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Come Juliette Binoche e Johnny Depp in Chocolat




Nonostante la stanchezza non era praticamente riuscito a chiudere occhio quella notte. Non aveva fatto altro che girarsi e rigirarsi nel letto di Francesca senza riuscire a prendere sonno. Circondato dalle sue cose, dal suo profumo che impregnava ogni oggetto e superficie in quella stanza, avvertiva la sua assenza come se gli avessero strappato un braccio o una gamba, o estratto entrambi i polmoni, da tanto gli mancava l'aria. Eppure non aveva trovato il coraggio di andare da lei, temendo di peggiorare ancora di più le cose.

Sapeva però di doverle assolutamente parlare, non poteva sopportare di lasciare la questione in sospeso in quel modo, era troppo importante. Così, seduto al piccolo tavolo rotondo e vagamente storto della cucina, aspettava che lei uscisse dalla camera.

«Tieni.»

Nicholas, l'amico, nonchè coinquilino di Francesca, gli mise davanti una tazzina di caffè.

«Grazie» disse prendendola con entrambe le mani, e puntando lo sguardo sul liquido scuro che vi stava all'interno.

Bollicine di un marrone più chiaro galleggiavano come spuma sulla superficie vicino ai bordi, lasciando aloni colorati sulla candida ceramica ogni volta che scoppiavano.

«Dovresti berlo finchè è caldo, il caffè della nostra caffettiera fa veramente schifo quando si raffredda.»

Grugnì in risposta al suggerimento, ma non fece nulla per avvicinare la tazzina alle labbra, continuando ad osservare il numero di bollicine ridursi sempre di più. Poco dopo sentì una porta aprirsi e Francesca fece la sua comparsa. Era completamente vestita, le mancavano solo giacca e scarpe, che si infilò rapidamente una volta raggiunto l'ingresso. Aveva i capelli raccolti in una treccia disordinata e il viso stanco di chi ha passato una notte insonne.

«Dove... dove stai andando?» le chiese confuso e preoccupato.

«Ho un impegno di lavoro, starò fuori tutto il giorno. Se devi andare non farti problemi, non serve che tu rimanga qui ad aspettarmi. Nick, tesoro, noi ci vediamo stasera» schioccò un bacio veloce in direzione dell'amico e poi uscì.

«Pensi che dovrei seguirla?» chiese con gli occhi puntati sulla porta e il corpo già pronto a lanciarsi in quella direzione.

«No.»

Sospirando si costrinse a voltarsi per guardare il ragazzo che ora stava seduto di fronte a lui. Indossava un maglione a collo alto di un colore improponibile, tanto acceso da ferirgli le cornee, e un sorriso accondiscendente che si estendeva fino agli occhi, riparati dietro un paio di occhiali dalla montatura scura e dalle lenti spesse.

«E allora cosa dovrei fare? Andarmene come ha detto lei?»

«Se è quello che vuoi, si.»

«¡No, eso no es lo que quiero!» sbottò prendendosi la testa fra le mani.

Come poteva anche solo pensare una cosa del genere?!

Nicholas si mise a ridacchiare.

«Non parlo spagnolo come Francesca, ma penso di aver capito. Posso darti un consiglio?»

«Ti prego.»

«Esci di qui. Prenditi la giornata per fare le tue cose: allenati, lavora, fai qualsiasi cosa tu debba fare, immagino che gli impegni non ti manchino. Ma stasera fatti trovare qui quando lei varcherà quella porta.»

«E se lei non volesse trovarmi qui? La hai sentita poco fa...»

«E tu le hai davvero creduto? Carlos, sapessi quante volte lo ha detto a me, eppure guardami, vivo ancora qui, e lei pure.»

Rimase in silenzio per un attimo, poi scosse la testa.

«Non lo so. Io... io credo mi odi...» si passò una mano tra i capelli. «E ne ha anche tutte le ragioni visto che le ho forzato la mano su una questione piuttosto importante. Lei mi aveva chiesto del tempo per pensarci, per decidere, per conoscerci, ma io... ho fatto una cazzata. Sicuramente la più grossa di una lunga e recente serie, e ora ho rovinato tutto.»

«Lo so, Francesca mi ha raccontato tutto, e intendo proprio tutto. Del Brasile, di Tommaso, del litigio, e anche del fidanzamento. »

Continuando a guardarlo con quello sguardo accondiscendente, che lo faceva sembrare molto più grande della sua età, Nicholas si aggiustò gli occhiali sul naso, usando l'anulare.

