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Chiamate senza risposta


Seduta al tavolo della cucina mescolava e rimescolava il suo caffelatte temendo di potercisi addormentare dentro da un momento all'altro. Non aveva dormito molto bene negli ultimi giorni e cominciava a sentirsi stanca e spossata più del normale. Nick, dall'altra parte del tavolo, la fissava preoccupato mentre sorseggiava la sua tazza di the. Il suo telefono si mise a vibrare, segnalando che le era arrivato un messaggio. Sbloccò lo schermo, lesse il numero e lasciò perdere, tornando a concentrarsi sulla sua colazione.

«Ancora lui?» chiese Nick, intuendo al volo di chi potesse trattarsi.

Annuì addentando una fetta biscottata. Si accorse di essersi dimenticata di spalmarvi sopra la Nutella. Pazienza. Si strinse nelle spalle e continuò a mangiare. Nick, davanti a lei, sbuffò, appoggiando i gomiti sul tavolo e guardandola con quella tipica espressione da amico che cerca di essere comprensivo ma anche deciso.

«E non hai intenzione di rispondergli?»

Alzò le spalle, cercando di minimizzare.

«Non vedo perché dovrei. È stata una notte sola, Nick. Vedrai che si dimenticherà in fretta di me.»

Nick non sembrava per niente convinto.

«Sai bene che non è questo il punto. Gli hai detto del bambino, vero?»

Scosse la testa, continuando a mangiare.

«No, Carlos non sa nulla e la cosa deve rimanere così.»

«Francesca!»

«Che c'è?!» esclamò esasperata guardando il suo coinquilino che la fissava torvo.

«Devi dirglielo!»

«No, e non ho intenzione di farlo. Non ne ha bisogno lui, non ne ho bisogno io e il bambino... be', neanche lui, ne ha bisogno.»

«Fra, lo sai che ti voglio bene, ma questo non è un argomento che puoi semplicemente chiudere come un cassetto pieno di calzini spaiati. Lui è il padre, dopotutto, e ha il diritto di saperlo.»

«Fino a prova contraria quella che sta portando in grembo questo bambino sono io, quindi sono io a prendere le decisioni!» sbottò esasperata alzandosi in piedi. «Non voglio più sentire parlare di questa storia, l'argomento è chiuso!»

Senza aspettare che il suo coinquilino aggiungesse qualcosa si diresse in camera sua a finire di prepararsi. Dieci minuti più tardi recuperò il telefono che aveva dimenticato sul tavolo e dopo aver salutato Nick uscì di casa, nella fredda e grigia Milano.

...

Ancora nessuna risposta. Erano giorni che mandava messaggi a Francesca, ma lei non gli aveva mai risposto. Era infastidito, ma doveva ammettere che se lo aspettava. Era apparso evidente fin dal primo momento di quel loro incontro, il weekend precedente, quanto lui fosse l'unico interessato a voler approfondire il loro rapporto, ad andare oltre a quell'unica notte di sesso che avevano condiviso. Lei invece sembrava più che mai intenzionata a lasciarsi tutto alle spalle. Normalmente avrebbe lasciato perdere, accantonando la faccenda e andando avanti con la sua vita, ma per qualche ragione non riusciva a togliersi Francesca dalla testa, motivo per cui, ogni cinque minuti controllava quasi ossessivamente il cellulare sperando di trovare un suo messaggio. Ma niente. Silenzio stampa. Un verso di frustrazione gli sfuggì dalle labbra, un suono basso e irritato che non riuscì a trattenere. Charles, seduto accanto a lui, alzò gli occhi dal suo tablet, lanciandogli uno sguardo incuriosito. 

«Carlos, tutto bene? La ragazza del weekend ti sta facendo dannare?» aggiunse sogghignando.

«Sì, qualcosa del genere...» mormorò, con un mezzo sorriso tirato. 

