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Chaval




Si passò in un gesto nervoso, la mano tra i capelli scuri, umidi di sudore e di pioggia, poi si massaggiò distrattamente il collo leggermente dolorante, cercando di sciogliere la tensione che lo irrigidiva. Era ben consapevole dell'espressione che doveva aver in quel momento, cupa, scura, con le sopracciglia aggrottate e la mascella contratta, ma non gli importava. Ogni fibra del suo essere pulsava di frustrazione, di una rabbia cieca e sorda che gli scorreva sottopelle come alta tensione.

Sotto quel maledetto tempo, correndo su quell'asfalto insidioso, aveva perso aderenza ed era uscito di pista. Aveva impattato violentemente contro le barriere, segnando la fine della sessione di qualifica, almeno per lui. Un errore da principiante, una mancata accortezza, e ora la sua macchina era lì, accasciata nel garage, come un animale ferito in battaglia che portava irrimediabilmente i segni di quella disfatta.

Meccanici e ingegneri si muovevano attorno alla monoposto, frenetici ma concentrati, cercando di valutare i danni, di capire se ci fosse una possibilità di riparare tutto in tempo per la gara del pomeriggio. Si fermò vicino al gruppo che lavorava febbrilmente sulla vettura.

«Quanto tempo ci vorrà?» chiese con una voce dura, quasi tagliente.

Uno degli ingegneri alzò appena lo sguardo verso di lui, prima di tornare a rivolgere tutta la propria attenzione alla monoposto.

«Stiamo verificando, Carlos. La situazione potrebbe non essere tragica come appare, ma una sospensione è messa parecchio male, e dobbiamo ancora controllare lo stato del telaio. Ti facciamo sapere non appena possibile.»

Annuì con un movimento secco, stringendo i denti e cercando di ricacciare indietro l'urlo di frustrazione che sentiva montargli in gola. Sapeva che mettersi a fare scenate, specialmente in quel momento, non sarebbe stato di alcuna utilità, certo non a lui e nemmeno al team.

Passandosi, per l'ennesima volta, la mano tra i capelli, come se quel gesto potesse in qualche modo aiutarlo a recuperare un po di lucidità, si voltò verso il fondo del box, ma non incontrò nessun paio di occhi color caramello. Si lasciò sfuggire un sospiro sconsolato e allo stesso tempo di sollievo, ringraziando il cielo che suo cugino avesse avuto il buonsenso di allontanarla da lì. Francesca non doveva vederlo così, arrabbiato, teso, sconfitto... 

Non aveva potuto impedire che lei assistesse a quella sua ennesima disfatta della stagione, ma almeno non era costretto ad attendere il responso degli ingegneri sentendo lo sguardo di lei su di sé. 

Quella mattina quando si era svegliato, come sempre prima di lei, si era preso qualche momento per osservarla mentre ancora dormiva dal suo lato del grande letto matrimoniale che condividevano, rannicchiata sotto le coperte, i capelli scuri e scarmigliati sparsi sul cuscino. Con estrema delicatezza le aveva accarezzato la guancia, scostando poi, con la punta delle dita, un paio di ciocche che le ricadevano sul viso, mischiandosi con le lunghe e folte ciglia. Aveva un'espressione così serena, quella di chi giace completamente e beatamente abbandonato tra le braccia di Morfeo, che aveva seriamente considerato, anche quel giorno, di dirigersi da solo al circuito, lasciandola lì a riposare. Ma le parole, la minaccia che il giorno prima lei gli aveva rivolto gli erano tornate inesorabilmente in mente.

«Se mi lasci ancora una volta da sola in questa fottuta camera d'hotel, Carlos, di giuro che faccio le valigie e prendo il primo volo disponibile per l'Europa e ti assicuro che non mi vedrai più, entiendes

Il tono calmo e pacato che aveva usato era stato più che sufficiente per fargli capire quanto fosse seria e lui, ad essere sincero, non stentava a credere Francesca capace di una cosa del genere. Così l'aveva svegliata e nemmeno un'ora più tardi avevano varcato insieme i tornelli del paddock del circuito di Interlagos, con lui intento a ripassare le strategie di gara con Ricky e lei che, poco distante, li seguiva con gli occhi ancora assonnati e uno sbadiglio sulle labbra, nonostante l'espresso bevuto a colazione.

«Carlos.»

La voce di Riccardo lo strappò da quei pensieri.

«Come ti senti?»

«Sto bene» rispose in modo automatico, quasi meccanico, sorvolando sul leggero indolenzimento che si era lentamente diffuso in tutto il corpo ma che sapeva sarebbe passato nel giro di qualche ora.

L'uomo lo osservò per un momento, studiandolo con gli occhi appena socchiusi, poi annuì, anche se non sembrava del tutto convinto.