«Non posso negare che si, potresti averle forzato un pò la mano, però, Carlos, se Francesca non fosse stata d'accordo, nemmeno il Re d'Inghilterra, Oprah o Lin Manuel Miranda in persona avrebbero potuto convincerla ad accettare. Ormai dovresti averlo capito.»

A quelle parole sorrise leggermente, alzando appena un angolo della bocca e soffiando uno sbuffo dal naso. Si. Nel bene e nel male, Francesca era una delle persone più testarde e cocciute che avesse mai conosciuto.

«E non ti odia, Carlos. Ha solo bisogno di stare un attimo da sola, di prendere le distanze da questa realtà che sta cambiando tanto, troppo, in pochissimo tempo. Non lo ammetterà mai, ma Francesca ha paura. La sua vita nel giro di qualche mese è stata completamente stravolta dalla gravidanza, da te, dal tuo mondo, da questa relazione che state cercando di costruire, e la prospettiva che la situazione possa continuare ad evolversi, a mutare, sfuggendo al suo controllo la terrorizza. E quando Francesca è spaventata erige questa barriera tutto attorno a lei, fatta di silenzi, di cinismo e di ostentata indifferenza. Ma tu sei l'unico che può capirla, che sta vivendo, anche se in modo differente, le stesse cose che sta vivendo lei. E, anche se ora sta facendo di tutto per allontanarti, in realtà ha bisogno più che mai del tuo supporto, proprio come, scommetto, anche tu hai bisogno del suo.»

Rimasero in silenzio. Il rumore del traffico milanese che filtrava attraverso i vetri della finestra faceva da sottofondo mentre le parole di Nicholas affondavano sempre più in profondità dentro di lui, trascinandolo nei suoi stessi pensieri.

All'improvviso un paio di mani maschili entrarono nel suo campo visivo, sottraendogli da sotto il naso la tazzina di caffè che non aveva bevuto. Poco dopo venne sostituita da una nuova ceramica piena di liquido scuro e fumante. Tanto era perso nelle sue riflessioni che nemmeno aveva notato il coinquilino di Francesca alzarsi e mettere sul fornello una nuova moka. L'aroma di caffè ora riempiva la piccola cucina. Sorrise a Nick e trangugiò la bevanda tutto d'un fiato, sentendosi scaldare piacevolmente mentre il sapore amaro e deciso dell'espresso gli si arrotondava in bocca.

«Grazie.»

«Te l'ho detto, il caffè di questa caffettiera, da freddo, è atroce.»

Non riuscì a trattenere una piccola risata.

«Hai ragione, lo hai detto, ma non mi riferivo solo al caffè. Grazie davvero, Nicholas.»

«Figurati. Tu e Francesca mi manderete ai pazzi, ma farei qualsiasi cosa per lei. Prenditi cura della mia bisbetica poco domata, okay?»

«Credimi, non desidero fare altro.»

«Bene, perchè ti avverto, ho il porto d'armi e non ho paura di usarlo.»

...

Non appena aveva varcato il portone d'ingresso del vecchio palazzo, un delizioso e meraviglioso aroma di cibo cinese take-away le aveva inondato le narici, risvegliando una fame che fino a quel momento aveva ignorato. Non aveva praticamente toccato cibo tutto il giorno e così il suo stomaco prese a brontolare sonoramente.

Pregando con tutta se stessa che fosse stato Nick a ordinare quella delizia e non uno degli altri quaranta e passa condomini che abitavano in quello stesso palazzo, si avviò per le scale, salendo i gradini a due a due con una rapidità che non pensava di poter avere dopo le ore interminabili passate fuori casa a correre per tutta Miano. Quando raggiunse la porta del suo appartamento e l'aprì con uno scatto della chiave, quasi le venne da piangere nel venire investita da quel magnifico odore di fritto e speziato che sapeva le si sarebbe attaccato ai capelli e ai vestiti. Ma non aveva importanza.

«Nick, luce dei miei occhi, io ti amo» urlò mentre varcava la porta e appendeva le pesanti grucce con i capi da riportare in costumeria all'appendiabiti dell'ingresso. «Sei il miglior coinquilino del mondo. Come facevi a sapere che morivo dalla voglia di ci...»

