23. Fuoco
Emily era seduta sul divano che aveva regalato loro la madre di Essa, sontuoso ed esagerato come qualsiasi pezzo d'arredo fosse arrivato in dono da quella donna con un pessimo gusto e decisamente troppi soldi. Si era accoccolata con la schiena contro il bracciolo di legno ricoperto da una spessa imbottitura, ignorando le fitte che le risalivano lungo i fianchi a causa della posa scomoda. Sulle gambe piegate aveva posato un blocco da disegno, fitto di appunti disordinati e frecce che univano le frasi seguendo i suoi ragionamenti veloci. Aveva cercato una soluzione a mente, ma si era resa conto che la lista dei pro e dei contro era troppo complessa per analizzarla in modo così fugace. Le serviva la situazione scritta, come quando alle elementari si scriveva il problema e subito dopo i dati.
Il problema le era chiaro, i dati anche, la soluzione un po' meno. A differenza di Mario Rossi che comprava venti angurie e ne faceva cadere otto, la questione era molto più spinosa e variabile. I dati erano semplici, ma non sapeva come tener conto delle emozioni umane.
La cosa l'aveva così assorbita che ormai, dopo un paio d'ore, aveva smesso di badare a qualsiasi cosa all'infuori della sua grafia svolazzante che ricopriva il foglio, che si trattasse delle fitte che le pungevano il fianco o della presenza nervosa della sua fidanzata, che le lanciava occhiatine indagatrici di quando in quando.
Ringhiò la sua frustrazione contro il vuoto, lanciando al lato opposto del divano il blocco da disegno per toglierselo il prima possibile dalla vista. Non ne poteva più, né di quella matassa senza soluzione che era il suo gruppo di amici, né di se stessa, perfettamente fallibile come tutti gli altri esseri umani. Era una constatazione semplice, a dir poco banale, ma Emily faticava ad accettarla. Le cose che sfuggivano al suo controllo non aveva mai saputo affrontarle, soprattutto quando sentiva che erano una sua responsabilità.
Si accorse della presenza di Essa solo quando il blocco le colpì il fianco e rimbalzò a terra con un piccolo tonfo delicato, attuito dalla moquette. Essa squittì, presa alla sprovvista, mentre si raggomitolava su se stessa, proteggendosi il fianco colpito con le mani.
"Oddio, scusa amore! Non ti avevo proprio notata" Emily le si affiancò velocemente, posando le mani sulle sue, muovendole con scatti nervosi.
Essa si liberò della sua presa con uno strattone, puntando lo sguardo vorticoso nel suo. A quelle parole sembrò rianimarsi di una rabbia bruciante, che le tirò i tratti del viso. Si girò completamente verso di lei con uno scatto, piegandosi nella sua direzione con gli occhi fiammeggianti, aperti in una voragine di sofferenza che sembrò inghiottirla in una sola occhiata.
Semplicemente, esplose.
"È proprio questo il punto! Tu non mi noti più!" il suo tono era troppo altro, troppo ferito e appesantito di rancore. Si piegò verso terra, impetuosa come una tempesta tropicale, recuperando il blocco e sfogliandolo con foga, accartocciando e strappando pagine. Indicò con rabbia le parole scritte sopra l'ultima, premendoci con troppa forza il dito, fino a rovinare il foglio, come a sottolineare quello che le stava dicendo.
"Levi, Levi e solo Levi! Passi tutto il tuo tempo a preoccuparti per lui, da mesi. Ho avuto pazienza. Lo capisco, ok? Stava male, aveva bisogno dei suoi amici e hai fatto bene ad aiutarlo, ma c'è un limite a tutto. Tu sei ossessiva, Emily. Non riesci a lasciarlo fuori dalla tua testa nemmeno per cinque secondi. Mi sembra di vivere con lui, cazzo. E lo adoro, sul serio, ma negli ultimi mesi quanto tempo hai passato con lui e quanto ne hai passato con me? Lo sai Emily? Certo che non lo sai, come potresti saperlo se per saperlo fosse necessario pensare un pochino anche a me?" fece una pausa, con gli occhi che lentamente iniziavano a scintillare e il tono che andava spegnendosi. Del fuoco rabbioso che aveva nello sguardo era rimasto solo un mucchietto di cenere fumante, pronto ad essere investito dal diluvio che aveva dietro le iridi. Era così strano vederla in quello stato di alterazione, lei, che era sempre così controllata, leggera e solare. Lei che sembrava la giornata più bella dell'estate ne condivideva la stessa potenza e furia delle grandinate improvvise.
