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Elgar'nan - Tel'atisha

Elgar'nan è figlio di Sole e Terra
La sua ira dagli ingiusti ci protegge.

Elgar'nan soleva far la guerra
Se un nemico non rispettava la sua legge.
Un giorno Fen'harel per strada incontrò
E vide che il Lupo schiavi aveva.

Indignato, di liberarli gli ordinò
Ma colui che inganna non voleva:
Al Lupo piaceva farsi servire
E belle fanciulle per sé tenere.

Così Elgar'nan di sfidarlo decise
E la sua saetta Fen'harel finì per colpire.
Il Lupo infame ferito scappò
E da allora gli schiavi nel suo pugno più non serra.

Elgar'nan è figlio di Sole e Terra
La sua ira dagli ingiusti ci protegge.

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Più di mille anni fa

Un colpo di piccone, poi un altro e un altro ancora, in un moto infinito che sembra non terminare mai. Mirthadra Aratis possiede tanto oro da costruirci un palazzo eppure ne vuole sempre di più. Decine di schiavi muoiono ogni mese nelle sue miniere e non è mai abbastanza.
Finalmente suona il campanello di fine turno e lo schiavo si asciuga la fronte con una mano, tirando un sospiro di sollievo. In fila con gli altri, va incontro alla luce del tramonto, così intensa rispetto all'oscurità della cava da far strizzare gli occhi.
La residenza di Mirthadra Aratis si trova al di sopra delle miniere e brilla incastonata fra le montagne. Attorno, il bosco è bagnato dagli ultimi raggi di un sole lontano, come ogni speranza di libertà. Lo schiavo sorpassa il maestoso ingresso e scende verso gli alloggi della servitù. I suoi fratelli e sorelle hanno la sua stessa aria stanca e sconfitta. Sta per prepararsi al riposo quando la voce del Sorvegliante Sareth lo chiama:《Lavati e vestiti bene, Fen. Aratis richiede la tua presenza per questa sera.》
Lo schiavo abbandona la branda rassegnato. Almeno potrà fare il bagno: il padrone non vuole che i suoi servi puzzino, rovinandogli la cena. Così lo schiavo si reca al piano superiore, si lava e si veste in livrea. Le stesse istruzioni sono state assegnate a un altro fratello e a due sorelle, tutti di bell'aspetto: Andar, Nereni e Liol. Tutti gli schiavi si conoscono fra loro e sono amici, poiché condividono le stesse sofferenze. Si preparano assieme e in silenzio, chiedendosi cosa vorrà da loro Mirthadra Aratis o se avrà ospiti a cena. Tutti gli schiavi temono i suoi ospiti poiché spesso sono inclini alla violenza.

