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Capitolo 17: Il Vuoto divora

Lil chiuse gli occhi in un urlo silenzioso tra i singhiozzi muti.
Era da sola in casa.
Il pavimento gelido le rinfrescava le ginocchia. Il rumore delle interiora, la bruciatura in petto mentre tutto si comprime nel dolore che viene rigettato fuori dal corpo in un verso strozzato.
Lilithy vomitó afferrando con le unghie il cesso. Quando partiva una scossa poi veniva il peggio.
Due.
Tre. Senza respirare, con il corpo che si stringe sempre più a se, che si spreme all'estremo nel tentativo di buttare fuori se stesso.
Quattro.
Cinque. I muscoli rigidi e i capelli bagnati dal pianto. L'inutilità sulle sue spalle, dentro al suo stomaco. Quel senso di sofferenza infinita che non l'avrebbe mai lasciata sola.
Sei. Tutto trema, stremato, mentre l'acido brucia la gola e il cervello richiede ossigeno.

Stremato il corpo collassa, nella quiete della prossima scarica.

Alexander aveva molti amici, per questo usciva spesso. Lei no, lei non voleva uscire, rifiutava qualsiasi invito. Pensò fosse colpa sua, alla fine sapeva di essere sbagliata.
Non si vittimizzava, moriva semplicemente nel proprio silenzio. Senza rompere a nessuno. Tenendosi il proprio eterno nulla a consumarla dall'interno.

Nessuno era in grado di sentirsi solo come Lilithy davanti al gabinetto, sdraiata sulle mattonelle fredde, con le guance bagnate e i capelli appiccicati sul viso. Al buio, con solo una lucina, quella che serve per trovare la carta igienica e soffiarsi il naso o pulirsi i lati della bocca sporchi di vomito. Guardando le mattonelle con la guancia al suolo cercava di non pensare, di respirare, terrorizzata da qualsiasi pensiero che avrebbe potuto spezzarla di nuovo.

Sola.
I suoi genitori, a loro importava almeno qualcosa? Non più di tanto. No. Era cresciuta così rotta per colpa loro, no?
Alexander era il gemello buono, quello nato giusto, perfetto, che sapeva sorridere per davvero. Lei no. Lei era tutto un disastro troppo complicato. Non si sapeva spiegare, nemmeno si capiva. Di cosa aveva bisogno? Cosa voleva facessero le persone intorno a lei? Cosa voleva dicessero i suoi genitori? Cosa poteva farla stare meglio?

Non ne aveva idea.
Aveva sempre piu paura che quell'errore fosse dentro di lei, che fosse colpa sua, che qualsiasi tentativo da fuori di farlo andare meglio fosse sprecato.
L'errore era dentro di lei.
A volte riusciva a domarlo, a volte riusciva a vomitare parole su carta, note sui respiri o colori a macchiare i muri.
Altre no, altre veniva sbranata talmente a fondo da rimanere paralizzata nel vuoto, a desiderare la propria morte senza poter fare nulla per farla giungere. Altre cercava disperatamente di combattere, vomitando tutto fuori, ma era così stanca di combattere, e stanca, esausta rimaneva paralizzata nel buio a desiderare la fine, fino allo svenimento.

Le lacrime le rigarono il volto lentamente.
Solo due.
Piangere e stare meglio con così poco non le era concesso. O erano due gocce o era il pianto disperato che trasformava i singhiozzi in conati.
Alla fine la soluzione migliore era sempre svenire, precipitare in quello stato di dormiveglia dove rimaneva intrappolata senza capire più niente, senza trovare il confine tra sé e l'oscurità. Allora delle volte riusciva persino ad addormentarsi e svegliarsi come se fosse un giorno nuovo, senza sentire più niente di tutto quel male.

In bocca aveva un sapore disgustoso, ma si concentrò sulle proprie ossa, sul proprio corpo che proprio non ne voleva sapere di muoversi e farla alzare. Stava lì sdraiato.
Si rotolò con fatica a pancia in su, riprese fiato per quello sforzo estremo, per il suo fragile corpo fatto di ossa.
Sentiva gli occhi pesanti e la disperazione schiacciarla rendendola pesante contro la gravità.
Chiuse gli occhi, respirava piano a fatica, il minimo possibile, come se stesse trattenendo apposta il respiro, ma così non era. Era il suo corpo che desiderava morire quanto lei.
Voleva solo stare in pace.

Lilithy chiuse gli occhi e senza accorgersene rimase intrappolata tra sogno e realtà, in un'oscurità tranquilla e scomoda, fatta dalle mattonelle che le schiacciavano la schiena e i pensieri che sfumavano nell'odore del sonno.

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