Stava per aggiungere un commento sarcastico, ma il suono del telefono che vibrava lo interruppe. Un numero sconosciuto apparve sullo schermo. Esitò per un secondo, indeciso se rispondere o meno, poi qualcosa lo fece propendere per il si.

«Pronto?»

«Carlos» rispose una voce maschile dall'altro capo del telefono «sono Nicholas, il coinquilino di Francesca.»

Si irrigidì istintivamente, alzando lo sguardo verso Charles che lo fissava con un misto di curiosità e preoccupazione. Intuendo in che direzione sarebbe andata la conversazione, pensò di tagliare corto e liquidare la chiamata.

«Se mi chiami da parte di Francesca per rifilarmi qualche scusa sul perché non mi stia rispondendo, sappi che non me la bevo. Se non è interessata a me che almeno abbia il coraggio di dirmelo di persona...»

«No, Carlos, ascolta. Non è questo il punto. Francesca non ti ha detto tutto, ed è per questo che ti sta evitando. Mi ucciderebbe se sapesse che sto parlando con te, ma credo che tu abbia il diritto di saperlo. Lei... è incinta.»

Per un istante, il mondo gli parve fermarsi. Le parole di Nick risuonarono nella sua mente come una eco distante, e gli ci vollero alcuni secondi per processare completamente ciò che aveva appena sentito.

«Scusa, cosa hai detto?» chiese, con un filo di voce, come se avesse bisogno di sentirlo di nuovo per crederci.

«Francesca è incinta» ripeté il ragazzo dall'altra parte del telefono. «E il bambino è tuo.»

Si alzò di scatto, sbattendo il palmo della mano sul tavolo e quasi rovesciando la sedia. Il sangue gli pulsava alle tempie, e un turbinio di emozioni: sorpresa, paura, rabbia e una strana eccitazione, lo travolsero come un fiume in piena.

«Mandami l'indirizzo. Adesso.»

Chiuse la chiamata bruscamente, senza nemmeno salutare, mentre Nicola, Nicholas o come cavolo si chiamava, continuava a parlare dall'altra parte della linea. Provò immediatamente a chiamare Francesca, ma niente, a rispondergli fu solo l'avviso della segreteria. Provò di nuovo, stesso risultato. Fece un terzo tentativo, ma la voce registrata segnalò l'ennesimo fallimento. Senza dire una parola afferrò la giacca, rovistando nelle tasche alla ricerca delle chiavi della macchina, poi si avviò verso l'uscita. Dietro di lui sentì il suo compagno di squadra inseguirlo.

«Carlos, cosa è successo? Dove stai andando?»

«A Milano.»

Non aggiunse altro. Non ne era in grado. L'adrenalina lo spingeva a muoversi come un automa, il suo unico pensiero fisso era raggiungere Francesca il prima possibile, anche se non aveva ancora idea di cosa le avrebbe detto, né di come avrebbe affrontato la situazione. Ci avrebbe pensato durante il viaggio.

...

Era stremata. La giornata in sartoria si era trasformata in un doppio turno infinito, e sentiva ogni singolo muscolo del corpo protestare. Era talmente esausta che solo quando il tram era ormai a due fermate dal suo appartamento, si rese conto che non aveva nemmeno messo la musica nelle cuffie, cosa che di solito faceva per cercare di scacciare la stanchezza del ritorno a casa. Con un sospiro pesante, si mise a rovistare nella borsa alla ricerca del cellulare, che non aveva guardato per tutta la giornata. Non appena lo trovò e accese lo schermo, i suoi occhi si spalancarono nel vedere il numero assurdo di chiamate senza risposta. 

Carlos. Diverse chiamate e altrettanti messaggi non letti, di cui non si degnò nemmeno di leggere l'anteprima. Poi c'erano anche chiamate di Nick. Molte chiamate. Probabilmente era preoccupato per il suo ritardo visto che non era rientrata a casa all'orario previsto. Si era completamente dimenticata di avvisarlo che si sarebbe fermata a fare straordinari. Sospirò, indecisa se richiamarlo o meno, ma decise che ormai era quasi arrivata, tanto valeva spiegargli tutto di persona. Quando il tram si fermò alla sua fermata, scese e percorse con passo rapido la strada verso il suo palazzo, pregustando solo la doccia calda e il divano che l'aspettavano.