In cucina cinque servi si affaccendano fra fuochi e pentole. Essi non sono schiavi poiché è risaputo che uno schiavo non sa cucinare bene, però sono sempre gentili. Hanno preparato ricche portate, segno che questa sera ci sarà un ospite importante. Nemmeno loro sanno chi sia ma dicono che arriverà tramite l'Eluvian. Che sia uno degli Evanuris, interessato all'oro di Mirthadra Aratis?
Lo schiavo prende un enorme vassoio con su ogni genere di prelibatezza e assieme ai suoi compagni si mette in fila e procede verso la sala da pranzo. Colonne di marmo scandiscono i corridoi dorati in una dichiarazione di ricchezza e potere. La prima della fila è Nereni, i cui lunghi capelli bronzei per una volta risplendono puliti nella loro soffice bellezza. Lo schiavo cammina dietro di lei, seguito da Liol e Andar. Arrivano nella sala da pranzo su passi leggeri, portando i piatti pesanti e si dispongono a coppie ai lati della porta, tenendo lo sguardo basso e attendendo l'ordine di posare le pietanze sulla tavola.
《Serviteci!》impone l'odiosa voce di Mirthadra Aratis. Silenziosi, essi ubbidiscono. Lo schiavo, per posare il proprio vassoio, alza lo sguardo sfuggente e riconosce l'ospite: Elgar'nan, detto il Sole, uno degli Evanuris più potenti di Arlathan, conosciuto per il suo immenso potere e temperamento volatile, facile all'ira. Lo schiavo questa volta è stato fortunato: né padrone né ospite si sono accorti della sua rapida occhiata, intenti a parlare di ricchezze e miniere.
Tornano ai propri posti e attendono in silenzio, fino a quando Mirthadra Aratis chiama:《Schiave, venite qua e serviteci il pasto.》
Lo schiavo alza leggermente lo sguardo: Nereni e Liol si avvicinano ai grandi tavoli, la prima un po' incerta, la seconda più spedita, le mani sicure spostano già il cibo nel piatto del padrone. Le mani di Nereni invece sono scosse da un lieve tremore. Lo schiavo la osserva con ansia, temendo che un movimento non controllato la tradisca. Invece ella riesce a domare la paura. Sta per tornare al proprio posto quando Elgar'nan l'afferra per un braccio e ordina:《Versami del vino.》
Nereni ubbidisce e gli riempie il calice ma una goccia rossa sfugge dalla brocca e cade inesorabile sulla veste bianca dell'Evanuris.
Silenzio. Poi l'urlo di rabbia di Elgar'nan scuote il palazzo. Nereni è sospinta in ginocchio nel mezzo della sala. L'Evanuris ha in mano una lunga e feroce frusta che schiocca secca nell'aria prima di abbattersi sulla schiena nuda della ragazza. La frusta risale e si abbatte, risale e si abbatte accompagnata dalle urla di lei. Mirthadra Aratis osserva sprezzante e insulta Nereni. Lo schiavo però sente solo lo schiocco violento che ritma i suoi pensieri. Non è la prima volta che assiste a una fustigazione.
Slap. Non è giusto.
Slap. Lui non ci può far nulla.
Slap. Eppure questa volta non può...
Slap. Non può restarsene immobile e passivo.
SLAP. Lo schiocco successivo è più vicino, lo schiavo realizza di essersi mosso solo quando la frusta si abbatte sulle sue braccia protese e il dolore sottolinea la conseguenza delle sue azioni.
La frusta si placa ma una mano possente lo afferra per i capelli legati e una scossa elettrica lo lascia spasimante. Un volto iroso si avvicina dolorosamente al suo, spuntando insulti e sentenze:《Feccia di schiavo. La vostra punizione sarà esemplare.》

Lo schiavo e Nereni vengono trascinati fino allo spiazzo fuori dalla miniera, Andar e Liol appresso, per essere legati ai pali di fustigazione.
《Quante frustate ritenete opportune, sommo Evanuris?》
《Venti possono bastare》risponde Elgar'nan.
Ora Andar e Liol impugnano una frusta. Anche loro sono colpevoli di aver rovinato la cena, anche loro saranno puniti, forse in modo peggiore. Spesso fa più male il rimorso di aver fatto soffrire un compagno che una ferita sulla carne. O almeno, la ferita si rimarginerà mentre l'anima rammaricata sanguinerà per sempre, forse anche se sarà perdonata.

Lo schiavo e Nereni restano legati al palo, senza cibo. Non è la prima volta che vengono sottoposti a una punizione simile ma di solito non durava più di due giorni. Oggi invece sono al quarto. Due volte al giorno ricevono un po' d'acqua e null'altro. Questa volta l'offesa arrecata al padrone è stata doppiamente grave: hanno provocato l'ira di un ospite importante e messo in imbarazzo Mirthadra Aratis stesso. Non perdonerà facilmente.
La notte del quinto giorno, lo schiavo ascolta i lievi lamenti di Nereni. La sorella sta diventando sempre più debole, teme che a breve possa morire. Lui invece, dopo un primo momento di debolezza, si sente più forte. Non sa spiegare il come o il perché: è come se una diga interna al suo corpo, di cui lui stesso era ignaro, si fosse rotta improvvisamente. Le sue vene sono state inondate da un flusso potente e vivo, che ogni giorno aumenta di intensità e preme per uscire. Allora un pensiero si fa strada nella sua mente: mai più ci sottometteremo.
Fen attende che sorga il quinto giorno, il suo ultimo giorno da schiavo o il suo ultimo giorno da vivo.

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