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3 - Mourn

«Ehi, Maddie.»

L'aula era in subbuglio, alcuni miei compagni seduti sui banchi a fare gossip sul weekend appena terminato, altri col sacchetto della colazione sul banco a fare gola con il solo profumo che emanava, altri ancora seduti col telefono in mano. Solo Peter, il ragazzo più tranquillo ed acculturato che avessi mai conosciuto, nonché fortunatamente parte del mio gruppo di amici, ignorava la baraonda circostante per studiare l'argomento della lezione prima che essa cominciasse.

L'insegnante di storia aveva separato me e Maddie il secondo giorno di scuola, al primo anno. Giusto perché durante il primo non aveva ancora imparato i nostri nomi. Così, avevo scelto rapidamente Peter come mio nuovo compagno di banco, pur di avere Maddie strategicamente vicina per i compiti in classe: la sua memoria esemplare mi era tornata utile innumerevoli volte. L'insegnante non si era mai lamentata, dato che Peter seguiva le lezioni in rigoroso silenzio, costringendomi quindi a fare lo stesso, e io ci avevo guadagnato un amico cervellone e sorprendentemente molto simpatico.

«Chloe! Meno male che sei arrivata. Con questo discepolo di Leopardi non si può chiacchierare neanche alle otto del mattino... Spiegami perché è ancora nostro amico.» mi accolse la mia migliore amica.

Ridacchiai.

«Qualcuno deve pur ricordare all'insegnante a quale pagina siamo arrivati la scorsa volta.» commentò Peter, piccato.

Provai profonda stima per il suo appunto subdolo, una pallottola di sarcasmo conficcata nel petto di una donna che entrava in aula senza mai ricordarsi se fossimo dieci pagine indietro rispetto al suo discorso o cinque più avanti.

Gli sorrisi.

«Ottima osservazione, Peter. Mi sei mancato in questi giorni... L'aria è sempre un po' più stupida in tua assenza.» scherzai.

«Grazie, Chloe. Vedo che valuti il mio intelletto in maniera molto positiva.» si offese Maddie, seppur non seriamente.

Alzai gli occhi al cielo e mi sistemai accanto al mio compagno di banco, pregando che la lezione cominciasse presto per finire in un batter d'occhio. Storia alla prima ora del lunedì mattina non poteva significare altro che sonnolenza e non ero certa che il caffè bevuto poco prima, seppur delizioso, fosse capace di tenermi sveglia a sufficienza.

«Credo che ti abbia fatto un complimento.» disse Peter.

«Ma se il complimento era per te!» si ribellò Maddie.

«Allora non sei poi così stupida... Visto che ti è arrivato ugualmente un complimento?» fu la controbattuta.

Maddie strinse gli occhi a fessura e si voltò decisa nella mia direzione.

«Davvero: perché è ancora nostro amico? Spiegamelo in maniera convincente o finirò in carcere per omicidio colposo.» sbuffò.

«Su, abbi pietà. È lunedì mattina.» tentai di calmarla.

«Dovrebbe essere lui ad avere pietà nei miei confronti! Ho una grave mancanza di autostima, io.» si lagnò la mia amica.

Lanciai un'occhiata a Peter, che cambiò pagina sogghignando. Aveva gli occhi sul libro e le orecchie aperte per i nostri discorsi.

Notai solo in quel momento che aveva qualcosa di diverso nel volto.

«Hai cambiato gli occhiali!» esclamai, stupita.

Lui si voltò e confermò la mia ipotesi. Non immaginavo che un paio di occhiali fossero in grado di fare tanta differenza, ma la montatura nuova, più moderna, gli attribuì all'istante un'aria più esclusiva, sofisticata e... be', sexy, soprattutto se unita all'indomabilità dei suoi riccioli scuri. Dubitavo che avrebbe tardato ad avere qualche ragazza intenta a ronzargli intorno, da quel momento in poi.

«Ti stanno benissimo. Esaltano la forma del tuo viso.» commentai.

«Grazie.» fece Peter, a bassa voce e con un lieve rossore sulle guance.