Emily non si azzardò ad aprire bocca, inebetita dalla sorpresa per quella sfuriata inaspettata. Guardava la sua ragazza con gli occhi spalancati, pieni di confusione mentre i pensieri le giravano veloci, cercando di cogliere il cambiamento che aveva fatto prendere quella piega alla conversazione ma senza riuscire a giungere ad una conclusione. Si rigiravano e rimbalzavano l'uno sull'altro, a vuoto, consegnandole soltanto una risposta bianca.
"L'unico momento in cui siamo state davvero insieme, senza Levi in mezzo, è stato quando mi hai chiesto di sposarti. È stata una giornata bellissima" riprese Essa a fatica, con gli occhi chiusi e le sopracciglia aggrottate, sforzandosi di tirare fuori le parole fra una pausa e l'altra. Il suo tono grondava come miele un dolore profondo, a lungo serbato, che doveva averle spezzato il cuore così profondamente da creare un divario fra di loro.
Emily sentì il proprio, di cuore, cadere e bucarle lo stomaco, lasciandola a boccheggiare per il dolore sordo che le si arrampicava lungo le costole. Non si era nemmeno resa conto di averla ferita così tanto, così a lungo. Aveva fatto del male alla sua dolce, meravigliosa, intelligente, spiritosa e a volte un po' esasperante ragazza. La donna che voleva sposare, che voleva vedere sorridere ogni giorno perché solo lei sapeva renderlo migliore. E non se n'era nemmeno accorta perché aveva ragione lei, non aveva fatto altro che preoccuparsi di Levi, in continuazione, senza darsi pace, anche se il supporto non gli mancava. Era stata semplicemente orribile con lei, e aveva fatto finta di non vederlo per tutto quel tempo, perdonandosi colpo su colpo, come se le sue azioni non avessero conseguenze.
"Credevo fossimo tornate alla normalità, ma adesso tu sei di nuovo qui, seduta su questo cazzo di divano a inventarti piani per programmare le prossime uscite di gruppo per non urtare i sentimenti di Levi" sospirò tremante, concedendosi una pausa in cui si ricompose. Emily lo vide, mentre la rigida educazione che sua madre le aveva impartito ricostruiva pian piano la maschera. Prima le sopracciglia, che si spianarono lentamente, poi gli angoli degli occhi, delle labbra. Rilassò ogni singolo muscolo, abbandonando la piega che il dispiacere le aveva fatto prendere. Quando riaprì gli occhi era di nuovo lei, bellissima e perfetta come il primo giorno in cui l'aveva conosciuta, lontana ed estranea come allora.
"Non sei una divinità, Emily, non puoi programmare e tenere tutto sotto controllo. Non puoi impedire alla gente di soffrire o di vivere la propria vita. Non puoi salvare tutti perché così ti senti meglio con te stessa, e non lo dico solo perché l'unica che ignori sono io. Dovresti capire che non puoi aggiustare tutti a prescindere, Emily, e soprattutto che non puoi aggiustare te stessa tramite loro. Non sono i tuoi giocattoli rotti" si alzò senza degnarla di uno sguardo, lanciando un'occhiata vuota e sperduta attorno a sé. A piccoli passi si diresse verso la loro camera, in silenzio, senza nemmeno sbattere la porta o guardarsi indietro. Non pianse nemmeno una lacrima, anche se gli occhi le scintillavano fra le fiamme. Non che Emily pensasse di meritarle.
Emily rimase in silenzio a lungo, stringendosi le gambe contro il petto per cercare di colmare quel vuoto che la stava mangiando viva. Si guardava attorno, in uno di quei rari momenti in cui perfino lei non sapeva né cosa dire né cosa fare. Avrebbe dovuto raggiungerla? Chiederle perdono? Implorarla di scusarla, perché era una maledetta stupida ad aver osato dare per scontata lei e il suo amore?
Si piegò a raccogliere il suo blocco da terra, accarezzandone le pagine, cercando di lisciarle con gesto, ricercando la calma. Si sentiva sperduta, piccola e sbagliata, una bambina che capisce di aver commesso un errore ma che non sa come rimediare.
Si riscosse dai suoi pensieri contorti e lacrimosi soltanto al suono delle ruote della valigia che strisciavano sul pavimento del corridoio. Si alzò in uno scatto, troppo in fretta, ritrovandosi con gli occhi punteggiati di milioni di puntini scuri. Battè le palpebre con forza, cercando di riacquistare la vista mentre si dirigeva a tentoni verso l'entrata, seguendo il suono della valigia e la sua memoria muscolare.
