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Someone inside me

"Sente delle voci?

Digli di no

No dottore"

-?

(T/n)'s pov

Strappare con i denti le strisce di stoffa dall'orlo della maglietta e intrecciarle era stata la parte più facile.

Il difficile, una volta fatto il cappio, sarebbe stato attirare l'attenzione della guardia.

Non avevo molto tempo, dovevo approfittare del giro di controllo al cambio della guardia notturna e quella sarebbe stata la mia unica possibilità.

Tra quelle quattro mura il tempo sembrava non passare mai e ogni volta che sentivo che il momento di agire stava per arrivare automaticamente ricontrollavo che il cappio fosse perfetto, che il nodo scorrese senza intoppi e che la mia corda improvvisata fosse abbastanza resistente.

Nonostante ebbi questa sensazione circa una quindicina di volte a distanza di svariati minuti l'una dall'altra, alla fine il momento arrivò davvero e tutta la mia sicurezza si dissolse nell'estatto momento in cui il poliziotto, un'uomo alto e magro e all'apparenza poco muscoloso per mia fortuna, fece il suo ingresso nella stanza nella quale erano situate le celle.

Il suo sguardo attraversò inquisitorio tutte le celle e mi feci prendere dal panico quando notai che stava già facendo dietrofront.

Presa dal panico, mi infilai due dita in gola, sperando vivamente che l'uomo non vedesse che mi stavo inducendo al vomito e iniziai a rimettere nel piccolo e maleodorante gabinetto della cella tutto quello che avevo appositamente mangiato per quel momento.

Versi strozzati e l'acre odore di bile attirarono l'attenzione del poliziotto che si precipitò alla mia cella per controllare cosa stesse succedendo.

Feci uno sforzo enorme per non rimettermi a vomitare davvero questa volta per il sapore acido e rivoltante che avevo in bocca e l'odore ancora più nauseabondo.

La parte peggiore però non era ancora arrivata.

"Signorina si calmi, ora faccio  chiamare un medico"

Disse il poliziotto con una nota di preoccupazione avvicinandosi alle sbarre della mia cella.

Potevo immaginare cosa vedesse in quel momento.

Una ragazza di appena 18 anni, spaventata, sciupata dal sonno e dalla paura di morire, che aveva rimesso forse per la troppa ansia e che ora ansimava con la bava alla bocca e il sapore del vomito ancora in gola.

Il poliziotto mi diede le spalle mentre premeva il pulsante della radiolina per avvisare un collega.

"Qui l'agente di turno..."

Non sentii le sue ultime parole, i miei sensi si concentrarono solamente su ciò che dovevo fare, tendendo i muscoli ed eliminando qualsiasi cosa che non fosse il mio obbiettivo.

Con un'agilità che non pensavo di possedere, scattai in avanti e infilai il cappio nel collo del poliziotto e iniziai a tirare con tutte le forze che avevo.

La radiolina gli cadde di mano e rumori confusi iniziarono ad uscire da essa ma io non li ascoltavo così come non sentivo i lamenti dell'uomo che davanti i miei occhi si contorceva in cerca di ossigeno e cercava di strappare il cappio che gli avevo legato al collo.

Ancora poco e avrebbe perso conoscenza, poi avrei smesso di stringere, avrei preso le chiavi e sarei scappata.

Mancava poco, così poco che non potevo crederci.

Poi i miei bei piani puliti andarono a puttane, in un solo istante la mia speranza di uscirne pulita morì sotto i miei occhi.

Un'altro poliziotto fece irruzione nella stanza forse attirato dai versi agonizzanti del collega o forse per l'avviso interrotto alla radiolina.

Ci mise meno di un secondo a realizzare cosa stesse succedendo e io ci misi ancora meno a realizzare che non ce l'avrei mai fatta, che il piano di scappare era stata una cazzata, che non avrei mai riavuto la libertà e che a nessuno sarebbe importato della mia morte, anzi avrebbero sospirato nel sapere che una pericolosa presunta criminale non era più in questo mondo.

Poi successe.

Nell'estatto momento in cui sentii le miei forze abbandonarmi per cedere alla disperazione, fu come se qualcun'altro prendesse il possesso del mio corpo.

La mia mano destra si mosse da sola mentre la sinistra rafforzavo la presa sul cappio e usava il poliziotto che ne era intrappolato come ostraggio e scudo umano.

Con una semplicità che sembrava dettata da un'azione abituale, sganciai la fondina dell'arma d'ordinanza e afferrai la pistola dalla quale partì un solo e unico colpo che andò a centrare la testa del nuovo arrivato.

L'uomo rimase fermo in piedi per qualche secondo, poi, come il suo collega poco prima di lui, crollò al suolo dove stava già iniziando a formarsi una piccola pozza di sangue.

Quel rosso vermiglio che si allargava sul piastrellato bianco mi suscitò una serie di emozioni diverse.

Per prima cosa ci fu un'inquietante gioia al sapere che non mi avrebbero più ostacolato ma questa durò pochi secondi perché fu interrotta dallo shock.

Che cosa avevo fatto?!

AVEVO UCCISO DUE UOMINI A SANGUE FREDDO!

Sentivo le gambe cedermi ma quella strana sensazione di prima non era ancora passata e mi imponeva di sbrigarmi a cercare le chiavi mentre mi sussurrava che andava tutto bene, che era giusto così.

Mi vergognai di me stessa quando un largo sorriso mi si allargò sul volto mentre afferravo le chiavi e le giravo nella toppa.

La porta della cella si aprì cigolando.

Ora o mai più.

Con un profondo respiro durante il quale cercai di ignorare l'odore del sangue che si diffondeva nella stanza uscì dalla cella.

La porta per uscire da lì appariva ai miei occhi come una visione idilliaca, le porte del paradiso, verso la libertà.

Uscita dalla cella avevo capito che ormai, con due omicidi sulle spalle, non avevo modo di tornare indietro e sarei uscita di lì a qualunque costo.

Poi un'altro pensiero mi passò per la testa.

La ragazza che mi aveva aiutata.

Non potevo lasciarla lì anche se le avevo promesso che non mi sarei voltata.

Così lo feci, senza pensarci ancora, mi girai e i miei occhi incontrarono chi si celava in quella cella.

Nessuno.

Nessuno era in quella cella completamente vuota e uguale alle altre, la ragazza di cui avevo sentito la voce attraverso il muro non esisteva.

L'avevo immaginata?

Non era possibile!

Io l'avevo sentita!

Ma lì non c'era nessuno quindi era stata tutta opera mia!

Mio il piano, mia ogni singola azione, ogni pensiero e ogni fottuta parola.

In preda allo shock mi avvicinai barcollando a quella cella vuota e appoggiai le mani sulle fredde sbarre in ferro.

No

No

No

Non era possibile.

Doveva esserci!

A meno che...

Misi una mano tra i capelli e sentii le gambe cedermi per la paura.

Stava tornado.

Quando era successo?

Quando era iniziato?

Oppure non era mai finita?

Un blackout mi riscosse dai miei pensieri.

Nel buio sentii delle voci concitate e un forte rumore di passi.

Non avevo più tempo.

Dovevo andarmene.

Con questi pensieri e il terrore in gola iniziai a correre facendo ciò che avrei dovuto fare prima, lasciai i cadaveri alle miei spalle e corsi senza voltarmi indietro consapevole che ormai non avrei più potuto fermarla.



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Potreste essere ufficialmente impazzite ma sarebbe troppo normale se finiste così.

Vabbè.

Io ho mal di testa ma mi tocca comunque la scuola e sto facendo tardi.

Addio.

~poitre1234

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