«Ascolta, la macchina è in buone mani. I ragazzi stanno facendo il massimo per sistemarla e per far sì che tu possa scendere in pista. Forse dovresti andare nel motorhome a rilassarti un po'. Appena avremo notizie, ti informerò subito.»

Scosse la testa.

«No, non ce la farei e lo sai. Anche se andassi lì, rimarrei a fissare il soffitto o il telefono, aspettando notizie. Preferisco restare qui. Voglio vedere con i miei occhi come procede, e se posso dare una mano, anche solo per portare un cacciavite, del nastro adesivo, qualsiasi cosa insomma, sono pronto.»

Riccardo, di fronte a lui, abbozzò un sorriso. Lo conosceva ormai troppo bene per insistere, sapeva che quando si metteva in testa qualcosa era praticamente impossibile fargli cambiare idea.

«Va bene» gli disse, posandogli una mano sulla spalla in un gesto rassicurante.

«Vediamo cosa possiamo farti fare.»



Ci aveva provato, eccome se ci aveva provato. E riprovato anche. Dopo il secondo impatto con le barriere della giornata, con il cuore che gli martellava nel petto e le mani che tremavano lievemente, ancora strette sul volante, aveva cercato in tutti i modi, lottando contro il tempo mentre gli steward si fiondavano verso di lui come avvoltoi vestiti di arancione, di rimettere in moto quella maledetta auto.

«¡No, no, no! ¡Por favor, vete, maldito coche!»

Ma non c'era stato nulla da fare, la sua monoposto era rimasta lì, inerte, sorda alle sue suppliche ed imprecazioni, e lui, sentendo la rabbia, la delusione, e la frustrazione montargli dentro come un'onda aveva dovuto arrendersi all'evidenza. Il Gran Premio del Brasile era finito per lui. 

Che fosse stato un suo errore, quella merda di asfalto, il fottuto tempo inclemente o il suo team che gli aveva montato il treno di gomme sbagliato, non gli importava granchè, la sua rabbia era senza alcun dubbio motivata. Era incazzato con tutto e tutti, avrebbe preso più che volentieri a pugni chiunque o qualsiasi cosa gli fosse capitata a tiro, ma più di tutto, era furioso con se stesso. Si era lasciato sfuggire l'ennesima occasione, l'opportunità di mettersi in luce, di far vedere al mondo chi fosse e cosa fosse in grado di fare, e ora che si trovava di nuovo nel box si sentiva addosso gli sguardi di disappunto di tutti. Dei meccanici, che avevano fatto l'impossibile per rimetterlo in pista dopo le disastrose qualifiche; degli ingegneri, che avevano elaborato per ore e ore strategie che potessero portare lui e il suo compagno di squadra a concludere quella gara nel modo migliore possibile; di Fred, che aveva visto andare in fumo punti preziosi, specie a fine stagione; e di tutti i presenti nel box che avevano sperato di vederlo tagliare il traguardo. Quella non era una sconfitta solo per lui, ma per l'intera Scuderia Ferrari. 

Con la tuta abbandonata sui fianchi e le braccia conserte, fissava immobile lo schermo davanti a sé, su cui scorrevano i dati della gara ancora in corso. Le linee grafiche delle telemetrie e i numeri sullo schermo erano l'unica cosa su cui riusciva a concentrarsi, l'unico rifugio dalla tempesta che gli infuriava dentro. Il suono nelle cuffie, che lo isolavano dal mondo, lo aiutava a mantenere un minimo di calma apparente.

«Carlos...» aveva provato ad avvicinarlo, quasi timidamente, uno dei membri del team, probabilmente per cercare di consolarlo o forse per concordare una versione da fornire durante le interviste. Non aveva importanza.

«No.»

La sua risposta era stata secca, quasi brusca. Non si era nemmeno preso il disturbo di guardare chi fosse, aveva solamente rivolto un cenno in direzione dello schermo, indicando che l'unica cosa di cui gli importava in quel momento erano i dati. Tutto il resto, ogni parola, ogni tentativo di conforto, ogni cazzo di pietosa intervista, poteva aspettare. Non voleva parlare con nessuno. Non voleva vedere nessuno.

No. Non era vero, una persona voleva vederla. 

Sapeva che lei era lì, aveva sentito i suoi occhi su di sè da quando aveva rimesso piede nel box, ma aveva paura di voltarsi. L'idea di affrontare quello sguardo, la possibilità di leggervi qualcosa di terribile, lo paralizzava, lo immobilizzava lì, di spalle rispetto a lei. Non voleva vedere negli occhi color caramello di Francesca la stessa delusione, lo stesso quasi disgusto, che aveva visto in quelli di Rebecca qualche mese prima. Non avrebbe potuto tollerarlo, non in quel momento. Forse più tardi, quella sera, tornati in hotel, nella privacy della loro stanza avrebbe anche potuto trovare il coraggio di affrontarla, ma non lì, non ora. 

