alla realtà.

«Da quanto lo sai?»

«Da circa due settimane. Ho fatto il test quando il ciclo non si è presentato e le analisi del sangue hanno confermato la cosa.»

Carlos annuì.

«Quindi, quando ci siamo visti qualche giorno fa, lo sapevi. Perchè non mi hai detto nulla?»

Già. Perchè non gli aveva detto nulla? Quella era la domanda che temeva di più, quella accusa di avergli celato qualcosa che per lei però doveva rimanere solo sua, semplice, come si era già preparata ad accettare.

«Non volevo che lo sapessi» rispose sinceramente.

Carlos inarcò un sopracciglio, visibilmente confuso. «Che cosa significa? Perché non volevi che lo sapessi?»

Strinse più forte le ginocchia, avvicinandole ancora di più al petto, come una sorta di scudo.

«Perché non sono affari tuoi» disse asciutta spostando lo sguardo lontano da lui.

«Non sono affari miei?» la voce di Carlos tradiva tensione e irritazione, ma si stava comunque sforzando di non alzare il tono. «Francesca, io sono il padre del bambino. Come puoi dire che non mi riguarda?»

Scosse la testa, senza scomporsi. «No. Non lo sei.»

Lo sentì trattenere il respiro, come se gli avesse sferrato un pugno in pieno stomaco.

«Non ci credo» gli uscì in poco più che un sussurro. «Non ci credo, Francesca. Non puoi dirmi una cosa del genere. Mi hai rivelato tu stessa che quella è stata la tua prima volta, dubito fortemente che poi tu sia andata immediatamente a letto con qualcun altro, o mi sbaglio?»

Si irrigidì istintivamente, alzandosi dal divano. Il tono di Carlos si era fatto tagliente, quasi di scherno e quello che aveva detto l'aveva colpita nel segno.

«Il bambino è mio, Carlos. Mio, perché sono io che ho deciso di tenerlo. Avrei potuto fare altro, ma non l'ho fatto. È stata la mia scelta, e questo significa che posso farcela da sola, perché è così che voglio fare. Non ho... non ho bisogno di te.»

Sapeva che pronunciando quelle parole lo avrebbe ferito, allontanato, probabilmente fatto andare su tutte le furie, ma come suo solito era andata sulla difensiva e usato quelle parole per porre fine a quella discussione che già le stava andando stretta. Avvolgendosi le braccia attorno al corpo, lo guardò alzarsi dal divano e venire verso di lei con uno sguardo che non riusciva a decifrare. Poteva essere rabbia, frustrazione, tristezza... Poteva anche essere il più totale menefreghismo per quanto ne sapeva...

«Francesca» il suo tono dolce la colse alla sprovvista «non puoi decidere tu per me. Non puoi togliermi il diritto di esserci. E non puoi nemmeno affrontare tutto questo da sola solo perché pensi che sarà più semplice così.»

«Lo so» ammise sentendo ogni sua resistenza crollare, tradita dalle oscillazioni ormonali, sotto quella voce gentile e comprensiva «ma non voglio complicare tutto e trascinarti in tutto questo. Io ho accettato la cosa, so che la mia famiglia mi starà vicina e so che posso affrontare tutto questo, ma tu non sei obbligato Carlos.»

«Non mi sento obbligato, mi sento... responsabile. E non perché qualcuno me lo imponga, ma perché lo voglio. Certo, non lo avevo pianificato ed è capitato davvero in fretta. Non so se sono pronto ad essere padre, immagino non più di quanto tu lo sia ad essere madre, ma non posso fare finta che non sia successo e sinceramente non riesco ad immaginare di non esserci, Francesca.»

Sentì le mani grandi e forti di Carlos poggiarsi delicatamente sulle sue spalle.

«Questo riguarda entrambi e non ho intenzione di lasciarti fare tutto da sola. Voglio poter fare la mia parte Francesca, permettimelo, per favore.»

Come poteva allontanarlo dopo quello che le aveva appena detto? Sospirando lasciò che tutta la tensione la abbandonasse e lasciò ricadere in avanti la testa, dritta contro il petto di Carlos. Lui la lasciò fare, accarezzandole piano le braccia che ancora teneva strette al corpo. Fece un profondo respiro, lasciando che il profumo caldo e stranamente familiare del pilota le riempisse le narici. Poi sollevò la testa, per guardarlo negli occhi.

«Mi dispiace Carlos. Non volevo che succedesse tutto questo...»

«A me no» le rispose lui con una sincerità disarmante. «Non è così che immaginavo sarebbero andate le cose tra noi, ne immaginavo che la mia vita avrebbe preso questa piega, ma non mi pento della notte che abbiamo passato insieme e di averti rincontrata. E non mi pento nemmeno di quello che sta succedendo ora, purché tu mi permetta di affrontarlo con te.»

«Ne sei davvero sicuro?»

«Assolutamente.»

Rimase colpita dall'assoluta determinazione e sicurezza che brillavano in fondo a quegli occhi castani. Abbassò lo sguardo per un istante, sentendo una morsa allo stomaco per l'emozione. Non aveva immaginato che lui avrebbe reagito così, che sarebbe rimasto, che avrebbe accettato la realtà con quella calma determinazione. E ora sentiva di doverlo invitare a fare il passo successivo, un passo che lei stessa non era sicura di essere pronta a fare.

«Va bene, allora,» disse infine, sollevando lo sguardo su di lui. «Se sei così deciso e determinato, è arrivato il momento di dirlo la mia famiglia.»

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