Il cuore le batteva follemente, testimoniando che non aveva mai lasciato la sua postazione nonostante il dolore sordo che la occupava. Aveva una brutta sensazione addosso, come se già sapesse che quello che avrebbe trovato all'entrata sarebbe riuscito a spezzarle definitivamente quel cuore maledetto e stupido che aveva in corpo.
Corse lungo il salotto, sbucando in corridoio con una scivolata sulla punta dei calzini. Rimase immobile all'estremità, fissando con gli occhi sgranati la sua fidanzata cercare di infilare con mano tremante la chiave nella toppa. Accanto a lei c'era la sua valigia preferita, quella grande in cui riusciva ad infilare metà del suo guardaroba quando doveva andare fuori città per qualche giorno. Sopra alla valigia c'era il suo borsone da palestra così pieno da non riuscire ad essere chiuso. Da un angolo della cerniera spuntava la sua maglia preferita del pigiama, maliconica e fuori luogo nel suo rosa vivace.
Emily sentì il cuore fermarsi quando si rese conto di cosa stava succedendo.
"Essa?" mormorò, ma lei la sentì ugualmente.
Essa si girò verso di lei con gli occhi gonfi e tristi, freddi e risoluti come non lo erano mai stati. Con le mani stava ancora lottando per infilare la chiave nella toppa. In quel momento, nonostante la sofferenza, si dimostrava perfetta portatrice del suo nome: altera e determinata, illuminata dalla sua nobile discendenza. La fece sentire piccola, come la cameriera che per sbaglio rovescia la tazza di tè proprio di fronte alla padrona.
"Essa? Cosa fai?"
"Vado da mia madre finché non ci sarà di nuovo spazio per me in questa casa."
"Cosa stai dicendo? È casa nostra, c'è sempre spazio per te!" sapeva che il suo tono era tremante e disperato, ma non le importava. Emily Dumont non supplicava nessuno, ma in quel momento scoprì che per Essa poteva e l'avrebbe fatto.
"Intendo: quando sarò più rilevante di un soprammobile per te" il suo tono si era indurito, come se quella scena avesse nuovamente smosso le scintille di rabbia nel suo falò. Sembrava inarrivabile, nella sua rabbia gelida e tagliente.
"Essa, io-"
In quel momento la chiave si infilò finalmente nella toppa ed Essa non le concesse nemmeno un secondo per farle finire la frase. Si caricò in spalla il borsone, afferrò la maniglia della valigia e uscì sbattendosi la porta alle spalle, senza neanche degnarla di un ultimo sguardo. Era decisa, furibonda e ferita, e ne aveva tutto il sacrosanto diritto.
Emily rimase in piedi e fissare la porta chiusa per minuti interi, senza avere la forza di registrare la cosa.
Aveva considerato la sua relazione rimandabile, come fosse la fastidiosa visita di controllo annuale dal dentista. L'aveva fatta naufragare con le sue stesse mani, come se al mondo esistesse qualcosa di più importante del suo futuro e della felicità della donna che l'universo sembrava aver fatto per lei con infinita cura e dedizione.
Allungò una mano verso il basso e si lasciò scivolare a terra, coprendosi gli occhi con le dita e inspirando forte. Aveva fatto uno di quei grandi errori che giudicava con tanta forza negli altri, convinta da sempre che avrebbe fatto di meglio al posto loro. E invece no, era piccola e stupida proprio come tutti gli altri: umana e assolutamente capace di dare per scontata la cosa che rendeva tutto migliore.
Iniziò a singhiozzare forte, con il petto che faceva male per la quantità sbagliata di aria che le entrava a forza nei polmoni fra una contrazione e l'altra.
Rimase a piangere rannicchiata sul freddo pavimento, appoggiata a quella carta da parati che tanto aveva odiato. Stremata da tutte le emozioni che erano risalite con violenza e le chiedevano considerazione, ricordandole che non era perfetta, che non poteva gestire tutto. Essa aveva ragione e faceva male rendersene conto. Era solo una ragazzina confusa e un po' ribelle che per caso era finita intrappolata nel corpo di una donna. Per salvarsi aveva finto di avere il controllo su tutto, creando una falsa rassicurazione che era crollata nell'istante stesso in cui Essa se n'era andata, facendo collassare con sé anche tutto il resto.
Emily voleva soltanto addormentarsi e dimenticarsi del disastro che era.
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