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Cioccolato e vaniglia


Aprì gli occhi al primo chiarore che, nonostante le pesanti tende, filtrava dalle finestre. Il corpo sveglio per abitudine ancora prima del suono della sveglia. Sentì subito che qualcosa non andava: il letto era troppo freddo, troppo vuoto. Voltò la testa e, come temeva, Francesca non c'era. Un senso di allarme gli montò dentro, facendolo sedere di scatto. 

La sua mente passò in rassegna tutte le possibilità, scartando, anche se a fatica, gli scenari più improbabili e tragici, come un rapimento, un omicidio, o una fuga durante la notte, e cercando di concentrarsi, invece, su quelli più realistici. 

Non sentiva alcun rumore di acqua corrente, ma decise comunque, per prima cosa, di dare un'occhiata in bagno. Con il cuore che batteva un po' più forte del normale, si alzò dal letto e si diresse verso la stanza in fondo al piccolo corridoio. Quando aprì la porta, il respiro gli si bloccò per un attimo nei polmoni.

Francesca era lì, rannicchiata sul pavimento con indosso un accappatoio che doveva aver usato come una coperta improvvisata. Dormiva profondamente, la sua espressione corrucciata in perfetta sintonia con la scomodità della posizione. Rimase immobile per un istante, osservandola combattuto tra l'istinto di svegliarla e il desiderio di lasciarla riposare. Poi si decise. 

Facendo attenzione, si chinò e la prese delicatamente in braccio, cercando di non disturbarla. Il peso di Francesca, così leggero tra le sue braccia, gli fece stridere i denti. Involontariamente strinse la presa su di lei, portandosela ancora più vicina al petto. Lei, per tutta risposta, emise un piccolo sospiro. 

Che notte doveva aver passato? Si era ridotta a dormire sul pavimento del bagno senza dirgli nulla... Perché non gli aveva chiesto aiuto? Perché non lo aveva svegliato?  

Amorevolmente come la aveva presa in braccio, la mise a letto, avendo cura di rimboccarle le coperte. A quel punto però lei cominciò ad agitarsi e piano piano, a fatica, aprì gli occhi.

«Carlos?» mormorò, la voce impastata e fievole.

«Shhh... È presto. Torna a dormire» le sussurrò, spostandole, con la punta delle dita, una ciocca di capelli che le era ricaduta sul viso.

Francesca annuì debolmente, chiudendo di nuovo gli occhi e rannicchiandosi su se stessa. Rimase accanto a lei finché non fu sicuro che si fosse riaddormentata, poi si allontanò, si assicurò che le tende fossero ben chiuse, e si preparò per uscire.



A quell'ora la piscina dell'hotel era deserta, come piaceva a lui. Dopo aver fatto un veloce riscaldamento si tuffò nell'acqua fredda, sentendo il gelo pungergli la pelle e scuotergli i pensieri. Iniziò a nuotare con forza, il ritmo regolare delle bracciate e dei respiri che lo aiutava a mettere ordine nel caos dentro di sé. 

Era frustrato. Francesca continuava a tenersi dentro tutto, a lasciarlo fuori dai suoi momenti più difficili e lui non riusciva a capire perché. Era perché non lo considerava abbastanza affidabile? Perché non lo riteneva in grado di prendersi cura di lei? Cosa doveva fare per dimostrarle che poteva contare su di lui? Per farle capire che lui voleva starle accanto... Bracciata dopo bracciata quelle domande gli affollavano la mente, insieme a mille altre, senza però trovare alcuna risposta se non il rumore dell'infrangersi della superficie dell'acqua a contatto con il suo corpo.

Dopo quaranta minuti di nuoto ininterrotto, decise che era abbastanza. Si concesse qualche minuto in più sotto la doccia negli spogliatoi, lasciando che l'acqua calda gli sciogliesse i muscoli tesi e lavasse via gli ultimi pensieri come schiumosi residui di shampoo, poi si vestì e tornò in camera. Quando aprì la porta, trovò Francesca ancora a letto. Non dormiva più, però, era sdraiata su un fianco, con il telefono in mano.

«Ciao» disse lei staccando gli occhi dallo schermo «fatto una bella nuotata?»

Lasciò cadere la borsa all'ingresso e le si avvicinò. Lei si spostò un pò, permettendogli di sedersi sul bordo del letto accanto a lei.

