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40 - Deadline

Mi spalmai sul corpo del mio ex con una strana energia in corpo. Avevo la sensazione di aver lavorato tanto ad un progetto che poi mi era esploso tra le mani prima ancora che fosse completato.

Naturalmente, era stata una serata tosta. Quale non lo era stata, nell'ultima settimana? Ricevetti, insieme a mia madre, una telefonata agghiacciante: mio nonno ci comunicava che la nonna aveva avuto un infarto letale. Fragile e scosso come non mai, pareva aver perso il centro della sua orbita, un satellite che vagava nel vuoto e non era sicuro del percorso che stava circoscrivendo.

Avevo preso la notizia con un iniziale distacco pietrificato, che era poi esploso in mille pezzi a causa di uno scatto d'ira. La nonna aveva creato letteralmente un casino, un disastro, e la passava liscia scomparendo così, all'improvviso, come se fosse stato normale. La vita mi aveva beffata ancora, dopo il danno di sedici anni senza un padre. Mi aveva tolto di mezzo l'artefice, senza la più misera occasione di sistemare la situazione nel modo giusto o di vendicarmi e basta, per sfogare tutta la rabbia che avevo accumulato dentro.

Avvertii i miei genitori che avevo l'assoluto bisogno di fare un lungo giro per prendere aria e metabolizzare la notizia, quindi li lasciai a loro stessi: una donna che aveva perso sua madre, la persona che, nonostante tutti i suoi innumerevoli difetti, l'aveva cresciuta e accudita, e un uomo che avrebbe soltanto voluto celebrare quell'incredibile momento in cui la defunta si era portata i suoi quintali di crudeltà con sé nella tomba.

Fuori di casa, identificai una Mercedes blu oltremare. Quando mi avvicinai, si abbassò un finestrino.

«Ciao, Matt. Non è buon momento.» salutai, alludendo all'abitazione.

Lui aggrottò la fronte.

«Hai voglia di parlarne?» mi domandò. «Salta su.»

Nonostante non avessi propriamente voglia di parlare con colui che mi aveva spiata per tanto tempo, immaginai che non potesse nuocermi in quel momento e che, dopotutto, non sarei riuscita a cancellare anni di consolidamento affettivo in pochi minuti di litigata. In onore del passato e di una speranza pacifica per il futuro, acconsentii.

«La nonna ha avuto un infarto. I miei stanno accusando il colpo. Voglio dire, nonostante sia stata una stronza colossale per gran parte della sua vita, rimane pur sempre un membro della nostra famiglia e... Insomma, non è facile realizzare che non tornerà più fra noi.» raccontai.

Direzionai l'auto verso il cinema, così avrei potuto incontrare Eric, e osservai la reazione di Matthew.

«Sono passato apposta, già lo sapevo. Tua madre come sta? Tu mi sembri piuttosto controllata.»

Annuii.

«Mio padre si sta prendendo cura di lei. Non devi preoccuparti. Dal momento che non sa che tu ci hai spiate per tanto tempo... Ecco, sarebbe il caso di esserci, oggi, e dirle la verità. Magari ripassa da casa nostra fra un'oretta. Sono sicura che avrai speranze maggiori di parlarle e... Per quanto riguarda mio padre, lo avverto io. Non interferirà.»

Il cinema era poco distante, perciò non dilungai inutilmente la conversazione e gli augurai buona fortuna. Per quanto meschino fosse stato, ero certa che avesse un cuore anche lui e che, se avesse saputo che avrebbe desiderato trasformare il suo lavoro in un impegno fisso di propria spontanea volontà, non l'avrebbe nemmeno accettato.

Eric era già lì, in anticipo. Mi sentii eccezionalmente felice di vederlo, come se finalmente potessi respirare a pieni polmoni.

Gli buttai le braccia al collo e lo travolsi in un abbraccio che finì per farmi roteare, sorretta da lui, il mio perno.