Così, cercando di ignorare lo sguardo di lei, tanto intenso da potergli perforare il cranio dalla nuca, rimase con gli occhi puntati sugli schermi, guardando ora le telemetrie, ora le riprese della gara. Con una stretta allo stomaco osservò, non senza una certa invidia, Max effettuare una rimonta degna di quel nome, fino a raggiungere il gradino più alto del podio. Lo stesso che avrebbe voluto conquistare anche lui. Ma il fatto che lui fosse lì, nel box, mentre Max era in pista, calcando l'asfalto per il giro d'onore di fine gara, gli ricordò che per l'ennesima volta in quella stagione aveva fallito.

Incapace di rimanere lì un momento di più uscì dal box, diretto in pit lane. Si destreggiò tra membri dei vari team e ospiti che si affrettavano a raggiungere il parc fermè. Qualcuno gli rivolse qualche parola, ma lui ignorò semplicemente la cosa, procedendo dritto verso le auto parcheggiate. Più avanti, vide Charles. La tuta rossa, gemella della sua, spiccava fra le altre. Nonostante il quinto posto, il monegasco sembrava deluso. Evidentemente, proprio come lui, anche il suo compagno di squadra sperava in un risultato migliore per quel weekend. O forse era solo stanchezza. Gli si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla, stringendola appena.

«Buona gara, Charles» disse sinceramente, sforzandosi di sorridere.

Il monegasco ricambiò il suo sorriso con uno meno forzato.

«Grazie, Carlos. Mi dispiace per come è andata, oggi è stata dura.»

«Già... ma è così che va. Ci rifaremo» rispose ostentando un ottimismo che in quel momento non sentiva di avere.

Scambiarono ancora qualche parola, poi Charles venne chiamato per i consueti controlli di fine gara e lui si diresse verso l'Aston Martin numero 14. Durante l'ultima parte di gara aveva sentito Fernando lamentarsi parecchio in radio per il dolore alla schiena e, preoccupato per quello che per anni, prima di diventare suo rivale in pista, era stato il suo eroe, voleva accertarsi di persona che stesse bene. Lo trovò con ancora il casco in testa, la visiera alzata, issato per metà fuori dalla monoposto verde, le mani appoggiate all'halo.

«¿Todo bien, Fernando?» gli chiese avvicinandosi, un braccio teso per offrirgli sostegno.

Da sotto il casco vide gli occhi del suo connazionale strizzarsi in un sorriso spavaldo.

«Tranquilo, chaval, è solo l'età che si fa sentire. Tutto qui.»

Rise, più per stemperare la tensione che ancora avvertiva che per reale divertimento.

«Non dire così, sembri più giovane di tutti noi, in pista. L'eterno rookie

Fernando gli diede una pacca sulla spalla. «Grazie, Carlos. Oggi è stata dura per entrambi, eh?»

Annuì, le parole erano inutili.

Congedatosi dallo spagnolo, si diresse verso il motorhome, ricambiando con semplici cenni del capo i saluti degli altri piloti. Non appena varcato l'ingresso ed essersi lasciato alle spalle la confusione e il fermento del paddock, lasciò cadere l'espressione tranquilla che si era obbligato a mantenere per le telecamere e si diresse nella stanza che, come sempre, gli veniva riservata. Una volta entrato, dopo essersi sfilato la parte superiore della tuta, si accasciò con un sospiro contro la porta, le braccia che pendevano mollemente lungo i fianchi, le spalle cadenti. In un gesto di stizza ed esasperazione, che si era sforzato di contenere fino a quel momento, prese a testate il compensato rivestito, passandosi poi entrambe le mani fra i capelli. Le dita si strinsero nervose attorno alle ciocche scure, quasi che fosse deciso a strapparsele dal cranio, ma poi mollò la presa e lasciò ricadere le braccia verso il basso, staccandosi dalla porta per dirigersi verso il centro della stanza. 

Lo fece appena in tempo. Un istante dopo sentì la porta spalancarsi e poi richiudersi con uno schianto sonoro. 

Non aveva bisogno di voltarsi per capire chi fosse.




--- spazio autrice---

Ed eccoci qui riuniti a rivivere di nuovo quella che per Carlos e tutti i suoi fan è stata un giornata davvero pessima. Scusate. Ho sofferto anche io nel scriverlo.

Come vi avevo anticipato, questo è il primo dei due capitoli in solitaria del nostro madrileno in rosso (anche se ormai ha cambiato colore) e spero che vi sia piaciuto. Nel prossimo, giuro, li farò "chiarire".

Si, ovviamente la persona entrata con così tanta gentilezza e discrezione non può essere altri che Francesca.

Agguantate i popcorn, i forconi e i fazzoletti, qualsiasi cosa vi serva insomma, e preparatevi per il prossimo capitolo!

Grazie per aver letto.

*kiss Silver_Fame


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