«Si. Come fai a sapere che sono stato in piscina?»

«Sai di cloro.»

«Non pensavo si sentisse tanto.»

«Probabilmente no, ma a quanto pare nell'ultima settimana ho sbloccato un nuovo superpotere da gravidanza: il super olfatto. E prima che tu me lo chieda o ti scusi, no, non mi da fastidio come odore. Me ne sono accorta semplicemente perchè è diverso da quello che hai di solito, tutto qui.»

«Ah si? E che odore ho di solito?»

Era davvero curioso di saperlo.

«Mmm... Non saprei... Di buono, di caldo. Assomiglia quasi al cioccolato, ma diverso... più complesso.»

Sorrise.

«Cioccolato e vaniglia stanno bene insieme.»

Lei gli rivolse uno sguardo interrogativo.

«Tu per me profumi di vaniglia.»

«Oh. Mi piace la vaniglia...» poi lei distolse lo sguardo, cambiando colore in volto.

«Anche a me» si lasciò sfuggire in un soffio appena udibile. «Come ti senti?»

«A pezzi. Penso che se ieri sera alla festa fossi salita su quel ring e mi fossi fatta pestare da quei luchadores, mi sarei comunque sentita meglio di come sto ora...»

«Ci credo, Francesca, ti ho trovata che dormivi sul pavimento del bagno. Ti prego, non dirmi che hai passato lì tutta la notte...»

Lei si morse il labbro e quella per lui fu una risposta più che sufficiente.

«Si può sapere perchè non mi hai svegliato?»

«Non volevo disturbarti, stavi dormendo così bene...»

Emise un sospiro esasperato, passandosi una mano tra i capelli ancora umidi e scuotendo la testa.

«Non mi importa se sto dormendo bene, Francesca. Se stai male, voglio saperlo. Pensavo di essere stato chiaro...»

«Hai ragione, ma ieri sera abbiamo fatto tardi, e oggi hai le prove libere, pensavo avessi bisogno di riposare. In fondo è stato solo un attacco di nausea più lungo e intenso del solito, niente di più. A quanto pare qualcuno non ha gradito i tacos... o il guacamole...»

«Pensi sia stato solo il cibo? Sicura che non ci sia niente che non va...?»

«Abbastanza sicura, si. Comunque, se può aiutarti a stare più tranquillo, ho prenotato la visita per fare l'ecografia del primo trimestre. Quando saremo tornati dal Brasile potresti fermarti qualche giorno a Milano e venire con me, se ti va...»

Il suo cuore perse un battito e per l'emozione, senza pensarci, si allungò verso Francesca e le diede un bacio sulle labbra.

«Grazie per avermelo chiesto, certo che mi va! E comunque» aggiunse ridacchiando nel vedere Francesca avvampare nuovamente «penso che dovremo far cambiare idea a qualcuno. Ha il mio sangue nelle vene, non può non piacerle il guacamole

«Le? Pensi sia femmina?»

«Si, tu no?»

«Non lo so, non ci avevo mai pensato, ma suppongo di aver sempre dato per scontato che fosse maschio...» la vide accarezzarsi distrattamente la pancia e fu tentato di unire la propria mano alla sua, ma si trattenne. «Comunque è ancora troppo presto per saperlo.»

«Di solito non si scopre durante l'ecografia?»

«Si, ma durante quella del secondo trimestre. A questa ci confermeranno solamente se il feto è effettivamente uno e se la gravidanza sta procedendo correttamente.»

«Aspetta, vuoi dire che potrebbero essere più di uno?» quella possibilità, fino a quel momento, non lo aveva mai sfiorato.

«Beh, il test di gravidanza non indica il numero degli embrioni, quindi potrebbero... Oh no. OH NO! Non fare quella faccia Carlos Sainz, non ci pensare nemmeno. Non contemplare nemmeno l'idea!»

«Perchè no?» le chiese sentendo che un sorriso gli si allargava incontrollabilmente sulla faccia «non sarebbe stupendo avere dei gemelli? Due adorabili piccole Sainz, belle come la loro mamma...» 

Riusciva praticamente già a immaginarsele scorrazzare ridendo per tutta casa, con i capelli scuri e gli occhi color caramello...  «E poi nella tua famiglia ci sono già dei gemelli, è un'eventualità da considerare, no?»