Quando mi aiutò a tornare con i piedi per terra, non resistetti a dargli un bacio. Lo sentii tentare di resistere, ma poi cominciai a passargli le mani sul petto, con un sottile strato di camicia a dividermi dalla sua pelle, e a risalire lungo il collo nudo, le guance ruvide per via della barba, la nuca tenera. E cedette. Alla fine, lo faceva sempre quando si trattava di me.

Rispose al mio bacio con un'impulsività che mi fece venire voglia di fare l'amore nell'immediato sulla prima poltrona del cinema, nella prima sala che avremmo potuto raggiungere. Ci lanciammo in quella missione illegale, di getto.

L'ultima volta che ci eravamo tolti i vestiti era stato dentro la sua auto, quel lontano giorno di pioggia in cui conobbi Maude. Volevo cancellare la disperazione di quel momento e sprofondare ancora più in basso, laddove non c'era altro da fare se non risalire. Avevo bisogno di precipitare al massimo, perdermi in me stessa e dare uno sfogo a tutto quello che avevo temuto, fuggito, combattuto e sentito con ferocità dentro di me nell'ultima settimana. E avevo bisogno di farlo con Eric. Solo lui era così coinvolto da poter capire, da potermi salvare. Ero convinta che mi sarei ritrovata, in un modo o nell'altro. Si sarebbe accesa la luce che mi indicava i passi da seguire, se avessi finalmente distrutto ogni speranza di peggiorare ancora tutto quanto.

Tutto quel furore, quell'energia, quella negatività che voleva trasformarsi in un polo positivo, sfociarono nelle ultime poltrone della sala tre del cinema. Eric mi sollevò la gonna, si sbarazzò del mio top e mi slacciò il reggiseno con una maestria da esperto, mentre io gli sbottonai la camicia in fretta e furia e gli sbottonai i pantaloni con l'impazienza di chi lo stava facendo per la prima volta.

Mi abbassai, lo succhiai per un po' e poi mi feci adorare i seni, intensamente. La lingua umida di Eric sedusse il mio collo, percorse con lentezza il mio busto, divorò i miei capezzoli con enfasi... Poi venni ribaltata dalle sue braccia e appoggiata allo schienale della poltrona davanti, per essere penetrata da dietro con decisione. Gemetti ad ogni spinta, perché non c'era niente che desiderassi di più in quel momento e, pur volendo raggiungere l'apice, ogni singolo istante mi dava piacere. Lui venne prima di me, ma non mancò di soddisfarmi con la sua magica lingua, al che cercai di non urlare.

Eric mi baciò a lungo ovunque, dopo aver concluso l'atto, insistendo particolarmente sul collo, il seno e le spalle. Poi mi diede un morso al gluteo destro che non dimenticai più. Non mi aveva chiesto il permesso per farlo, ma mi era piaciuto. E, anche se mi arrabbiai perché mi aveva fatta spaventare abbastanza da rischiare che entrassero a controllare, lo ringraziai intimamente per averlo fatto.

Seguì una fuga silenziosa e pacifica dal cinema con le poltrone profanate e una camminata infinita. Passeggiammo fino ai confini della città, ma non nell'area dove poteva intravedersi il benzinaio. Entrambi avevamo dei ricordi da proteggere.

Prendemmo posto su una panchina.

«Sai, mi sento un po' come nel film con Whitney Houston e Kevin Costner, The Bodyguard: la protagonista si innamora della propria guardia del corpo.» commentai, frivola «Solo che io non sono una popstar... Mi sa che ti dovrai accontentare.»

«Accontentare? Chloe, tu sei un sogno. Sii realista, per favore.» fece Eric, alzando gli occhi al cielo.

Mi rubò un bacio molto romantico.

«A differenza del film, però, Whitney e Kevin non si sono mai confessati di amarsi e, per lei, è stato l'inizio della rovina. Senza di lui ha perso il senso della vita.» continuai.