I riflettori lo mettevano a disagio, soprattutto se si trattava del suo aspetto esteriore. Adorava porsi al centro dell'attenzione soltanto quando era il caso di combattere battaglie ideologiche o di dimostrare agli insegnanti quanto aveva studiato. L'umiltà non gli lasciava gioco facile nel vanto o nell'esaltazione di valori superficiali e, sotto sotto, lo ammiravamo tutti moltissimo per questo.

«Sì, bella scelta. Ora possiamo tornare a parlare di qualcosa di interessante?» si intromise Maddie, sentendosi ignorata.

Neanche Peter riuscì a zittirla con la sua solita nonchalance tagliente, perché nel preciso momento in cui si accinse a farlo, entrò l'insegnante di storia e impose un silenzio tombale in aula.

Impiegò cinque minuti buoni per sistemarsi alla cattedra, poi alzò gli occhi su di noi, cercando sicuramente il volto rassicurante del mio compagno di banco.

«A che pagina eravamo arrivati, già?»

Risi sotto i baffi mentre Peter faceva il quadro della situazione, utilizzando peraltro una terminologia pertinente alla materia e propria quasi ad un contesto universitario.

Se non avesse tentato l'accesso all'Ivy League l'anno seguente, avrei segretamente incontrato i suoi genitori per complottare alle sue spalle e farcelo finire. Non potevo rimanere impotente di fronte alla possibilità di fornire un contributo al progresso della società, perché le potenzialità di Peter erano proprio quelle e mi auguravo che ne fosse cosciente.

«Steve?» bisbigliai al mio compagno di banco poco dopo, accorgendomi che mancava il quarto elemento del nostro gruppetto.

Peter mi ignorò per finire di scrivere una frase durante il suo processo di stesura degli appunti di storia.

Gli mossi lievemente il braccio, quello non intento a scrivere.

«Ha perso un parente e il funerale era previsto per oggi alle undici.» mormorò lui, talmente piano che mi meravigliai di aver capito tutto.

«Cosa? Quale parente? Com'è successo?» domandai a raffica.

L'insegnante si accorse del chiacchiericcio, ma non riuscì a localizzarlo con sufficiente precisione, quindi fece un richiamo generico alla classe, chiedendo silenzio assoluto.

Peter decise così di rispondermi sull'angolo in alto a sinistra del suo quaderno, pasticciando rapidamente a matita nella sua solita grafia poco ordinata.

Non mi ha dato dettagli di sorta, si è limitato a pochi messaggi

Sbuffai.

«E tu non hai chiesto altro, ovviamente.» lo rimproverai a bassa voce, frustrata.

Naturalmente, sapevo che Peter nutriva scarsa sete di conoscenza dei fatti altrui. Quando gli veniva riferito qualcosa, ne prendeva atto in modo stoico e poneva domande aggiuntive solo se strettamente necessario; nel momento in cui il suo orecchio captava notizie poco chiare o di fonte non attendibile, invece, preferiva ignorarle e fingere di non averle mai ascoltate. La discrezione era il suo punto forte, decisamente.

Sta affrontando un lutto, parlerà quando si sentirà meglio, scrisse Peter sull'angolo del quaderno.

Non potei dargli torto.

Eppure, durante tutta la spiegazione di come i nostri avi affrontarono la crisi del 1929, non riuscii a frenare le domande nella mia testa: chi aveva lasciato questo mondo di caro a Steve? Com'era successo? Era anziano, era giovane? Era malato, era stato ucciso? Perché Steve aveva avvisato soltanto Peter? Maddie mi avrebbe sicuramente detto qualcosa, se lo fosse venuta a sapere prima di me. Girandomi fugacemente verso di lei, però, registrai un tasso di tranquillità troppo elevato sul suo volto per essere a conoscenza di una notizia tanto tragica nel nostro cerchio di amicizie. Steve era molto più che un conoscente, per noi: guidava un'auto da febbraio dell'anno precedente, pur avendo compiuto gli anni soltanto a inizio gennaio, e aveva insistito per accompagnare tutti noi ovunque fosse necessario ogni volta che ne aveva la possibilità; fiutava una giornata negativa nel momento in cui ci posava gli occhi addosso; si preoccupava sempre per tutti e si schierava in prima linea per ogni causa che ritenesse giusta. In più, Maddie provava qualcosa per lui; infatti, mi aveva ringraziata di cuore quando avevo scelto Peter come mio nuovo compagno di banco, perché avevo spodestato Steve, facendolo finire accanto alla mia migliore amica.