«Grazie mille, Carlos! Ora ho sbloccato una nuova fobia e vivrò nell'ansia e nello sbattimento più totali finchè non farò quella benedetta ecografia...»

Non riuscì a trattenersi dal ridacchiare, nonostante Francesca sembrasse visibilmente sconvolta da quella possibilità. Poi la vide scuotere la testa, come per cercare di scacciare quel pensiero, e sfilarsi dalle coperte. Quando si alzò in piedi e gli passò davanti la fermò, prendendola per la mano.

«Dove stai andando?»

«A farmi una doccia. Fra poco dobbiamo uscire, no?»

«Non credi sia meglio rimanere ancora un pò in hotel a riposare? Puoi tranquillamente raggiungermi più tardi, quando ti sentirai un pò meglio» e senza distogliere lo sguardo da quello di lei, le posò un bacio rapido all'interno del polso.

«Carlos, i tuoi genitori saranno presenti nel paddock, non ho intenzione di fare la figura della pigra che se ne sta in hotel tutto il giorno mentre tu sei in pista. Quindi ora andrò a lavarmi e poi andremo insieme al circuito, ok?»

«Non penseranno che tu sia pigra, Francesca. Dirò loro che sei stata poco bene, in fondo è la verità, no?»

«Oh fantastico, pigra e pure malata, ottimo biglietto da visita con cui presentarsi...»

«Francesca, non dirmi che sei nervosa?» le chiese senza riuscire a nascondere un sorrisetto compiaciuto.

«Ovvio che sono nervosa, Carlos! Ho passato una nottataccia, ho dormito poco e male sul pavimento del bagno, e per di più, grazie a te, ora ho il terrore che qui dentro possa esserci un'intera squadra di calcio femminile!» disse indicandosi la pancia su cui ora si riusciva ad intravedere una piccolissima e appena accennata rotondità. 

«E poi... sono i tuoi genitori, Carlos. Voglio... voglio fare loro una buona impressione, ok?»

Lei fece una pausa e lui rimase in silenzio, aspettando che continuasse.

«Ora mi lasceresti andare a fare la doccia? Il mio corpo reclama a gran voce dell'acqua bollente...»

Annuì, lasciandola andare.

«Grazie.»

La vide afferrare dal cassetto dell'intimo pulito e poi guardare indecisa l'armadio. Alla fine recuperò, con un'alzata di spalle, qualcosa che lui non fece in tempo ad identificare e poi si diresse verso il bagno. La seguì con lo sguardo finché la porta non si fu chiusa. Ancora seduto sul letto, non riusciva a smettere di sorridere.

...

«Francesca, dovresti mangiare qualcosa.»

«Credo che i due pancake che ho appena finito di ingurgitare si possano tranquillamente definire qualcosa, Carlos.»

«Non abbastanza.»

«Contrariamente a quanto si pensa» iniziò, abbassando la voce nonostante il brusio e il tintinnare di stoviglie e ceramiche che riempiva la caffetteria «mangiare per due non è il modo corretto di affrontare una gravidanza, anzi. E cercare di rimpinzarmi come un tacchino al giorno del ringraziamento non farà bene ne al bambino, ne a me, che poi dovrò smaltire tutto.»

«D'accordo... Neanche mezzo pancake?»

«Carlos!»

«Carlos!»

Una voce femminile, calda e affettuosa, si sovrappose alla sua. Il pilota si voltò immediatamente in quella direzione, lasciando ricadere nel piatto la forchetta con infilzato il pancake, e un sorriso gli si allargò sulla faccia.

«Mamá!» esclamò alzandosi in piedi e spalancando le braccia per accogliere la donna.

A quanto pareva qualcuno, lì, era il cocco di mammina. E poi aveva il coraggio di dare a lei della principessina di casa...

La donna però, bellissima ed elegantissima, invece di abbracciarlo, gli prese il volto con le mani a coppa, stampandogli un rumoroso bacio sulla guancia.

«¡Ay, mi niño! Sempre più magro, questo lavoro ti sta consumando.»

«Mamá, sto benissimo» replicò lui ridacchiando mentre lei finalmente mollava la presa, soddisfatta del suo esame accurato. 

Poi Carlos si spostò di lato, con un sorriso, quando vide il padre avvicinarsi con passo tranquillo.