Le parole le morirono in gola quando si accorse che, nella piccola cucina del suo appartamento, non c'era Nick ad aspettarla, ma Carlos.

«Bentornata.»

Un sorriso dolce e un pò incerto si aprì sul viso dello spagnolo.

«Ciao.»

Poi rimasero in silenzio. La tensione, l'imbarazzo e l'indecisione erano palpabili. Poi però Carlos parlò di nuovo.

«Ti va di mangiare qualcosa?»

Il suo stomaco la tradì prima che lei potesse rispondere, tuonando rumorosamente.

«Si, muoio di fame» ammise ridacchiando, non aveva senso negare l'evidenza.

Anche Carlos si mise a ridere, prima di invitarla a raggiungerlo con un gesto della mano.

«Dammi cinque minuti, ho bisogno di cambiarmi.»

I pantaloni che aveva indossato quel giorno cominciavano ad andarle stretti, e poi odiava rimanere dentro casa con gli stessi abiti con cui era stata in luoghi orripilanti e pieni di germi, come la metropolitana o il tram.

Di minuti ce ne mise dieci, ma Carlos non sembrò prestarci particolare attenzione e le sorrise raggiante quando la vide ripresentarsi indossando un paio di leggins e un caldo maglione informe. Le indicò con un cenno del capo uno dei due posti apparecchiati, e lei si sedette. Sorrise nel constatare che si era sforzato di scovare nel caos della cucina che lei e il suo coinquilino condividevano, un paio di bicchieri uguali e due piatti abbastanza simili da poter essere spacciati per parte dello stesso servizio.

«Il menù, come avrai intuito, prevede cucina cinese. Spero ti vada.»

Annuì in risposta mentre il pilota, compiaciuto, cominciava ad estrarre dalle buste di carta, guarda caso con il logo del suo ristorante preferito, una quantità di vaschette in alluminio tale da poter sfamare un reggimento. Ognuno di quegli argentei scrigni custodiva uno dei suoi piatti preferiti e il suo stomaco prese a protestare sonoramente, placandosi solo quando, finalmente, ebbe dato il primo morso ad un involtino primavera. Si lasciò sfuggire un'esclamazione di puro godimento mentre lo finiva per poi passare rapidamente al successivo, mostrando tutta la propria destrezza con le bacchette, fino a svuotare il piatto.

«Sono così buoni?»

«Oh si! Non puoi capire. Era da giorni che ne avevo una voglia matta, penso di essere persino arrivata a sognarmeli di notte.»

La risata di Carlos riverberò per la cucina, poi si vide scivolare nel piatto altri quattro involtini primavera.

«Tieni, prendi anche i miei.»

Provò a protestare, ma lui la interruppe.

«Come, niña.»

«Ma...»

«¡Come!»

«Va bene!» si arrese alzando gli occhi al cielo e addentando uno degli involtini.

Non sapeva che sarebbe stata solo la prima di numerose sconfitte.



Rilassandosi contro lo schienale della sedia chiuse gli occhi e lasciò ricadere le bacchette nel piatto vuoto e macchiato di salsa di soia, con un leggero tintinnio di legno contro ceramica.

«Hai mangiato abbastanza?»

«Si, Carlos, sono strapiena.»

«Sicura?»

Non si sforzò nemmeno di sollevare le palpebre mentre annuiva emettendo un mugugno di rinforzo. L'ultima volta che aveva mangiato così tanto era stato quando lei e Nick, per sbaglio, erano finiti in uno degli all you can eat più costosi di Milano e così, per non gettare inutilmente tutti quei soldi, avevano mangiato fino a scoppiare, tanto che per quella settimana avevano persino evitato di fare la spesa.

«Quindi niente dolce?»

Nonostante tutto, a quella parola tutti i suoi sensi, ottenebrati fino a un attimo prima dall'immane quantità di cibo che aveva appena ingerito, parvero riattivarsi, facendola scattare sull'attenti.

«Che dolce?»

Era più forte di lei, era sempre stata golosa e lo spagnolo purtroppo sembrava averlo capito. Ridacchiando Carlos si alzò dalla sedia, dirigendosi verso il frigorifero. Lo vide armeggiare di spalle per un attimo, per poi estrarre da uno dei ripiani una pirofila in ceramica azzurra che non ricordava di avere, ricoperta da un foglio di stagnola che venne prontamente sollevato, svelando una distesa scura e compatta  di cacao su una ondeggiante superficie di crema al mascarpone e strati di savoiardi imbevuti di caffè.