«Nick, tesoro, sono a casa!» esclamò aprendo la porta dell'appartamento. «Mi dispiace per stamattina, e mi dispiace anche di non averti avvisato che avrei fatto straordinario, ho dovuto sostituire all'ultimo Erika e non ho ho proprio avuto tempo...»  

Le parole però le morirono in gola non appena i suoi occhi caddero sulla figura che aspettava nel suo soggiorno. Carlos, seduto sul divano, le braccia incrociate al petto, la fissava con un'intensità che la lasciò senza fiato. Uno sguardo profondo, confuso, arrabbiato ma anche vulnerabile, un miscuglio di emozioni che non riusciva del tutto a decifrare e distinguere in fondo a quegli occhi castani. A quel punto Nick le venne incontro con un'espressione contrita.

«Scusa tesoro, ma ho dovuto dirglielo.»

Sentì lo stomaco annodarsi e contorcersi, mentre il cuore le batteva in petto più veloce del solito. Guardò l'amico incapace di trovare le parole, supplicandolo con gli occhi di aiutarla ad uscire da quella situazione. Lui però si limitò solamente a darle un bacio affettuoso sulla testa.

«Andrà tutto bene. Vi lascio soli» e dopo aver preso le sue cose uscì dall'appartamento lasciandola sola con Carlos.

Rimasero in silenzio per un tempo che le parve interminabile, con lei ancora ferma in piedi davanti alla porta. Sentiva lo sguardo di lui su di sé mentre cercava in tutti i modi di trovare una via d'uscita da quella situazione. Ma non ne esistevano, lo sapeva.

«Quindi» la voce di Carlos, bassa e ferma, quasi troppo calma, ruppe il silenzio «immagino che adesso dovremo parlare sul serio, no?»

Continuò a evitare il suo sguardo, senza rispondergli.

«Francesca!» lo vide scattare in piedi, alzando la voce. «Parlami per l'amor di Dio! Perchè? Perchè non mi hai detto niente?»

Si lasciò sfuggire un sospiro pesante, prendendosi la testa fra le mani, poi finalmente si decise a guardare negli occhi il pilota.

«Hai ragione Carlos, dobbiamo parlare. Ma non così.» Sentiva la propria voce vibrare di stanchezza. «Non ho intenzione di discutere con te mentre mi urli addosso o hai questo atteggiamento. Non ne ho né la forza né la voglia. È stata una giornata infinita, sono esausta, e tutto quello che voglio adesso è farmi una doccia.»

Senza dargli il tempo di rispondere si diresse verso il bagno. La porta si chiuse dietro di lei con un lieve clic, e si ritrovò finalmente sola. Si appoggiò con la schiena alla porta, chiudendo gli occhi. Il rumore ovattato del traffico milanese arrivava appena dalla finestra del bagno, ma tutto ciò che riusciva a sentire era il battito frenetico del proprio cuore. 

La stanchezza la colpì come una marea improvvisa, sommergendola completamente. Si lasciò scivolare lungo la porta, le gambe deboli che non riuscivano più a sostenerla. Un nodo le serrava la gola, e per la prima volta da quando aveva scoperto di essere incinta, si permise un momento di completa vulnerabilità. Tutto il peso delle responsabilità, delle paure, delle decisioni che doveva ancora prendere le crollò addosso, schiacciandola. La stanchezza e gli ormoni fecero il resto, lasciandola a singhiozzare piangendo lacrime copiose finché non iniziò a sentirsi leggermente meglio. Poi si spogliò e si infilò sotto la doccia, godendosi la sensazione dell'acqua bollente scorrerle sulla pelle come una benedizione che accettò ben volentieri. 

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