17 - Crabby
Seguì una giornata molto lunga.
Fui puntuale a tutte le lezioni, perciò ciascuna di esse mi parve più pesante del solito, e mi sorbii in silenzio il trionfo di Thomas nell'ultimo compito di letteratura, palesemente copiato da Jin Wu, una ragazzina di origini asiatiche dalle potenzialità incredibili. Jin era una di quelle menti che nessun college si sarebbe voluto lasciar sfuggire al fine di continuare a dar lustro al proprio nome, ma aveva un difetto: la passività con cui affrontava le persone come Thomas, convinte di poter andare a prendersi cose che non sarebbero mai potute appartenere loro.
Giunsi in mensa con il nervoso alle stelle, peggiorato dal pasticcio di verdure che mi venne servito e la carne gommosa in abbinamento.
«Giornata storta, Chloe?» mi chiese Steve, agli occhi attenti degli altri due membri del tavolo.
«Uhm... Un pochino. Thomas è riuscito a copiare di nuovo, sapete tutti quanto mi dia fastidio...» borbottai, pastrocchiando con la forchetta nel piatto senza davvero mangiare qualcosa.
«Se non mangi, non avrai le forze per sopportarlo anche oggi pomeriggio.» si raccomandò Peter, nascondendo in una critica apparente una velata premura.
Alzai gli occhi al cielo, già stanca al pensiero. Come facevano i Cunningham a sopportare il proprio pargolo? Erano pieni di sé come lo era lui? Da quel che avevo potuto dedurre dai rapporti di mia madre in seguito alle varie assemblee nel corso degli anni, il loro concentrato di superficialità, meschinità e ipocrisia era nauseante. Parte della causa per cui si comportavano così, sosteneva mia madre, era la ricchezza che era piovuta loro dal cielo. Non sapevano cosa farsene, di tutti quei soldi. Mia madre avrebbe dato a Mrs Cunningham dieci anni in meno di quelli che aveva realmente, tanto si manteneva giovane e bella.
Mi ero chiesta spesso perché Thomas non fosse stato spedito in una scuola privata. Che bisogno aveva di darsi tanto da fare per copiare, se aveva la possibilità di ottenere quei voti semplicemente pagando una retta più sostanziosa? Perché faticare tanto per guadagnarsi il ruolo di capitano della squadra di football, quando altrove gli avrebbero conferito l'onore su basi ben peggiori?
Sospirai e mi sforzai di mandar giù un boccone di pasticcio.
«Ragazze, sono riuscito a convincere Peter ad affittare una cascina per la festa. Andremo a svaligiare di alcolici il supermercato e faremo tremare le mura con la musica.» annunciò Steve.
«Convinto, adesso... Il tuo è stato più un ricatto, se vogliamo essere onesti.» puntualizzò Peter.
Maddie si lasciò sfuggire una piccola risata, che si spense brutalmente quando incontrò il mio sguardo. La immaginai colpita all'improvviso da una doccia fredda, alzare gli occhi e realizzare che il getto da cui usciva l'acqua ero io.
Tacqui e rivolsi la mia attenzione altrove. Notai Elizabeth con il vassoio del pranzo, diretta verso un tavolo vuoto. Non avevo mai fatto caso a dove si sedesse a mangiare, ma decisi che, se volevo mostrarle davvero che volevo includerla nella mia vita, quello era il momento adatto per cominciare. Mi alzai e le feci un cenno, al quale lei si spaventò e scosse il capo. Dedussi di doverla trascinare con la forza.
«Chloe... Quello è il tuo tavolo, io non c'entro niente... I tuoi amici si arrabbieranno. Non mi sopporta nessuno, in questa scuola.» tentò di rifiutare.
«Non dire sciocchezze, nessuno ti odia. Vieni, è ora di fare un po' di conoscenza con persone nuove.» sorrisi, prendendola per il braccio.
La sistemai accanto a me e feci le dovute presentazioni. Peter, che era il meno propenso ad aprirsi solitamente, fu cordiale al limite dell'imbarazzante, facendo sentire Elizabeth fuori posto. Con il look rinnovato verso un giovane uomo con una certa attrattiva, la media scolastica alle stelle e l'aria indagatrice, era facile per lui mettere in soggezione gli altri. La mia nuova amica, poi, si sentiva troppo fragile e bersagliata per non temere giudizi.
«Elizabeth viene al corso di fotografia con me. Sapete, il discorso...»
«Quello dei crediti extra che il tuo caro nonnino ti ha tanto consigliato di guadagnare perché non vuole sbandierare al mondo di aver contrattato la tua ammissione alla Columbia con un sacco di soldi? Lo sappiamo già, grazie. L'avrai ripetuto almeno venti volte.» mi interruppe Maddie, scocciata.
Inclinai lievemente il capo con espressione seria.
«Maddie, sei sicura di volere una risposta? Perché potrebbe farti molto male.» la minacciai.
«A me? O alla nuova recluta? Se ci hai scambiati per un centro accoglienza, forse non hai capito che non siamo i tuoi sudditi, Reginetta mancata.» replicò lei, perfida.