«Tiramisu!»

Gli occhi del madrileno, che nella luce della cucina avevano lo stesso colore della polvere amara che ricopriva il dolce, brillavano di orgoglio e soddisfazione.

«Tiramisù!» gli fece eco entusiasta alzandosi per recuperare due cucchiaini dal cassetto, per poi affondare il primo colpo direttamente dalla pirofila.

Cominciò a tossire nell'esatto istante in cui si mise il cucchiaio in bocca.

«Troppo... cacao...» riuscì a dire tra un rantolo e l'altro mentre Carlos, con gli occhi spalancati in un'espressione che, in un altro momento, avrebbe trovato sicuramente comica, si precipitava da lei con un bicchiere pieno d'acqua.

Lo bevve tutto d'un fiato, cercando di mandare giù quella polvere letale insieme al resto del boccone. Il pilota nel frattempo, cercando di rendersi utile e rimediare al proprio tentato doppio omicidio a mezzo culinario, si mise a darle colpetti incerti sulla schiena.

«Grazie. Lo hai... mmm... lo hai fatto tu?» gli chiese una volta ripresasi, indicando con diffidenza il dolce abbandonato sul tavolo.

«Si, Nicholas mi ha dato una mano.»

L'immagine di Carlos e del suo coinquilino intenti a cucinare insieme come Juliette Binoche e Johnny Depp in una scena mai girata di Chocolat prese prepotentemente possesso del suo cervello facendola scoppiare a ridere e provocandole un nuovo eccesso di tosse. Quanto avrebbe voluto assistere! Il madrileno la guardava senza capire.

«Niente, niente, la mia fervida immaginazione gioca brutti scherzi» si affrettò a rassicurarlo soffocando tosse e risata, «ma quello è stato il tuo errore, chiedere a Nick.»

«È davvero così pessimo?»

«Ti riferisci a Nick o al tiramisù? Perché in entrambi i casi, la risposta è sì.»

Era davvero il peggior tiramisù che avesse mai mangiato in vita sua. La consistenza della crema al mascarpone era completamente sbagliata e piena di grumi, fastidiosamente dolce persino per lei, mentre invece i biscotti erano stati imbevuti talmente tanto da sciogliersi in una poltiglia spugnosa che sapeva di caffè bruciato. Non riuscì a trattenere una smorfia nel pensarci.

«Non riesco a farne proprio una giusta ultimamente, eh?» il madrileno sembrava mortificato e abbattuto, l'entusiasmo che fino a poco prima gli illuminava lo sguardo e il volto intero ora era completamente sparito. «Mi dispiace, Francesca.»

Sapeva che non si stava riferendo solo al dolce.

«Carlos, ascolta...» e allungò una mano per sfiorare quella di lui.

Non le sfuggì il lampo di sorpresa che vide negli occhi di lui. Cavolo, doveva proprio essere un frigorifero perchè lui riuscisse a stupirsi di un gesto così semplice da parte sua... Che disastro che sei, Francesca, si disse intrecciando le proprie dita a quelle del pilota.

«Mi dispiace averti lasciato così ieri sera, e anche stamattina. Avevo... bisogno di tempo, di spazio, per metabolizzare tutto quello che è accaduto, per farmi scivolare addosso le parole di Tommaso. Pensavo di conoscerlo, ma mi sbagliavo. Non lo avevo mai visto così ed è stata... dura. E poi dovevo... dovevo anche riflettere su quello che hai detto, e che io ho detto.»

Lui fece per interromperla, l'urgenza gli si leggeva negli occhi e nella tensione del corpo, così si affrettò a continuare.

«Però non ho intenzione di rimangiarmelo e non voglio che tu pensi di avermi costretto in qualunque modo. È stata una mia decisione e se non avessi voluto reggerti il gioco, se avessi voluto negare tutto, lo avrei fatto.»

Lui ora la fissava senza dire una parola. A guardarlo così, con i folti capelli disordinati, la felpa oversize con il cappuccio e la sua piccola e sgangherata cucina a fare da sfondo, con le sue ante tutte storte e le maniglie rivestite di nastro adesivo colorato rubato dai set, sembrava molto più giovane della sua età, con gli occhi scuri che riflettevano le stesse incertezze, gli stessi dubbi e le stesse paure che aveva anche lei.