«Papá

L'uomo era praticamente la copia sputata di suo figlio, solo con qualche ruga in più e i capelli ingrigiti. Lo sguardo determinato e fiero era lo stesso, così come il sorriso. Si strinsero appena l'uno all'altro, con complicità, poi il più anziano dei Sainz diede a Carlos un'affettuosa pacca sulla spalla.

Lei, in piedi di fianco al tavolino, continuava a lisciarsi addosso il vestito azzurro che aveva deciso di indossare per l'occasione, e osservava la scena con un misto di curiosità, divertimento e apprensione.

«Papá, Mamá, questa è Francesca» disse Carlos, voltandosi poi verso di lei.

Sfoderando quello che sperava fosse un sorriso cordiale, si fece avanti, afferrando la mano che il padre di Carlos le stava porgendo.

«Piacere di conoscerla, signor Sainz.»

«Carlos» la corresse subito lui con una risata. «Il signor Sainz era mio padre.»

«Carlos» ripetè, strappando all'uomo un sorriso soddisfatto.

Dio, ma quanti Carlos c'erano?! Non rischiavano di confondersi? Se li immaginò, durante una cena di famiglia in casa Sainz, scattare tutti sull'attenti come suricati al primo "Carlos" pronunciato da qualcuno. Un abbraccio affettuoso quanto improvviso la strappò da quei pensieri.

«Benvenuta in famiglia, querida!»

«Grazie» rispose cercando di dissimulare le lacrime che, totalmente non richieste, avevano cominciato a pizzicarle gli occhi per quell'accoglienza così calorosa e gentile, totalmente inaspettata. Maledetti ormoni.

«Reyes. Chiamami Reyes» disse la donna sciogliendo l'abbraccio.

Ma invece di lasciarla andare le prese il volto tra le mani, proprio come aveva fatto pochi momenti prima con il figlio, cominciando ad ispezionarla con sguardo tipicamente materno, cosa che, con un pizzico di nostalgia, le fece venire in mente sua madre. Tra un sorriso e un cenno del capo, riuscì a percepire qualche complimento sussurrato in spagnolo, poi Reyes si voltò verso Carlos, senza però mollare la presa su di lei.

«Ay, Carlos, es adorable, pero es tan joven. ¡Es una niña!»

«Ah, Mamá...»

Carlos si passò una mano tra i capelli, come se fosse imbarazzato da quel mezzo rimprovero ricevuto da sua madre e lei non riuscì a trattenersi dal ridacchiare prima di intervenire in sua difesa, sfoderando il suo miglior spagnolo.

«Gracias por el cumplido, señora, pero tengo veintidós años. Ya no soy una niña, por desgracia

Reyes puntò immediatamente gli occhi su di lei, sorridendo raggiante e serrando ancora più affettuosamente la presa sul suo volto.

«Reyes, querida, no señora.»

«Reyes» accontentò la donna che solo a quel punto mollò la presa sul suo volto per sedersi, insieme al marito, su una delle sedie libere attorno al tavolino.

Stava per imitarla, quando avvertì la mano di Carlos posarsi sul suo fianco, attirandola vicino a se.

«Non mi hai detto di saper parlare spagnolo» le sussurrò tra i capelli, la voce che contemporaneamente nascondeva una nota di fastidio e di ammirazione.

«E tu non me lo hai mai chiesto, cariño

Pronunciò l'ultima parola ponendoci volutamente enfasi, per provocarlo un pò, poi sgusciò via dalla sua presa per accomodarsi al tavolino. Carlos rimase per un attimo immobile, lo sguardo perso nel vuoto, poi, ridacchiando e scuotendo la testa, si sedette a sua volta, cominciando a conversare tranquillamente con i suoi genitori mentre lei finiva il suo terzo pancake della colazione.


--- spazio autrice---

Rieccoci qui, come ogni mercoledì, con un nuovo capitolo. Che ne pensate?

Tante emozioni, molta cuteness, film mentali e infine i genitori di Carlos, insomma, tanta roba. Ma cosa mi dite, vi è piaciuto?

E soprattutto, chi pensate avrà ragione tra i futuri genitori? Sarà un maschietto? Una femminuccia? 

Ma ancora più importante, sarà davvero uno?

Chissà... 

Grazie mille per aver letto e ci vediamo alla prossima!

*kiss Silver_Fame

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