Espirai, arrabbiata, e mi trattenni dall'esplodere. Scagliai la mia freccia con delicatezza, precisa come un arciere provetto.
«Quando avrai finito di comportarti da acida stronza solo perché ti rode il fegato, chiamami. Nel frattempo, smettila di usare la scusa del divorzio dei tuoi genitori per giustificarti. Ormai non ti crede più nessuno.»
Avevo esagerato.
L'avevo capito nel momento in cui, pronunciando tali parole, avevo sentito il cuore battere all'impazzata, il corpo tremare dal risentimento ma anche dal senso di colpa. Confermai la mia ipotesi quando Maddie non riuscì a trattenere le lacrime e se ne andò, ferita, in tutta fretta.
Peter si alzò per correrle dietro.
«Delicatezza, eh?» mi accusò, andandosene.
Ricordai perfettamente il giorno in cui, mesi prima, l'avevo rimproverato per la schiettezza fredda e concisa che lo caratterizzava. Proprio perché faceva parte del suo essere, però, non potevo giustificare la mia cattiveria: era totalmente intenzionale.
Mi sentii ancor peggio quando mi tornò in mente la promessa che avevo fatto a Maddie: prendermi cura di lei e di suo fratello Charlie, esserci al suo fianco. Invece, non avevo fatto altro che sparire, tradire la sua fiducia alle sue spalle e pugnalarla con le armi più potenti che avevo.
Elizabeth finì rapidamente il pranzo, quindi si scusò e tolse il disturbo. Si sentiva di troppo. La salutai con tristezza, perché non era così che avevo pianificato di introdurla nel nostro gruppo, quindi mi voltai verso Steve.
«Che cosa ha combinato?» piagnucolai.
Lui sospirò e mi venne vicino per abbracciarmi. Trassi grande conforto dall'appoggio al suo petto ampio e massiccio. Fu come se, tra le sue braccia, fossi protetta. Da me stessa, dagli altri... Dal fare agli altri del male.
«Un bel casino, oserei dire. Ma tu e Maddie vi conoscete da una vita, avete un rapporto solido e duraturo. Non buttatelo via così.»
«Temo che non ci sia altro da fare.» mormorai, col viso nascosto.
Steve parve contento di avere una scusa per ronzarmi attorno anche durante le lezioni pomeridiane. Si preoccupò ripetutamente di come stessi, di come mi sentissi, e mi chiese infinite volte se c'era qualcosa che potesse fare per tirarmi su di morale. Mi fece ridere. Concentrò tutte le proprie attenzioni su di me e, per quanto non mi aiutasse a non sentirmi ancor più in colpa nei confronti di Maddie, non potei nascondere la gioia. Raccolsi le palline di carta che mi lanciava per tirargliele indietro, sobbalzai quando mi punzecchiò con la matita e mi sciolsi del tutto quando cominciò a giocare con i miei capelli.
«Ehi, vuoi venire a casa mia dopo le lezioni? Facciamo merenda, un po' di compiti...»
«Compiti, sì. Su quale parte del corpo, esattamente?» ridacchiai, a voce bassa.
Steve si appropriò dell'angolo del mio quaderno.
Quella che vuoi, oggi mi dedico a soddisfare esclusivamente te.
Rimasi colpita. Avevo letto in rete, non troppo tempo prima, che quando un ragazzo metteva il piacere della propria partner prima del proprio, doveva essere innamorato di lei. Nessun ragazzo sarebbe stato tanto altruista e poco concentrato su di sé nel soddisfare i propri desideri sessuali, se non ci fossero stati in gioco sentimenti molto profondi e sinceri. Naturalmente, non si poteva dedurre che era amore soltanto da quel fattore estrapolato dal contesto, ma le parole pronunciate da Steve presero una forma concreta e gli credetti più di quanto avessi mai fatto in quel momento.
Subentrò, tuttavia, il ricordo dell'appuntamento che avevo con Eric.
Tutto ciò che c'era di razionale, in me, mi urlava di ignorarlo. Meritava di rimanere lì, da solo, ad aspettarmi, senza sapere se stessi arrivando oppure no, né in quel momento né mai. Esattamente come lui aveva fatto con me.
Ripagare con la stessa moneta era, però, una tattica difficilmente applicabile quando c'era il cuore di mezzo. Per quanto dolore ti avesse provocato una persona amata in passato, al suo nobile ritorno saresti stato irrimediabilmente riluttante a chiuderle la porta in faccia. Gli infiniti quanto insensati tentativi di giustificare i suoi errori e l'infondata speranza che quella persona sarebbe tornata indietro e che tutto sarebbe stato recuperato ricoprivano più peso di quanto, razionalmente, avresti mai voluto loro attribuire.
Era comune usanza indicare come scelta prefissata quella che, in vista di due alternative, compariva nell'immediato e con preponderanza nella propria mente. Io avevo riconosciuto la mia, volente o nolente...
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Tanti giri di parole per ammettere a se stessa che è una testa di legno che non imparerà mai dai propri errori, già. Preparate gli insulti 😂
Baci 💙
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