«Per tutto il giorno e anche la notte scorsa, non ho fatto altro che pensare e ripensare a quello che sarebbe potuto succedere se questa situazione fosse capitata con un'altra persona, con qualcuno di meno responsabile, meno onesto, meno sensibile di te, che non si sarebbe fatto problemi a lasciarmi sola... E per la prima volta ho avuto paura.»

Fece una pausa, la difficoltà di esprimere quei pensieri che le serrava la gola.

«Tu però non lo hai fatto. Non hai esitato nemmeno per un attimo e non mi hai abbandonata, anche se avresti potuto. Ti sei preso cura di me, mi sei stato vicino nonostante io ti abbia reso le cose piuttosto difficili, e questo mi ha dato la certezza, la sicurezza, di sapere che sarà così anche in futuro. Sono ancora convinta che un matrimonio riparatore sia una pessima idea, che non ci conosciamo abbastanza per legarci in questo modo l'uno all'altra e che prima o poi te ne pentirai, ma in queste settimane ho visto abbastanza da sapere quanto tu sia una persona buona, Carlos, e amorevole, e io non penso di poter chiedere di meglio. Quindi, se tu sei ancora convinto e non hai cambiato idea, io sono disposta a fare questo passo...»

Le ultime parole caddero nel vuoto silenzio che aleggiava per la cucina, interrotto ora dall'eco di un clacson che suonava fuori dalla finestra, ora dal rumore attutito del tram che correva sui binari. Teneva lo sguardo fisso sul madrileno in attesa che dicesse qualcosa, ma lui taceva, i muscoli della mascella che si contraevano e rilassavano continuamente, gli occhi velati dai mille e più pensieri che probabilmente gli stavano affollando la mente.

Cominciò a muoversi nervosamente sulla sedia, quell'attesa la stava snervando.

«Estás segura?» le chiese finalmente, la voce che vibrava di una leggera incertezza.

«Sí, Carlos, estoy segura. ¿Y tú?»

Intrecciò appena più strette le dita a quelle di lui, e lui le sorrise, emettendo un piccolo sbuffo dal naso e avvicinando il viso al suo.

«Sí, niña. Sono sicuro» una mano delicatamente posata sulla sua guancia.

Poi le labbra di Carlos furono sulle sue, in un bacio dolce e rassicurante e le sue dita scivolarono tra i folti capelli di lui, trattenendolo un momento più a lungo contro la propria bocca prima di ritrovarsi a sorridere.

E lui con lei.


--- spazio autrice---

So che la giornata per eccellenza del romanticismo ormai è passata, ma non potevo esimermi dal regalarvi un capitolo che, a modo suo, trasudasse cuoricini e baci perugina. 

E poi urgeva decisamente della pace dopo tutte queste tempeste. Dunque...

Cosa mi dite di questo Carlos super dolce che si impegna così tanto per la nostra algida Francesca? 

E di lei che, finalmente, qualcosa di carino su quest'uomo la dice e si rende conto di quanto sia fortunata ad averlo al suo fianco?

Che la loro relazione si stia evolvendo?

Ma passando alle cose serie.

Francesca e Lando hanno avuto il loro momento, mi sembrava carino che anche Carlos e Nick avessero il loro. 

Giusto per aiutarvi, Nick assomiglia ad una versione più giovane, più "morbida", e peggio vestita di Stanley Tucci. Ora immaginatevi lui e Carlos intenti a cucinare insieme in una minuscola cucina di un appartamento di Milano, come la più affiatata delle coppie il giorno di San Valentino. 

Inizialmente la mia mente aveva concepito una scena alla Ghost, ma il tiramisù si presta poco, come dolce, ad essere plasmato come creta. Forse una torta con la crema al burro alla Buddy Valastro avrebbe potuto assolvere allo scopo, ma non mi sembrava nelle corde di nessuno dei due.

Io mi auguro con tutto il cuore che il capitolo vi sia piaciuto e, come sempre, vi ringrazio, per aver letto!

*kiss Silver_Fame

Ah, dimenticavo, spero abbiate preparato scarpe, borsa e vestito, perché, come avrete intuito, sono in arrivo delle partecipazioni...

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