«Nessuno dovrebbe attribuire a qualcun altro il senso della propria vita. Siamo umani fragili, facilmente danneggiati da un incidente automobilistico, un pugno in faccia o un proiettile. Uccisi come granelli di polvere da una valanga, un uragano, uno tsunami, un terremoto... Oppure nati con il segno della morte, affinché ci venga a trovare prima del dovuto.»

Il cupo ragionamento mi spaventò.

«Posso sapere da dove viene tutta questa negatività?»

Eric deglutì e fissò il vuoto, in una porzione fievolmente illuminata dai lampioni.

Che cosa mi stava nascondendo ancora?

«Eric?» lo esortai.

«Io sto morendo, Chloe.» confessò lui, in una vocina piccola piccola.

Guardare in faccia la morte indebolisce chiunque. Provoca un attaccamento alla vita che diventa ormai inutile ma, chissà per quale strano motivo, sorprendentemente necessario. Io l'avevo provato, quando mi ero nascosta nei sedili posteriori dell'auto di Peter, in attesa di venire salvata come programmato, con la paura che niente seguisse i piani. Lo scossone che mi era stato dato quella notte aveva attivato una voglia di vivere che mi aveva spinta nella tana del lupo e mi aveva dato il coraggio di non seppellire la questione, ma di scavare più a fondo, fino a trovare la spaventosa verità. E fronteggiarla. Digerirla. Farci i conti.

Mio padre mi aveva ammirata per la fermezza con cui avevo accolto il nostro primo incontro, ma io non mi ero sentita coraggiosa. Mi ero sentita spontanea, come se quello fosse stato l'unico modo di reagire. Non ne vedevo altri. Urlare e disperarmi alla maniera di Maddie non era nel mio stile.

In quel momento, però, avrei tanto voluto strapparmi i capelli e sbucciarmi le ginocchia, procurarmi qualsiasi tipologia di dolore fisico che avesse potuto annullare la fitta che provai dentro.

Meno di un'ora prima mi stavo godendo una delle esperienze più belle e soddisfacenti della mia vita, ed ecco che quella stessa vita tornava a pugnalarmi con una meticolosa precisione nel trafiggermi la carne più tenera, il punto più debole.

«N-non è vero.» mormorai, in trance.

Eric rimase in silenzio.

Tese le braccia e mi coccolò, con una dolcezza che nessuno sarebbe mai riuscito a sostituire, per me.

«Dimmi che non stai morendo.» sussurrai.

Per una volta, una volta soltanto, la menzogna mi parve più accettabile della verità. Avrei pregato che mi avesse mentito, ma sapevo benissimo che neanche lui, tutto mistero e coperture fittizie, avrebbe mai avuto il coraggio di fingere che non stesse morendo.

Che ne sarebbe stato di me, se non avessi potuto più contare su di lui, sul suo amore? Chi mi avrebbe protetta dalla malvagità dell'universo, da quel momento in poi? In chi avrei potuto cercare amore e dolcezza senza scoppiare a piangere perché l'unica persona da cui li avrei accettati volentieri mi stava abbandonando?

Nel momento in cui formulai il pensiero, cominciai a tremare.

La mia paura più grande era venuta a bussare alla mia porta.

__________

La paura dell'abbandono è molto pericolosa, perché intralcia la formazione di un rapporto sano con un partner. Sfortunatamente, deriva quasi sempre da una mancanza affettiva o assenza persistente da parte dei genitori, oppure dall'abbandono stesso di uno di essi. Mi auguro che giudichiate Chloe e il suo modo di ragionare prendendo atto del filtro che le sue esperienze e paure hanno creato nella sua mente, così che possa servirvi da deterrente prima di giudicare chicchessia senza aver prima ascoltato la sua storia. Ognuno di noi ne ha una e nessuno di noi è esente da timori radicati nel profondo.

Baci 💙

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