Va addotta anche questa considerazione di non poco conto: Steve era affascinante. Da ragazzino sportivo che era in prima liceo, era diventato quarterback della squadra di football della scuola e il suo fisico si era gradualmente arricchito di muscoli, categorizzandolo nell'immediato insieme alle persone più belle e popolari che giravano i nostri corridoi ogni giorno. Perché non bastavano i muscoli tonici e i tratti virili ma armoniosi del suo volto, Steve era bello dentro. Ed era quello il motivo per cui aveva sempre preferito rimanere fedele a noi piuttosto che unirsi al tavolo della squadra di football a mensa, salvo rare occasioni in cui era richiesto per discutere delle partite imminenti.

Giunsi quindi alla conclusione che meritava un supporto morale concreto da parte nostra, invece di tenersi tutto il dolore per sé e affrontarlo da solo. Lui c'era sempre stato per tutti noi, era il momento di dimostrargli che anche noi volevamo fare la differenza per lui.

Peter, naturalmente, bocciò la mia idea prima ancora che finissi di esporla.

Avevo ragionato a lungo sulla questione durante l'ora di matematica e quella di letteratura, e a pranzo avevo deciso di cercare l'appoggio dei miei amici.

«Steve non vuole che marciamo dritti fin sotto casa sua e insistiamo per esserci. Ha bisogno di stare solo in questo momento. Non è come voi donne che dite di non volere nessuno e poi piangete perché non c'è davvero nessuno.» chiarì il primo, duro come suo solito.

«Non è che non vogliamo nessuno... Vogliamo qualcuno che capisca, che sappia ascoltare con il cuore e non con le orecchie. Sfortunatamente, questo qualcuno è difficile a trovarsi.» spiegò la seconda, sentendosi attaccata in quanto donna.

«Forse non ha il coraggio di ammettere che ha bisogno di noi.» tentai io.

Peter alzò gli occhi al cielo e infilzò violentemente una rondella di carota che era sfuggita alle sue forchettate precedenti.

«Non. Ha. Bisogno. Di. Noi.» sibilò. «Non adesso.»

«Se non adesso, quando?» si oppose Maddie.

«Cresci, Madison. Non tutti gli uomini hanno bisogno di una crocerossina.»

La mia migliore amica non resse più. Finì la carne in due bocconi e lasciò lì l'insalata rimasta, poi si alzò, zaino in spalla, e se ne andò portando via il vassoio, curandosi di rimetterlo al proprio posto, vicino al bancone che metteva in comunicazione la sala mensa con la cucina.

Mi voltai verso Peter.

«Questa volta hai davvero esagerato. Non potresti essere più delicato nei suoi confronti?»

Il mio rimprovero non gli impedì di continuare a mangiare con la solita calma, al suo solito ritmo. Niente pareva scuoterlo, a giudicare dall'esterno. Ma io notai molto bene il tremolio del suo labbro inferiore e la dilatazione delle sue narici, mentre mi preparavo per seguire Maddie fuori dalla mensa.

«Ci vediamo a educazione fisica.» salutai.

Peter mi fece un cenno, gli occhi fissi in un punto che non seppi identificare.

Lasciai dunque il tavolo per andare a chiamare a gran voce la mia migliore amica.

«Maddie!»

___________

Buonasera, mi auguro che il capitolo vi sia piaciuto 🦋

Come state vivendo questo inizio di una lenta ripresa alla vita normale?

Io sto diventando cieca per colpa di tutte le ore che passo a trattare il materiale didattico online... Ormai, non stacco più il caricatore della presa 😂

Baci 💙

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